La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia del primo Calender, figlio di Re. – 6

Poco dopo, volgendo gli occhi verso di me, riprese abbracciandomi:

“Ma, mio caro nipote, se perdo un figlio indegno, ritrovo fortunatamente in voi di che riempire meglio il suo posto.”

Le riflessioni che fece ancora sulla triste fine del principe e della principessa sua figlia ci strapparono nuove lacrime.

Risalimmo per la stessa scala e uscimmo infine dal quel luogo funesto. Abbassammo la ribalta di ferro e là ricoprimmo con terra e con materiali di cui era costruito il sepolcro al fine di nascondere, per quanto ci era possibile, un così terribile effetto della collera di Dio.

Eravamo da poco tornati a palazzo, senza che nessuno si fosse accorto della nostra assenza, quando udimmo un confuso suono di trombe, timpani, tamburi e altri strumenti di guerra. Una densa polvere, che offuscava l’aria, ci fece capire ben presto di che si trattava, e ci annunciò l’arrivo di un formidabile esercito. Era lo stesso visir che aveva detronizzato mio padre e usurpato i suoi Stati, che veniva con innumerevoli truppe per impadronirsi anche di quelli di mio zio.

Il principe, che in quel periodo aveva soltanto la guardia ordinaria, non riuscì a resistere a tanti nemici. Attaccarono la città e, poiché le porte furono aperte senza resistenza, fecero poca fatica ad impadronirsene. Non ne occorse di più per arrivare fino al palazzo del re mio zio, che si preparò alla difesa. Ma fu ucciso dopo aver venduto a caro prezzo la sua vita. Quanto a me, combattei per un poco; ma, vedendo che bisognava cedere alla forza, pensai di ritirarmi ed ebbi la fortuna di fuggire attraverso degli anfratti e raggiungere un ufficiale del re, la cui fedeltà mi era nota.

Sopraffatto dal dolore, perseguitato dalla sorte, ricorsi ad uno stratagemma: unica risorsa che mi restava per salvarmi la vita. Mi feci radere la barba e le sopracciglia, e, indossato l’abito di calender, uscii dalla città senza che nessuno mi riconoscesse. Fatto ciò, mi fu facile allontanarmi dal regno di mio zio, passando per strade fuori mano. Evitai di attraversare le città finché, arrivato nell’impero del potente Principe dei Credenti, il glorioso e rinomato califfo Harun-al-Rashid, non ebbi più timore. Allora riflettendo su quanto dovevo fare, risolsi di venire a Bagdad e gettarmi ai piedi di quel grande monarca, la cui generosità è vantata dappertutto. “Lo commoverò, – mi dicevo, – col racconto di una storia stupefacente come la mia; egli avrà certamente pietà di un disgraziato principe, e non implorerò invano il suo aiuto”.

Continua domani.

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