L’Angolo della Poesia

Note alla Poesia

Soffermati: dopo aver varcato il Ticino, che segnava una barriera non solo fisica tra piemontesi e lombardi, è naturale che i nuovi Italiani si soffermino un attimo a ripensare all’impresa compiuta, per ricontrollarne la validità morale, per misurare quasi la grandezza di essa e il successivo impegno per l’avvenire.

arida sponda: i patrioti si sono inoltrati fino alla parte non più bagnata dalle acque.

tutti assorti: non la gloria o la gioia dell’impresa compiuta, ma la chiara coscienza di un dovere che resta ancora da condurre a termine e la visione delle difficoltà ancora da affrontare, determinano questo atteggiamento.

antica virtù: la virtù dei padri.

Un giuramento semplice, lineare, ovvio, che è espresso in forma epigrafa.

Il giuramento non è rimasto isolato, perché altri spiriti forti rispondevano a quel giuramento (giuro).

da fraterne contrade: da regioni abitate da altri che si sentivano ugualmente italiani e che la politica aveva divisi con confini non segnati dalla natura; non si tratta solo della Lombardia, ma anche di altre regioni; è, insomma, tutta l’Italia, almeno nella immaginazione del poeta, che si sveglia e che in un primo tempo si prepara in tutta segretezza (affilando nell’ombra le spade), fin quando viene il grande momento della lotta aperta, condotta con chiara visione dei fini da raggiungere.

levate: sguainate.

scintillano al sol: in contrasto con la preparazione condotta tutta in segreto e nella paura.

Il giuramento vien pronunciato secondo la formula tradizionale: darsi la destra, ripetere la formula resa sacra dalla volontà di sacrificio che chiama Dio a testimonio; chiarezza di finalità, senza soluzioni intermedie o di compromesso; o liberi o morti in comunità d’intenti, di azioni e di sorte.

Chi potrà… dolor: colui che potrà dividere e distinguere (scerner) le acque della duplice Dora (Dora Baltea e Dora Riparia), della Bormida che affluisce nel Tanaro, del Ticino e dell’Orba che scorre in mezzo alle selve (selvosa), dopo che queste acque si sono versate nel Po; colui che riuscirà a togliere al Po (stornargli) le acque (correnti) del Mella (rapido per la forza delle acque e per il forte declivio della sua valle) e dell’Oglio (le acque del Mella e dell’Oglio sono dette miste perché si uniscono prima di affluire nel Po); colui che potrà ritogliergli le acque che l’Adda, dopo averle ricevute da mille torrenti, ha versato nel suo letto, ebbene, costui riuscirà a spezzare e a dividere ancora (scindere) e a ridurre ancora una volta in tanti volghi degni di disprezzo, il popolo italiano risorto, ricacciandolo indietro contro la volontà dei fati e contro l’evoluzione portata dal seguito degli anni e dei secoli, riducendolo all’antico avvilimento e riportandolo ai dolori antichi (prischi).

una gente… mare: un popolo che o sarà libero tutto dalle Alpi fino al mare o sarà tutto per sempre schiavo.

In forma epigrafica vien data dal Manzoni la definizione di nazione, una definizione valida ancora oggi e che i nostri padri sentirono come dogma preciso quando dalla prima guerra d’indipendenza del 1848 fino al primo conflitto del 1915 combatterono e morirono per ridare all’Italia una realtà politica e geografica, ma soprattutto spirituale secondo la definizione manzoniana: l’unità di un popolo risulta dal concorrere della comunanza di lingua, di religione, di tradizioni, di origini, di ideali, delle quali cose l’unità delle armi è solo la conseguenza più appariscente e, nei momenti del comune pericolo, più efficace.

Viene ora descritto lo stato di avvilimento degli Italiani prima della loro resurrezione a dignità di nazione; in particolare lo sguardo si volge ad osservare lo stato dei lombardi, che ora sono insorti a rivendicare la libertà e l’unità della patria. Per l’esatta comprensione dei versi, ordina: “Il lombardo doveva stare nella sua terra con quel volto sfiduciato e avvilito, con quello sguardo volto a terra ed incerto con il quale sta un mendicante sopportato per pietà in terra straniera.

voglia: capriccio, arbitrio.

legge: precetto da osservare.

Il suo destino veniva stabilito dagli altri, senza che lui, che ne era la vittima, potesse intervenire nella decisione.

servire e tacer: ogni residuo di dignità sembrava per sempre distrutto e si concretava appunto nel servire ciecamente e bestialmente.

retaggio: eredità, diritto naturale, tradizione.

strappate le tende: affrettatevi ad andar via.

Sembrò, in effetti, che i moti del ’21 stessero per determinare uno sconvolgimento definitivo, da cui dovesse nascere l’italica libertà; il poeta precorre gli eventi, che, invece, ebbero sviluppo ed esito ben diversi e contrari alle aspirazioni dei patrioti.

barbari: in questo caso barbari perché opprimono un popolo, e non perché discendenti dagli Ostrogoti.

O stranieri! … ragion: gli Austriaci nel 1814, crollato il dominio napoleonico, avevano solennemente promesso, per bocca dell’arciduca Giovanni e di altri, che avrebbero ridato agli Italiani l’indipendenza loro tolta dai Francesi: ma poi, non solo non avevano tenuto fede all’impegno, ma avevano addirittura impedito con feroce repressione ogni anelito degli Italiani alla libertà. Il Manzoni accomuna in questa strofa Austriaci e Tedeschi, sia perché erano della stessa stirpe, sia perché i secondi approvavano e appoggiavano la politica dei primi; questi stranieri, dice il poeta, si erano obbrobriosamente macchiati di tradimento, intraprendendo una iniqua tenzone con gli Italiani (e qui il poeta allude agli Austriaci); questi stranieri, nei giorni in cui avevano subito il dominio napoleonico (in quei giorni) avevano invocato altamente (a stormo) l’aiuto di Dio per scacciare i Francesi oppressori (la forza straniera), proclamando la libertà di ogni gente e condannando l’iniqua ragione della spada (e qui si tratta dei Tedeschi che avevano preso le armi contro Napoleone, sconfiggendolo a Lipsia). Ricordate che l’ode è dedicata ad un eroe di quella lotta, a Teodoro Koerner, caduto a Lipsia.

preme: copre.

vostri oppressori: i Francesi di Napoleone, uccisi a Lipsia.

estranei signori: dominatori stranieri.

tanto amara… quei dì: fu per voi tanto amara, intollerabile nel tempo in cui foste oppressi.

chi v’ha detto… genti: perché dovete ritenere che la triste condizione (lutto) degli Italiani debba rimanere sempre tale (sterile, eterno)?

Il tono persuasivo che, sin dalla strofa precedente, ha fatto un po’ calare l’impeto dell’ode, prende qui una più evidente significazione. L’argomentazione è semplice, ma anche chiaramente minacciosa: quel Dio che udì i lamenti degli stranieri quando questi erano oppressi e che consentì loro di premere il corpo del loro oppressori, non potrà essere sordo ai lamenti degli Italiani, oggi oppressi da coloro che fino a ieri invocavano il suo aiuto.

Due esempi della giustizia divina, che non potrà mai venir meno; Dio sommerse (chiuse) nelle acque del Mar Rosso (nell’onda vermiglia) il malvagio (il rio) Faraone che col suo esercito inseguiva il popolo d’Israele in fuga per sottrarsi alla schiavitù d’Egitto; Dio pose il martello (maglio) nel pugno del virile (maschia) ebrea Giale e guidò il suo colpo, quando uccise nel sonno, conficcandogli un chiodo in testa, il nemico della sua gente. Sisara, capitano del tiranno Jabin, dopo averlo attirato nella sua tenda. In quest’ultimo esempio il Manzoni vede la volontà di Dio, che arma la mano del debole perché non soggiaccia al volere del prepotente.

l’ugne: le unghie.

dovunque… servaggio: dovunque è arrivato il dolente grido della tua lunga schiavitù.

dove ancor… non è: dove non è ancora abbandonata (deserta) ogni speranza nella dignità umana (lignaggio = stirpe).

dove ancor… matura: dove in segreto i popoli oppressi si preparano a conquistare la libertà.

ha lacrime: è compianta.

Troppe volte l’Italia ha confidato nell’aiuto straniero per porre fine alle sue condizioni di schiavitù: per questo con ansiosa attesa ha sperato di vedere (spiasti) apparire un amico stendardo dalle Alpi o ha teso lo sguardo sull’Adriatico e sul Tirreno (duplice mar) dove però non s’è vista alcuna nave amica (e per questi deserti).

Son finiti, dice il poeta, quei tempi tristi: ora all’Italia daranno aiuto i suoi stessi figli, impetuosamente insorti dal suo seno stesso (dal tuo seno sboccati), stretti intorno al santo tricolore, i quali nel dolore troppo a lungo patito hanno trovato la forza d’animo necessaria e la ferma decisione a combattere.

Oggi, o forti, lampeggi (baleni) sui volti l’ardore (furor) tanto a lungo covato nel segreto degli animi (menti segrete): si combatte per l’Italia, dunque dovete vincere! Il destino d’Italia, è affidato alle vostre spade (brandi). O la vedremo risorta per merito vostro, seduta al consesso (convito) dei popoli, con dignità pari a quella delle altre nazioni, o, vinta, resterà sotto l’orribile bastone dell’oppressore (l’orrida verga), più serva, più avvilita, più disprezzata di prima.

L’angolo della Poesia

Marzo 1821 – 3

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia

chiuse il rio che inseguiva Israele,

quel che in pugno alla maschia Giaele

pose il maglio, ed il colpo guidò;

quel ch’è Padre di tutte le genti,

che non disse al Germano giammai:

va, raccogli ove arato non hai;

spiega l’ugne: l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente

grido uscì del tuo lungo servaggio;

dove ancor dell’umano lignaggio

ogni speme deserta non è;

dove già libertade è fiorita,

dove ancor nel segreto matura,

dove ha lacrime un’alta sventura,

non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spiasti

l’apparir d’un amico stendardo!

Quante volte intendesti lo sguardo

ne’ deserti del duplice mar!

Ecco alfin dal tuo seno sboccati,

stretti intorno a’ tuoi santi colori,

forti, armati de’ propri dolori,

i tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni

Il furor delle menti segrete:

per l’Italia si pugna, vincete!

Il suo fato sui brandi vi sta.

O risorta per voi la vedremo

al convito de’ popoli assisa,

o più serva, più vil, più derisa

sotto l’orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!

O dolente per sempre colui

che da lunge, dal labbro d’altrui,

come un uomo straniero, le udrà!

Che a’ suoi figli narrandole un giorno,

dovrà dir sospirando: io non c’era;

che la santa vittrice bandiera

salutata quel dì non avrà.

Alessandro Manzoni

Il Santo del Giorno

Sant’ Austregesilio di Bourges

Nome: Sant’ Austregesilio di Bourges

Titolo: Vescovo

Nascita: 551 circa, Bourges, Francia

Morte: 624 circa, Bourges, Francia

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Austregisilo, chiamato anche Outrille, fu vescovo di Bourges negli ultimi dodici anni della sua vita. Apparteneva a una locale famiglia nobile ma caduta in povertà, ed era addetto alla corte di re Gontrano a Chalon-sur-Saone.

Poiché un membro della corte lo aveva accusato duramente, si ricorse all’ordalia, con la quale Austregisilo poté mostrare la sua retta intenzione: poco prima della sfida l’accusatore venne infatti sbalzato da cavallo e morì. Questo episodio confermò Austregisilo nella sua volontà di consacrarsi a Dio.

Fu ordinato prete e nominato abate di Saint-Nizier a Lione. Stimato sia per la sua saggezza che per il dono delle guarigioni, fu in seguito consacrato vescovo. S. Amando (6 feb.), futuro apostolo delle Fiandre, era tra i suoi discepoli e visse da giovane in una cella presso la cattedrale di Bourges sotto la guida del vescovo.

Di Austregisilo si ricordano queste parole sulla scelta del celibato: «Se io avessi una buona moglie avrei paura di perderla, se ne avessi una cattiva preferirei non averne alcuna». Si tratta delle parole pronunziate davanti al re quando aveva deciso di diventare prete. È il santo patrono di Bourges.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Bourges nella regione dell’Aquitania, in Francia, sant’Austregesilio, vescovo, che si mostrò ministro di carità soprattutto tra i poveri, gli orfani, i malati e i condannati a morte.

Il Santo del Giorno

San Talaleo

Nome: San Talaleo

Titolo: Martire

Nascita: fine II secolo, Gerusalemme

Morte: 284 circa, Egea di Cilicia

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Talleleo soffrì il martirio in Egea di Cilicia, durante la persecuzione dell’imperatore Numeriano. Esercitava la professione di medico; dai greci è ricordato come anarghiro, cioè medico che curava gratuitamente. In questa categoria i più famosi sono Cosma e Damiano (26 set.). Si dice che Talleleo venisse dal Libano e fosse figlio di un generale romano.

Dopo essere fuggito in un oliveto durante la persecuzione, fu catturato e condotto sotto scorta a Egea e là gettato in mare; a forza di braccia riuscì però a raggiungere la spiaggia e allora fu decapitato.

Nel culto gli sono associati altri martiri: sia carnefici incaricati della sua esecuzione e convertiti dalla sua fede, sia spettatori con lui solidali.

MARTIROLOGIO ROMANO. Ad Ayaș in Cilicia, nell’odierna Turchia, san Talaleo, martire.

Il Santo del Giorno

Beata Colomba da Rieti

Nome: Beata Colomba da Rieti

Titolo: Vergine

Nome di battesimo: Angiolella Guadagnoli

Nascita: 2 febbraio 1467, Rieti

Morte: 20 maggio 1501, Perugia

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Colomba, esempio interessante di terziaria domenicana, già in vita fu acclamata come saggia consigliera e guaritrice in quella Perugia che le tributò un funerale pubblico a cui partecipò gran parte dela cittadinanza. Era nata a Rieti da una famiglia che commerciava in tessuti. Durante l’adolescenza si dice abbia avuto visioni e persino visitato la Palestina durante un’estasi.

