La favola del giorno

Il pastore che non cresceva mai

C’era una volta un pastore piccino e dispettoso. Andando a pascolare, vide passare una pollaiola  con una corba d’uova sulla testa; tirò una pietra nella corba e ruppe tutte le uova in un colpo. La povera donna, piena di rabbia, gli gridò: – Che tu non possa più crescere, finché non trovi la bella Bargaglina delle tre mele che cantano!

Da quel momento, il pastorello cominciò a diventare smilzo e gramo, e più sua madre lo curava e lo teneva bene, più lui diventava gramo. Gli disse sua madre: – Cosa t’è successo? Ti sei fatto bestemmiare da qualcuno? – E lui le raccontò del dispetto alla pollaiola, e che lei gli aveva detto: “Che tu non possa più crescere se non trovi la bella Bargaglina delle tre mele che cantano!”

  • Allora, – gli disse sua madre, – non c’è altro da fare: devi partire e andare a cercare questa bella Bargaglina.

Il pastore si mise in cammino. Arrivò a un ponte e su questo ponte c’era una donnina che faceva l’altalena in un guscio di noce.

  • Chi passa?
  • Amici.
  • Sollevami un po’ le palpebre così vedo chi sei.
  • Sono uno che cerca la bella Bargaglina delle tre mele che cantano: ne sai qualcosa?
  • No: ma tieni questo sasso che ti verrà buono.

Il pastore passò da un altro ponte e c’era un’altra donnina che faceva il bagno in un guscio d’uovo.

  • Chi passa?
  • Amici.
  • Sollevami un po’ le palpebre così vedo chi sei.
  • Sono uno che cerca la bella Bargaglina delle tre mele che cantano: ne hai notizie?
  • No: ma tieni questo pettine d’avorio che ti verrà buono.

Il pastore se lo mise in tasca, e passò in un torrente dove c’era un uomo che insaccava nebbia, e anche a lui domandò della bella Bargaglina. L’uomo gli disse che non ne sapeva niente, ma gli diede una tascata di nebbia che gli sarebbe venuta buona.

Poi passò da un mulino, e il mugnaio era una volpe che parlava. Questa volpe disse: – Sì, lo so chi è la bella Bargaglina, ma è difficile che tu la trovi. Va’ avanti finché non trovi una casa con la porta aperta, entra, vedrai una gabbia di cristallo con tanti campanellini e dentro alla gabbia ci sono le mele che cantano. Tu devi prendere la gabbia, ma guarda che c’è una vecchia che se ha gli occhi aperti dorme e se ha gli occhi chiusi è sveglia.

Il pastore andò; trovò la vecchia con gli occhi chiusi e capì che era sveglia. – Bel giovane, – disse la vecchia, – guardami un po’ in testa se ho dei pidocchi.

Il pastore ci guardò e intanto che la spidocchiava la vecchia aperse gli occhi ed egli capì che si era addormentata. Allora, lesto, prese la gabbia di cristallo e scappò via. Ma i campanellini della gabbia suonarono, la vecchia si svegliò e gli mandò dietro cento cavalli. Il pastore sentendo che i cavalli stavano per raggiungerlo, lasciò cadere il sasso che aveva in tasca. Il sasso si trasformò in una montagna tutta rocce e burroni e i cavalli ci si ruppero le gambe.

I cavalieri rimasti senza cavalli tornarono dalla vecchia, e lei mandò duecento cavalli. Quando il pastore si vide di nuovo quasi raggiunto, buttò via il pettine d’avorio: e il pettine diventò una montagna tutta liscia, e i cavalli ci scivolarono con gli zoccoli e si ammazzarono tutti.

La vecchia allora gliene mandò dietro trecento, ma il pastore tirò fuori la tascata di nebbia e dietro di lui venne tutto scuro e i cavalli si perdettero. Intanto il pastore aveva sete, e non avendo da bere pigliò una delle tre mele dalla gabbia e la tagliò. Sentì una vocina che disse: – Tagliami pianino, se no mi fai male -. Il pastore tagliò pianino, mangiò mezza mela e mezza se la mise in tasca. Così arrivò a un pozzo vicino a casa sua; mise la mano in tasca per mangiare l’altra mezza mela e ci trovò una donna piccina piccina.

  • Io sono la bella Bargaglina, – disse, – e mangio focacce. Vammi a prendere una focaccia perché muoio di fame.

Il pozzo era uno di quei pozzi chiusi, che hanno in mezzo un finestrino, e il pastore mise la donna sul finestrino e le disse di aspettarlo, che le avrebbe portato la focaccia.

Al pozzo veniva a prender acqua una serva che la chiamavano Brutta-schiava. Venne Brutta-schiava, vide la bella donnina sul finestrino del pozzo e disse: – Tu che sei così piccola sei così bella e io che sono grande sono brutta, – e le prese tanta rabbia che la buttò giù nel pozzo.

Quando il pastore tornò, non trovò più la bella Bargaglina e restò disperato.

La madre del pastore prendeva anche lei l’acqua in quel pozzo, e un giorno nel secchio ci trovò un pesce. Portò a casa il pesce e lo fece fritto. Lo mangiarono e le resche le buttarono dalla finestra. Dove caddero le resche ci crebbe un albero e divenne tanto grosso che faceva buio alla casa. Allora il pastore tagliò l’albero e ne fece tanta legna da bruciare e la portò in casa. Intanto sua madre era morta e lui viveva solo, sempre più piccolo e gramo perché non poteva più crescere. Tutti i giorni andava a pascolare e tornava a casa la sera. Ora, quale non fu la sua meraviglia a trovare i piatti e le casseruole che aveva lasciato sporchi al mattino, tutti puliti: e non capiva chi era che li lavasse. Allora si nascose dietro alla porta per vedere chi era: e vide una bella giovane piccola piccola che usciva dal mucchio di legna e gli lavava i piatti, le casseruole, i cucchiai, spazzava in terra, rifaceva i letti; poi apriva la madia, prendeva una focaccia se le la mangiava.

Saltò fuori il pastore e disse: – Chi sei? Come hai fatto a entrare?

  • Io sono la bella Bargaglina, – disse la ragazza. – Quella che ti sei trovato in tasca al posto della mezza mela; la Brutta-schiava m’ha buttato nel pozzo, e son diventata pesce, poi son diventata resche di pesce buttate dalla finestra, da resche di pesce mi sono trasformata in seme d’albero e poi in albero che cresceva cresceva, e poi in ciocchi da bruciare spaccati da te, e ogni giorno quando non ci sei mi ritrasformo in bella Bargaglina.

Ritrovata la bella Bargaglina il pastorello cominciò a crescere, a crescere, e la bella Bargglina cresceva insieme a lui. Finché lui diventò un bel giovane e sposò la bella Bargaglina. Fecero un gran pranzo; io stavo sotto il tavolo, mi tirarono un osso e mi picchiò sul naso, e m’è rimasto lì.

Entroterra genovese

Le più belle canzoni napoletane

‘A BELLA ‘E PUSILLECO

Vittorio Fassone Giuseppe Capaldo1909
 
Chi ‘ncielo vo’ saglì, vene a vedè
‘sta luggetella fravecata ‘e sciure!
‘Ncopp’ ‘a ‘sta loggia ca fa stravedè,
‘a cchiù bella ‘e Pusilleco nce stà.

Chi ‘ncielo vo’ saglì, vene a vedè.
 
Chi in cielo vuol salire, viene a vedere
questo terrazzino fatto di fiori!
Su questa terrazza che fa stravedere,
la pù bella di Posillipo ci sta.

Chi in cielo vuol salire, viene a vedere.
 
Quando s’affaccia ‘mmiez’ ‘e rrose rosse,
para ca spont’ ‘o sole a mmatutina,
resta abbagliato chillo ca nce passa.

Quando s’affaccia mmiez’ ‘e rrose rosse.
 
Quando s’affaccia tra le rose rosse,
sembra che spunti il sole al mattino,
resta abbagliato quello che ci passa.

Quando s’affaccia tra le rose rosse.
 
Ll’uocchie che tene so’ ‘na rarità,
comm’ô culore d’ ‘a marina nosta
Ma si ‘stu mare bello fa ncantà,
‘sta nenna, cu chill’uocchie fa murì!

Ll’uocchie che tene so’ ‘na rarità.
 
Gli occhi che ha sono una rarità,
come il colore della marina nostra.
Ma se questo mare bello fa incantàre,
questa ragazza, con quegli occhi fa morire!

Gli occhi che ha sono una rarità.
 
Cu cchelli ttrezze d’oro e prelibbate
‘na rezza ne vo’ fa ‘nu piscatore
pe se piscà ‘nu core ch’ha perduto.

Cu cchelli ttrezze d’oro e prelibbate.
 
Con quelle trecce d’oro e prelibate
una rete vuol fare un pescatore
per pescare un cuore che ha perso.

Con quelle trecce d’oro e prelibate.
 
Ha fatte pur’ ‘o sole ‘nnammurà,
ch’ ‘a sera se ne scenne ‘npecundria.
M’ha fatto ‘o suonno perdere pe cca
‘sta bella ‘e ‘stu paese pur’a mme

Ha fatte pur’ ‘o sole ‘nnammurà.
 
Ha fatto anche il sole innamorare,
che la sera diventa triste.
Mi ha fatto il sonno perdere qua
questa bella di questo paese anche a me

Ha fatto anche il sole innamorare.
 
‘Ncopp’ ‘a ‘sti manduline e ‘sti cchitarre
voglio cantà: “Pusilleco fiurito”.
‘sti sciure ‘e pponno fa sulo ‘sti tterre.

‘Ncopp’ ‘a ‘sti manduline e ‘sti cchitarre.

Pusilleco, Pusì!
Su questi mandolini e queste chitarre
voglio cantre: “Pusillipo fiorito”.
Questi fiori li possono fare solo queste terre.

Su questi mandolini e queste chitarre.

Posillipo, Posì!

Il brano fu presentato alla Festa di Piedigrotta.

Curiosando qui e là

Come mai quando dormiamo non cadiamo giù dal letto?

Durante il sonno non siamo del tutto isolati dall’ambiente circostante. Il cervello continua a funzionare e manteniamo una certa capacità di controllo del corpo nello spazio.

Nel sonno, infatti cambiamo spesso posizione per la necessità di muovere le varie parti del corpo, soprattutto le articolazioni.

L’unico momento in cui potremmo cadere è quello che corrisponde alla fase Rem (Rapid eye movements), durante la quale si consuma molta energia e si eseguono movimenti ispirati dai sogni. In questa fase però, subentra l’atonia muscolare, comandata dal tronco cerebrale, una parte profonda del cervello. I muscoli sono completamente rilassati, e il rischio di cadere dal letto è quindi basso.

Esiste però una patologia, il “disturbo comportamentale in fase Rem”, che colpisce dopo i 50 anni: l’atonia muscolare non c’è, dunque si può cadere dal letto.

L’Angolo della Poesia

‘O cippo ‘e Sant’Antuòno – 4

Legne, pampuglie e sprocchele

A dato ‘o mastorascia.

Furnà, manne doje sàrcene …

Pastà, manne ‘na cascia.

Jamme, ch’è tarde, jamme …

‘A rrobba già ce abbasta.

A gloria ‘e Sant’Antuòno,

facimmo ‘sta catasta.

Scustàteve … Allummamme …

Guagliò, lèvate ‘a llòco.

Menamme tutt’ ‘e riebbete,

‘e guaje dint’ ‘o ffuoco.

Ebbiva Sant’Antuono …

Ogne anno ‘o Santo ‘o bbo’.

