La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 11

Amina dopo un breve preludio per vedere se lo strumento era accordato, sonò e cantò quasi a lungo come l’altra sullo stesso argomento, ma con tale veemenza ed era così commossa, o per meglio dire così penetrata dal senso delle parole che cantava, che, quando finì, le mancarono le forze.

Zozeide volle dimostrarle la sua soddisfazione:

“Sorella mia, – disse, – avete fatto meraviglie: Si vede bene che sentite il dolore che esprimete tanto vivamente.”

Amia non ebbe il tempo di rispondere a questo complimento; in quel momento si sentì il cuore così serrato, che pensò soltanto a respirare liberamente, mostrando a tutta la compagnia una gola e un seno, non bianchi come avrebbe dovuto averli una dama come Amina, ma tutti coperti di cicatrici; il che provocò una specie di orrore fra i presenti. Nondimeno ciò non le diede alcun sollievo e non le impedì di svenire.

Mentre Zobeide e Safia accorrevano in aiuto della sorella, uno dei calender, non poté impedirsi dal dire:

“Se avessimo immaginato di assistere a simili spettacoli, avremmo preferito dormire all’aria aperta piuttosto che entrare qui.” Il califfo che lo aveva udito, si avvicinò a lui e agli altri calender e, rivolgendosi ad essi disse:

“Che significa tutto ciò? – Quello che aveva parlato gli rispose:

  • Signore, ne sappiamo quanto voi.
  • Come! – riprese il califfo, – non siete della casa? Non potete dirci nulla di quelle due cagne nere e di questa dama svenuta e così indegnamente maltrattata?
  • Signore, – ripresero i calender, – in vita nostra non siamo mai venuti in questa casa, e ci siamo entrati soltanto qualkche momento prima di voi.”

Ciò accrebbe lo stupore del califfo:

“Forse, – replicò, – quest’uomo che è con voi ne sa qualcosa.”

Uno dei calender fece segno al facchino di avvicinarsi e gli chiese se sapeva per quale ragione le cagne nere erano state frustate, e per quale ragione il seno di Amina sembrava ferito.

“Signore, – rispose il facchino, – posso giurare sul gran Dio vivente che, se voi non sapete niente di tutto ciò, non ne sappiamo di più gli uni degli altri. E’ vero, sono di questa città, ma prima di oggi non sono mai entrato in questa casa; e, se voi siete stupiti di vedermici, io non lo sono meno di voi di trovarmi qui in vostra compagnia. La cosa che raddoppia il mio stupore, – soggiunse, – è il fatto di non vedere nessun uomo in compagnia di queste dame.”

Il califfo, i suoi compagni e i calender avevano creduto che il facchino fosse della casa e avrebbe potuto informarli su quanto desideravano sapere. Il califfo, risoluto a soddisfare la sua curiosità a qualsiasi prezzo, disse agli altri:

Continua domani.

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