Si tagliò i capelli per respingere i corteggiatori e all’età di diciannove anni si fece terziaria domenicana. Facendo visita in carcere a un assassino lo condusse al pentimento. Le si attribuì la capacità di operare guarigioni e di riuscire a vivere con un’alimentazione estremamente scarsa. Un giorno lasciò la sua casa di buon mattino e partì per una destinazione sconosciuta: arrestata a Foligno per un errore d’identità, fu raggiunta dai genitori, con i quali poi si trasferì a Perugia, allora una delle più turbolente città italiane. Accolta festosamente andò a vivere insieme ad altre terziarie sue compagne, e fu presa sotto la protezione dei Baglioni, famiglia ricca e influente. Alcuni domenicani e francescani sollevavano dubbi sulla possibilità che vivesse solo di bacche e di estasi, e uno di essi, divenuto poi suo confessore e biografo, raccomandò prudenza e che si facesse trascorrere un periodo di dieci anni prima di qualsiasi ammissione riguardo alla sua santità. Il popolo non aveva però questo tipo di remore e le ottenne una casa nella quale, con poche compagne, ella poté pronunciare i voti perpetui nel 1490.

Durante un’epidemia di peste i magistrati della città seguirono il suo consiglio di indire processioni penitenziali; molti malati guarivano al solo contatto con lei, ed ella stessa contrasse la peste ma guarì, attribuendo la cosa all’intercessione di S. Caterina da Siena (29 apr.), alla quale era molto devota. Agì da mediatrice di pace durante violente dispute cittadine. Una volta mise in guardia i suoi concittadini da imminenti attacchi esterni, che poterono essere così respinti.

Quando papa Alessandro VI passò da Perugia ne fu impressionato, ma gli ammonimenti che ella in seguito pronunziò non furono ugualmente mai resi pubblici.

Umiliò Lucrezia Borgia, che divenne sua acerrima nemica, e alla cui influenza venne attribuita la persecuzione (e le accuse di pratiche magiche) che fece seguito. Colomba sopportò molti mali fisici e dal letto di morte consigliò i potenti di Perugia di praticare la carità e la giustizia verso i poveri. Morì all’età di soli trentaquattro anni nella festa dell’Ascensione del 1501. Nel 1627 il suo culto fu confermato.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Perugia, beata Colomba (Angela), vergine della Penitenza di San Domenico, che si adoperò per pacificare la città divisa tra fazioni.

Astrologia

LEGGERE IL DESTINO

Manuale di astrologia

Si può dire che nel momento stesso in cui ha incominciato a pensare, l’uomo ha iniziato anche a cercare di elaborare tecniche e metodi per capire quale futuro gli sarebbe toccato in sorte. Alcune di queste tecniche hanno attraversato intatte i millenni, sono giunte fino a noi e sono tutt’ora largamente usate nelle più diverse parti del mondo. L’arte della profezia e della predizione del futuro passa attraverso le metodologie più varie: dallo studio della posizione degli astri all’esame delle interiora degli animali uccisi in sacrificio agli dei, dall’osservazione della sfera di cristallo al lancio dei dadi, dall’esame delle linee della mano all’estrazione delle carte.

Nel XIX secolo, insieme al fiorire di vasti e differenziati interessi riguardanti sia il mondo dello spirito, sia i poteri insospettati della mente umana, anche le mantiche hanno visto un momento di grande sviluppo. Probabilmente si trattò anche di un fenomeno di ribellione verso l’illuminismo e il culto della ragione, nonché verso il dilagare dell’industrializzazione che sembrava volere in qualche modo sostituire completamente le macchine all’uomo.

Anche oggi si assiste a un nuovo “revival” degli interessi legati alla spiritualità e alla parapsicologia, ivi compresa la previsione degli eventi futuri, probabilmente come reazione all’era del computer e della cosiddetta intelligenza artificiale.

Gli scettici affermano che gli eventi futuri sono regolati esclusivamente dal caso e non sono quindi prevedibili, mentre gli accaniti sostenitori delle arti mantiche consultano gli oracoli anche per cercare di conoscere ogni più piccolo dettaglio del domani. Di fatto, come sempre, la via di mezzo è la più corretta, perché più naturale, istintiva e consona ai comportamenti umani.

Il futuro non è fisso e immutabile, ma, essendo costruito dalla somma degli effetti di tutte le nostre azioni e di quelle di coloro che ci vivono accanto, è in continuo movimento e non può essere predetto con precisione millimetrica: se così fosse non esisterebbe il libero arbitrio che invece è una delle leggi fondamentali dell’evoluzione spirituale umana.

Ciò che al contrario è possibile valutare con un buon grado di approssimazione è la struttura del futuro, che ha il maggior numero di probabilità di verificarsi, date le premesse del presente. Sulla base di questo dato diviene poi facile capire quale comportamento tenere o quali decisioni prendere per evitare in futuro eventi negativi e favorire eventi positivi. Altissimo è il numero di arti divinatorie che l’umanità ha sviluppato nel corso dei millenni nelle varie parti del mondo: alcune semplicissime, altre quanto mai complesse. Prenderemo in considerazione sette di queste arti, le più conosciute e attendibili, che sono: l’Astrologia occidentale, l’Astrologia cinese, i Tarocchi, la Cartomanzia, la Chiromanzia, la numerologia e la Radioestesia con il pendolo. Queste arti richiedono un attrezzatura minima: un mazzo di tarocchi, un mazzo di comuni carte da poker, un libro di effemeridi, carta, penna, compasso, righello e un semplice pendolo che può essere realizzato anche infilando un anello in un pezzo di catenella o di cordino. In particolare, l’Astrologia e la Chiromanzia consentono di effettuare una profonda indagine psicologica del consultante, per mezzo della quale è possibile capire in base a quali caratteristiche della personalità il soggetto esaminato si comporta in un modo oppure in un altro, ponendo le cause per questo o per quell’evento futuro. La Numerologia si basa sui significati esoterici legati ai numeri e scopre le corrispondenze tra questi significati e la personalità dell’individuo, basandosi sulla data di nascita o sul numero che si ottiene attribuendo alle lettere del nome il relativo valore numerico e facendone la somma teosofica. Dal canto suo il pendolo è un mezzo versatile che può rispondere a domande sul futuro, m può essere usato anche per ritrovare oggetti perduti, per scoprire l’acqua o per individuare parti del corpo ammalate a causa di disarmonie energetiche.

Ciascuno dovrà autonomamente determinare con quale arte divinatoria ha maggiore affinità, così da dedicarsi a quella in particolare: infatti ogni individuo mostra specifiche attinenze con quella tecnica che maggiormente lo aiuta a sviluppare l’intuito personale. In realtà è proprio l’intuito della persona l’elemento fondamentale della divinazione, non il pendolo o il mazzo di Tarocchi; l’intuito si traduce nella capacità di leggere correttamente i “segni”, siano essi le posizioni reciproche di costellazioni e pianeti o le immagini degli Arcani o ancora le oscillazioni del pendolo.

Continua

Atlante della Fauna selvatica italiana – Uccelli

Albastrello – Tringa stagnatilis Bechstein, 1803
Atlante della Fauna selvatica italiana – Uccelli

Classificazione sistematica e distribuzione

Classe: Uccelli
Ordine: Caradriformi
Famiglia: Scolopacidi
Genere: Triga
Specie: T. stagnatilis Bechstein, 1803

Vive in Europa (Italia compresa), Asia e Africa, in Australia e Papua Nuova Guinea, e in Alaska. È di passo nel Regno Unito e nell’Europa centro-occidentale (Belgio, Germania, Danimarca, etc.), in Nuova Zelanda, Maldive e Mauritius. In Italia è migratore regolare, ma mai abbondante. Durante i passi è più frequente in alcune regioni adriatiche (Veneto, Emilia-Romagna, Puglia), in Toscana ed in Sicilia; la presenza come svernante è del tutto accidentale e limitata ad alcuni individui.

Albastrello – Tringa stagnatilis (foto http://ibc.lynxeds.com)
Albastrello – Tringa stagnatilis (foto www.rantalat.eu)
Albastrello – Tringa stagnatilis

Caratteri distintivi

Lunghezza: 22-24 cm
Apertura alare: 55-60 cm
Peso: 55-120 gr

Di dimensioni medio piccole e struttura esile, ha becco lungo, diritto e sottile, zampe lunghe. In entrambi i sessi il piumaggio delle parti superiori è grigiastro sfumato di bruno o di cannella con numerose macchie più o meno rotondeggianti di colore bruno-nero; le parti inferiori sono bianche. In periodo non riproduttivo la colorazione generale è più pallida ed uniforme. Il becco è bruno scuro, verde alla base; i tarsi e i piedi sono oliva scuri.

Biologia

Si ciba di Invertebrati acquatici: Insetti e loro larve, piccoli Molluschi e Crostacei. Nidifica in coppie isolate e in colonie anche associato ad altre specie. In una depressione del terreno fra l’erba viene predisposto il nido utilizzando rametti secchi per l’addobbo. Nell’anno compie una sola covata e la deposizione ha luogo tra maggio e giugno. In genere vengono deposte 4 uova, che sono incubate sia dalla femmina che dal maschio.

Salute e Benessere

Grano o frumento tenero – Triticum spp.
Atlante delle coltivazioni erbacee – Cereali

Classe: Monocotyledones
Ordine: Glumiflorae
Famiglia: Graminaceae (Gramineae o Poaceae)
Tribù: Hordeae
Specie: Triticum spp.

Francese: blè; Inglese: wheat; Spagnolo: trigo; Tedesco: Weizen.

Grano o frumento tenero – Triticum spp.

Caratteri botanici

Cariosside.

Quello che comunemente viene chiamato “seme” dei cereali è in realtà una cariosside, cioè un frutto uniseminato, secco, indeiscente in quanto i tessuti del pericarpo sono concresciuti e saldati con quelli del seme.
La cariosside del frumento pesa da 35 a 50 mg, ha forma allungata, sezione trasversale da rotondeggiante a subtriangolare, ed è costituita dall’embrione (2-4% in peso), dall’endosperma (87-89%) e dai tegumenti o involucri (8-10% circa). L’embrione si trova ad un estremità della cariosside, non ha molta importanza dal punto di vista tecnologico-alimentare in quanto durante la macinazione va a far parte dei sottoprodotti, mentre ha un compito fondamentale per la riproduzione della specie. Infatti in esso sono già formati gli organi principali del futuro individuo.
L’endosperma costituisce la parte preponderante del granello ed è formato: a) da uno strato aleuronico esterno e b) da un parenchima interno, che ne rappresenta la quota maggiore, costituito da cellule ricche di amido e sempre meno dotate di sostanze proteiche man mano che si procede verso l’interno del granello.
D’importanza notevole nei confronti della qualità del prodotto e del suo impiego sono la consistenza e l’aspetto dell’endosperma che può apparire ambraceo, corneo, vitreo ovvero farinoso, bianco, tenero, secondo la specie, la varietà e l’ambiente di coltura.

Apparato radicale.

L’apparato radicale (del frumento e dei cereali in generale) è di tipo fascicolato. Si hanno radici embrionali o primarie; esse sono preformate nell’embrione, sono le prime a svilupparsi e servono alla pianta nel primo periodo del ciclo.
In seguito si affianca loro l’apparato radicale secondario o avventizio.
Questo si forma durante la fase di accestimento, in seguito allo svilupparsi di radici dai nodo basali, vicino alla superficie del terreno.
L’apparato radicale avventizio nel volgere di qualche settimana prevale sull’apparato embrionale che peraltro rimane vitale per tutto il ciclo, anche se poco sviluppato.
L’apparato radicale si espande a una profondità variabile in relazione al suolo e può giungere fino a 1,5 m e oltre.
Un buon radicamento è una condizione fondamentale per il buono sviluppo della coltura.

Fusto.

Il culmo (così è chiamato il fusto delle graminacee) è cilindrico, costituito da nodi ognuno dei quali porta una foglia, e da internodi internamente cavi, generalmente in numero di 7-9 secondo la varietà. Nella fase giovanile quando gli internodi non sono sviluppati, i nodi sono ravvicinatissimi ed il culmo, lungo pochi millimetri, non è ancora appariscente.
Ogni nodo ha un meristema che ad un certo momento del ciclo entra in attività provocando l’allungamento dell’internodo soprastante.
Gli internodi basali, che sono i primi ad allungarsi, sono più corti degli altri.
In generale, maggiore è il numero di nodi, e quindi di foglie, più lungo è il ciclo vegetativo della pianta.
L’altezza media del culmo ad accrescimento ultimato è di un metro circa nelle attuali varietà.
Il germoglio primario non resta unico. All’ascella delle foglie sono presenti e possono svilupparsi altri apici vegetativi che danno luogo a culmi secondari e terziari in numero maggiore o minore a seconda delle varietà e delle condizioni ambientali: è questo l’accestimento.
Apparato fogliare.
Il coleoptile è una foglia, la prima, che incappuccia la piumetta (o apice caulinare), perfora il terreno e protegge la piumetta stessa. La prima foglia vera dopo qualche giorno dall’emergenza, ossia dalla fuoriuscita dal terreno, perfora il coleoptile e inizia la fotosintesi.
Le foglie dei cereali sono inserite sui nodi del culmo, con disposizione alterna. Ogni foglia consiste della guaina e della lamina. La guaina è inserita sul nodo e abbraccia completamente ilo culmo; la guaina continua con la lamina, lineare, parallelinervia. Le foglie apicali sono le più sviluppate, l’ultima in particolare (foglia bandiera) dà il maggior contributo alla assimilazione del culmo.
Nella linea di intersezione della guaina con la lamina, all’interno c’è una formazione membranosa, prolungamento dell’epidermide interna della guaina, chiamata ligula, ai cui estremi si trovano due espansioni che abbracciano il culmo e sono dette auricole. La ligula e le auricole hanno notevole importanza per il riconoscimento delle varie specie di cereali allo stato vegetativo. Nel frumento le auricole sono pelose, la ligula è grossolanamente dentata e la guaina è glabra; nell’avena la ligula è glabra e sviluppatissima mentre le auricole mancano; nell’orzo le auricole sono molto grandi e abbracciano completamente il culmo, addirittura ricoprendosi.

Infiorescenza.