Sparate ‘e trezziole …

Vivòoo! … Vivòoo! … Vivòoo! …

(P. Cinquegrana)

Il Santo del Giorno

Santi Fruttuoso, Augurio ed Eulogio

Nome: Santi Fruttuoso, Augurio ed Eulogio

Titolo: Martiri

Ricorrenza: 21 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Fruttuoso era vescovo di Tarragona, allora capitale della Spagna Romana. Dei primi anni della sua vita non sappiamo nulla. Gli Atti del martirio suo e di due suoi diaconi, al contrario di quelli di S. Agnese, sono riconosciuti come autentici. La persecuzione di Decio, culminata nella morte di S. Fabiano, aveva ceduto il passo a un periodo di calma durato fino al 257, quando il suo successore Valeriano (253-260), sotto pressioni politiche ed economiche, promulgò un editto in cui si obbligavano vescovi, preti e diaconi a offrire sacrifici agli dei, e in cui si proibiva loro, pena la morte, di celebrare la Messa o tenere assemblee. Fruttuoso e i suoi compagni avrebbero patito molto per questa legge, il cui obiettivo era l’eliminazione completa dei capi delle comunità cristiane, in modo da ridurre in modo considerevole l’insieme dei cristiani a un’entità irrilevante.

Essi morirono lo stesso anno in cui Valeriano cadde in mano ai persiani e morì prigioniero; il suo successore, il figlio Gallieno, arrestò la breve e dura ondata persecutoria, giungendo addirittura a confermare i diritti di culto e di proprietà delle comunità cristiane. Fruttuoso e i suoi diaconi, Augurio ed Eulogio, vennero arrestati domenica 16 gennaio 259 e il venerdì successivo furono condotti davanti al governatore Emiliano per essere interrogati. Alla sua domanda se fossero al corrente dell’ordine dell’imperatore di adorare gli dèi romani, Fruttuoso rispose: «Io adoro l’unico Dio, il Dio che ha creato il cielo e la terra».

Emiliano allora chiese al vescovo se sapesse dell’esistenza degli dei, e la risposta fu semplicemente: «No». Il governatore dunque spiegò che la questione politica consisteva nel fatto che se non si adoravano gli dèi, allora nemmeno le immagini dell’imperatore potevano essere oggetto di adorazione; poi, rivolgendosi ai diaconi, li avvisò di ignorare le risposte di Fruttuoso.

Augurio però dichiarò che il Dio da lui adorato era lo stesso di Fruttuoso; Emiliano, che forse aveva sentito male la risposta, o forse l’aveva volutamente mal interpretata, chiese a Eulogio se anche lui adorava Fruttuoso; la risposta fu: «No, però adoro colui che anch’egli adora». Il governatore allora, rivolgendosi a Fruttuoso, gli chiese: «Sei un vescovo?» Rispose «Sì, lo sono», e la controreplica sarcastica fu: «Intendi dire che lo eri», e ordinò che fossero immediatamente bruciati vivi. Sia i pagani che i cristiani mostrarono la loro simpatia per i martiri durante il tragitto verso il luogo dell’esecuzione; alcuni offrirono loro vino drogato, per alleviare le loro imminenti sofferenze, ma Fruttuoso replicò scherzosamente che per lui non era ancora giunto il momento di interrompere il suo digiuno (del venerdì). A un cristiano chiamato Felice, che gli aveva chiesto di pregare per lui, rispose di essere tenuto a pregare per tutti i cristiani, sia in Occidente sia in Oriente; una precisazione che S. Agostino interpretò come l’ammonizione a Felice perché restasse fedele alla Chiesa tutta.

Fruttuoso assicurò a un altro cristiano che la comunità non sarebbe restata a lungo senza pastore e che l’ora della sofferenza sarebbe stata breve, cosa che in effetti si rivelò vera: la persecuzione terminò quell’anno stesso. Dopo aver legato i tre a dei pali, venne acceso il fuoco, che subito bruciò le corde che legavano le loro mani, così che essi furono in grado di inginocchiarsi e pregare con le braccia tese. L’autore dei loro Atti afferma che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo erano presenti al rogo e riferisce che due servi cristiani dell’imperatore videro i cieli aprirsi per ricevere le anime dei tre martiri, una visione negata al governatore, che pure era stato chiamato a vederla. I fedeli radunatisi dopo la loro morte spensero le braci con del vino e cominciarono a portare a casa le spoglie; pare però che in quella Fruttuoso sia apparso, chiedendo che fossero deposte tutte nello stesso luogo.

Prudenzio (348 ca. 410) cantò le lodi di Fruttuoso nella sua raccolta di inni Peristephanon, il che mostra anche che conosceva gli Atti, noti anche a S. Agostino (28 ago.), come si evince da un panegirico da lui predicato nell’anniversario del martirio di Fruttuoso.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Tarragona nella Spagna Citeriore, passione dei santi martiri Fruttuoso, vescovo, Augurio ed Eulogio, suoi diaconi: sotto gli imperatori Valeriano e Gallieno, dopo aver confessato la loro fede al cospetto del procuratore Emiliano, furono condotti nell’anfiteatro, dove, rivolta a chiara voce dal vescovo verso i fedeli presenti una preghiera per la pace della Chiesa, portarono a compimento il loro martirio gettati tra le fiamme e pregando in ginocchio.

Il Santo del Giorno

Sant’ Enrico di Uppsala

Nome: Sant’ Enrico di Uppsala

Titolo: Vescovo e martire

Nascita: XII secolo, Inghilterra

Morte: XII secolo, Finlandia

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Le note biografiche su Enrico, conosciuto anche come Enrico di Finlandia, sono piuttosto incomplete: era inglese di nascita e potrebbe essere appartenuto alla famiglia del cardinale Niccolò Breakspear, il quale fu, con il nome di Adriano TV, l’unico papa inglese (1154-1159). Nel 1151 Niccolò era stato inviato come legato pontificio in Scandinavia, con l’incarico di riorganizzare le Chiese di Norvegia e Svezia e correggere vari abusi; l’anno dopo consacrò Enrico, che lo aveva accompagnato, vescovo di Uppsala in Svezia. In quell’epoca i pagani finni stavano intraprendendo una serie di incursioni in Svezia, le quali provocarono la spedizione punitiva di S. Eric re di Svezia (18 mag.), onorata con il nome di “crociata” e a cui prese parte anche Enrico. Eric offrì ai finni la pace in cambio della loro conversione al cristianesimo, ma essi rifiutarono; la grande battaglia che ne seguì fu vinta dagli svedesi. Eric ritornò in Svezia dopo aver realizzato un’unione tra i due paesi che sarebbe durata fino al XIV secolo, mentre Enrico rimase là per battezzare parte dei finni sconfitti, costretti a riconoscere il cristianesimo come la religione più “potente”, e per l’opera missionaria che aveva come base una chiesa edificata a Nousis.

Alcuni anni dopo avrebbe subito una morte violenta per mano di Lalli, un firmo convertito. Scomunicato da Enrico per aver ucciso un soldato svedese, si era appostato, pieno d’ira, in attesa di Enrico: lo uccise con un’ascia. La tradizione colloca questo avvenimento sull’isola di Kirkkossaari, nel lago Klujo, anche se esistono racconti diversi sulla sua morte. Enrico fu sepolto a Nousis e hen presto si diffusero resoconti di miracoli verificatisi sulla sua tomba. La tradizione secondo la quale sarebbe stato papa Adriano IV stesso a canonizzarlo è priva di fondamento. Venne riconosciuto come santo patrono di Finlandia.

Nel 1296, secondo una lettera di indulgenza di Bonifacio VIII, gli venne dedicata la cattedrale di Abo (ora Turku, una città portuale della Finlandia sud occidentale) dove nel 1300 furono traslate le sue reliquie. Veniva spesso rappresentato in affreschi delle chiese medievali finlandesi, dove a volte figurava nell’atto di calpestare il suo assassino. E anche il soggetto di una particolare targa commemorativa in magnifico ottone, collocata al disopra della sua tomba originaria a Nousis e giunta fino a noi. Fabbricata nelle Fiandre nel 1370, è composta da un pannello centrale e da dodici lastre sussidiarie, che descrivono con tratti vivi la sua vita e i suoi miracoli. Enrico venne anche annoverato tra i martiri inglesi dal Collegio inglese di Roma, dove appare anche nei dipinti del XVI secolo che raffigurano i santi e i martiri inglesi. Nella cattedrale di Uppsala vi è ancora un ciclo di affreschi medievali riguardanti la sua vita. Nel 1720 i Russi rimossero le sue reliquie da Abo. Il suo culto si diffuse in Svezia e Norvegia e a lui fu dedicata almeno una cappella inglese. La Finlandia celebra la festa della traslazione delle sue reliquie il 18 giugno e precedentemente commemorava la sua festività il 20 gennaio, mentre ora generalmente si accetta la data svedese del 19 gennaio.

MARTIROLOGIO ROMANO. In Finlandia, sant’Enrico, vescovo e martire, che, nato in Inghilterra, ebbe l’incarico di reggere la Chiesa di Uppsala, adoperandosi con grande zelo nell’evangelizzazione dei Finni; fu, infine, crudelmente trucidato da un omicida, che egli aveva cercato di correggere secondo la disciplina ecclesiastica.

Giardinaggio

Malattie e parassiti più comuni degli ortaggi – 2

Parassiti animali

Acari

Chiamati comunemente anche ragnetti rossi o gialli, pungono le foglie causando delle tipiche punteggiature a cui può seguire l’ingiallimento e la morte. Attaccano diversi ortaggi, tra cui bietole, pomodori, melanzane, zucche, meloni. La lotta preventiva consiste in trattamenti con litotamnio e farina di rocce e nella riduzione delle concimazioni azotate. Quella diretta prevede la distruzione dei vegetali colpiti e trattamenti con macerato d’ortica abbinato con il 5% di bentonite o, nei casi più gravi, rotenone o piretro.

Afidi

Comunemente chiamati pidocchi, gli afidi sono sicuramente tra i fitofagi più comuni. Questi insetti di diverso colore, pungono foglie e germogli suggendo la linfa e causando il loro accartocciamento e intristimento. Gli afidi, inoltre, attraverso le loro punture possono trasmettere pericolose virosi ai vegetali. Attaccano numerosi ortaggi e si combattono preventivamente con pacciamature e concimazioni povere d’azoto. La lotta diretta prevede l’asportazione delle parti infestate e trattamenti con macerata d’ortica, litotamnio, ceneri di legna e, nei casi più gravi, con rotenone e piretro.

Altiche

Coleotteri di piccole dimensioni conosciuti anche col nome di pulci. Colpiscono in particolare le foglie di cavoli, bietole e rape causando erosioni e bucherellature. Si può intervenire preventivamente con infusi di tanaceto o assenzio e adeguate pacciamature o, direttamente, in caso di attacchi consistenti con piretro.

Anguillule o nematodi

Vermi di piccole dimensioni assai dannosi in quanto le loro larve si introducono nelle radici di moltissimi ortaggi facilitando lo sviluppo di marciumi e virosi. La pianta colpita intristisce e muore. La lotta si basa sulla pratica delle rotazioni, l’apporto di sostanza organica stagionata, consociazioni con tagete e calendula, sovesci di senape.

Cavolaia

Farfalla dalle ali bianche punteggiate di nero, assai nota. Le sue larve si cibano delle foglie dei cavoli e di molte crucifere erodendole fino alle nervature. Oltre che con rotazioni, si può intervenire con decotti di tanaceto o assenzio. Se l’attacco è consistentesi può trattare con Baacillus thuringiensis o irrorazioni con acqua saponata.

Cecidomie

Microscopici moscerini le cui larve si sviluppano all’interno dei vegetali causando deformazioni. Nota è la cecidomia dei fagioli. Può essere combattuta con soluzioni di sapone o piretro.

Criocere

Coleotteri di piccole dimensioni le cui larve e adulti rosicchiano le parti aeree delle piante, soprattutto di quelle giovani. Particolarmente pericolosa è la criocera dell’asparago che causa danni anche a turioni. La lotta preventiva considera aspersioni di litotamnio sopra le foglie umide di rugiada. Al rotenone si può ricorrere in caso di forti attacchi.

Dorifora

Coleottero di facile individuazione per le sue caratteristiche dieci linee nere longitudinali sullo sfondo giallo del dorso. Le larve hanno un colore rosso con punti neri. Entrambi si cibano delle foglie della patata, causando, in casi gravi, la completa defogliazione. Qualche volta possono aggredire anche il pomodoro e la melanzana. La difesa preventiva si basa sull’uso di letame maturo per le fertilizzazioni e sulla distruzione dei residui vegetali infestati. Quella diretta, oltre all’eliminazione manuale, prevede aspersioni mattutine con litotamnio sulle pagine inferiori delle foglie e trattamenti a base di piretro, nicotina o rotenone.

