La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

STORIA DEL SECONDO CALENDER, FIGLIO DI RE.

Signora, per ubbidire al vostro ordine e farvi sapere per quale strana avventura ho perso l’occhio destro, è necessario che vi racconti l’intera storia della mia vita.

Ero poco più di un bambino, quando il re mio padre (perché dovete sapere, signora, che son nato principe), notando che ero dotato di molto ingegno, non risparmiò niente per coltivarlo. Chiamò presso di me, facendoli venire da ogni parte dei suoi Stati, tutti i più eccellenti luminari delle scienze e delle belle arti. Appena fui in grado di leggere e scrivere, imparai a memoria tutto il Corano, quel mirabile libro che contiene il fondamento, i precetti e la regola della nostra religione. E, al fine d’istruirmene a fondo, lessi le opere degli autori più stimati che l’hanno illustrato con i loro commenti. Aggiunsi a queste letture lo studio di tutte le tradizioni trasmesse dalla bocca dei nostri profeti e raccolte dai grandi uomini loro contemporanei. Non mi accontentai di conoscere tutto quanto concerneva la nostra religione, approfondii anche lo studio delle nostre storie; mi perfezionai nelle belle lettere, nella lettura dei nostri poeti, nella versificazione. Mi applicai alla geografia, alla cronologia, e a parlare in modo puro la nostra lingua, senza trascurare, tuttavia, nessuno degli esercizi che si addicono a un principe. La cosa che amavo di più e nella quale riuscivo molto meglio che nelle altre, era la scrittura dei caratteri della nostra lingua araba. Feci tanti progressi in questo campo da superare tutti i maestri scrivani di maggiore reputazione del nostro regno.

La fama mi fece più onore di quanto non meritassi. Non si accontentò di spargere la voce dei miei talenti negli Stati del re mio padre, la portò fino alla corte delle Indie, il cui potente monarca, curioso di conoscermi, mandò un ambasciatore con ricchi doni per chiedere a mio padre, che fu felicissimo di questa ambasciata per parecchi motivi, di farmi recare colà. Infatti mio padre era convinto che nulla convenisse di più a un principe della mia età quanto il viaggiare nelle corti straniere; ed era, d’altra parte, ben lieto di attirarsi l’amicizia del sultano delle Indie. Partii dunque con l’ambasciatore, ma con un seguito poco numeroso, a causa della lunghezza e delle difficoltà delle strade.

Eravamo in viaggio da un mese, quando scorgemmo in lontananza una grossa nube di polvere, dietro la quale vedemmo presto comparire cinquanta cavalieri ben armati. Erano ladri che venivano a gran galoppo verso di noi.

Continua domani.

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