L’infiorescenza del frumento è una spiga composta terminale, comunemente detta spiga, costituita da un asse principale, o rachide, sinuoso, formato da corti internodi che, come s’è detto, possono essere resistenti alla disarticolazione (frumenti “nudi”) o disarticolarsi con facilità (frumenti “vestiti”).
Su ogni nodo del rachide è inserita una spighetta, che nel frumento è pluriflora. Il numero di spighette per spiga varia molto con la specie, la varietà e le condizioni di crescita: 20-25 può essere considerato il numero medio di spighette presenti sulla spiga delle attuali forme di frumento cresciute in buone condizioni; in cattive condizioni di coltura tale numero può essere anche molto inferiore.
Le spighette sono sessili, disposte sui nodi alternativamente sui lati opposti del rachide, quindi con disposizione distica. Ciascuna spighetta è formata dai seguenti elementi:
– Un paio di glume a forma di navicella, simmetriche, poste alla base;
– Una rachilla, asse molto raccorciato che porta i fiori alterni;
– I fiori, in numero da 3 a 7.
Ciascun fiore di frumento è racchiuso e protetto da due brattee paglione disuguali dette glumelle o glumette. La glumella inferiore, detta lemma, ha forma di navicella e accoglie il fiore nella sua concavità; la glumella superiore, o palea, chiude come un coperchio la lemma.
Le glumelle inferiori hanno aspetto e dimensioni molto simili alle glume, e sul dorso hanno una carenatura che termina in una punta o in una resta più o meno lunga. In base a quest’ultima caratteristica i frumenti si distinguono in mutici, senza resta, e aristati, con resta.
Nel frumento tenero sono comuni sia le forme mutiche che quelle aristate; i frumenti duri sono sempre forniti di lunghe reste, meno “aperte” che nel tenero e spesso pigmentate di scuro.
Nel frumento le spighette sono pluriflore: il numero dei fiori in ogni spighetta varia da tre a sette, però normalmente sono fertili solo i fiori basali: uno nel T. monococcum, due nel T. dicoccum, fino a 3-4 nei frumenti oggi coltivati.
In alcuni frumenti (duro es.) le glume sono carenate asimmetricamente in tutta la loro lunghezza, in altri (frumento tenero) la carenatura si limita alla sola parte superiore del dorso.
La spiga del frumento tenero vista in sezione è quadrata, mentre quella del frumento duro è compressa lateralmente.

Continua domani

Il Santo del Giorno

Santa Lidia di Filippi

Nome: Santa Lidia di Filippi

Titolo: Testimone del primo sec

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Ecco una Santa il cui nome non si legge in nessun Martirologio, ma che si incontra in una celebre pagina degli Atti degli Apostoli, vergata dalla mano dell’Evangelista Luca.

« Imbarcatici a Troade ? racconta dunque San Luca, in prima persona perché anch’egli, quella volta, era tra i discepoli che seguivano San Paolo ? facemmo vela direttamente per la Samotracia, e il giorno seguente per Neapoli; e di lì a Filippi, che è la città principale di quella parte della Macedonia, ed è colonia romana, e vi passammo alquanti giorni.

Venuto il sabato, andammo fuor di porta presso al fiume, dove pareva che fosse il luogo della preghiera; e postici a sedere ci mettemmo a parlare alle donne là adunate. Una di loro, per nome Lidia, della città di Tiatira, che vendeva la porpora ed era timorata di Dio, stava ad ascoltarci. E il Signore le aprì il cuore per ricevere le cose dette da Paolo. E battezzata che fu con la sua famiglia, ella c’invitò dicendo: “Se mi tenete per una credente nel Signore, venite a stare in casa mia”, e ci costrinse a seguirla ».

Era dunque una donna energica; molto probabilmente, come vedremo, era a capo di una tintoria. Energica e coraggiosa nella ospitalità verso quegli sconosciuti.

Santa Lidia fu così la prima credente e battezzata della colonia romana di Filippi, resa celebre, un secolo prima, dalle lotte tra Cesare e Pompeo. Donna cordiale e generosa, Lidia ospitò nella sua casa San Paolo e il gruppetto di Apostoli e di discepoli che lo seguivano nella predicazione.

Durante la loro permanenza a Filippi, San Paolo e San Sila, o Silvano, furono anche impri­gionati e flagellati dai littori come perturbatori della quiete pubblica. Rilasciati perché cittadini romani, prima di allontanarsi dalla città, passarono per un’ultima volta dalla casa ospitale di Lidia, per salutarvi i nuovi fratelli in Cristo, raccoltisi attorno alla prima convertita della città.

Dopo, non si sa più nulla di Lidia, apertasi alla fede la sera di quel sabato, fuori delle mura, tra le donne convenute nel luogo della preghiera. Né di lei, né della sua famiglia battezzata insieme con lei, né della sua attività industriale e mercantile.

La si può immaginare custodire il ricordo di quel passaggio degli uomini di Dio così vicino a lei, nella sua casa, accanto alle care fattezze dei familiari, come una presenza luminosa e benefica; un trasalimento breve, ma che ha mutato per sempre il corso della vita, per la donna « timorata di Dio ».

Altro non si sa; e quindi sul conto di Santa Lidia tutto è congettura. Un particolare però, accennato da San Luca, le ha valso una precisa attribuzione.

Si legge infatti che ella vendeva la porpora. E la porpora, tipico prodotto orientale, veniva usata per tingere le stoffe di un color rosso brillante e indelebile. Era quindi la materia prima e più preziosa dei tintori. Per questo Santa Lidia, ospite degli Apostoli e mercante di porpora a Filippi, viene considerata Patrona dell’antica e nobile arte della tintoria.

La ricetta del giorno

Tubetti con polpettine di melanzane

Ingredienti: tubetti 400gr, salsa di pomodoro con pelati, melanzane 500gr, 1 uovo, salame napoletano 20gr, mortadella 20gr, provola affumicata 50gr, pangrattato, pecorino, parmigiano, basilico, farina, sale, pepe, olio extravergine d’oliva.

Esecuzione: scottare per pochi minuti in acqua bollente salata le melanzane tagliate a grossi pezzi. Scolarle e quando saranno fredde strizzarle.

In una padella preparare una salsa con pomodori pelati.

In una ciotola schiacciarle con una forchetta aggiungendo l’uovo, tanto pangrattato da avere un composto morbido ma compatto, pecorino, parmigiano, salame e mortadella tritati, provola a dadini, basilico, sale e pepe.

Amalgamare bene il composto e modellare delle polpettine schiacciate, infarinarle e friggerle in olio ben caldo. Lessare i tubetti, a metà cottura versarli nella padella della salsa con un po’ della loro acqua e terminare di cuocere la pasta a fuoco basso mescolando continuamente.

Aggiungere anche le polpettine, spolverizzare con pepe, pecorino e parmigiano grattugiati, passarli nella zuppiera decorando con foglie di basilico.

Buon appetito.

Il Santo del Giorno

San Bernardino da Siena

autore: Mattia Preti anno: 1647-53 titolo: San Bernardino da Siena risana gli infermi mostrando il nome di Gesù luogo: Palazzo dei Principi, Correggio

Nome: San Bernardino da Siena

Titolo: Sacerdote

Nome di battesimo: Bernardino degli Albizzeschi

Nascita: 8 settembre 1380, Massa Marittima

Morte: 20 maggio 1444, L’Aquila

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:VeneziaCarpiBernaldaSesto CalendeRoncadelleCartocetoColicoTrevignano RomanoMarsicovetereRodigo >>> altri comuni

Protettore:degli ammalati ai polmonidelle preghierepubblicitari

Questo illustre e degno discepolo di S. Francesco d’Assisi nacque dalla nobile famiglia degli Albizzeschi nei pressi di Siena nel 1380. Non aveva ancora tre anni quando rimase orfano di madre, e a sei, anche di padre. Ma un fanciullo come lui che già dava segni di predestinazione, non doveva essere trascurato, e non doveva imbrattarsi di fango mondano: possiamo dire che venne allevato ed educato alla scuola di Maria SS.ma.

Il grazioso Bernardino, delicato, modesto e cortese con tutti, cresceva, sotto la tutela delle pie zie e della cugina Tobia, in sapienza e in grazia come il fanciullo Gesù. Era talmente delicato, che avendo una volta uno zio paterno invitato amici un po’ volgari in casa sua, egli disgustato disse allo zio: « O si correggono nel parlare, o vado via di casa io ».

Degna di menzione è la scena che si svolse un giorno tra il santo fanciullo e la cugina.

“Sapete” le disse tutto raggiante in volto “che io sono tanto innamorato di una nobilissima Signora che darei volentieri la mia vita per godere della sua presenza e che se passassi un giorno senza vederla non potrei chiudere occhio nella notte?!!… “

La cugina dapprima rimase stupita di questo parlare, ma poi si rasserenò quando egli le narrò che, ogni giorno si recava a pregare e venerare un’immagine della Vergine, che si trovava a porta Camollia.

Compiuto felicemente il corso di filosofia, si dedicò allo studio del diritto ecclesiastico e civile, ma più di tutto della Sacra Scrittura.

Nella peste del 1400 che per quattro mesi infestò Siena, il Santo, ventenne, fu tra i generosi fedeli che si dedicarono con eroica carità a curare gli appestati rimanendo, per disposizione divina, illeso da tale morbo.

Nel 1402 si unì ai figli del Poverello d’Assisi, tra i quali un anno dopo emetteva la sua professione religiosa e nel 1404 celebrava la sua prima Messa. Da quel momento si manifestò in lui il grande ministro del Signore, incominciando dalla riforma dei costumi.

Il primo anno di sacerdozio lo passò nel convento del monte Amiata, ove si dedicò ad un maggior studio e ad una più intensa pietà. Nel 1417 lo troviamo guardiano del convento di Fiesole e predicatore insigne.

titolo Reliquia del Trigramma di Cristo
autore San Bernardino da Siena anno 1424

Tre argomenti trattava con predilezione: la carità, la devozione alla SS. Vergine, ed il SS. Nome di Gesù, di cui fu uno dei primi strenui propagatori e di cui parlava sempre con trasporto. L’eloquenza sua piegava il popolo e lo trascinava ove voleva. D’altra parte il Signore ne rafforzava la parola con miracoli. Finalmente, ricco di meriti se ne volò al cielo a ricevere il premio nel 1444.

PRATICA. Impariamo da S. Bernardino una tenera e filiale devozione alla Madonna, cercando di conoscerla, amarla, imitarla, per andare a Gesù per mezzo suo, poichè « il devoto di Maria certamente si salva».

PREGHIERA. O Signore Gesù, che hai accordato al tuo beato confessore Bernardino un amore particolare al tuo Santo Nome e alla Madre tua: dehl per i suoi meriti e la sua intercessione, infondi, benigno, in noi lo spirito del tuo amore. Bibl., Corra% Bernardino da Siena, Ed. Paoline.

MARTIROLOGIO ROMANO. Ad Aquila, nell’Abruzzo, san Bernardino da Siéna, Sacerdote dell’Ordine dei Minori e Confessore, che illustrò l’Italia colla parola e coll’esempio.

Monumenti di Napoli

La Napoli angioina – 13

Il Saggio Roberto e l’intrigante Giovanna I – 2

Roberto non ebbe eredi maschi: per questo motivo, già un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1343, dovette affrontare il problema della sua successione. La scelta cadde sulla nipote Giovanna, figlia del duca di Calabria e di Maria di Valois, che fu data in sposa ad Andrea di Ungheria.

Molteplici furono le clausole che la futura regina dovette rispettare. Fra l’altro, la Provenza non avrebbe mai dovuto essere separata dai domini del regno, che nello stesso tempo avrebbe dovuto mantenere una sostanziale indipendenza dallo Stato pontificio recuperando il possesso della Sicilia.

Giovanna fu la prima donna a guidare il Regno di Napoli, come esponente di una dinastia che si era ormai naturalizzata nell’Italia meridionale. Il suo regno, tuttavia, venne funestato da violenze, intrighi e tradimenti, che si conclusero nel 1382 con lo strangolamento della regina, effettuato da quattro sicari.

Continua domani.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: resta calmo e riuscirai;

Toro: usa la parola in modo più semplice;

Gemelli: hai speso troppo, ora sei in difficoltà;

Cancro: il tuo intuito è giusto;

Leone: nuova relazione in vista;

Vergine: non devi criticare per forza;

Bilancia: devi scegliere e sai cosa è veramente importante;

Scorpione: dedicati alle cose che verranno, quelle passate vanno dimenticate;

Sagittario: dissidi in casa;

Capricorno: è un periodo di riflessione;

Acquario: la calma è la virtù dei forti;

Pesci: oggi sei protagonista.

Buon Venerdì 20 Maggio 2022

20 Maggio Giornata Mondiale delle Api (A/RES/72/211)

Il Sole sorge alle 5:36 e tramonta alle 20:19

La Luna cala alle 5:14 e si eleva alle 21:12

San Bernardino da Siena sacerdote

“O tu che hai della robba assai e tièlla ammontanata, mai non la farai crescere, mai non farà frutto”. – San Bernardino

  • A chi sparagna, vene ‘a gatta e ss’ ‘o mmagna.
  • Chi ‘nfrùce nun luce.
  • ‘E sorde ‘e ll’avaro s’ ‘e mmagna ‘o sciampagnone.
  • L’avaro nun magna pe’ nun cacà.
  • Perde cchiù l’avaro ca ‘o liberale.
  • san Bernardino da Siena, sacerdote francescano;
    • santa Lidia;
    • sant’Aura, martire;
    • san Baudelio, martire;
    • san Talaleo, martire;
    • san Lucifero, vescovo di Cagliari;
    • sant’Ilario, vescovo di Tolosa;
    • sant’Austregisilo, vescovo di Bourges;
    • sant’Atanasio, vescovo di Brescia;
    • san Teodoro, vescovo di Pavia;
    • beato Guido della Gherardesca, eremita;
    • beata Colomba, vergine del terz’ordine domenicano;
    • san Protasio Chong Kuk-bo, martire;
    • sant’Arcangelo Tadini, sacerdote, fondatore delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth;
    • beato Luigi Talamoni, sacerdote, fondatore delle Suore Misericordine di San Gerardo.