Elateridi

Le larve di questi coleotteri attaccano le radici e il colletto di molti ortaggi (carota, insalata, porro, zucca, melanzana, basilico ecc.). Esse persistono più anni nel terreno e a causa della loro consistenza sono dette anche vermi filo di ferro.

La lotta preventiva prevede sovesci di senape, concimazione con letame maturo e distribuzione di litotamnio nei terreni con pH acido. La lotta diretta si basa su esche.

Grillotalpa

Grosso insetto che attraverso cunicoli scavati nel terreno giunge a rodere radici e colletto di molti ortaggi causandone la morte. Esce preferibilmente la notte. La lotta si basa sull’impiego di esche.

Maggiolino

Insetto le cui larve e adulti attaccano rispettivamente le radici e la parte aerea di molti ortaggi. La lotta si basa su rotazioni e esche.

Mosche

Ditteri le cui larve causano gravi danni a diverse colture. Si ha così la mosca della carota che provoca gallerie nelle radici; la mosca della cipolla e dell’aglio che divora la parte centrale dei bulbi causando marciumi; la mosca delle bietole che scava gallerie nello spessore fogliare ecc. Oltre all’impiego di prodotti chimici, la lotta si articola in diverse maniere. La mosca della cipolla si può combattere preventivamente impiegando letame maturo, consociando con carote, trattando le piantine con litotamnio o con legno quassio o rotenone. Alla mosca del sedano ci si oppone mediante consociazione con liliacee o trattando con estratto di assenzio o legno quassio (800 g) più sapone (200 g) in 1 hl d’acqua. La mosca minatrice delle bietole si previene rincalzando il colletto delle piantine. La mosca della carota si combatte spargendo sul terreno fuliggine dopo la pioggia, oppure irrorando la pianta con una miscela di 30 ml di paraffina liquida diluita in 5 lt di acqua.

Mosche bianche o aleurodidi

Piccoli omotteri di colore bianco che pungono le piante e ne succhiano la linfa. Ciò causa l’intristimento e la caduta delle foglie e l’emissione di melata sulla quale si sviluppano funghi dannosi. La lotta preventiva si basa sull’arieggiamento delle serre. La lotta diretta contempla l’uso di trappole cromotropiche gialle e trattamenti con infuso di tanaceto o, nei casi più intensi, con rotenone o piretro.

Nottue o agrotidi

Le larve di queste farfalle escono allo scoperto soprattutto di notte attaccando, generalmente, le piante al colletto. Nel carciofo, invece, scavano gallerie nelle nervature delle foglie e giungono a danneggiare i capolini. La lotta è diversa e articolata. Oltre alla distruzione delle parti attaccate, si può ricorrere a esche, alla protezione del colletto delle piante mediante collari di cartone, a trattamenti a base di piretro o rotenone.

Tignole

Piccole farfalle le larve delle quali causano defogliazioni su cipolla, aglio, porro, melanzana. La lotta preventiva si basa sulla distruzione delle parti infestate. Quella diretta conta sull’impiego di piretro e rotenone.

Tonchi

Coletteri le cui larve vivono nei semi delle leguminose, scafando fori. Si possono combattere ritardando le semine, trattando per 1 ora i semi in acqua a55-60°C prima di immagazzinarli, spolverando i semi con litotamnio 20gr/1kg di seme). In caso di forti attacchi trattare con piretro.

Tortrici

Piccole farfalle le cui larve possono portare danno ad alcuni ortaggi. Tra i diversi sistemi di lotta ricordiamo le zappature invernali che espongono le crisalidi alla voracità degli uccelli.

Tripidi

Suggono la linfa dagli apici vegetativi, dalle foglie e dai frutti di diversi ortaggi. Si combattono con trattamenti al piretro.

Virus

I virus corpuscoli microscopici in grado di trasmettere alle piante malattie assai pericolose. Le loro infezioni vengono propagate attraverso le punture di insetti (ad esempio afidi), di nematodi o per ferite causate alle piante nel corso delle lavorazioni. Tra i numerosi ortaggi colpiti dalla virosi citiamo: pomodoro, peperone, melanzana, bietola, cavoli, fagioli, cipolle, porri.

Le malattie da virus si manifestano con caratteristiche aree scolorite, note con il nome di mosaico, ma anche con altre sintomatologie, come avvizzimenti, apici ricurvi ecc. La lotta si basa su due punti essenziali: la soppressione dei parassiti vettori (afidi e nematodi, soprattutto) è la prevenzione. Questa consiste nell’uso di attrezzi da lavoro puliti e nell’utilizzazione di piantine e sementi esenti o resistenti ai loro attacchi.

Il Santo del Giorno

Santa Eustochia Calafato

Nome: Santa Eustochia Calafato

Titolo: Vergine

Nascita: 25 marzo 1434, Messina

Morte: 20 gennaio 1485, Messina

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Protettrice:dai terremoti

Eustochia nacque ad Annunziata (oggi rione di Messina), il Venerdì Santo del 1434. Suo padre, Bernardo, era un ricco mercante di Messina; sua madre, Macalda Colonna, famosa per il suo stile di vita virtuoso, subì forse l’influsso del riformatore francescano S. Matteo Girgcnti (21 ott.) ed entrò nel Terz’ordine di S. Francesco, restando a lungo senza figli.

Quando finalmente rimase incinta le fu detto da un forestiero che sarebbe riuscita a partorire solo in una stalla; qui dunque si fece condurre quando venne il tempo del parto.

La figlia, battezzata con il nome di Smeralda (o in dialetto siciliano Smaragda) come tributo alla sua bellezza, crebbe emulando le virtù di sua madre; quando un’apparizione di Cristo in croce le suscitò il desiderio di entrare nel convento delle clarisse (il Secondo ordine di S. Francesco) di S. Maria Basicò. Riuscì a entrare solo dopo travagliate vicende: i suoi fratelli avevano idee diverse sul suo futuro e minacciarono di dar fuoco al convento se le suore avessero permesso che Smeralda prendesse i voti; suo padre combinò un matrimonio con un pretendente che però morì, Verso il 1446 i suoi fratelli rinunziarono ai loro intenti incendiari, e le suore poterono accettarla: prese così e il nome religioso di Eustochia, ispirandosi alla discepola di S. Girolamo, S. Eustochio Giulia (28 set.).

Eustochia si impose un regime di grande austerità personale ma, dato che il convento era sostenuto da ricche famiglie siciliane e che, nel declino generale instauratosi nel xiv secolo, lo stile di vita era lungi dall’essere austero, decise di trasferirsi in un luogo più conforme al suo spirito penitenziale e di devozione alla passione di nostro Signore.

Nel 1457 papa Callisto III le accordò il permesso speciale di entrare in un altro convento vicino, quello di S. Maria Accomandata, dove vigeva la Regola del Primo ordine di S. Francesco sotto la guida dei riformatori osservanti, che all’epoca stavano introducendo una nuova spiritualità nell’ordine.

Nel 1463 gli edifici erano ormai troppo piccoli per ospitare i sempre più numerosi arrivi, attirati dalla spiritualità di Eustochia, e la comunità si trasferì in un nuovo convento, costruito a Montevergine, vicino a Messina, grazie al contributo della madre e della sorella di Eustochia, che la raggiunsero con la nipote Paola, allora appena undicenne. L’anno dopo Eustochia compì trent’anni e, essendo questa l’età minima richiesta dai canoni, venne eletta badessa.

I primi anni della fondazione furono travagliati: gli osservanti infatti non erano molto inclini a estendere le loro riforme alle religiose, e anzi addirittura rifiutavano il permesso ai preti francescani di celebrare la Messa nel convento. La badessa allora si rivolse direttamente alla Santa Sede, ricevendo da parte dell’arcivescovo di Messina un Breve in cui si obbligavano i frati a celebrare la Messa per le suore, pena la scomunica. Eustochia fu una delle tante suore dell’ordine in Italia (molte delle quali sono già state canonizzate) che, dotate di grande spessore spirituale, assicurarono l’estensione delle riforme alle religiose e la loro applicazione in un genuino spirito di rinnovamento interiore.

La badessa, durante lo studio di un itinerario in Terra Santa, aveva sviluppato una devozione particolare per i luoghi santi, anche se non riuscì mai a visitarli.

Il suo insegnamento spirituale era incentrato sulla passione di Cristo, sulla quale aveva scritto anche un trattato, che però è andato perduto; passava inoltre notti intere pregando in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento, ed era particolarmente assidua nella cura dei malati messinesi tanto che, ancora prima di morire, era già considerata dalla gente di Messina come sua patrona e protettrice, in particolare dai terremoti.

Morì nel 1468, alla giovane età di trentaquattro anni, e fu sepolta nell’abside della chiesa di Montevergine. Come date della sua morte compaiono anche il 1485 e il 1491, ma la prima fornita è la più probabile. Presto nacque un culto locale e sulla sua tomba si verificarono molte guarigioni.

Il suo corpo è rimasto incorrotto fino al giorno d’oggi. Nel 1690 l’arcivescovo di Messina scrisse un rapporto dettagliato sulle sue condizioni e nel 1777 il senato cittadino decise di rendere omaggio alla tomba due volte all’anno.

Il suo culto venne approvato nel 1782 ed Eustochia venne canonizzata, proprio a Messina, da papa Giovanni Paolo II nel 1988. Il suo corpo è ancora esposto per la venerazione dei numerosi visitatori che vengono a renderle omaggio nella ricorrenza della sua morte, ma anche il 22 agosto, anniversario del giorno in cui il senato decise di istituire le visite alla tomba.

La sua storia ci è nota grazie a due biografie giunte fino a noi, una delle quali fu scritta a meno di due anni dalla sua morte dalla sua prima discepola, jacopa Pollicino. Spesso venne rappresentata in opere d’arte, nelle quali appare con una croce in mano, elemento tratto dalla sua devozione alla passione di Cristo, oppure inginocchiata davanti al Santissimo Sacramento, come spesso faceva.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Messina, santa Eustochio Calafato, vergine, badessa dell’Ordine di Santa Chiara, che si dedicò con grande ardore a ripristinare l’antica disciplina della vita religiosa e a promuovere la sequela di Cristo sul modello di san Francesco.

Salute e Benessere

Erbe medicinali delle Alpi – Dalle erbe la salute

Arnica – Arnica montana

Habitat: pascoli della regione montana.

Giustamente l’arnica è stata definita fin dai tempi più antichi “la panacea dei caduti”, infatti miracolosi sono i suoi effetti negli infortuni in genere, nelle distorsioni e nelle botte solenni che lasciano lividi bluastri su tutto il corpo. L’arnica fiorisce sui prati piuttosto umidi di montagna e si presenta come una grande margherita tutta giallo-aranciata, dall’odore aromatico e dal sapore decisamente amaro. A scopo medicinale si raccolgono i capolini che si seccano accuratamente all’ombra. E’ buona precauzione, però, verso agosto o settembre sradicare una decina di piante – non di più secondo una moda vandalica troppo diffusa – ed essiccarle con molta accuratezza, radice compresa.
Con i fiori di arnica si può preparare un efficace anti-reumatico mettendone a macerare, per 8 o 10 giorni, trenta grammi in mezzo litro di alcol puro. Quindi si cola, aggiungendo un dado di canfora, un bicchierino di trementina e sbattendo a lungo finché la canfora si sia sciolta. Alla fine si aggiunge al tutto un bicchiere di acqua per ridurre la gradazione di questo efficace linimento, che si usa esternamente per energici massaggi sulle parti dolenti.
Contro le distorsioni, le contusioni o le botte in genere si usa la tintura d’arnica preparata mettendo a macerare in un bicchiere d’alcol 10 grammi di radice di arnica secca, sbattendo il tutto una volta al giorno e per venti giorni consecutivi.
Quindi si cola e si conserva il liquido ottenuto in luogo oscuro.
Quando abbisogna, si versano in una scodella un cucchiaio di questa tintura, due cucchiai di glicerina e tre di acqua. Con una pezzuola bene imbevuta di questa soluzione si fanno numerosi impacchi sulle parti doloranti, accertandosi, però, che non ci siano piaghe. Se si soffre di naso otturato e di testa appesantita da un catarro lento a risolversi, si ottengono dei grandi benefici annusando qualche pizzico di fiori di arnica finemente polverizzati. L’arnica serve, infine, per curare i foruncoli che deturpano la pelle. Si applica sulla parte dolente un impasto di due cucchiai di miele ed un cucchiaio di tintura d’arnica, sopra ricordata.

