La Favola del Giorno

E sette!

C’era una donna con una figlia grande e grossa e tanto mangiona che quando sua madre portava a tavola il minestrone lei ne mangiava un piatto, ne mangiava un secondo, ne mangiava un terzo e continuava a chiederne. E la madre le riempiva il piatto e diceva: – E tre!… E quattro!… E cinque! – Quando la figlia le chiedeva il settimo piatto di minestrone, la madre invece di riempirle il piatto, le dava una bastonata in testa, gridando: – E sette!

Passava di lì un giovane ben vestito, e vide dalla finestra la madre che batteva la figlia gridando: – E sette!

Siccome quella bella giovane così grande e grossa gli piacque subito, entrò e chiese: – Sette di che cosa?

La madre si vergognava di avere una figlia così mangiona, e disse: – Sette fusi di canapa! Ho una figlia così matta per il lavoro che filerebbe la lana anche addosso alle pecore! Figuratevi che stamattina ha già filato sette fusi di canapa e non ne ha ancora basta! Per farla smettere devo prenderla a bastonate!

  • Se è così, datemela a me, – disse il giovanotto. – Farò la prova per vedere se è vero, e poi la sposerò.

La portò a casa sua, e la chiuse in una camera piena di canapa da filare. – Io sono capitano di mare, e parto per un viaggio, – disse. – Se quando torno avrai filato tutta questa canapa, ti sposo.

Nella stanza c’erano anche bei vestiti e bei gioielli, perché il capitano era molto ricco. – Quando sarai mia moglie, tutta questa roba sarà tua, – disse, e se ne andò.

La ragazza passava le giornate a mettersi gioielli e vestiti e a guardarsi allo specchio. E a farsi far da mangiare dalle serve di casa. E la canapa era sempre lì da filare. Ormai era l’ultimo giorno, e l’indomani sarebbe arrivato il capitano; la ragazza pensò che non sarebbe mai diventata sua sposa e si mise a piangere e a disperarsi. Era lì che piangeva e si disperava, quando per la finestra volò un pacco di stracci e cadde nella stanza. Il pacco di stracci s’alzò in piedi ed era una vecchia dalle lunghe ciglia. La vecchia disse: – Non aver paura, sono venuta per aiutarti. Io filo e tu fai la matassa.

Mai si era vista una filatrice più veloce di quella vecchia: in un quarto d’ora tutta la canapa era bell’e filata. E più filava e più le venivano lunghe le ciglia, più lunghe del naso, più lunghe del mento, s’allungarono più di un palmo e le palpebre si allungarono anch’esse.

Quando il lavoro fu finito, la ragazza disse: – Come posso fare per ricompensarvi, buona donna?

  • Non voglio ricompensa, mi basta che tu m’inviti al pranzo di nozze quando ti sposerai col capitano.
  • E come farò ad invitarti?
  • Basta che tu mi chiami: “Columbina!”, e io vengo. Ma guai se ti dimenticherai il mio nome. Sarà lo stesso che non ti avessi aiutato e tu sarai perduta.

L’indomani arrivò il capitano e trovò la canapa tutta filata. – Brava, – disse. – Credo proprio che tu sia la sposa che volevo. Eccoti i gioielli e i vestiti che ho comprato per te. Ma adesso devo partire per un altro viaggio. Facciamo una seconda prova. Eccoti un carico di canapa il doppio dell’altro e se quando sarò tornato l’avrai filata tutta, ti sposerò.

La ragazza, come prima, passò il tempo a misurarsi vestiti e gioielli, a magiare minestrone e lasagne, e arrivò all’ultimo giorno con tutta la canapa ancora da filare. Si mise a piangere, ma ecco che sentì cadere qualcosa dalla cappa del camino e vide un pacco di stracci rotolare per la stanza. Il pacco di stracci si alzò in piedi ed era una vecchia dalle labbra penzoloni. Anche questa le promise il suo aiuto, si mise a filare ed era più veloce dell’altra, e più filava e più le labbra le si allungavano. Quando in mezz’ora la canapa fu tutta filata, la vecchia non chiese altra ricompensa che d’essere invitata al banchetto di nozze. – Basta che chiami: “Columbara!”; ma non scordarti il mio nome, se no il mio aiuto sarà stato inutile e guai a te!

Tornò il capitano e chiese fin dalla strada: – L’hai filata tutta?

E la ragazza: – Eh! da quell’ora!