Il 20 maggio del 1815 il trattato di Castellanza assegna il Regno di Napoli a Ferdinando di Borbone.

Il 20 maggio del 1924 Giovanni Amendola costituisce a Napoli l’Unione Meridionale Antifascista.

Il proverbio del giorno: se la pera è matura, cade da sola.

LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

Nulla è più raro della vera bontà; quelli che credono di averne, di solito hanno soltanto compiacenza o debolezza.

La mente si affeziona per pigrizia e per costanza a ciò che le riesce più facile o gradevole; questa abitudine pone sempre dei limiti alle nostre conoscenze, e mai nessuno si è accollata la fatica di estendere e condurre la sua mente fin dove sarebbe potuta arrivare.

Di solito si è più maldicenti per vanità che per malizia.

Locali storici e tipici napoletani

Carnevale

Corso Umberto I  290

Nel 1837 i Carnevale, cappellai da molte generazioni, avevano una bottega nei pressi di Porta Capuana.

Più tardi l’attività si trasferisce a via dei Tribunali e, nel 1928, nella sede attuale, dove si cominciano a vendere anche camicie e cravatte su misura.

Dal dopoguerra in poi, con l’avvento dell’abito confezionato e l’uscita di scena pressoché definitiva del cappello quale elemento integrante dell’abbigliamento, il negozio si specializza in accessori di moda maschile di taglio classico.

I depositi però conservano ancora quel che resta di una tradizione più che secolare: un folto campionario di cappelli di fogge diverse, pronti ad entrare in un museo della moda.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia del primo Calender, figlio di Re. – 2

Fedele al mio giuramento, non volli saperne di più. Offrii la mano alla dama e, grazie alle indicazioni fornitemi dal principe mio cugino, la condussi felicemente, al chiarore della luna, senza sperdermi. Appena arrivati alla tomba, vedemmo apparire il principe che ci seguiva portando una piccola brocca piena d’acqua, una marra e un sacchetto pieno di gesso.

La marra gli servì a demolire il sepolcro vuoto sito al centro della tomba; tolse le pietre l’una dopo l’altra e le sistemò in un angolo. Dopo averle tolte tutte, scavò la terra e vidi una botola situata sotto il sepolcro. Egli ne sollevò il coperchio e scorsi la sommità di una scala a chiocciola. Allora mio cugino, rivolgendosi alla dama, le disse:

“Signora, ecco da dove ci si reca nel luogo di cui vi ho parlato. – A queste parole, la dama si avvicinò e scese; il principe si accinse a seguirla, ma, volgendosi prima verso di me, mi disse: – Cugino mio, vi sono infinitamente grato della pena che vi siete dato, ve ne ringrazio, addio.

  • Caro cugino, esclamai, – che significa tutto ciò?
  • Accontentatevi di questo, – mi rispose; – potete riprendere la strada di dove siete venuto.”

Non riuscii a sapere altro dal principe mio cugino, e fui costretto a congedarmi da lui. Mentre tornavo al palazzo del re mio zio, i fumi del vino mi salivano alla testa. Tuttavia, riuscii ugualmente a raggiungere il mio appartamento e a coricarmi. Il giorno dopo, al mio risveglio, mentre riflettevo su quanto mi era capitato durante la notte, e dopo aver richiamato alla memoria tutte le circostanze di un’avventura così singolare, pensai che fosse stato un sogno. Convinto di ciò, mandai a chiedere se potevo vedere il principe mio cugino. Ma, quando vennero a dirmi che non aveva dormito a casa, che non sapevano che cosa gli fosse capitato e che erano molto in pena per lui, pensai che la strana avventura della tomba era anche troppo vera. Ne fui vivamente addolorato e, sottraendomi a tutti, mi recai di nascosto al cimitero pubblico, dove c’erano un’infinità di tombe simili a quella che avevo vista quella notte. Passai la giornata ad esaminarle l’una dopo l’altra; ma non riuscii a scoprire quella che cercavo, e per quattro giorni continuai a cercarla inutilmente.

Bisogna sapere che, in questo frattempo, il re mio zio era assente: era a caccia da parecchi giorni. Io mi annoiai ad aspettarlo e, dopo aver pregato i suoi ministri di presentargli le mie scuse al suo ritorno, partii dal suo palazzo per rientrare alla corte di mio padre, da cui non avevo l’abitudine di star lontano per tanto tempo. Lasciai i ministri del re mio zio molto ansiosi di sapere che fine avesse fatto il principe mio cugino. Ma, per non violare il mio giuramento di serbare il segreto, non osai toglierli dall’inquietudine e non volli comunicare loro niente di quanto sapevo.

Continua domani.

Le più belle canzoni napoletane

‘NA SERA ‘E MAGGIO

Giuseppe Cioffi  Gigi Pisano  1938
 
Quanno vien’a ‘appuntamento
guarde ‘o mare, guard’ ‘e ffronne,
si te parlo nun rispunne,
staje distratta comm’a che.
Io te tengo dint’ô core,
songo sempe ‘nnammurato
ma tu, invece, pienze a ‘n’ato
e te staje scurdanno ‘e me.
 
Quando arrivi a un appuntamento
guardi il mare, guardi le foglie,
se ti parlo non rispondi
stai distratta come a chissà cosa.
Io ti tengo nel cuore,
sono sempre innamorato,
ma tu, invece, pensi a un altro
e ti stai dimenticando di me.
 
Quanno se dice “Sì”
tiènelo a mente.
Nun s’ha dda fá murì
‘nu core amante.
Tu mme diciste “Sì” ‘na sera ‘e maggio
e mo tiene ‘o curaggio ‘e mme lassà?
 
Quando si dice: “Sì”
ricordatelo.
Non si deve far morire
un cuore amante.
Tu mi dicesti “Sì” una sera di maggio
ed ora hai il coraggio di lasciarmi?
 
‘St’uocchie tuoje nun so’ sincere
comm’a quanno mme ‘ncuntraste,
comm’a quanno mme diciste:
“Voglio bene sulo a te”.
E tremmanno mme giuraste,
cu ‘na mano ‘ncopp’ô core:
“Nun se scorda ‘o primmo ammore”.
Mo te staje scurdanno ‘e me.
 
Questi occhi tuoi non sono sinceri
come quando mi incontrasti,
come quando mi dicesti:
“Voglio bene solo a te”.
E tremando mi giurasti,
con una mano sul cuore:
“Non si dimentica il primo amore”.
Ora ti stai dimenticando di me.
 
Quanno se dice “Sì”
………………………
Quando si dice: “Sì”
………………………


Il brano fu lanciato da Vittorio Parisi al Teatro Bellini. Tra le altre interpretazioni, ricordiamo quelle di Sergio Parisi, Claudio Villa, Mario Abbate, Tito Schipa, Giuseppe Di Stefano, Pino Mauro, Orietta Berti, Marcella Bella, Gigi D’Alessio, Mario Trevi, Giacomo Rondinella, Peppino Di Capri, Iva Zanicchi, Roberto Murolo, Mina, Gabriella Ferri, Consilia Licciardi e Massimo Ranieri. La canzone ispirò anche l’omonimo film del 1955 diretto da Giorgio Pastina.

Curiosando qui e la

A proposito di eredità e se il “morto” ritorna?

La dichiarazione di morte presunta avviene dopo dieci anni che di una persona non si hanno più notizie (meno in caso di calamità, guerre o incidenti) e dà inizio alla successione. Ma se l’assente ritorna ha diritto a recuperare i propri beni nello stato in cui si trovano e a ottenere il prezzo di quelli eventualmente venduti dagli eredi.

L’angolo della Poesia

Marzo 1821 – 2

Con quel volto sfidato e dimesso,

con quel guardo atterrato ed incerto,

con che stassi un mendico sofferto

per mercede nel suolo stranier,

star doveva in sua terra il Lombardo;

l’altrui voglia era legge per lui;

il suo fato, un segreto d’altrui;

la sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio

torna Italia, e il suo suolo riprende;

o stranieri, strappate le tende

da una terra che madre non v’è.

Non vedete che tutta si scote,

dal Cenisio alla balza di Scilla?

Non sentite che infida vacilla

sotto il peso de’ barbari pié?

O stranieri! sui vostri stendardi

sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;

un giudizio da voi proferito

v’accompagna all’iniqua tenzon;

voi che a stormo gridaste in quei giorni;

Dio rigetta la forza straniera;

ogni gente sia libera, e pèra

della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste

preme i corpi de’ vostri oppressori,

se la faccia d’estranei signori

tanto amara vi parve in quei dì;

chi v’ha detto che sterile, eterno

sarìa il lutto dell’itale genti?

Chi v’ha detto che ai nostri lamenti

sarìa sordo quel Dio che v’udì?

Alessandro Manzoni – continua domani

Il Santo del Giorno

San Dunstano

Nome: San Dunstano

Titolo: Monaco e vescovo

Nascita: 910 circa, Baltonsborough,Somerset

Morte: 19 maggio 988, Canterbury, Inghilterra

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettore:dei fabbricanti di chiavidei gioiellieridegli orefici

Sono due gli aspetti salienti della vita di Dunstan: l’aver restaurato la vita monastica benedettina in Inghilterra (a Glastonbury e altrove), e l’essere stato il più importante arcivescovo di Canterbury, sia dal punto di vista politico che ecclesiale.

Ci sono giunte cinque Vitae medievali e un celebre libro di testo a lui appartenuto a Glastonbury con un autoritratto che lo raffigura ai piedi di Cristo.

Era nato a Baltonsborough (Somerset) da una nobile famiglia imparentata per via di matrimoni con i re del Wessex. Studiò a Glastonbury, allora indiscusso centro di chierici in volontario «esilio per Cristo». Benché fosse protetto dallo zio Atelmo, arcivescovo di Canterbury, fu espulso dalla corte di re Atelstano venendo accusato di praticare la magia e di studiare poemi e favole di autori pagani (un indiretto tributo alla sua cultura). È probabile che a corte abbia sentito parlare della rinascita monastica benedettina in Burgundia e Lorena dai messi stranieri che venivano per combinare matrimoni. Trascorse alcuni anni d’incertezza sul suo futuro, pensando al matrimonio, ma poi si risolse per la vita religiosa e fu ordinato prete dal vescovo di Winchester; forse fece voti monastici in forma privata, poiché a quel tempo non c’erano monasteri maschili benedettini attivi in Inghilterra.

Tornò a Glastonbury vivendo da eremita e perfezionando le sue capacità di musico, lavoratore dei metalli e ricamatore. Nel 939 Edmondo divenne re del Wessex e Dunstan ritrovò il favore reale. Dopo essere sopravvissuto a un incidente di caccia accaduto nei pressi di Cheddar, il re nominò nel 940 Dunstan abate di Glastonbury.

Da allora (e per seicento anni) fiorì ininterrottamente la vita monastica: Dunstan attrasse discepoli, introdusse la Regula Benedicti e aggi unse nuovi edifici a questa antica abbazia.

Durante un periodo in cui i re del Wessex erano giovani e regnavano per breve tempo Dunstan conobbe alterne fortune. Durante il regno di Edred (946-955) al monastero di Glastonbury fu affidata parte del tesoro reale e Dunstan fu ricompensato con un legato di duecento sterline per i popoli del Somerset e del Devon. Sotto Edwig fu esiliato a Gand, forse perché aveva rimproverato il re per il suo comportamento pessimo durante la festa dell’incoronazione. Mentre era in esilio venne a contatto con i monasteri riformati e di stretta osservanza. Re Edgardo, una volta eletto, lo richiamò subito in patria e nel 957 Dunstan divenne vescovo di Worcester. Trasferito a Londra due anni dopo, nel 960 fu nominato arcivescovo di Canterbury. Questo evento segnò l’inizio di una fruttuosa collaborazione, sia per gli affari ecclesiastici che per quelli civili, tra un arcivescovo già maturo e un re di soli sedici anni. Nel frattempo S. Etelwold, amico e collaboratore di Dunstan, aveva rifondato l’abbazia di Abingdon ed era divenuto vescovo di Winchester (allora capitale del Wessex) nel 963. S. Osvaldo di Worcester (28 feb.) ridiede vita a Westbury-on-Trym divenendo anch’egli vescovo. Prima e dopo la sua consacrazione episcopale rivitalizzò Malmesbury, Bath, Athelncy, Muchelney e Westminster.

Una caratteristica preminente di questo monachesimo era la stretta dipendenza dalla famiglia reale, da cui riceveva garanzie di protezione e sostegno soprattutto contro il potere dei signori locali. Nei monasteri, alle preghiere consuete ne furono aggiunte alcune speciali per la famiglia reale; si registrò il fiorire della produzione libraria, di miniature e prodotti tipici delle arti monastiche. Le frequenti nomine di vescovi provenienti da monasteri erano dovute alle loro riconosciute qualità morali e intellettuali.

L’influenza di Dunstan si diffuse ben oltre i circoli monastici e di corte: egli fu infatti un vescovo pieno di zelo per la sua diocesi, insistette sull’osservanza delle leggi matrimoniali, sul digiuno e sull’astinenza. Spesso si ricorse a lui come giudice e fu lui a ispirare alcune leggi emanate da re Edgardo, tra cui il pagamento delle decime, l’obolo di S. Pietro e altre tasse ecclesiastiche, l’obbligo per i preti di esercitare qualche lavoro manuale. Egli stesso lavorò nella costruzione o riparazione di chiese, predicò e insegnò con assiduità, amministrò la giustizia. L’apice del suo ministero era stato l’incoronazione di Edgardo nell’abbazia di Bath nel 973, una consacrazione “imperiale”, in gran parte ideata da Dunstan, che resta ancora lo schema base della cerimonia d’incoronazione dei re e delle regine inglesi.