Il Santo del Giorno

Santa Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (Adelaide Brando)

Nome: Santa Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (Adelaide Brando)

Titolo: Religiosa e fondatrice

Nascita: 1 maggio 1856, Napoli

Morte: 20 gennaio 1906, Casoria

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Santa Maria Cristina al secolo Adelaide Brando fu una religiosa italiana, fondatrice della congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato.

Adelaide Brando nacque a Napoli il primo maggio 1856 da una famiglia borghese. La notte di Natale del 1868, a soli dodici anni, Adelaide si consacrò a Dio con voto di castità. Maturò il desiderio di entrare fra le suore Sacramentine ma trovò l’opposizione del padre, che però le permise di raggiungere la sorella Maria Pia clarissa nel monastero delle Fiorentine a Chiaia in Napoli.

Negli anni una grave malattia la costrinse a lasciare il monastero, finché, ristabilitasi del tutto in salute, nel 1875 a diciannove anni entrò tra le Sacramentine del monastero di San Giuseppe dei Ruffi.

Nel 1876 poté indossarne l’abito prendendo il nome di Maria Cristina dell’Immacolata Concezione. Nonostante Maria Cristina si sentisse felice potendo vivere appieno la sua devozione all’Eucaristia tra le Sacramentine, ancora una volta la salute malferma la costrinse a lasciare anche questo convento; nel 1877 si ritirò come pensionante nel Conservatorio delle Teresiane a Torre del Greco.

Si riprese nuovamente, e ritornò a Napoli dalla sorella Maria Pia. Con altre compagne, Maria Pia e Maria Cristina andarono ad abitare in un appartamento della salita Ventaglieri e poi a vico Montemiletto. Lì ebbero come guide spirituali San Ludovico da Casoria, il Venerabile Michelangelo Longo e i sacerdoti Raffaele Ferraiolo e Polidoro Schioppa.

Nel 1884 si trasferì definitivamente col gruppo nella cittadina di Casoria in provincia di Napoli, dove poté, finalmente, coronare il sogno di vivere adorando in modo perpetuo l’Eucaristia. Nel 1890, data l’affluenza di altre giovani nel gruppo, Maria Cristina e Maria Pia acquistarono la casa degli eredi Costa in via San Rocco e lì trasferirono la Comunità stabilendo ormai le basi della nuova Congregazione, come aveva predetto Ludovico da Casoria a Maria Cristina: “In mezzo a questa cittadina erigerai una casa centrale”.

Il desiderio di Maria Cristina era erigere accanto alla sede della Congregazione una chiesa dove l’adorazione eucaristica fosse ininterrotta ventiquattrore su ventiquattro, e il 19 febbraio 1893 venne posta la prima pietra.

Poco prima di morire, il 7 luglio 1903 Papa Leone XIII approvò l’Istituto con il nome di Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato. Maria Cristina si ammalò gravemente il 14 gennaio 1906, morendo il 20 gennaio a soli 50 anni. L’Istituto da lei fondato a Casoria, si allargò ad altre numerose case in Italia e all’estero, le suore membri della Congregazione oggi sono varie centinaia.

Papa Giovanni Paolo II nel 2003 l’ha proclamata beata, è stata canonizzata da Papa Francesco il 17 maggio 2015.

La ricetta del Giorno

Coppa di yogurt e frutta

Ingredienti: yogurt naturale 500 gr, 2 arance, 2 pere, musli 100 gr, amarene in confettura, graniglia di mandorle e nocciole 100 gr, 1 limone, zucchero a velo.

Esecuzione: zuccherare lo yogurt e aromatizzarlo con la buccia grattugiata del limone. Sbucciare le pere e tagliarle a spicchi, sbucciare le arance a vivo e privare gli spicchi dalla pellicina.

Distribuire gli ingredienti in 4 coppe individuali alternando frutta e yogurt, e completare con qualche amarena, il musli e la graniglia di mandorle e nocciole.

Tenere in frigorifero fino al momento di consumare.

Buon appetito.

il santo del giorno

San Sebastiano

autore: Giovanni Antonio Bazzi anno: 1525 titolo: San Sebastiano luogo: Gli Uffizi

Nome: San Sebastiano

Titolo: Martire

Nascita: III secolo , Narbona (Francia)

Morte: 20 gennaio 288, Roma

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Memoria facoltativa

Patrono di:RomaCasertaAcirealeBarcellona Pozzo di GottoMariglianoGragnanoGallipoliSaviglianoMonserratoBracciano >>> altri comuni

Protettore:dalle epidemiedella polizia localedei sofferenti

Nacque a Narbona (Francia), ma fu educato a Milano, ricevendo una buona cultura. Egli apparteneva all’armata dell’imperatore, godeva uno dei primi posti ed era caro a tutti per le sue belle qualità; lo stesso imperatore l’aveva in grande stima, e tanto l’amava che lo fece capitano dei pretoriani. Ma egli ben comprese che tutti quei sorrisi, quelle ricchezze, quelle dignità erano lacci che il demonio gli tendeva, ed in cui cercava di prenderlo, e, fedele a Gesù Cristo, non si lasciò adescare. Avrebbe però lasciato al più presto ogni cosa, se non fosse stato mosso dal desiderio di arrecare aiuto, conforto ed incitamento ai Cristiani perseguitati. Conservò quindi sotto la veste militare un ardente spirito di fede, speranza e carità, convertendo molti alla religione di Cristo ed aiutando i Martiri in tutti i modi. Per questo il Signore volle dare il premio al suo servo, e fece sì che i pagani si accorgessero dello spirito di Sebastiano. Avvisarono l’imperatore, il quale, chiamato Sebastiano a sé, si lamentò con lui perché così male corrispondesse ai favori ricevuti. Ma il santo gli rispose che gli era sempre rimasto fedelissimo, non solo, ma che più di ogni altro gli sembrava di aver corrisposto ai suoi favori, perché egli non pregava per l’imperatore gli dei falsi e bugiardi, ma pregava l’unico vero Dio, che solo e veramente poteva fare del bene alla sua angusta persona. Avvedutosi di ciò l’imperatore, lo fece legare ad un palo, e lo diede in bersaglio agli arcieri di Mauritania. Eseguito l’ordine, lo credettero morto; ma, la notte, Irene una cristiana di Roma venuta per dargli sepoltura, lo trovò vivo, lo fece portare in sua casa, ove in breve guarì.

titolo Irene recupera il corpo di san Sebastiano
autore Dirck van Baburen anno 1615

I cristiani volevano che fuggisse, ma il santo, invocato il suo Dio, si sentì ispirato di recarsi sulla gradinata ove solea passare l’imperatore, e là ne attese la venuta. Giunto che fu Diocleziano, gli disse: « Sire, voi siete ingannato dai vostri cortigiani, i quali disonorano il vostro nome e oltraggiano la giustizia spingendovi a perseguitare i cristiani. » Diocleziano si stupì di vederlo vivo, e temette non fosse stato eseguito il suo ordine. Ma Sebastiano scoprì il petto, mostrò le cicatrici delle frecce e soggiunse: « Sappilo per bene: quel Gesù che adoro, mi campò da morte affinché ti dicessi una volta ancora, che i tuoi dei sono bugiardi, che i cristiani soli adorano il vero Dio. » Il barbaro lo fece condurre nell’ippodromo, e uccidere a colpi di dava. Dopo di che fu gettato in una cloaca. Era l’anno 288. La notte successiva apparve in sogno alla matrona Lucina, le additò il luogo ove giaceva, e le disse che voleva essere seppellito nelle catacombe, alla bocca della grotta degli Apostoli. Lucina eseguì religiosamente il comando.

MASSIMA. Fate servire il grado al bene de’ vostri simili, e non a fomentare la vostra ambizione.

PREGHIERA. Inclito S. Sebastiano, otteneteci una particella di quella prudenza e ‘sapienza, che ornava 11 vostro spirito.

MARTIROLOGIO ROMANO. San Sebastiano, martire, che, originario di Milano, venne a Roma, come riferisce sant’Ambrogio, al tempo in cui infuriavano violente persecuzioni e vi subì la passione; a Roma, pertanto, dove era giunto come ospite straniero, ebbe il domicilio della perpetua immortalità; la sua deposizione avvenne sempre a Roma ad Catacumbas in questo stesso giorno.

il santo del giorno

San Fabiano

Nome: San Fabiano

Titolo: Papa e martire

Nascita: Roma

Morte: 20 gennaio 250, Roma

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Memoria facoltativa

Patrono di:Valsinni

Poco si legge nella storia di lui, ma è celebre per il modo con cui fu eletto a reggere la cattedra di S. Pietro. Era essa rimasta vacante per la morte di S. Antero, ed i fedeli di Roma si erano raccolti per l’elezione del nuovo pastore. Vi era fra essi Fabiano, venuto di fresco dalla campagna, che certamente non si sarebbe mai immaginato di essere l’eletto dal Signore. Stavano i fedeli in fervorosa orazione, pregando lo Spirito Santo a intervenire, quando di improvviso si vide una luce splendidissima discendere dal cielo, e di poi una colomba che leggermente venne a posarsi sul capo di Fabiano.

Non poteva essere più manifesta la volontà di Dio, e poche altre volte lo Spirito Santo è intervenuto così visibilmente nella elezione del Sommo Pontefice. Unanimi i fedeli elessero Fabiano a loro pastore.

Ferveva allora la persecuzione contro i Cristiani, e contro Fabiano specialmente volgevano i Gentili il loro odio, perché credevano che, tolto il padre, i figli cedessero. Lo catturarono infatti, e gli diedero la morte l’anno 250, soffrendo egli gloriosamente per Gesù Cristo; ma i fedeli rimasero saldi nella fede e tanti diedero il loro sangue dietro al suo esempio, piuttosto che cedere alle vane pretese dei loro persecutori.

MARTIROLOGIO ROMANO. San Fabiano, papa e martire, che da laico fu chiamato per grazia divina al pontificato e, offrendo un glorioso esempio di fede e di virtù, subì il martirio durante la persecuzione dell’imperatore Decio; san Cipriano si felicita del suo combattimento, perché diede una testimonianza irreprensibile e insigne nel governo della Chiesa; il suo corpo in questo giorno fu deposto a Roma sulla via Appia nel cimitero di Callisto.

Il Santo del Giorno

Santi Sebastiano e Fabiano

Nome: Santi Sebastiano e Fabiano

Titolo: Martiri

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Memoria facoltativa

Patroni di:LumezzaneVillorbaMarmiroloCamporossoCanneto sull’OglioAiello del SabatoCivitella PaganicoFiamignanoOllastraZumaglia >>> altri comuni

Gli antichi testi liturgici romani prevedevano che San Fabiano e San Sebastiano venivano venerati separatamente, più tardi vennero ricordati in un’unica celebrazione, ma il nuovo calendario, richiamandosi all’antico uso, prescrive due memorie facoltative separate, ciò dipende dal fatto che il corpo di Fabiano venne traslato nella basilica di San Sebastiano.


PRATICA. Non lasciamoci mai allontanare dal ben per rispetto umano.

PREGHIERA. Riguarda, o Dio onnipotente, la nostra debolezza, e perché siamo aggravati dal peso delle nostre colpe, ci protegga la gloriosa intercessione de tuoi beati martiri Fabiano e Sebastiano.