  • Tieni questi vestiti e questi gioielli. Stavolta, se quando io torno dal mio terzo viaggio avrai filato questo terzo carico di canapa più grosso degli altri due, ti prometto che celebreremo subito le nozze.

Stavolta, quando, come al solito, la ragazza s’era ridotta all’ultimo giorno senza aver filato neanche un fuso, cadde un pacco di stracci giù dalla grondaia, e ne venne fuori una vecchia coi denti in fuori. Si mise a filare, presto, sempre più presto, e più filava e più i denti le crescevano.

  • Per invitarmi al tuo banchetto di nozze, – disse la vecchia, – devi chiamare: “Columbun!”; ma se ti dimenticassi il mio nome, sarebbe meglio per te non avermi mai vista.

Il capitano quando arrivò e vide la canapa filata, fu tutto soddisfatto: – Bene, – disse, – allora sarai mia moglie, – e cominciò a dar ordini per la cerimonia e ad invitare tutti i signori del paese.

La sposa tutta presa nei preparativi, non aveva più pensato alle tre vecchie. Al mattino delle nozze, si ricordò che doveva invitarle, ma quando fece per pronunciare i loro nomi, si accorse che le erano del tutto sfuggiti di mente. Si mise a pensare, a lambiccarsi il cervello: macché, non c’era verso che se ne ricordasse neanche uno.

Da allegra che era, cadde in una tristezza senza fondo. Il capitano se ne accorse, e le domandò cosa aveva; e lei zitta. Non riuscendo a spiegare quella melanconia, lo sposo pensò: “Forse non è la giornata adatta”, e rimandò le nozze l’indomani. L’indomani era ancora peggio, e il giorno dopo non ne parliamo; più passavano i giorni più la sposa era triste e silenziosa, con la fronte corrugata come se volesse concentrarsi in un pensiero. Lui cercava di farla ridere, le faceva scherzi, le raccontava storielle, ma non c’era nulla da fare.

Lo sposo, visto che non poteva consolare lei, cercò di consolarsi lui, e un mattino andò a caccia. Lo prese un temporale in mezzo al bosco e si rifugiò in un casolare. Era lì nel buio, quando sentì delle voci.

  • O Columbina!
  • O Columbara!
  • O Columbun!
  • Mettete la marmitta per fare la polenta! Questa maledetta sposa non ci invita più al suo banchetto!

Il capitano si voltò e vide tre vecchie: una con le ciglia che spazzavano per terra, un’altra con le labbra che le pendevano fino ai piedi, e una terza con i denti che le grattavano le ginocchia.

“Guarda, – pensò, – ora so cosa raccontarle per farla ridere. Se non ride di quel che ho visto ora, non riderà mai!”

Tornò a casa e disse alla sposa: – Stammi a sentire: oggi ero nel bosco e sono entrato in un casolare per ripararmi dalla pioggia. Entro e cosa vedo? Tre vecchie: una con le ciglia che spazzavano terra, una con le labbra che lappavano i piedi e la terza con i denti che le grattavano le ginocchia. E si chiamavano: “O Columbina!”, “O Columbara!”, “O Columbun!”

La sposa si rischiarò subito in viso, scoppiò in una risata che non finiva più e disse: – Ordina subito il pranzo di nozze; ma ti chiedo una grazia. Visto che quelle tre vecchie mi fanno tanto ridere, lascia che le inviti al pranzo.

Così fu fatto. Per le tre vecchie fu preparato un tavolo rotondo da parte, ma così piccole che tra le ciglia dell’una, le labbra dell’altra e i denti della terza non si capiva più niente.

Finito il pranzo, lo sposo domandò a Columbina: – Ma ditemi come mai avete le ciglia così lunghe, buona donna?

  • E’ per aver aguzzato gli occhi a fare il filo fino!  – disse Columbina.
  • E voi, come mai avete le labbra così grosse?
  • E’ a forza di passarci il dito per inumidire il filo! – disse Columbara.
  • E voi, come mai avete i denti così lunghi?
  • E’ a furia di mordere il nodo del filo! – disse Columbun.
  • Ho capito, – disse lo sposo, e fece alla moglie: – Va’ a prendere il fuso, – e quando glielo portò, lo buttò nel fuoco del camino. – Tu non filerai più per tutta la tua vita!

Così la sposa grande e grossa visse felice e contenta da quel giorno in poi.

Riviera ligure di ponente

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