Questa incoronazione era stata a lungo differita, forse per la condotta scandalosa di Edgardo (v. Vulfilde, 9 set.), e fu accompagnata da un incontro a Chester tra il re e tutti i signori locali della Britannia: fatto salire il sovrano su una barca ormeggiata sul fiume Dee, si posero essi stessi ai remi. Il re morì solo due anni più tardi. Un periodo di disordini politici aveva poi fatto seguito all’assassinio di S. Edoardo il Martire (18 mar.), successore di Edgardo, nel 978, all’età di sedici anni, e la salita al trono del giovanissimo Etelredo, più tardi soprannominato l’Indeciso. Nel 980 Dunstan presiedette alla traslazione delle reliquie di Edoardo a Shaftesbury (il monastero femminile fondato da re Alfredo), ma gli ultimi anni della sua vita furono rattristati dalla difficile situazione politica. Continuò a vivere a Canterbury fino alla morte avvenuta nel 988; nella sua casa vivevano alcuni monaci che trasformarono Canterbury quasi in una cattedrale monastica. I suoi biografi gli attribuirono visioni, profezie e miracoli; questi ultimi, come anche i suoi evidenti successi, contribuirono alla diffusione immediata del culto. Già nel 999 fu chiamato «il capo di tutti i santi che riposano a Christchurch». La sua festa è ricordata in molti calendari risalenti a prima del 1066.

A Canterbury, sotto Lanfranco, ci fu una breve interruzione del suo culto ma, come quello degli altri santi anglosassoni, esso si rafforzò sempre più fino a diventare nazionale. Durante l’episcopato di S. Anselmo (21 apr.) si celebrava la festa di Dunstan con l’ufficio dell’ottava e, nella cattedrale di Canterbury, gli altari di Dunstan ed Elfego (19 apr.) erano a fianco dell’altare maggiore. Canterbury giustamente rivendicava la custodia del suo corpo, un onore disputato con Glastonbury. Solo nel 1508 si procedette all’apertura della tomba di Canterbury e alla ricognizione delle reliquie.

Dunstan non ha lasciato alcuna opera scritta che gli si possa attribuire con certezza ma ha contribuito alla stesura della Vita di Abbo di S. Edmondo (20 nov.) fornendo materiale proveniente dall’alfiere reale. Orafi, gioiellieri e fabbricanti di chiavi ricorrono al suo speciale patrocinio; a Canterbury, il 21 ottobre, si commemora anche la sua ordinazione presbiterale.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Canterbury in Inghilterra, san Dunstano, vescovo, che, dapprima abate di Glastonbury, rinnovò e propagò la vita monastica e nella sede episcopale di Worcester, poi di Londra e, infine, di Canterbury si adoperò per promuovere la concordia dei monaci e delle monache prescritta dalla regola.

Il Santo del Giorno

Sant’ Urbano I

Nome: Sant’ Urbano I

Titolo: Papa

Nascita: II secolo, Sconosciuto

Morte: 230 circa, Roma

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:PreganziolAltavilla VicentinaTorbole CasagliaBucchianicoApiroMatrice

Ci sono molti racconti leggendari che riguardano Urbano. Di certo egli fu romano di nascita e papa per otto anni. Il suo pontificato trascorse durante l’impero di Alessandro Severo, un periodo senza persecuzioni. La sede romana era però divisa dallo scisma di Ippolito, sebbene non abbiamo notizie delle relazioni intercorse tra i due. Fu sepolto nel cimitero di Callisto, dove è stata trovata una pietra sepolcrale con il suo nome scritto in lettere maiuscole. Non è martire e neppure da mettere in rapporto con S. Cecilia (22 nov.) e i suoi compagni: due di coloro che si pensava fossero stati battezzati da lui, morirono oltre sessant’anni dopo di lui. La sua esistenza storica è certa: è citato da Eusebio e nel Liber Pontificalis; l’autore degli Acta di S. Cecilia utilizzava senza dubbio il suo nome per darle maggior risalto. Il nuovo Martirologio Romano afferma che governò la sede romana per otto anni e indica una collocazione corretta della sua tomba, a differenza del testo precedente.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Roma nel cimitero di Callisto sulla via Appia, sant’Urbano I, papa, che, dopo il martirio di san Callisto, resse per otto anni fedelmente la Chiesa di Roma.

PROVERBIO. Per Sant’Urbano, il frumento è fatto grano

Il Santo del Giorno

Sant’ Ivo di Bretagna

Nome: Sant’ Ivo di Bretagna

Titolo: Sacerdote in Bretagna

Nascita: 17 ottobre 1235, Minihy-Tréguier, Francia

Morte: 19 maggio 1303, Minihy-Tréguier, Francia

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettore:degli avvocatidei cancellieri di tribunaledei giudicidei magistratidei notaidegli orfanidei portieri e uscieridei poveridei procuratoridei professori di dirittodegli ufficiali giudiziari

Ivo, chiamato anche Ivo Hélory e Ivo di Kermartin, era un avvocato divenuto prete e parroco a metà della sua vita. Dopo la sua morte e canonizzazione fu invocato come patrono degli avvocati e dei giudici.

Era nato a Kermartin, nei pressi di Tréguier in Bretagna, dove il padre era proprietario terriero.

Studiò diritto canonico e teologia a Parigi per dieci anni e diritto civile per altri tre anni a Orléans; al suo ritorno in Bretagna nel 1262 fu nominato “ufficiale”, o giudice, del tribunale ecclesiastico della diocesi di Rennès, ma ben presto il vescovo di Tréguier lo richiese per lo stesso incarico.

Si guadagnò la reputazione di totale imparzialità e incorruttibilità, prendendosi cura speciale dei poveri citati in giudizio. Spesso tentava di persuadere i litiganti a trovare un accordo prima di ricorrere al tribunale, onde evitare processi costosi e inutili.

Tutto ciò diede vita a un motto in latino: «S. Ivo era un bretone, un avvocato e non un ladro, cosa mirabile agli occhi del popolo».

Fonti contemporanee ci parlano del suo dono per la riconciliazione, della sua propensione a patrocinare la cause dei poveri in altri tribunali e a visitarli in carcere.

Nel 1284 fu ordinato prete e gli fu affidata la parrocchia di Tredez e tre anni dopo, date le dimissioni da magistrato, s’impegnò totalmente nella parrocchia.

Dopo pochi anni fu promosso in quella di Louannec, dove costruì un ospedale, si prese cura dei poveri e si occupò personalmente dei vagabondi.

Ancor maggior peso ebbe il suo impegno per le necessità spirituali del suo gregge.

Era in grado di predicare in tre lingue (latino, francese e bretone) ed ebbe grande reputazione come arbitro imparziale in ogni tipo di dispute.

Fin dai tempi in cui era studente aveva condotto una vita austera, con digiuni e preghiere, penitenze per le quali andava famoso; in seguito sarebbe giunto al punto di dare ai poveri il raccolto di grano che gli spettava.

Durante la Quaresima del 1303 cadde malato e morì alla vigilia della festa dell’Ascensione dopo aver celebrato Messa predicando con grande fatica. Fu canonizzato nel 1347.


MARTIROLOGIO ROMANO. In un castello vicino a Tréguier nella Bretagna in Francia, sant’Ivo, sacerdote, che osservò la giustizia senza distinzione di persone, favorì la concordia, difese le cause degli orfani, delle vedove e dei poveri per amore di Cristo e accolse in casa sua i bisognosi.

Scuola di Cucina

Casatiello Napoletano

Il casatiello è una tipica torta salata pasquale. La regione d’origine è la Campania ed ha una difficoltà media di esecuzione. Per la preparazione occorrono circa 40 minuti, due ore e mezza di riposo dell’impasto e un’ora per la cottura. Un bicchiere di Solopaca bianco accompagnerà la degustazione del casatiello.

Ingredienti: farina tipo 0 500gr, sugna (strutto) 150gr, lievito di birra 15 gr, olio extravergine d’oliva 1 cucchiaio, parmigiano grattugiato 50gr, pecorino grattugiato 50gr, salame napoletano 200gr in un pezzo, provolone piccante 200gr in un pezzo, uova sode 4, sale e pepe nero.

Disponete la farina a fontana, mettete al centro 45gr di sugna, il lievito sciolto in poca acqua tiepida, l’olio e un pizzico di sale e pepe. Impastate per alcuni minuti, formate una palla e fatela lievitare per 2 ore.

Stendete la pasta, ricavandone un rettangolo di 1 cm di spessore. Spalmatelo con altri 45 gr. di sugna, il parmigiano grattugiato e metà del pecorino grattugiato. Impastate ancora.

Stendete di nuovo la pasta a rettangolo di 1 cm di spessore, spalmatelo con altri 45 gr di sugna, metteteci sopra il provolone ed il salame napoletano tagliato a cubetti piccoli, e il restante pecorino grattugiato.

Arrotolate la pasta facendone un cilindro, tenendone da parte un pezzetto.

Ungete con la sugna rimasta uno stampo ad anello e sistematevi il cilindro di pasta, saldandolo alle estremità per dargli la formula di una ciambella. Prendete le uova sode è infilatele nell’anello di pasta ad intervalli regolari, con la punta rivolta verso il basso.

Ricavate dal pezzo di pasta rimasto alcune liste con cui fissare le uova alla ciambella, formando due archi incrociati. Lasciate lievitare per 30 minuti, quindi cuocete il casatiello nel forno già caldo a 170°C per circa 1 ora. Sfornatelo e lasciatelo intiepidire.

Atlante dei Parchi Faunistici, Zoo Safari e Acquari in Italia

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 3

Definito scientificamente come uno stratovulcano a recinto, il complesso Somma-Vesuvio è collegato a grande profondità agli altri due apparati vulcanici dei dintorni di Napoli, e cioè ai Campi Flegrei e all’Epomeo di Ischia. Il massiccio poggia sull’ignimbrite campana, uno strato roccioso creato dalle antichissime eruzioni dei Campi Flegrei. I magmi depositati dalle eruzioni di epoca storica, ben riconoscibili nel territorio vesuviano, sono costituiti da lave basiche, ceneri, pomici e bombe.

Nel corso degli ultimi duemila anni, le lave del Vesuvio hanno nuovamente cambiato struttura, diventando via via più ricche di leuciti. Nella parte alta della caldera del Somma, sono di grande interesse i “dicchi” vulcanici e i filoni di lava infiltrati tra le pomici e le ceneri, e progressivamente messi a nudo dall’erosione.

A grande profondità, il condotto eruttivo del Somma-Vesuvio attraversa una formazione calcarea secondaria. Lo dimostrano i numerosi blocchi di calcare, alcuni dei quali fossiliferi, che sono stati eruttati durante i violenti parossismi del passato.

Completano il quadro delle rocce osservabili sulle pendici del Vesuvio i 230 minerali che hanno fornito per secoli ai visitatori del vulcano i più classici souvenir della visita alla montagna di fuoco, e che comprendono prodotti fumarolici, pneumatolitici e metamorfici. Gli appassionati di geologia possono ammirare i minerali del Vesuvio nelle collezioni dell’Osservatorio Vesuviano e del Museo Mineralogico di Napoli. Molti visitatori, invece, li osservano solo esposti accanto a cartoline e statuette, nelle bancarelle sul posteggio ai piedi del cratere.

Tra i 230 minerali vesuviani il più diffuso è l’augite, i cui cristalli si incontrano frequentemente sul Gran Cono. Facili da osservare sono anche i cristalli della cotunnite, della olivite, della halite, della leucite e del salgemma, le tavolette nere della tenorite e quelle rosse di eritrosiderite. Tradizionalmente oggetto di raccolta e commercio indiscriminati, i minerali del Vesuvio sono tutelati da una specifica legislazione a partire dal 5 giugno 1995, data dell’istituzione del Parco. Al quarto comma dell’articolo 3, la legge vieta infatti il prelievo di minerali di rilevante interesse geologico dai pendii del vulcano.

Il tetro paesaggio minerale è però ingentilito da una vegetazione rigogliosa. Come tutti i vulcani del mondo, infatti, il Vesuvio – lo Sterminator Vesevo di Giacomo Leopardi – ha un suolo straordinariamente fertile dove crescono ben 906 specie di piante.

Sui pendii vulcanici del Gran Cono del Vesuvio, la prima pianta a insediarsi sui suoli lavici raffreddati è lo Stereocaulon vesuvianum, un lichene grigio-argenteo che si può facilmente osservare sulle lave attraversate dalla strada che sale da Ercolano al cratere. Sul suolo roccioso, dopo qualche decennio cominciano a comparire piccole piante erbacee come il senecio glauco, la bambagia, la romice capo di bue o la lanutella comune. Accanto alle fumarole del cratere compare anche una rara felce, Pteris vittata, che predilige climi caldi e umidi. Più in basso del Gran Cono, invece, il paesaggio vegetale del Vesuvio è caratterizzato da specie impiantate dall’uomo. Solo all’inizio del Novecento, ad esempio, è stata introdotta sul vulcano la ginestra dell’Etna, un alberello più alto rispetto ai cespugli della ginestra dei carbonai e della ginestra odorosa che pure sono presenti sul Vesuvio. In alcune zone la ginestra dell’Etna forma delle boscaglie quasi impenetrabili. In associazione con le ginestre crescono l’elicriso e la valeriana rossa. Tra 800 e 1000 metri compaiono anche le piante d’alto fusto, tra le quali spicca la betulla, che cresce in stazioni isolate nell’Atrio del Cavallo, nella Valle del Gigante e sulla cresta sommitale del Monte Somma.

Sul versante settentrionale del Somma, che è l’ambiente più fresco del Parco, si distendono invece boschi di roverella, ontano napoletano, acero e carpino bianco, che si alternano al castagno e al nocciolo impiantati dall’uomo. Molto diffusa è anche la robinia, un essenza di origine nordamericana che ha formato in più zone una fittissima boscaglia.

Sul versante meridionale del Vesuvio, l’originale vegetazione mediterranea è stata in buona parte sostituita dal pino domestico, impiantato a partire dal 1912 sulle lave del 1822, del 1858 e del 1872, e poi anche su quelle del 1944 che hanno attraversato in più punti la giovane foresta. Proseguita fino ai primi anni novanta dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, l’opera di impianto di pini sulle lave è cessata con l’istituzione del Parco.

Già da qualche anno, però era iniziato nei 600 ettari della Riserva Tirone-Alto Vesuvio lo sfoltimento della pineta per lasciare spazio alle essenze mediterranee e in particolare al leccio che continua a diffondersi all’interno dell’area protetta. A favorire la ripresa di questa specie, dotata di una capacità di rigenerazione notevole, sono stati anche gli incendi che hanno devastato la riserva negli anni Novanta e che purtroppo continuano tutt’ora.