MARTIROLOGIO ROMANO. ARoma il natale di san Fabiano, Papa e Martire, il quale, al tempo di Dècio, subì il martirio, e fu sepolto nel cimitero di Callisto. Così pure a Roma, alle Catacombe, san Sebastiano Martire, il quale, sotto l’Imperatore Diocleziano, avendo il comando della prima coorte, a motivo della fede cristiana fu fatto legare ad un palo in mezzo all’accampamento e saettare dai soldati, e finalmente percuotere con bastoni, finché non rese lo spirito.

Monumenti di Napoli

Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli

Via Santa Maria di Costantinopoli 128

La tradizione racconta che Santa Maria di Costantinopoli, nota presso il popolo come la “Madonna delle Mosche”, era la più potente protezione contro la peste e lega la storia della chiesa a quella della malattia.

Nel 1528, con una prima epidemia, sarebbe nata infatti una piccola cappella, poi abbandonata.

Intorno al 1575, però, poiché si annunciava una nuova epidemia, si decise di dedicare alla influente madonna un vero santuario.

La chiesa attuale conserva tutt’ora, nel soffitto ligneo scolpito e dorato, lo stemma della piazza del popolo che la fece edificare a sue spese, fra 1603 e 1608, secondo il disegno di fra’ Nuvolo.

Dopo la costruzione della galleria Principe di Napoli, invece, si vede solo dall’alto la cupola maiolicata con cui il celebre architetto domenicano coronò il nuovo edificio.

Molti elementi decorativi, infine, dal portale al rivestimento interno in stucchi bianchi, risalgono al Settecento.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: l’amore è potente e può fare tutto;

Toro: ti poni in un modo troppo aggressivo, devi essere un po’ più calmo;

Gemelli: attento a non allargarti con le spese, il budget non è illimitato;

Cancro: troppi dubbi sul tuo rapporto d’amore, devi fare chiarezza dentro di te;

Leone: sprizzi energia da tutti i pori e non vedi l’ora di scaricarne un po’;

Vergine: il tempo dei problemi e delle preoccupazioni sta per terminare, in arrivo soluzioni per tutto;

Bilancia: qualcosa dal tuo passato sta cercando di rientrare nella tua vita, devi fare attenzione;

Scorpione: hai bisogno di un periodo di relax sia fisico che mentale in modo da ricaricare le tue batterie;

Sagittario: all’orizzonte delle nuovi occasioni che dovrai cercare di prendere al volo per sfruttarle a tuo favore;

Capricorno: continui ad avere idee e a fare progetti per la Primavera;

Acquario: sei ancora circondato da una certa agitazione e malumori;

Pesci: attento alle frequentazioni tieni presente che non tutti ti sono amici;

Buon Giovedì 20 Gennaio

Il Sole sorge alle 7:23 e tramonta alle 16:59

La Luna cala alle 5:48 e si eleva alle 14:26

  • san Fabiano, papa e martire;
    • san Sebastiano, martire;

Questo Santo, il cui corpo si conserva nella Chiesa della Annunziata, è il Protettore dei commercianti di ferro, dei fucilieri e dei Vigili Urbani.

  • A ‘a casa d’ ‘o ferràro, ‘o spito ‘e legnàmme.
  • Nun carrecà troppo l’archebuscio ca schiàtta!
  • Chi tène appaùra se faccia sbirro!
    • sant’Ascla, martire ad Antinoe;
    • san Neofito martire a Nicea, in Bitinia;
    • sant’Eutimio, abate;
    • san Vulfstano, vescovo di Worcester;
    • beato Benedetto Ricasoli, eremita;
    • sant’Enrico, vescovo di Uppsala e martire;
    • santa Eustachio Calafato, vergine e badessa clarissa;
    • santo Stefano Min Kuk-ka, catechista e martire;
    • beato Cipriano Iwene Tansi, sacerdote cistercense;
    • santa Maria Cristina dell’Immacolata Concezione,fondatrice delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato.

Successe … Oggi:

1343 – muore Re Roberto d’Angiò.

1799 – i repubblicani napoletani occupano Castel Sant’Elmo.

1872 – muore l’ottico e compositore Raffaele Sacco.

1903 – Esce il primo numero de “La Critica”, bimestrale diretto da Benedetto Croce. Le pubblicazioni cesseranno nel 1944.

1924 – a Castellammare di Stabia vi è una manifestazione di protesta, organizzata da un “Fascio dell’ordine”, nel corso della quale si hanno violenti scontri con sei morti e numerosi feriti. Vengono effettuati 150 arresti fra cui 19 Consiglieri socialisti.

Il proverbio del giorno: per San Sebastiano un’ora in più abbiamo.

LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

Il vero modo per farsi ingannare è credersi più furbi degli altri.

L’eccessiva sottigliezza è una falsa delicatezza; la vera delicatezza è una concreta sottigliezza.

Certe volte basta essere ignorante per non essere ingannato da un uomo intelligente.

Locali storici e tipici napoletani

Russo

Via San Biagio dei Librai 30

Alla metà del settecento la sede di questa ditta, una delle più antiche della città nel campo degli articoli “di devozione” era a San Domenico Maggiore, proprio nel locale dove oggi c’è Scaturchio, come testimonia ancora l’insegna sbiadita che sovrasta quella della nota pasticceria.

Cristi, madonne e santi, in gesso, legno, resina o metallo e di tutte le misure; tabernacoli, ostensori, medaglie, candelabri: la produzione di oggetti sacri, affidata a gruppi di artigiani locali, è capace di soddisfare qualsiasi richiesta del settore.

Dietro al banco c’è l’ultima generazione di una famiglia che da più di due secoli si tramanda quest’attività, mentre a tenere i contatti con gli ordini religiosi, che commissionano immagini sacre, opuscoli o altro in vista dei processi di beatificazione,

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 3

La necessità acuisce l’ingegno. Il pescatore escogitò uno stratagemma.

“Poiché non posso evitare la morte, – disse al genio, – mi sottometto dunque alla volontà di Dio. Ma, prima che io scelga un genere di morte, vi scongiuro, per il gran nome di Dio inciso sul sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, di dirmi la verità su una domanda che debbo farvi.”

Quando il genio vide che la preghiera rivoltagli dal pescatore lo costringeva a rispondere positivamente, tremò dentro di sé e disse:

“Chiedimi ciò che vuoi, fai presto. – Al che il pescatore gli disse:

  • Vorrei sapere se eravate effettivamente in questo vaso, osereste giurarlo sul gran nome di Dio?
  • Sì, – rispose il genio, – giuro su quel gran nome che c’ero, ed è verissimo.
  • In buona fede, – replicò il pescatore, – non posso credervi. Questo vaso non riuscirebbe a contenere neppure un vostro piede; com’è possibile che vi fosse rinchiuso tutto il vostro corpo?
  • Eppure, – rispose il genio, – ti giuro che c’ero così come tu mi vedi. Non mi credi dopo il gran giuramento che ti ho fatto?
  • Veramente n, – disse il pescatore; – e non vi crederò a meno che non me lo mostriate.”

Allora il corpo del genio si dissolse e, mutandosi in fumo, si sparse come prima sul mare e sulla riva; poi, raccogliendosi, cominciò a rientrare nel vaso e continuò così con una successione lenta e monotona, finché non ne restò più nulla fuori. Subito dal vaso uscì una voce che disse al pescatore:

“Ebbene, incredulo pescatore, eccomi nel vaso; ora mi credi?”

Il pescatore, invece di rispondere al genio, prese il coperchio di piombo e, richiuso prontamente il vaso, esclamò:

“Genio, chiedimi a tua volta grazia, e scegli in che modo vuoi che io ti faccia morire. Ma no, è meglio rigettarti in mare, nello stesso punto in cui ti avevo pescato. Poi farò costruire una casa su questa sponda e verrò ad abitarci per avvertire tutti i pescatori che verranno a gettarvi le loro reti di fare molta attenzione a non ripescare un cattivo genio come te, che ha fatto giuramento di uccidere colui che lo metterà in libertà.”

A queste parole offensive, il genio irritato fece ogni sforzo per uscire dal vaso; ma non gli fu possibile perché l’impronta del sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, glielo impediva. Perciò, vedendo che il pescatore era ora in vantaggio rispetto a lui, penso di dissimulare la sua collera.

“Pescatore, – gli disse con tono addolcito, – guardati dal fare quanto dici. Quel che avevo detto era soltanto uno scherzo e non devi prenderlo sul serio.

  • O genio, – rispose il pescatore, – tu che appena un momento fa eri il più grande e ora sei il più piccolo di tutti i geni, sappi che i tuoi artificiosi discorsi non serviranno a niente. Ritornerai in mare. Se ci sei stato tutto il tempo che mi hai detto, potrai ben restarci fino al giorno del giudizio. Io ti ho pregato, in nome di Dio, di non togliermi la vita, tu hai respinto le mie preghiere; debbo renderti la pariglia.”

Il genio non risparmiò nulla per cercare di commuovere il pescatore.

“Apri il vaso, – gli disse, – dammi la libertà, te ne supplico. Ti prometto che sarai contento di me.

  • Sei soltanto un traditore, – replicò il pescatore. – Meriterei di perdere la vita, se avessi l’imprudenza di fidarmi di te. Non mancheresti di trattarmi nello stesso modo in cui un certo re greco trattò il medico Duban. E’ una storia che voglio raccontarti. Ascolta.”

Continua al prossimo giro.

Le più belle canzoni napoletane

A ‘NFRASCATA

Gaetano Lama Gigi Pisano 1931
 
‘Mmiez’ê ffronne,
‘mmiez’ê ffronne d’ ‘a ‘Nfrascata1,
ce sta ‘na casarella prufumata;
chien’ ‘e sciure, chien’ ‘e rose avvellutate
addó se ferma ‘o sole p’ ‘a guardá…
Addó se ferma ‘o sole p’ ‘a guardá…
 
Tra le foglie,
tra le foglie della “‘Nfrascata”1
c’è una casetta profumata;
piena di fiori, piena di rose vellutate
dove il sole si ferma per guardarla…
dove il sole si ferma per guardarla…
 
E ‘na figliola cu dduje uocchie nire,
s’affaccia, tutt’ ‘e ssere, a vintun’ore…
E ‘o core mio se fa ‘na cammenata,
tutt’ ‘e ssere,
‘mmiez’ê ffronne d’ ‘a ‘Nfrascata…
 
E una ragazza con due occhi neri,
si affaccia, tutte le sere, alle nove…
E il mio cuore fa una passeggiata,
tutte le sere,
in mezzo alle foglie della “‘Nfrascata”…
 
Raggio ‘e luna,
raggio ‘e luna ‘nnargentato,
tu comme sî felice e affurtunato:
quanno, ‘a sera, ‘sta fenesta s’è appannata,
te miette ‘e faccefronte p’ ‘a guardá…
Te miette ‘e faccefronte p’ ‘a guardá…
 
Raggio di luna,
raggio di luna argentato,
come sei felice e fortunato:
Quando, la sera, questa finestra si chiude,
ti metti giusto di fronte per guardarla…
ti metti giusto di fronte per guardarla…
 
E quanno ‘sta figliola s’addurmenta,
tu trase a ll’intrasatto, e ‘a vase ‘nfronte…
E po te firme ccá, tutt’ ‘a nuttata,
pazzianno
‘mmiez’ê ffronne d’ ‘a ‘Nfrascata!
 
E quando questa ragazza si addormenta,
tu entri all’improvviso, e la baci sulla fronte…
E poi ti fermi qua, tutta la notte,
giocando
tra le foglie della “‘Nfrascata”!
 
