La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 7

Era rimasto seduto su un gradino, senza vita, e l’insegna del mestiere, la bacchetta con su una stella di latta, gli era caduta di mano, e stava lì, con gli occhi rivolti alla luna, alla ricerca dell’anima onesta che era fuggita lassù.

  • Guardiano, che ora è? Gli chiese un passante: Lui non rispose, e allora quello gli dette un buffetto sul naso, e il corpo, perso l’equilibrio, rotolò a terra lungo disteso: l’uomo era morto. Il passante che gli aveva dato il buffetto fu colto allora da una grande paura: era morto non c’era niente da fare. Fu data la notizia, e se ne parlò molto, e nelle prime ore del mattino il corpo fu portato all’ospedale.

Che bello scherzo sarebbe stato per l’anima, al suo ritorno, se, come è logico, fosse andata a cercarlo nella Ostergade, dove naturalmente non l’avrebbe trovato. Allora per prima cosa sarebbe dovuta correre dalla polizia, poi all’ufficio informazioni, per farlo mettere nell’elenco degli oggetti smarriti, e, alla fine, all’ospedale: ma possiamo star tranquilli: l’anima quando è sola, è intelligentissima: è il corpo che la rende ottusa.

Come ho detto, il cadavere fu portato all’ospedale: prima di lavarlo, gli tolsero, per cominciare, le soprascarpe, e allora l’anima dové tornare indietro, e si diresse verso il cadavere che riacquistò in un attimo la vita. Il guardiano dichiarò che quella era stata la notte più terribile di tutta la sua vita, e che non avrebbe voluto tornare a passare quello che aveva passato neanche per due scudi.

Egli fu dimesso dall’ospedale in giornata, ma le soprascarpe rimasero lì.

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Tutti gli abitanti di Copenaghen conoscono bene l’ingresso dell’ospedale di Federico, ma dato che probabilmente leggeranno questa storia anche alcune persone che non abitano nella nostra città, è meglio darne una breve descrizione.

L’ospedale è separato dalla strada da una cancellata abbastanza alta, le cui grosse sbarre di ferro son così lontane l’una dall’altra che, a quanto si racconta, dei dottorini di guardia molto sottili sono riusciti ad infilarsi tra l’una e l’altra per le loro scappate fuori di ospedale. La parte più difficile da passare è la testa; anche in questo caso, come del resto spesso nel mondo, i più fortunati erano quelli con la testa piccina. Ma tanto basti come introduzione.

Uno dei dottorini che aveva una gran zucca, senza però essere uno zuccone, doveva una sera esser di guardia; pioveva anche a dirotto, ma le due cose non gli impedivano di voler uscire, assolutamente. Per un quarto d’ora solo, gli sembrava, non valeva la pena confidarsi col portiere, dato che si poteva sgusciare attraverso le sbarre. Viste le soprascarpe che il guardiano aveva dimenticato, se le infilò, senza assolutamente pensare che potessero essere quelle della felicità: con quel tempo, erano proprio quel che ci voleva per lui. Restava ora da vedere se gli sarebbe riuscito di sgusciare attraverso le sbarre, cosa che tentava di fare per la prima volta. Ed eccolo lì, alle prese con la cancellata.

 Continua domani.

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