Tra lecci e pini, il rigoglioso sottobosco della foresta vesuviana include il biancospino, la fusaggine e la salsapariglia. Nella vegetazione mediterranea del vulcano compaiono anche il lentisco, il mirto, l’alloro, la fillirea, l’origano e il rosmarino. Tra la primavera e l’estate, fioriscono moltissime orchidee selvatiche. Continua.

Salute e Benessere

Grano o frumento tenero – Triticum spp.
Atlante delle coltivazioni erbacee – Cereali

Classe: Monocotyledones
Ordine: Glumiflorae
Famiglia: Graminaceae (Gramineae o Poaceae)
Tribù: Hordeae
Specie: Triticum spp.

Francese: blè; Inglese: wheat; Spagnolo: trigo; Tedesco: Weizen.

Origine e diffusione

Il frumento sarà preso come prototipo nella trattazione dell’intero gruppo dei cereali microtermi: essi, infatti, sono simili e tra essi il frumento, soprattutto quello tenero rappresenta la specie di gran lunga più importante. Attualmente il frumento è il cereale più coltivato nel mondo: gli sono destinati oltre 224 milioni di ettari. Con il nome di frumento si intendono svariate specie di graminacee appartenenti al genere Triticum che furono tra le prime piante ad essere coltivate nell’era Neolitica. Nell’area geografica della mezzaluna fertile (vicino e Medio Oriente). Da questa regione i frumenti si sono evoluti e diffusi in tutti i paesi a clima temperato, del continente eurasiatico e africano e negli ultimi cinque secoli nei continenti di nuova scoperta (Americhe, Australia).
Le numerose specie di questo genere si sono evolute attraverso complessi meccanismi di ibridazione naturale che hanno portato ad assetti cromosomici molto diversi:
– Frumenti diploidi (2n = 14; genomi AA): Triticum monococcum (Piccolo farro);
– Frumenti tetraploidi (2n = 28; genomi AABB): T. dicoccum (Farro), T. durum (Frumento duro) e T. turgidum (Frumento turgido);
– Frumenti esaploidi (2n = 42; genomi AABBDD): T. spelta (Gran farro), T. aestivum L. (Frumento tenero).
Il Triticum monococcum, il T. dicoccum e il T. spelta sono chiamati grani vestiti perché il rachide si disarticola facilmente cosicché con la trebbiatura la granella resta vestita, essendo costituita da intere spighette, e per essere utilizzata richiede di essere sottoposta all’operazione detta “pilatura”, con la quale le cariossidi vengono separate dalla pula.
Gli altri frumenti sono detti “grani nudi” perché i loro granelli si liberano con grande facilità, non essendo il rachide disarticolabile.

A Triticum durum – B Triticum aestivum var. Spada – C Triticum aestivum var. Brasilia (www.ense.it)

Una tipica cariosside di frumento tenero si distingue da una tipica cariosside di frumento duro per l’aspetto opaco e la frattura non vitrescente, le minori dimensioni, la forma più arrotondata, l’embrione introflesso, la presenza di villosità all’estremità opposta a quella dell’embrione. Tuttavia il riconoscimento di cariossidi di frumento tenero in campioni di frumento duro presenta notevoli difficoltà e richiede grande esperienza, in particolare nel caso di alcune varietà di frumento tenero (es. Spada) i cui granelli hanno caratteristiche morfologiche più simili a quelle dei grani duri rispetto ad altre. (da www.ense.it)

Continua domani

Il Santo del Giorno

San Crispino da Viterbo

Nome: San Crispino da Viterbo

Titolo: Religioso Cappuccino

Nascita: 13 novembre 1668, Viterbo

Morte: 19 maggio 1750, Roma

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Crispino da Viterbo, il cui vero nome era Pietro Fioretti nacque a Viterbo nel 1668 da una famiglia molto povera. Il padre morì quando egli era ancor molto giovane, per cui dovette molto presto entrare nella bottega dello zio Francesco, ciabattino.

Grazie all’interessamento di un padre carmelitano, poté comunque frequentare le scuole pubbliche gestite dai gesuiti. All’età di venticinque anni entrò nell’Ordine dei Cappuccini con il nome di fra’ Crispino, patrono dei calzolai.

Pronunciati i voti nel 1694 entrò nel convento della Tolfa come cuoco. Qui commise il suo primo miracolo: le guarigione improvvisa di una donna colpita da una forma contagiosa d’influenza che aveva già portato alla tomba numerosi tolfetani.

Presto la sua fama di taumaturgo si diffuse e per prudenza nel 1697 le autorità francescane ordinarono il suo trasferimento a Roma. Ammalatosi qui probabilmente di tisi, fu trasferito nel più salubre ambiente dei Castelli romani e quindi ad Albano. Qui ricevette più volte la visita di papa Clemente XI, durante i suoi soggiorni a Castel Gandolfo.

Ma non tardò a trasferirsi nuovamente e fu mandato a Monterotondo dove vi rimase per alcuni anni, trasferendosi poi nel 1709 ad Orvieto. Qui si dedicò alla questua quotidiana ed alle opere di assistenza agli ammalati di un ospizio a pochi chilometri da Orvieto, ove fu protagonista nuovamente di numerose guarigioni miracolose. Ebbe anche l’occasione di prendersi cura di neonati abbandonati presso la porta del convento. Colpito da podagra e chiragra, nonostante si nutrisse con eccezionale parsimonia, trascorse gli ultimi due anni di vita praticamente a letto, che lasciava solo per andare a visitare altri gravi infermi ricoverati all’ospizio o nelle proprie case.

Morì di polmonite e fu sepolto in una cappella della chiesa del convento. Fu proclamato beato il 7 settembre 1806 da papa Pio VII e santo da papa Giovanni Paolo II il 20 giugno 1982.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Roma, san Crispino da Viterbo, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che, mentre viaggiava tra i villaggi montani per mendicare l’elemosina, insegnava ai contadini i rudimenti della fede.

La ricetta del giorno

Risotto con i gamberi

Ingredienti: riso 400gr, gamberi 1 kg, brodo di pesce o vegetale 1lt, vino bianco, 1 limone, 1 cipolla bianca, erba cipollina, burro, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: pulire i gamberi lavarli e metterli a marinare nel succo di limone insieme a qualche buccia tagliata a julienne.

Affettare a velo la cipolla e appassirla in una casseruola con poco burro e olio, tostarvi il riso per 2-3 minuti, sfumare con il vino e portarlo a cottura aggiungendo poco alla volta il brodo bollente.

Poco prima che il risotto sia giunto a cottura, in una padella con poco olio saltare velocemente a fuoco vivace e gamberetti e aromatizzarli con l’erba cipollina spezzettata.

Versare il risotto nel piatto di portata, guarnirlo in superficie con i gamberetti caldi e il loro sugo e completare con una generosa macinata di pepe al mulinello.

Buon appetito

Il Santo del Giorno

San Celestino V

Nome: San Celestino V

Titolo: Eremita e Papa

Nascita: 1221, Isernia

Morte: 19 maggio 1296, Frosinone

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:IserniaSant’Angelo Limosano

Pietro da Morrone nacque ad Isernia in Molise l’anno 1221 da virtuosi e caritatevoli genitori. Benché orfano di padre fu messo dalla pia genitrice, aggravata dalle cure di ben 12 figli, a studiare. Ma più che allo studio il Santo si diede alla meditazione delle verità eterne e risolvette di assecondare il forte suo desiderio per la vita eremitica. Difatti a vent’anni, nel fior dell’età, si ritirò in una rocca, ove scavò una piccola celletta in cui poteva appena stare in piedi.

Tre anni dopo fu scoperto ed obbligato a recarsi a Roma per ricevere gli ordini sacri.

Nel 1246 andò negli Abruzzi, ove passò cinque anni in una caverna di Monte Morone presso Sulmona tormentato da notturni fantasmi; non potendo aver pace, risolvette di consultarsi con il Papa.

Cammin facendo ebbe una visione che lo tranquillizzò: gli comparve un santo abate, morto da poco, che lo incoraggiò e lo avvertì di ritornare alla solitudine, che sarebbe stato liberato da quelle infestazioni, come infatti avvenne.

Essendo stato abbattuto il bosco ov’egli dimorava, si ritirò sul Monte Magello con altri due religiosi ai quali più tardi se ne aggiunsero altri. Ricercato, dovette ritornare a Monte Morone ove fondò un monastero. Nel 1274 da Gregorio X veniva approvata la sua Congregazione detta dei « Celestini » ed i suoi conventi arrivarono a 36.

Alla morte del Papa Nicolò IV avvenuta nel 1272 fu eletto Papa due anni dopo. Questa elezione fu applaudita da tutti, ma il Santo ne fu molto dolente ed inutili furono le sue proteste di essere indegno e incapace di tal dignità. Fuggi con un suo religioso di nome Roberto, ma invano. Allora tornò gemendo a Morone ov’era atteso dai re di Napoli, di Ungheria e da gran numero di cardinali e principi: tutti lo accompagnarono alla cattedrale di Aquila e qui fu consacrato col nome di Celestino V.

Ma ben presto abdicò riprendendo il suo abito e nome religioso. La serenità e la gioia che gli brillò in volto quando fu accettata la sua abdicazione, provò, meglio delle sue parole, che l’umiltà sola gli aveva ispirato la risoluzione presa.

Disse Dante nel sessantesimo verso del III canto dell’Inferno Che fece per viltade il gran rifiuto.

La sua abdicazione al Pontificato fu per tanti occasione delle più strane e sciocche ipotesi, nonchè di affermare l’invalidità della elezione al Pontificato di Bonifacio VIII, quasi che egli l’avesse costretto a tale atto. In tale pericoloso frangente, il nuovo Pontefice, per evitare uno scompiglio e uno scisma nella Chiesa, vedendo che da tutte le parti si facevano visite al Santo nella grotta di Morone, pregò il re di Napoli di mandarglielo a Roma. Ma Pier Celestino, saputolo, si diede alla fuga imbarcandosi sul mare Adriatico; però un vento contrario gli impedì di proseguire il viaggio e lo costrinse ad approdare a Vieste nelle Puglie: di qui fu condotto al Papa che allora si trovava ad Anagni. Nel tempo che fu nel palazzo del Pontefice, g. Celestino trattò spesso con lui e ottenne che fosse riconosciuta la sua abdicazione, indi si ritirò nella vicina Frosinone, come volle Bonifacio VIII. Qui passò il restante di sua vita cantando lodi a Dio con due monaci che gli tenevano compagnia. Il giorno di Pentecoste del 1296, dopo aver sentita la Messa con gran fervore, disse che sarebbe morto prima del termine della settimana. E così avvenne: colto da febbri passò al Signore il 19 maggio.

PRATICA. Ci sia questo Santo esempio e modello di umiltà e di disprezzo delle cose terrene.

PREGHIERA. O Dio, che innalzasti il beato Pier Celestino alla sublime dignità di Sommo Pontefice, concedi propizio che meritiamo di disprezzare, a suo esempio, tutte le cose del mondo per raggiungere felicemente il premio promesso agli umili.

MARTIROLOGIO ROMANO. Il natale di san Piétro di Morène Confessore, il quale, da Anacoreta fu eletto Sommo Pontefice, e si chiamò Celestino quinto. Ma poi rinunciò al Papato, e conducendo vita religiosa nella solitudine, illustre per virtù e per miracoli, passò al Signore.

Monumenti di Napoli

La Napoli angioina – 12

Il Saggio Roberto e l’intrigante Giovanna I – 1

Dopo Carlo II, morto nel 1309, fu sovrano, per trentaquattro anni, il figlio Roberto: ad eccezione del “Ghibellino” Dante, le fonti hanno trasmesso l’immagine di un sovrano saggio, di eccezionale cultura in tutti i rami dello scibile, prudente e coraggioso, apprezzato tanto dal Boccaccio, quanto dal Petrarca.

Ormai privo della Sicilia, il nuovo sovrano, con grande abilità politica, seppe rafforzare la sua posizione in Ungheria, nei paesi Balcanici e nei comuni dell’Italia centro-settentrionale, arginando di fatto le ambizioni dell’imperatore Arrigo VII. Nel 1317 stipulò una pace con Pisa; qualche mese dopo riuscì a conquistare Genova, il cui porto era di strategica importanza per il Tirreno settentrionale, nel 1325 al figlio di Roberto, Carlo duca di Calabria, fu offerta la signoria della città di Firenze, per arginare il partito imperiale nella città. Nello stesso tempo Roberto rafforzò la propria presenza nelle dipendenze orientali, in particolare in Albania, in Grecia e a Gerusalemme, della quale i sovrani angioini potevano fregiarsi da tempo del titolo di re.

Continua domani.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: insisti, il successo arriverà;

Toro: ritroverai armonia ed equilibrio;

Gemelli: qualcuno che ritenevi lontano riapparirà;

Cancro: migliora i rapporti con chi ti è vicino;

Leone: le tue idee saranno finalmente rivalutate;

Vergine: qualche soddisfazione a fine giornata;

Bilancia: troppe preoccupazioni ti offuscano il cervello;

Scorpione: incontrerai persone interessanti;

Sagittario: non sei sicura del tuo rapporto sentimentale;

Capricorno: ti senti agitato;

Acquario: rimedia agli errori così ti sentirai meglio;

Pesci: ci vuole pazienza, arrabbiarsi non risolve nulla.

Buon Giovedì 19 Maggio 2022

19 maggio, giornata mondiale del whisky

Il Sole sorge alle 5:36 e tramonta alle 20:18

La luna cala alle 4:41 e si eleva alle 20:11

San Pietro di Morrone papa

Santo Patrono di Isernia

San Celestino V papa

Sant’Ivo Hélory sacerdote e martire

Questo Santo, cui è attribuita la frase “advocatus et non latro, res miranda populo”, è il Protettore dei cancellieri, dei magistrati, degli avvocati e dei professori di diritto.