Ll’aggio ditto,
ll’aggio ditto a ‘sta figliola:
“Chi è bella comm’a vuje nun po’ stá sola:
‘Sta vucchella tène ‘addore d’ ‘e vviole
e io desse tutt’ ‘a vita p’ ‘a vasá…
E io desse tutt’ ‘a vita p’ ‘a vasà…”
 
Le ho detto,
le ho detto a questa ragazza:
“Chi è bella come voi non può star sola:
Questa boccuccia profuma di viole
ed io darei tutta la vita per baciarla…
ed io darei tutta la vita per baciarla…”
 
E tengo pronto giá ‘nu lietto ‘e sposa,
cu dduje cuscine, fatte ‘e fronne ‘e rose…
Ce manca ‘na cuperta arricamata…
e ‘a facimmo
cu ‘sti ffronne d’ ‘a ‘nfrascata!
Ed ho già pronto un letto di sposa,
con due cuscini, fatti di petali di rose…
Ci manca la coperta ricamata…
e la facciamo
con queste foglie della “‘Nfrascata”!


1 ‘A ‘Nfrascata è l’antico nome usato per l’attuale Via Salvator Rosa, che nacque per collegare la collina del Vomero (dove, tra il XVI e il XVII secolo, la nobiltà spagnola aveva iniziato a costruire sontuose dimore) e il centro della città. Il termine “‘Nfrascata” rimane nel dialetto a ricordare quei tempi, prima dell’urbanizzazione, in cui c’erano, appunto, le “frasche”, cioè le foglie degli alberi che portavano ombra e refrigerio.

Curiosando qui e là

La Terra potrebbe esplodere?

No. La sua struttura non consente una vera e propria esplosione. Al contrario delle stelle, infatti, all’interno della Terra non vi sono reazioni nucleari che producono energie ad alta intensità.

Nel nucleo si raggiungono temperature elevate (5.000° C): sono dovute sia alla pressione del guscio più esterno, sia all’energia gravitazionale (quella dovuta al collasso del materiale più denso verso il nucleo, quando il pianeta stava ancora formandosi). Tutto ciò però si traduce solo nella formazione di “cellule convettive”, cioè risalite verso l’alto di materiale caldo dalle parti più profonde del mantello, che si raffreddano vicino alla superficie e poi ricadono in profondità.

Anche nel caso in cui la Terra fosse colpita da un gigantesco asteroide, il pianeta si comporterebbe come un oggetto solido: si frantumerebbe, e solo in questo caso emetterebbe giganteschi spruzzi del materiale liquido presente al suo interno.

L’Angolo della Poesia

‘O cippo ‘e Sant’Antuòno – 3

Sculare e scularièlle,

‘o sturio cchiù nun renne.

Menàte ‘a copp’ abbascio

Libbre, quaterne e ppenne.

D’ ‘o lleggere e dd’ ‘o scrivere

Lassàte sta’ ‘o mestiere.

Sentite a mme, faciteve

chianchiere e ssalumiere.

Nnanz’a ‘stu bancariello,

mastu Francì, che ffaje …

fatiche nott’ e ghjuòrno,

e sempe scàuzo vaje.

Abbrucia tutte cose,

ca ‘o Santo nun s’ ‘o ttene.

T’aràpe ‘o magazzino

E avràje furtuna e bene.

Continua

Il Santo del Giorno

San Bassiano

Nome: San Bassiano

Titolo: Vescovo

Nascita: 319 circa, Siracusa, Sicilia

Morte: 409 circa, Lodi

Ricorrenza: 19 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:LodiBassano del GrappaLodi VecchioPizzighettoneSan Bassano

Bassiano nacque in Sicilia in una famiglia pagana, figlio di Sergio un governatore di Siracusa in carica durante l’impero di Costantino. Il padre lo mandò a Roma per studiare per farlo diventare suo successore nel governo della città. A Roma, Basiano, si dedicò allo studio della religione cristiana, dove si convertì e fu battezzato da un sacerdote di nome Giordano. Quando il padre lo scoprì, si arrabbiò molto e mandò i suoi emissari per convincerlo a rinunciare alla nuova fede e riportarlo a casa. Ma Basiano mentre pregava nella chiesa di San Giovanni Battista, fu avvertito dal Cielo del complotto di suo padre, e fuggì a Ravenna, perdendo le sue tracce. In questa città fu ordinato sacerdote, dove divenne famoso per la sua saggezza e amore per il prossimo.

Si narra che un durante il viaggio per Ravenna, in un bosco Bassiano incontrò una cerva con due cerbiatti che si accucciarono ai suoi piedi. Gli animali selvatici seppur ammansiti rimasero comunque interesse dei cacciatori che li inseguivano, e per questo caddero tramortiti a terra per mano di Bassiano, intenzionato a difendere il cervido. Si poterono rialzare solo dopo il suo perdono.

Quando nel 376 la città di Lodi fu liberata, fu consacrato vescovo e, secondo una leggenda, quando occupò il suo seggio molte persone affette da lebbra furono miracolosamente guarite, mentre una voce dall’alto assicurò loro che in questo città non avrebbe mai più sofferto di questa malattia. Fu per 30 anni Vescovo di Lodi. Ebbe una grande amicizia con sant’Ambrogio di Milano, con il quale partecipò al Concilio di Aquileia (381).


MARTIROLOGIO ROMANO. A Lodi, commemorazione di san Bassiano, vescovo, che, per difendere il suo gregge dall’eresia ariana in quel luogo ancora viva, lottò strenuamente insieme a sant’Ambrogio di Milano.

Astrologia

Affinità di coppia del segno del Capricorno con gli altri segni.

Capricorno-Pesci

Io t’amo senza capirti

Con intuizione quasi medianica, il figlio di Nettuno sa come sciogliere la severa corazza dell’alunna di Saturno. Gettato il ponte tra due corpi e due anime, una sola cosa resta impossibile per lei: sondare il mistero di lui, profondo come il mare.

Quando, col solstizio d’inverno, il Sole entra nel Capricorno, la natura scarna e spoglia si anima, nell’intima profondità delle proprie viscere, di un fervore vitale, destinato a rimanere segreto fino a quando sotto il segno dei Pesci, arriverà il dolce tempo del disgelo.

Ecco, nel rapporto amoroso che lega una donna del Capricorno e un uomo dei Pesci si realizza spesso un’alchimia simile. Infatti lui, essere polimorfo, infantile e allo stesso tempo generoso come un vecchio saggio, ha la capacità di vedere ben oltre la solida maschera difensiva dietro cui si trincera l’acuta sensibilità della Capricorno. Quindi la medianica intuizione nettuniana scopre senza incertezze la palpitante femminilità che ferve nell’intimo di lei, mentre le infinite risorse della fantasia pescina lavorano per sciogliere con dolcezza anche le più dure resistenze saturniane. E allora lei si lascia trasportare con sempre maggiore fiducia in atmosfere suggestive e coinvolgenti. Stupita e rassicurata dalla capacità del partner di “materializzarsi” accanto a lei, nei momenti più impensati, di inondarla con fiumi di parole, di metterla a parte di fantastici sogni segreti, di chiederle solidarietà e complicità. Poco a poco, la Capricorno, sottratta con dolcezza al suo angusto mondo fatto di razionalità e pessimismo, si sente pervadere dal caldo fluire di nuove emozioni. Il Pesci infatti, pur essendo terribilmente sensuale, ha tanta sensibilità da evitare di aggredirla con premature esigenze. Non sfoggia l’erotismo aggressivo che caratterizza altri tipi zodiacali, quali Ariete e Scorpione, i segni governati da Marte. Invece il Pesci, in corrispondenza di Venere, esaltata nel segno, vive un culto del piacere sessuale che arriva al corpo passando attraverso la psiche: nel gioco della seduzione, le sue armi preferite sono lo sguardo e la voce.

E, siccome è uno che prova un piacere sottile non solo nella suggestione ma anche nell’autosuggestione, non commette l’errore di forzare prematuramente la resa della Capricorno. Così, finché le sue infallibili “antenne” nettuniane non lo informano che lei è pronta a rispondere con serenità ai suoi desideri, non commette passi falsi in questo senso. E adotta la tattica migliore per conquistare la donna del Capricorno. Che è una creatura capace di rivelarsi addirittura passionale quando un partner dolce e paziente l’aiuta a liberarsi dagli angusti nodi dei divieti saturniani.

Certo, non è facile, ma ne vale la pena. Anche perché è garantito che, quando incontra un uomo così, la Capricorno finisce con l’innamorarsi sul serio e per sempre. Il che, in termini pratici, significa che lei diventa anche estremamente indulgente e disponibile. E, per non impazzire accanto a un Pesci, indulgenza e disponibilità sono indispensabili. Prima di tutto perché non è un’impresa facile gestire il disordine in cui il Pesci vive come in una seconda pelle: impossibile fargli entrare in testa che gli orari non sono un concetto relativo, che in una casa la regola non dovrebbe essere quella dell’ordine sparso.

Ma, più ancora, è difficile imparare a convivere con quel sottile, spesso inquietante senso d’infelicità (o, quanto meno, d’insoddisfazione) che è la caratteristica comune della maggior parte dei nati nel dodicesimo segno. Si tratta di una sorta di invincibile senso d’incertezza che nasce dallo scontro irresolubile fra assoluto e relativo. Un sottile tormento legato alla percezione dell’insignificante peso dell’essere umano, rapportato agli infiniti orizonti dell’universo.

Tutto questo provoca spesso un dolore insostenibile: ne derivano a volte quelle reazioni di fuga così tipiche della natura pescina eppure, sul piano razionale, così spesso inspiegabili. Perché il Pesci, anche quando riesce a conquistare la pienezza delle possibili felicità umane (come l’amore, il successo, il denaro …), quasi mai riesce a guarire dal suo male di vivere. E se qualche volta riesce a venirne fuori, rimane esposto alle ricadute.

Ma, se accanto a lui c’è una donna del Capricorno veramente innamorata, la sofferenza del Pesci si lenisce: merito di un amore fatto di una dedizione del tutto speciale, intelligente e discreta.

Il Santo del Giorno

San Catello

Nome: San Catello

Titolo: Vescovo

Nascita: VII secolo, Castellammare di Stabia

Morte: VII secolo, Castellammare di Stabia

Ricorrenza: 19 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:Castellammare di Stabia

San Catello visse all’epoca dell’invasione longobarda, tra il VI e i VII secolo, fu Vescovo di Castellammare di Stabia. Si sa che ebbe una vita molto sofferta: sul monte Faito dove spesso si rifugiava in preghiera insieme a sant’Antonino, gli apparve in sogno l’arcangelo Michele e a ricordo dell’apparizione costruì un piccolo tempio, oggi totalmente ricostruito, conosciuto come santuario di San Michele Arcangelo al Monte Faito. Colpito da calunnie da suoi “familiari” (forse si intende vescovi di diocesi vicine), fu portato per un breve periodo a Roma, finché papa Gregorio I, a cui aveva predetto il pontificato, gli riaffidò la diocesi di Stabia: tornò trionfante in città, accolto dall’amico Antonino, poi divenuto abate in Sorrento.


Salute e Benessere

Erbe medicinali delle Alpi – Dalle erbe la salute

Aconito – Aconitum napellus

E’ una pianta dal portamento elegante che può raggiungere anche il metro e mezzo di altezza. In alto porta un grappolo di fiori di un bellissimo colore azzurro-turchino, che rassomigliano a degli elmetti. La radice piuttosto scura può sembrare un rapanello di media grossezza.
Cresce soprattutto nei luoghi umidi, ai margini dei boschi di montagna con una decisa preferenza per i terreni che fiancheggiano le malghe e per quelli sui quali crescono numerose le ortiche.
L’aconito è una pianta velenosissima in ogni sua parte ed è saggia regola evitare ogni contatto. Chi ne avesse raccolto anche i soli fiori, abbia la precauzione di lavarsi accuratamente le mani prima di toccare cibo.
Anche la radice ha un alto potenziale di velenosità: basta assaggiarne un po’ per morire in pochi minuti.

Il Santo del Giorno

San Macario il Grande

Nome: San Macario il Grande

Titolo: Abate di Scete

Nascita: 300, Alto Egitto

Morte: 390, Scete

Ricorrenza: 19 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:Ghilarza Macario, detto anche l’Egiziano o il Grande per distinguerlo da Macario d’Alessandria (2 gen.), nacque nell’Alto Egitto e passò la sua giovinezza pascolando bestiame; seguendo poi quella chiamata alla vita ascetica che andava diffondendosi sempre più, si ritirò in una cella dedicandosi alla preghiera e a semplici lavori manuali, come la fabbricazione di ceste di giunco.