  • Cu’ fèmmene, cu’ jùdece e cu’ sbirre nun te fidà màje!
  • Dicètte Pullecenèlla: Jamme a Sessa can un c’è legge!
  • ‘E ssette “P” periculose: pariènte, paisàne, prievete, pezziènte, puttane, pennarùle e pagliètte.
  • L’avvucato ha dda essere ‘mbruglione.
  • L’avvucato spoglia ‘e vive e ‘o schiattamuòrto ‘e muòrte.
  • L’avvucato spoglia ‘e vive e ‘o mièreco ll’attèrra.
  • sant’Urbano I, papa;
    • santi Parteno e Calogero, martiri;
    • sant’Adolfo, vescovo di Cambrai;
    • san Dunstano, abate a Glastonbury e poi vescovo di Worcester, di Londra e infine di Canterbury;
    • santa Umiliana, del Terz’ordine francescano;
    • san Pietro Celestino, papa;
    • sant’Ivo, prete;
    • beato Agostino Novello, sacerdote agostiniano;
    • beato Giovanni da San Domenico Martinez, sacerdote domenicano;
    • beato Pietro Wright, sacerdote e martire;
    • san Teofilo da Corte, sacerdote francescano;
    • san Crispino da Viterbo, religioso cappuccino;
    • beato Giacomo Luigi da Besançon Loir, sacerdote cappuccino e martire;
    • beata Maria Bernarda Bütler, vergine, fondatrice delle Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice;
    • beato Giuseppe Czempiel, sacerdote e martire.

Il 19 maggio del 1411 Luigi II d’Angiò invade il Regno di Napoli.

Il 19 maggio del 1861 si tengono a Napoli le prime elezioni amministrative.

Il proverbio del giorno: quando la gatta non arriva al lardo dice che puzza.

LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

La fantasia non saprebbe inventare tante diverse contraddizioni quante cene sono naturalmente nel cuore di ogni uomo.

Solo le persone che hanno fermezza possono avere una vera dolcezza; quelle che sembrano dolci non hanno di solito che debolezza, la quale facilmente si trasforma in asprezza.

La timidezza è un difetto che è rischioso rimproverare alle persone che vogliamo correggere.

Locali storici e tipici napoletani

Un sorriso integrale

Vico San Pietro a Majella 6

Nel cortile di un palazzo a pochi passi dal Conservatorio di musica, l’associazione Arcobaleno Fiammeggiante ha dato vita a un insolito spazio, insieme mensa e spaccio di prodotti e cibi naturali.

Carni, uova, pesce e alcolici sono naturalmente banditi dal menu. Si prende posto al grande tavolo comune, dopo aver ritirato il piatto scelto allo sportello collegato alla cucina.

Le ricette sono a base di soia, mais, miso, alghe e cereali; nei dolci, frutta secca, malto e miele sostituiscono latte, zucchero e cacao.

Da bere, sidro, tè o, al massimo una birra analcolica. Per un pasto completo si spendono circa 25 euro.

Orario: 13-15 (sabato anche 21-24). Lo spaccio è aperto dalle 9,30 alle 19,00 (il sabato fino alle 24:00) domenica chiuso.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia del primo Calender, figlio di Re.

Signora, pr farvi sapere perché ho perduto l’occhio destro e la ragione che mi ha spinto a prendere l’abito di calender, vi dirò che son nato figlio di re. Il re mio padre aveva un fratello, che regnava come lui in uno Stato vicino e aveva due figli: un principe e una principessa. Io avevo press’a poco la stessa età del principe mio cugino.

Quand’ebbi finito tutti i miei esercizi, e quando il re mio padre mi ebbe concesso una libertà conveniente, andavo regolarmente ogni anno a trovare il re mio zio, e restavo alla sua corte uno o due mesi, trascorso i quali tornavo dal re mio padre. Questi viaggi mi diedero l’occasione di stringere un’amicizia molto forte e molto particolare col principe mio cugino. L’ultima volta in cui lo vidi, mi ricevette con le più grandi manifestazioni di tenerezza che avesse mai avuto verso di me, e un giorno volendo offrirmi un banchetto, fece a questo scopo preparativi straordinari. Restammo a lungo a tavola e, dopo aver ben cenato entrambi, mi disse:

<<Cugino mio, non indovinerete mai di che cosa mi sono occupato dal tempo del vostro ultimo viaggio. E’ trascorso un anno da quando, dopo la vostra partenza, misi al lavoro un gran numero di operai per un progetto che ho in mente. Ho fatto costruire un edificio ora terminato e dove si può alloggiare; non vi dispiacerà vederlo, ma dovete prima giurare di mantenere il segreto e la fedeltà: sono due cose che pretendo da voi.>>

L’amicizia e la familiarità che ci legavano non mi permetteva di rifiutargli nulla; perciò feci senza esitare il giuramento che desiderava. Allora egli mi disse:

<<Aspettatemi qui, torno fra un momento.>>

Infatti riapparve ben presto in compagnia di una dama di singolare bellezza e magnificamente vestita. Mio cugino non mi disse chi era, e io non giudicai opportuno informarmene. Ci rimettemmo a tavola insieme con la dama, e vi restammo ancora per un po’ di tempo, intrattenendoci di cose indifferenti e bevendo generosamente alla salute l’uno dell’altro. A un certo punto, il principe mi disse:

<<Caro cugino, non abbiamo tempo da perdere; fatemi la cortesia di portare con voi questa dama e di condurla sino a una tomba a cupola, costruita di recente. La riconoscerete facilmente; la porta è aperta: entratevi insieme e aspettatemi. Arriverò presto.>>

Continua domani.

Le più belle canzoni napoletane

‘NA MUSICA

Domenico Modugno Antonio Pugliese 1961
 
Sulo sulo me ne vaco
senza manco ‘nu penziero
pe ‘sti strade senza sole,
pe ‘sti strade furastiere,
quanno ‘mpruvvisamente
‘na musica se sente…
‘Na musica… ‘na musica…
ched è ‘sta musica?
 
Da solo me ne vado
senza nemmeno un pensiero
per queste strade senza sole,
per queste strade forestiere,
quando improvvisamente
una musica si sente…
Una musica… una musica…
Cos’è questa musica?
 
Pecchè chesta musica
me porta luntano,
luntano addò nun voglio cchiù turnà?
Pecchè chesta canzone
me sceta ‘na pena,
‘na pena che io credevo ‘e me scurdà?
 
Perchè questa musica
mi porta lontano,
lontano dove non voglio più tornare?
Perchè questa canzone
mi sveglia una pena,
una pena che io credevo di dimenticare?
 
E ciento… e ciento voce
pe ciento strade ca vanno a mare.
‘Na voce… ‘a voce toja
ca chiamma ancora a me.
Pecchè chesta musica
me porta luntano?
Pecchè ‘sta voglia ‘e chiagnere me vene?
 
E cento… cento voci
per cento strade che vanno a mare.
Una voce… la voce tua
che chiama ancora me.
Perchè questa musica
mi porta lontano?
Perchè questa voglia di piagnere mi viene?
 
E ciento… e ciento voce
………………………..
E cento… cento voci
………………………..


Il brano fu presentato al Giugno della Canzone Napoletana, manifestazione che si svolse al Teatro Mediterraneo il 24 e 25 giugno, con finalissima il 2 luglio 1961. Nell’occasione fu cantata da Miranda Martino e Joe Sentieri, piazzandosi al sesto posto. In seguito la canzone fu incisa anche dallo stesso Modugno.

Curiosando qui e la

Per l’eredità che diritti ha un coniuge separato o divorziato?

Con la sentenza di divorzio si chiude definitivamente la relazione tra gli ex coniugi e quindi non è possibile vantare diritti ereditari. Diverso è il caso di persone separate. Al coniuge che non è stato incolpato della separazione spettano gli stessi diritti successori del coniuge non separato.

Al coniuge incolpato della separazione, e che al momento della successione ha diritto al mantenimento, spetta invece un assegno vitalizio non superiore all’importo degli alimenti percepiti.

L’angolo della Poesia

Marzo 1821

Soffermàti sull’arida sponda,

volti i guardi al varcato Ticino,

tutti assorti nel novo destino,

certi in cor dell’antica virtù,

han giurato: Non fia che quest’onda

scorra più tra due rive straniere,

non fia loco ove sorgan barriere

tra l’Italia e l’Italia, mai più!

L’han giurato: altri forti a quel giuro

rispondean da fraterne contrade,

affilando nell’ombra le spade

che or levate scintillano al sol.

Già le destre hanno strette le destre;

già le sacre parole son porte:

o compagni sul letto di morte,

o fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,

della Bormida al Tanaro sposa,

del Ticino e dell’Orba selvosa

scerner l’onde confuse nel Po;

chi stornargli del rapido Mella

e dell’Oglio le miste correnti,

chi ritorgliergli i mille torrenti

che la foce dell’Adda versò,

quello ancora una gente risorta

potrà scindere in volghi spregiati,

e a ritroso degli anni e dei fati,

risospingerla ai prischi dolor:

una gente che libera tutta,

o fia serva tra l’Alpe ed il mare;

una d’arme, di lingua, d’altare,

di memorie, di sangue e di cor.

Alessandro Manzoni – continua domani

Il Santo del Giorno

Beato Guglielmo da Tolosa

Nome: Beato Guglielmo da Tolosa

Titolo: Sacerdote

Nascita: Tolosa, Francia

Morte: 18 maggio 1369, Tolosa, Francia

Ricorrenza: 18 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Guglielmo in giovane età divenne membro dell’Ordine degli Eremiti di S. Agostino a Tolosa e dopo l’ordinazione presbiterale fu mandato all’università di Parigi, che allora godeva di grande reputazione per gli studi superiori. Divenne famoso come predicatore e direttore spirituale; possedeva anche qualità non comuni di, esorcista e gli vennero persino accreditate visioni di spiriti maligni.

Considerò la sua professione come un’esplicita consacrazione alla Santa Trinità: obbedienza al Padre, povertà per amore del Figlio che si fece povero, e castità per lo Spirito Santo “sposo” di Maria e di tutte le anime devote. Una volta una ricca signora gli chiese di pregare per i suoi defunti ed egli pronunciò queste parole: «L’eterno riposo dona loro o Signore… riposino in pace». La donna fu delusa poiché si aspettava preghiere più lunghe data la consistenza della sua offerta, una intera borsa d’oro. Allora Guglielmo mise per iscritto la preghiera e mise la carta e l’oro su una bilancia: la carta pesava più dell’oro! Il suo culto fu per lungo tempo non ufficiale, diffondendosi a partire da quella che era divenuta la seconda città di Francia e venendo poi confermato dalla Santa Sede nel 1893. La chiesa conventuale e gli edifici monastici degli Eremiti di S. Agostino sono conservati nel Musée des Augustins, che raccoglie dipinti, sculture ed esemplari di architettura medievale.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Tolosa sulla Garonna in Francia, beato Guglielmo, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino.

Il Santo del Giorno

Beata Blandina Merten

Nome: Beata Blandina Merten

Titolo: Orsolina

Nascita: 10 luglio 1883, Düppenweilcr, Germania

Morte: 18 maggio 1918, Treviri

Ricorrenza: 18 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Blandina, nata a Düppenweilcr (Germania), nona figlia di una famiglia religiosa, ancor giovane decise di consacrarsi al Signore entrando nell’Ordine insegnante delle orsoline. Si distinse per la totale dedizione ai bambini a lei affidati, nel contesto di un apostolato di esempio e sofferenza quasi invisibile. La sofferenza, seria e prolungata, ridusse la sua vita religiosa a soli undici anni e quella naturale a trentacinque. Morì verso la fine della prima guerra mondiale e fu beatificata nel 1987. La Scrittura, la Messa e la preghiera erano il centro della sua vita. «Chi ama Dio — era solita dire — non ha bisogno di fare eccezionali imprese, è sufficiente amare.» Durante la sua vita non fece nulla di straordinario, ma compì il suo dovere quotidiano eccezionalmente bene.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Mergentheim in Germania, beata Blandina (Maria Maddalena) Merten, vergine dell’Ordine di Sant’Orsola, che unì alla vita contemplativa l’impegno nella formazione umana e cristiana delle ragazze e degli adolescenti.

Il Santo del Giorno

San Venanzio di Camerino

Nome: San Venanzio di Camerino

Titolo: Martire

Nascita: Camerino, Marche

Morte: 18 maggio 250, Camerino, Marche

Ricorrenza: 18 maggio

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:CamerinoGallieraLagosantoRaianoSan VenanzoValloriateMarcetelli

Questo simpatico giovanetto fornito di tutte le doti di natura e di grazia, nacque a Camerino. Geloso della sua innocenza e della buona educazione ricevuta, guardò sempre di non imbrattarla con colpa nè grave nè veniale. Visse in tempi di corruzione e di persecuzione. Perciò, scoperto quale cristiano, egli seppe ribattere le insidie, sgominare i disegni del tiranno, sostenere con gioia le catene, la fame, il fuoco, e rendere impotenti, per miracolo, i denti dei leoni. Tutto sopportò pur di non offendere il suo Gesù. E fu l’amore a Gesù, anzi Gesù medesimo che in lui parlò e combatté per confondere l’empietà e la stoltezza dei pagani.

Le persecuzioni infierivano. Venanzio quindicenne vede che tanti timorosi cedono alle insidie e alle lusinghe dei pagani: ne è addolorato e vorrebbe incoraggiare e fortificare tutti.. catturato e condotto davanti ad Antioco preside di Camerino sotto Decio imperatore. — È dunque vero che tu segui la setta dei Cristiani? — Sì, professo la mia fede — egli risponde — e credo di essere nel mio diritto.

Invano il persecutore cerca convincerlo con cavilli, perchè il santo giovanetto dicendo quanto lo Spirito di Dio gli suggerisce in quel momento, risponde a tutto sapientemente e con meraviglia di tutti. Venne sferzato e messo in prigione, ma fu liberato da un Angelo. Poscia venne appeso ad una trave col capo all’ingiù, ma il Signore che, vegliava su di lui, inviò per la seconda volta l’Angelo, che lo avvolse in una nube celeste e fu visto camminare in candida veste sul fumo. Vedendo questo, Anastasio Corniculario, segretario del prefetto, si convertì e fu battezzato con la sua famiglia da Porfirio prete, e lo seguì subito dopo nella gloria. Intanto Venanzio fu nuovamente imprigionato e tentato a rinnegare la fede.

Il preside gli fece rompere i denti e le mascelle, lasciandolo semivivo. Ma subito rialzato da un Angelo, stette ritto innanzi al giudice, il quale mentre ancora parlava, fu sbalzato dal seggio gridando: « Il Dio di Venanzio è il vero Dio; abbattete i nostri dèi », e così spirò.

Allora il preside ordinò che il Santo venisse gettato ai leoni, ma essi dimentichi della naturale ferocia gli lambivano le piaghe, mentre egli insegnava la dottrina cristiana al popolo. Maggiormente infuriato il preside lo fece rimettere in carcere per la terza volta, ma per la terza volta l’Angelo venne a liberarlo. Dopo essere stato trascinato tutto il giorno per le vie, il dl seguente fu ricondotto alla presenza del persecutore che lo fece gettare da una rupe.

Ma anche questa volta rimasto salvo per disposizione divina, fu nuovamente trascinato e condotto in una vicina valle. Quivi egli fece il segno di croce su una lapide in cui aveva lasciato l’impronta delle sue ginocchia e subito ne sgorgò acqua miracolosa. A quel nuovo portento molti credettero in Cristo, e subirono il martirio col grande atleta di Gesù.

I Cristiani seppellirono con onore i corpi di S. Venanzio e degli altri Martiri, che ancora si conservano nella chiesa di Camerino dedicata al Santo.

PRATICA. – Impariamo a praticare la fede senza rispetto umano.

PREGHIERA. – O glorioso Venanzio, ottienici i’a gra-zia di calpestare il rispetto umano, di fortificare’ nella fede, per confessarla apertamente dinanzi agli uomini, affinchè Gesù confessi noi davanti al Padre.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Camerino san Venanzio Martire, il quale, all’età di quindici anni, sotto l’imperatore Décio ed il Preside Antioco, insieme con altri dieci, compì il corso del glorioso combattimento con la decapitazione.

Astrologia

Affinità di coppia del segno del Toro con gli altri segni – Pesci

Toro-Pesci

In coppia tengono vivo il desiderio

Il loro segreto è nascosto sotto le complici coltri, dove si ricompongono i non rari litigi. Che scoppiano in genere quando il romantico marziano fugge e sparisce: un vezzo che fa infuriare la gelosissima figlia di Venere.

Basta nonnulla perché il Pesci dia la stura a sogni sbrigliati. Quindi figuriamoci a quali sollecitazioni sia esposta la fantasia nettuniana quando capta le onde venusiane che emanano dalla Toro. E lei se ne compiace, ma non perde certo la testa: la femminilità, quella vera come la sua, pratica un dosaggio molto oculato del dono di sé. Senza contare che questa venusiana nata in un segno fisso dispone anche di ampie capacità di resistenza che le consentono di fronteggiare la forza del desiderio proprio e altrui e di perpetuare così il collaudato rituale dell’attesa che rende esaltante il fatidico momento dell’abbandono.

A questo rituale il Pesci si ribella. Anzi, risponde con una fitta rete di sguardi, parole, attenzioni e improvvise sparizioni che movimentano la schermaglia fino a che, complici cibi e libagioni galeotti, l’attesa si scioglie in un abbandono intenso ed esaltante. E, quanto ad estasi, gli abbandoni successivi non hanno nulla da invidiare al primo. Perché, nei lenti ritmi che li contraddistinguono, la Toro e i Pesci sanno creare una gamma di modulate variazioni che nutrono e rinnovano all’infinito il desiderio reciproco. E in questo consiste il segreto legame di un rapporto molto resistente nonostante la diversità dei caratteri dei suoi protagonisti.

Infatti, mentre lei è una persona quadrata, lui è invece il disordine fatto persona e sembra addirittura che faccia apposta a spargere il caos proprio dove lei ha appena finito di mettere in ordine. E lei, pur dotata di senso estetico, è un tipo sostanzialmente semplice e concreto; poco incline quindi a seguire il Pesci sulla strada di quei sogni evanescenti che costituiscono la sua passione.

D’altra parte, l’eperrealismo taurino può infliggere sottili frustrazioni al nettuniano che non si accontenta di parlare e costruire un solido futuro con la donna che ama, ma non desidera anche intessere con lei una fitta trama di metacomunicazioni fatte di sguardi e di messaggi non verbali. Sono questi infatti i parametri che danno al Pesci la percezione dell’effettivo stato di salute dei rapporti che lo coinvolgono affettivamente. Bisogna dire però che, se lui fosse lasciato in balia di se stesso e della propria incorreggibile mancanza di concretezza, rischierebbe ogni giorno la bancarotta e dimenticherebbe puntualmente di pagare tasse e bollette o di aggiornarsi sull’ammontare del saldo del suo conto corrente. Quindi è provvidenziale che la Toro assuma in toto la gestione del bilancio comune. Che, sotto il suo tocco esperto, imbocca la strada di un incremento costante.

Ma questo processo di normalizzazione dei Pesci non è un processo indolore. Tutt’altro. Infatti lui è un recidivo cronico della disorganizzazione creativa e la Toro per questo va in bestia. Però tanta severa intransigenza dispiace ai Pesci che reagisce in modo imprevedibile. No, non si arrabbia. Ma prima o poi, cede alla tentazione di concedersi una di quelle misteriose sparizioni che, se davano mordente all’interesse della venusiana prima che la love story avesse inizio, a ménage avviato hanno invece il potere di scatenare in lei le peggiori furie, e come sempre le accade quando capita che ciò che ama e che considera suo sfugga al suo controllo. E, visto che lei è così gelosa mentre il Pesci ha fascino da vendere, non è necessario un grande sforzo di fantasia per immaginare quello che può succedere quando lui, serafico, ricompare all’orizzonte domestico…

Se non ci fossero complici coltri a ricomporre puntuali le venusiane armonie dell’eros, prima o poi arriverebbe inevitabile lo sfacelo. E invece succede di solito che queste armonie comincino a produrre quei prolifici frutti da cui la Toro trae fondamentali appagamenti esistenziali che finiscono col renderla anche tremendamente orgogliosa del Pesci. Che, in veste di padre, ha modo di rivelare i lati migliori e più rassicuranti della sua variegata ma difficile sensibilità: le antenne intuitive si rivelano preziose quando si tratta di captare segnali di crisi di crescita. Che, prontamente trasmessi alla Toro, serviranno a renderla più attenta alle sfumature psicologiche della prole, di cui imparerà a curare anche lo spirito.

Il Santo del Giorno

Santi Teodoto, Tecusa, Alessandra, Claudia, Faina, Eufrasia, Matrona e Giulitta

Nome: Santi Teodoto, Tecusa, Alessandra, Claudia, Faina, Eufrasia, Matrona e Giulitta

Titolo: Martiri

Ricorrenza: 18 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettore:degli osti

Il bollandista II. Delehaye considera gli Acta di questi martiri, nella forma abbreviata o estesa, niente più di un romanzo pio basato su una storia di Erodoto, i cui episodi vengono falsamente attribuiti a un certo Nilo, presunto compagno e testimone oculare dei santi. La vicenda è situata ad Ancira (Turchia) e racconta in modo verosimile di come l’oste Teodoto abbia recuperato le reliquie di S. Valente, traendole in salvo da un fiume; incontrato poi un gruppo di fedeli e sedutisi sull’erba, essi si erano radunati con il prete Frontone.

Ammirato dalla bellezza di quel posto solitario per costruirvi una cappella a custodia delle reliquie dei martiri, Teodoto diede al presbitero il suo anello come promessa di procurare alcune reliquie. Di lì a poco, l’oste si trovò coinvolto in un altro evento: la celebrazione di una festa in onore di Diana e Minerva, le cui statue dovevano essere lavate in un laghetto da un gruppo di sacerdotesse a ciò addette.

Sette giovani cristiane però, che avevano rifiutato di divenire sacerdotesse delle dee, erano state spogliate e gettate in acqua con una pietra legata al collo. Teodoto anche questa volta recuperò i corpi ma fu tradito e decapitato. Venutolo a sapere, Frontone si recò ad Ancira sul suo asino, portò alcuni otri di vino e li offrì ai soldati posti di guardia al corpo di Teodoto fino a ubriacarli; poté così prendere il corpo del martire, metterlo sul dorso dell’asino e dileguarsi con il favore delle tenebre. Tornato a Malos costruì una cappella, realizzando il desiderio di Teodoto e ponendovi come reliquie i suoi resti, in modo tale che il sacerdote gli poté rimettere al dito l’anello avuto in pegno. Questa narrazione è stata per lungo tempo considerata autentica; attualmente, invece, persino l’esi-stenza stessa dei santi è messa in discussione.

MARTIROLOGIO ROMANO. Ad Ankara in Galazia, nell’odierna Turchia, santi martiri Teódoto e Tecúsa, sua zia, Alessandra, Claudia, Faina, Eufrasia, Matrona e Giulitta, vergini; queste ultime furono dapprima costrette dal governatore alla prostituzione e poi immerse in una palude con dei massi legati al collo.

Animali

Asino – Equus asinus domesticus
Specie Equine

Generalità e origini dell’asino

– Classe Mammiferi
– Ordine Perissodattili
– Famiglia Equidi
– Genere Equus
– Specie asinus domesticus

Differenziazioni con il cavallo

L’asino si differenzia dal cavallo per le seguenti principali caratteristiche anatomiche e di conformazione esteriore: minore statura; mancanza di un tipo brachimorfo; testa pesante e grossolana con arcate orbitarie e creste zigomatiche pronunciate; ganasce molto sviluppate; labbra grosse; orecchie lunghe; garrese poco sviluppato; dorso spesso insellato; groppa stretta e spiovente (mulina); ventre grande e cascante; arti sottili e asciutti; piede stretto e piccolo (incastellato), con la suola molto concava e con l’unghia durissima; pelo meno abbondante e più grossolano; criniera meno abbondante, con peli diritti; coda non interamente rivestita di peli, ma solo verso l’estremità; mancanza delle castagnette (tipici rilievi cornei alla superficie interna dell’avambraccio ed al lato interno del metatarso) agli arti posteriori. Il raglio dell’asino non è meno caratteristico, quanto tipicamente rumoroso.

L’asino e il mulo nella storia

Storicamente asini e muli furono impiegati come forza motrice per aratri, macine di mulini, per la raccolta delle olive o per pompare l’acqua dai pozzi per irrigare i campi.
Nelle miniere, furono usati per trainare i carrelli carichi di minerale verso la superficie e durante la transumanza, i muli e gli asini accompagnavano i pastori, trasportando i materiali, le derrate alimentari, e  i prodotti d’alpe come il formaggio e il latte.
Si stima che nell’Europa del principio del ‘900 furono allevati quasi 5 milioni di capi tra asini muli e bardotti.  L’Italia fu seconda solo alla Spagna per consistenza di capi allevati, con circa 1 milione di asini e 500.000 tra muli e bardotti.
Una tra le principali ragioni del fiorente allevamento degli asini in Italia, nel corso dell’ottocento e della prima metà primo novecento fu per la produzione di muli da destinare all’esercito. Le razze  principalmente usate furono l’asino di Martina Franca, il Ragusano e la razza francese del Poitou.
Il numero di capi allevati diminuì durante tutto il corso del novecento per subire un definitivo tracollo dopo la Seconda Guerra Mondiale  quando venne meno la necessità di allevare asini e muli da destinare all’esercito nonché a causa dell’incremento della meccanizzazione agricola che sostituì asini e muli con le moderne macchine agricole. Uno studio risalente al 2005 censisce in Italia 29.000 capi  tra asini, muli e bardotti.

Allevamento dell’asino

L’asino viene adoperato per il tiro, per la sella e soprattutto per il basto. Il rendimento lavorativo, specie se paragonato alle sue dimensioni, all’alimentazione generalmente scarsa quantitativamente e di poco significato nutritivo, all’allevamento quasi sempre molto trascurato, è da considerare notevole e superiore a quello del cavallo, anche per la maggiore resistenza. Molto apprezzati anche gli ibridi (mulo quando lo stallone è l’asino, bardotto quando lo stallone è il cavallo).
Il latte d’asina ha sempre goduto, tra l’altro, vanto di medicamentosità e di facilissima digestione. La carne è molto sapida e viene spesso usata per la confezione di insaccati, quasi sempre però mescolata alla carne suina.
L’allevamento si svolge in complesso analogamente a quello del cavallo, con la differenza che il primo è assai meno esigente, più rustico e resistente e più sobrio. Possono entrare a far parte della razione quotidiana una maggior quantità di alimenti grossolani e ricchi di cellulosa (foglie e loppe di cereali e di leguminose, ecc.) meglio previamente trinciati per favorirne la digeribilità. Le asine gravide e allattanti, gli stalloni durante l’epoca delle monte, devono ricevere una sufficiente razione giornaliera di cereali (avena, ecc.) o di altri concentrati, in proporzione al peso vivo ed all’attività produttiva spiegata.
L’asina presenta in genere il primo ciclo di calore ad un anno di età. La stagione delle monte corrisponde a quella dei cavalli (da marzo ad agosto). Il ciclo estruale, di norma, è più regolare che non nelle cavalle e dura 21-28 giorni ed il calore 2-7 giorni. Il calore riappare, nell’asina che ha partorito, dopo 17-18 giorni. In genere l’ovulazione sembra che avvenga 48 ore dopo l’inizio del calore. La gravidanza dura 365 giorni, con variazioni di 8-12 giorni in più o in meno. Il comportamento degli ormoni sessuali nel sangue e nell’urina e di conseguenza la possibilità di fare la diagnosi di gravidanza mediante l’esame di tali liquidi è lo stesso come nelle cavalle.
L’asino stallone eiacula cc. 70-115 di materiale spermatico ed, in media, cc. 40-100, con un contenuto nemaspermatico generalmente superiore a quello dello sperma di cavallo. L’ottenimento dell’eiaculazione con la vagina artificiale, ai fini della fecondazione artificiale è, in genere, facile e lo stallone si presta a montare il manichino anche più facilmente rispetto al cavallo. L’asino usato per la produzione mulina talvolta presenta qualche ritrosia a coprire la cavalla ed allora bisogna ricorrere all’artificio di eccitarlo prima con un’asina in calore. Il tempo di preparazione, precedente alla copula, è molto più lungo che non nel cavallo.