Il racconto di come se ne andò nel deserto di Scete, a sud ovest del Delta del Nilo (uno dei tre grandi luoghi di raccolta degli eremiti), è contenuto nei “detti” dei Padri del deserto, a lui stesso attribuito: «Quando ero giovane e vivevo da solo nella mia cella, mi presero contro la mia volontà e mi fecero chierico del villaggio. Dato che non volevo restare là fuggii in un altro paese, dove un pio laico mi aiutava vendendo il mio lavoro; accadde però che una giovane ragazza si trovò in difficoltà per essere rimasta incinta e, quando i genitori le chiesero chi fosse stato il responsabile, lei rispose: “Quell’eremita ha commesso questo crimine”». I suoi parenti lo picchiarono e lo costrinsero a provvedere a lei. «Cosi io mi dissi: bene Macario, ora che hai una moglie, per nutrirla dovrai lavorare ancora più sodo. Così lavorai giorno e notte per mantenerla, ma quando venne il tempo del parto fu preda di dolorosissime doglie per giorni e giorni, ma non riusciva a partorire il figlio. Quando le chiesero spiegazioni rispose: “I lo dato la colpa del crimine a quell’eremita, che invece era innocente; infatti colui che mi ha messa in questa condizione è l’uomo che vive alla porta accanto”. Allora colui che mi aveva aiutato, sentendo queste notizie, pieno di gioia, venne da me a riferirmi tutto e a chiedermi di perdonarli tutti. Sentite queste cose e temendo che la gente venisse a disturbarmi, raccolsi in fretta le mie cose e giunsi in questo posto: questa è la ragione della mia venuta in questa parte del mondo».

Che i particolari del racconto perennemente ammonitore siano veri o meno, mostrano comunque la carità, l’umiltà e l’accettazione dell’ingiustizia da parte di Macario, il che evidenzia anche a quale alto livello di apatheia, o pace dell’anima — aspirazione di tutti gli eremiti del deserto — fosse già giunto. Andò a Scete verso il 330 e passò là i successivi sessanta anni, divenendo l’anziano più riverito di tutta la comunità e il principale organizzatore della vita monastica in quel luogo. La forma di monachesimo anacoretico praticato a Scete era basata sui “detti” dei Padri antichi e non su una regola scritta, come avveniva invece nelle comunità monastiche derivanti da Pacomio (9 mag.). Molti di questi detti, nella raccolta fatta intorno al 500 (Apophthegmata Patrum), vengono attribuiti a Macario, e alcuni di essi narrano di incontri con il diavolo e i demoni, dai quali Macario, soprattutto grazie all’umiltà, usciva vittorioso, altri invece sono semplici e brevi consigli: «Se desiderando correggere un altro ti fai spingere all’ira, tu gratifichi la tua stessa passione. Dunque non perdere te stesso per salvare un altro».

Era certamente una grande guida spirituale e, a parte i “detti”, gli viene attribuita una vastissima letteratura, che consiste in cinquanta omelie e nella Grande Lettera. Attingendo principalmente al pensiero di Gregorio di Nissa (10 gen.), in particolare al suo De Institut° Christian°, le prime mostrano la capacità divulgativa di Macario, piuttosto che una vera originalità di pensiero, e rendono fruibili le complesse teorie mistiche e spirituali di Gregorio anche a un pubblico meno colto. Macario aggiunse anche direttive più precise sul modo di organizzare una comunità monastica o eremitica, che doveva essere basata sul mutuo soccorso e sul lavoro manuale, che non poteva venire sottovalutato, essendo necessario al sostegno della comunità, per permettere ad altri di continuare a condurre una vita di preghiera. Egli deduce il concetto di necessità e dignità del lavoro dalla meditazione sull’episodio evangelico di Marta e Maria, passando direttamente al significato del gesto di Cristo che lava i piedi ai discepoli, come dimostrazione della preminenza del lavoro quale canale di servizio agli altri.

I temi su cui si sofferma sono la mistica della luce, la necessità di pregare costantemente e di progredire nella vita spirituale. Macario è tutto intento a dimostrare che gli alti ideali del monachesimo possono essere raggiunti a patto che si abbia una fede fondata sulla Scrittura e che ci si ponga generosamente l’obiettivo di mettere in pratica ciò che le Scritture stesse propongono, confidando nell’opera divina piuttosto che nelle proprie forze. Egli coniuga la saggezza popolare dell’esperienza collettiva del monachesimo primitivo con il fermento intellettuale fornito dal pensiero originale di Gregorio di Nissa; per un certo periodo si era anche creduto che le opere attribuite a Macario fossero antecedenti e avessero influenzato il De Instituto di Gregorio, mentre ora quasi tutti gli studiosi le considerano dipendenti da quest’ultima; esse influenzarono invece gli scritti di Giovanni Cassiano (23 lug.) — che aveva trascorso un periodo come monaco in Egitto — e quindi, indirettamente, la genesi del monachesimo occidentale. Sono poche le notizie affidabili sui sessant’anni di permanenza a Scete; si dice che fosse discepolo di Antonio Abate (17 gen.): in effetti uno dei discepoli a cui Antonio chiese di seppellirlo si chiamava proprio Macario. Si potrebbe quindi trattare proprio del nostro Macario, che probabilmente rese spesso visita al grande patriarca, il cui rifugio era a quindici giorni di viaggio da Scete. Macario viene commemorato nel canone della Messa nei riti copto e armeno.

MARTIROLOGIO ROMANO. Commemorazione di san Macario Magno, sacerdote e abate del monastero di Scete in Egitto, che, morto al mondo e a se stesso, viveva solo per Dio, come insegnava anche ai suoi monaci.

La ricetta del giorno

Polenta con ragù di braciole.

Ingredienti: polenta 250 gr, 4 fette di vitellone 500 gr, salame 100 gr, formaggio 30 gr, concentrato di pomodoro 200 gr, vino bianco, prezzemolo, cipolla, aglio, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: farcire le fette di carne con fettine di salame, bastoncini di formaggio, przzemolo e aglio, avvolgerle e fissarle con degli stecchini. Rosolarle in un tegame di coccio con olio e cipolla tritata, bagnare con il vino, unire il concentrato di pomodoro, diluire con acqua, salare, pepare e cuocere per un paio d’ore finché la carne sarà tenerissima.

Preparare la polenta seguendo le istruzioni sulla confezione, versarla morbida sul piatto da portata e guarnirla al centro con le braciole private degli stecchini e tutto il loro sugo.

Buon appetito.

Il Santo del Giorno

Santi Mario, Marta, Abaco e Audiface

Nome: Santi Mario, Marta, Abaco e Audiface

Titolo: Martiri a Roma

Ricorrenza: 19 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Si narra che Mario e la moglie Marta di origini persiane erano diretti a Roma con i loro due figli Audiface e Abaco per venerare le reliquie dei martiri, come erano soliti fare i cristiani delle origini. Giunti in città, nel periodo delle grandi persecuzioni ordinate da Diocleziano, si narra che aiutarono il prete Giovanni a seppellire duecentosessantasette martiri decapitati e abbandonati in aperta campagna lungo la via Salaria. Scoperti, furono arrestati, condotti in tribunale e decapitati anch’essi. La matrona romana Felicita ne raccolse i resti, poi conservati in una chiesa di cui restano le rovine a Bocca, presso Roma.

Verso la fine del Settecento, a seguito del graduale aumento degli abitanti delle zone limitrofe, fu presentata all’adunanza Capitolare del 30 agosto 1778 una richiesta di edificare una nuova chiesa capace di ospitare in maniera “decorosa” gli “abitatori” e i pellegrini devoti alla famiglia dei Santi Martiri Mario, Marta, Audiface e Abaco. Nel 1789, per volere di papa Pio VI, fu inaugurata la nuova chiesa progettata dall’insigne Architetto Virginio Bracci. Le loro reliquie ebbero vicende molto complesse: alcune furono traslate a Roma nelle chiese di sant’Adriano e di santa Prassede. Un’altra parte di fu esse fu inviata a Eginardo nell’828. Questi, biografo di Carlo Magno, le donò al monastero di Seligenstadt.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Roma, sulla via Cornélia, i santi Martiri Màrio e Marta coniugi, e i figli Audiface e Abacum, nobili persiani, i quali, al tempo del Principe Claudio, erano venuti a Roma per pregare. Di essi Marta, dopo aver sopportato i flagelli, l’eculeo, il fuoco, gli uncini di ferro e il taglio delle mani, fu uccisa a Ninfa; gli altri furono decapitati e i loro corpi bruciati.

Monumenti di Napoli

Galleria Principe di Napoli

Ingresso da piazza Museo Nazionale, Via Pessina e via Broggia

Il lungo dibattito sulla sistemazione da dare all’area tra piazza Dante e il Museo Archeologico si concluse, fra il 1876 e il 1883, con la creazione di questo passaggio coperto: una delle prime architetture cittadine che utilizza la tecnica del ferro e vetro.

Purtroppo la galleria non riuscì mai ad assumere un vero luogo di collegamento tra il museo, l’Accademia di Belle Arti e il Teatro Bellini e la sua stagione di gloria, peraltro breve, si chiuse con il tramonto del cafè chantants.

Oggi è poco frequentata, ed è difficile immaginarla nella versione più ‘salottiera’ che aveva ai tempi del caffè Scotto-Jonno, quando le maggiori case musicali tenevano qui le loro audizioni pubbliche.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: cerca di essere sempre puntuale agli appuntamenti;

Toro: ti sei svegliato di malumore, una bella colazione e torna il sorriso;

Gemelli: belle cose in arrivo che ti daranno emozioni;

Cancro: cerca di mettere da parte un po’ di energia, ti potrebbe servire;

Leone: continua il periodo positivo, tante belle soddisfazioni;

Vergine: hai avuto delle spese eccessive ed ora ti trovi un po’ in difficoltà;

Bilancia: stai lottando in modo impari con gli altri che hanno dei vantaggi su di te, cerca di recuperare lo svantaggio;

Scorpione: segui il tuo istinto e la tua fantasia;

Sagittario: i nodi prima o poi vengono al pettine, attenzione alle bugie;

Capricorno: hai dei nuovi progetti in vista ma devi fare molta attenzione;

Acquario: hai un accumulo di stanchezza che ti porti addosso e che si fa sentire;

Pesci: le polemiche vanno messe da parte.

Buon Mercoledì 19 Gennaio 2022

Il Sole sorge alle 7:24 e tramonta alle 16:58

La Luna cala alle 4:41 e si eleva alle 13:21

  • san Germanico, martire di Filadelfia;
    • san Ponziano, martire di Spoleto;
    • santi Mario, Marta, Audiface e Abaco, martiri;

Mario dall’etrusco “maru” che significa “uomo, maschio”.

  • L’ommo, pe’ natura, guarda sempre zizze e culo; ‘a femmena, pe’ difetto, guarda sempre ‘int ‘a vrachètta.
    • san Macario il Grande, sacerdote e abate del monastero di Scete;
    • san Macario Alessandrino, monaco;
    • san Bassiano, vescovo di Lodi;
    • san Launomaro, abate di Corbion;
    • san Giovanni, vescovo di Ravenna;
    • san Remigio, vescovo di Rouen;
    • sant’Arsenio, vescovo di Corfù;
    • beato Marcello Spínola y Maestre, vescovo di Siviglia, fondatore delle Ancelle del Divin Cuore.

Successe … oggi:

1980 – grande manifestazione di piazza contro la crisi economica e politica.

1983 – nasce a Napoli la prima bambina concepita in provetta.

Il proverbio del giorno: secca di gennaio chiude il tino e apre il granaio.

LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

I più accorti ostentano per tutta la vita di biasimare le astuzie per servirsene in qualche grande occasione e per qualche grande interesse.

L’uso abituale dell’astuzia è segno di mente gretta: quasi sempre chi se ne serve per coprirsi da un lato, si scopre dall’altro.

Le astuzie e i tradimenti dipendono soltanto da mancanza di capacità.

Locali storici e tipici napoletani

Scaturchio

Piazza San Domenico Maggiore 19

Dal 1921 la “nuova pasticceria” che affaccia sulla piazza è una meta d’obbligo per i golosi.

L’attività della famiglia risale alla metà dell’Ottocento, con i locali su via Toledo dove fu inventato e brevettato il “ministeriale”, una delizia al cioccolato ripiena di crema al liquore.

Ancora oggi il bar si riempie a prima mattina, quando il caffè ristretto viene accompagnato da cornetti alla crema o, nella versione più recente al cioccolato.

A pranzo si può rimanere abbarbicati al banco per gustare i classici arancini di riso, le frittatine di maccheroni e i rustici, oppure accomodarsi ai pochi tavoli della minuscola sala interna dove è possibile ordinare i piatti del giorno.

Ma è soprattutto la tradizionale pasticceria napoletana – sfogliatelle da manuale, choux grondanti di crema, crostatine alla frutta, babà al rhum, dolci natalizi, come i mustaccioli e i rococò, pastiere – che ha consolidato nel tempo la fama di Scaturchio.

Specialità della casa, lo “zefiro”, un semifreddo all’arancia ricoperto di pan di Spagna.

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 2

A questo discorso il genio, guardando il pescatore con aria fiera, gli rispose:

“Parlami più civilmente; sei ben ardito a chiamarmi spirito superbo.

  • Ebbene! – riprese il pescatore, – se vi chiamo gufo della fortuna, vi parlerò più civilmente?
  • Ti dico, – replicò il genio, – di parlarmi più civilmente prima ch’io ti uccida.
  • Eh! perché vorresti uccidermi? – chiese il pescatore. – Io vi ho messo in libertà, l’avete già dimenticato?
  • No, me ne ricordo, – rispose il genio; – ma ciò non m’impedirà di farti morire, e posso accordarti una sola grazia.
  • E qual è questa grazia? – domandò il pescatore.
  • Quella di lasciarti scegliere in che modo vuoi ch’io ti uccida.
  • Ma in che cosa vi ho offeso? –riprese il pescatore. – Così volete ricompensarmi del bene che vi ho fatto?
  • Non posso trattarti altrimenti, – disse il genio, – e affinché tu te ne convinca, ascolta la mia storia: Io sono uno di questi spiriti ribelli che si sono opposti alla volontà di Dio. Tutti gli altri geni riconobbero il gran Salomone, profeta di Dio, e si sottomisero a lui. Sacar e io fummo i soli a non volerci abbassare a questo. Per vendicarsene, quel potente monarca incaricò Assaf, figlio di Barakia, suo primo ministro, di venire a prendermi. Ciò fu eseguito: Assaf venne a impadronirsi della mia persona e mi condusse, mio malgrado, davanti al trono del re suo padrone. Salomone, figlio di Davide, mi ordinò di abbandonare il mio genere di vita, di riconoscere il suo potere e di sottomettermi ai sui ordini. Io rifiutai altezzosamente di ubbidirgli, e preferii espormi a tutto il suo risentimento piuttosto che prestargli il giuramento di fedeltà e di sottomissione che esigeva da me. Per punirmi, mi chiuse in questo vaso di rame e, al fine di assicurarsi che non potessi forzare la mia prigione, impresse personalmente il suo sigillo sul coperchio di piombo, dov’era inciso il gran nome di Dio. Fatto ciò, mise il vaso fra le mani di un genio a lui ubbidiente, con l’ordine di gettarmi in mare; il che fu eseguito con mio gran rammarico. Durante il primo secolo della mia prigionia, giurai che se qualcuno mi avesse liberato prima dello scadere dei cent’anni, lo avrei reso ricco, anche dopo la sua morte. Ma il secolo trascorse e nessuno mi rese questo buon servigio. Durante il secondo secolo, feci giuramento di aprire tutti i tesori della terra a chiunque mi avesse messo in libertà; ma non fui più fortunato. Nel terzo, promisi di fare potente monarca il mio liberatore, di essergli sempre vicino in spirito e di accordargli ogni giorno tre richieste, di qualunque natura fossero. Ma questo secolo trascorse come gli altri due, ed io rimasi sempre nelle stesse condizioni. Infine, amareggiato, o meglio arrabbiato nel vedermi prigioniero per tanto tempo, giurai che, se qualcuno mi avesse liberato successivamente, lo avrei ucciso senza pietà e non gli avrei accordato altra grazia fuorché quella di lasciargli la scelta del genere di morte che desiderava. Quindi, poiché oggi sei venuto qui e mi hai liberato, scegli in che modo vuoi ch’io ti uccida.”

Questo discorso afflisse molto il pescatore.

“Sono veramente disgraziato, – esclamò, – ad essere venuto in questo luogo a rendere un così gran servigio ad un ingrato. Perdonatemi, anche Dio vi perdonerà. Se mi concedete generosamente la vita, egli vi metterà al riparo da tutte le congiure che saranno tramate contro la vostra vita.

  • No, la tua morte è certa, – disse il genio. – Scegli soltanto in che modo vuoi ch’io ti faccia morire. – Il pescatore, vedendolo risoluto a ucciderlo, ne provò un estremo dolore, non tanto per amore di sé stesso quanto a causa dei sui tre figli dei quali compiangeva la miseria in cui la sua morte li avrebbe ridotti. Cercò ancora di calmare il genio.
  • Ahimè! – riprese, – degnatevi di aver pietà di me, in considerazione di quanto ho fatto per voi.
  • Te l’ho già detto, – replicò il genio, -proprio per questa ragione son costretto a toglierti la vita.
  • E’ strano, – riprese il pescatore, – che voi vogliate assolutamente rendere il male per il bene. Il proverbio dice che chi fa del bene a colui che non lo merita, ne è sempre mal ricompensato. Credevo, lo confesso, che fosse falso; nulla, infatti, urta di più la ragione e i diritti della società. Nondimeno sto crudelmente provando che è anche troppo vero.
  • Non perdiamo tempo, – interruppe il genio. – Tutti i tuoi ragionamenti non riuscirebbero a distogliermi dal mio disegno. Affrettati a dire in che modo desideri che ti uccida.”

Continua domani.  

Le più belle canzoni napoletane

‘A BANDERELLA ‘E CARTA

Giuseppe Cioffi  Gigi Pisano  1955
 
Che folla ‘nnant’ ‘a chella bancarella,
‘na chiorma ‘e guagliuncielle
cercava ‘e franfellicche1 e ‘ccaramelle.
 
Che folla davanti a quella bancarella,
una moltitudine di ragazzini
cervava “franfellicchi”1 e caramelle
 
‘O cchiù guaglione ‘e lloro, Peppiniello,
diceva ê cumpagnelle
“Pe cunto mio voglio ‘sta banderella.
Facimmo ‘a guainella2,
vedimme chi è capace a m’ ‘a scippà.”
 
Il più piccolo di loro, Peppiniello,
diceva agli amichetti
“Per me voglio questa bandierina.
Facciamo una sfida2,
vediamo chi riesce a strapparmela”.
 
E comme ‘a difendeva ‘a banderella
quann’ ‘e guagliune jevano a l’attacco.
Isso ‘a teneva forte cu ‘e manelle
e po alluccava “Chesta nun se tocca”.
E s’ ‘a teneva astretta ‘ngopp’ô core,
chella bandiera ‘e carta tricolore.
 
E come la difendeva la bandierina
quando i ragazzi andavano all’attacco.
Lui la teneva forte con le manine
e poi urlava “Questa non si tocca”.
E se la teneva stretta sul cuore,
quella bandiera di carta tricolore.
 
Doppo tant’anne more, ‘a vicchiarella
dint’ ‘a ‘na casciulella
raccoglie tutt’ ‘a rrobba ‘e Peppiniello.
 
Dopo tanti anni muore, la madre
in una cassettina
raccoglie tutte le cose di Peppiniello.
 
Quanta ricorde, libbre, pazzielle
e po ‘na banderella
ca se l’era astipata guagliunciello
giuranno ê cumpagnelle
“Nisciuno è maje capace ‘e m’ ‘a scippà”.
 
Quanti ricordi, libri, giochi
e poi una bandierina
che aveva conservato da ragazzino
giurando agli amichetti
“Nessuno mai riuscirà a strappamela”.
 
E comme ‘a difendeva ‘a banderella
…………….
 
E come la difendeva la bandierina
…………….
 
Ma fuje pe ‘na bandiera assaje cchiù bbella,
quann’ ‘e nemice jettero a l’attacco
restaje stiso ‘ngopp’a ll’Adamello
mentre alluccava “Chesta nun se tocca”.
E ‘a mamma mo s’ ‘astregne ‘ngopp’ô core
chella bandiera ‘e carta tricolore.
Ma fu per una bandiera molto più bella,
quando i nemici andarono all’attacco
restò steso sull’Adamello
mentre urlava “Questa non si tocca”.
E la mamma ora se la stringe sul cuore
quella bandiera di carta tricolore.

Il brano fu presentato alla Festa di Piedigrotta. Tra le interpretazioni di questa canzone, ricordiamo quelle di Amedeo Pariante, Alberto Amato e Alberto Berri.
1 Il franfellicco era un dolce tipico napoletano, un bastoncino di zucchero che abbondava sulle bancarelle durante le feste. Per la sua realizzazione, veniva creato un impasto a cui veniva aggiunto uno sciroppo colorato di zucchero e del miele, per essere poi lavorato su un supporto metallico uncinato. Una volta solidificato, veniva tagliato a pezzi e venduto per essere gustato ancora caldo. Il termine deriva dal francese “fanfreluche” che identificava in pratica lo stesso tipo di dolce.
2 In origine, il termine “guainella” era il grido di incitamento con cui gli scugnizzi accompagnavano delle lotte a colpi di pietra. Successivamente, con il tempo, la parola diventò il nome con cui ci si riferiva ad un qualsiasi duello o sfida.
3 L’Adamello è uno dei settori alpini che, durante la Prima Guerra Mondiale, furono teatro degli scontri tra il Regno d’Italia e l’Impero Austro-Ungarico.


Curiosando qui e là

Cosa sono le armi batteriologiche.

Si tratta di vari tipi di microrganismi che possono essere facilmente diffusi e sono tossici o letali anche se presenti in basse concentrazioni.

Possono diventare armi batteri che causano malattie come carbonchio o antrace, peste e tularemia.

La maggior parte di essi si possono combattere con un trattamento antibiotico, ma è possibile selezionare ceppi particolarmente resistenti o modificarli geneticamente per ottenere una maggiore resistenza agli antibiotici.

Vengono coltivati in strutture simili a quelle usate nelle industrie della fermentazione.

Molto contagiosi, perché si diffondono velocemente per via aerea, e più difficili da curare, sono i virus, in particolare vaiolo, ebola ed encefalite. Anche i virus possono essere geneticamente modificati per aumentarne l’efficacia.

Le rickettsie, infine sono strutturalmente simili ai batteri: quelle usate come armi provocano tifo, febbre Q, febbre delle Montagne rocciose.

Si stima però che negli arsenali batteriologici potrebbero essere conservate anche tossine estratte dai microorganismi, tra cui botulino o enterotossina B dello stafilococco.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: è un periodo in cui le parole sono superflue, bastano i fatti;

Toro: la strada che stai percorrendo è quella giusta, continua così;

Gemelli: Venere è nel segno, favoriti i rapporti d’amore;

Cancro: troppo invidia intorno a te, non dargli peso;

Leone: hai davanti un periodo favoloso in tutto;

Vergine: grossi progetti in vista;

Bilancia: hai voglia di un cambiamento totale;

Scorpione: hai bisogno di recuperare la tua energia fisica;

Sagittario: se hai un contratto di lavoro a tempo determinato, avrai una bella conferma;

Capricorno: la giornata dovrebbe essere positiva, la Luna è favorevole;

Acquario: ti senti un po’ spaesato perché vedi dei cambiamenti intorno a te;

Pesci: è ormai tempo di tralasciare il passato.