Il Santo del Giorno

San Columba di Iona

Nome: San Columba di Iona

Titolo: Abate

Nascita: 7 dicembre 521, Gartan, Donegal, Irlanda

Morte: 9 giugno 597, Iona, Scozia

Ricorrenza: 9 giugno

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettore:dai fulminidel fuoco

Columba, il più famoso dei santi scozzesi, era in realtà un irlandese dell’Uí Néil del nord, nato a Gartan nella contea di Donegal. Aveva discendenza regale sia da parte paterna che materna: suo padre era pronipote di Nail dei Nove Ostaggi, grande feudatario d’Irlanda, mentre la madre discendeva da uno dei re di Leinster. Fu battezzato con il nome di Colm, Colum o Columba, ma poi comunemente chiamato Columcille; Beda lo chiama Columcelli, nome composto da Columba e cella, un probabile riferimento alle tante celle o monasteri da lui fondati.

Si recò a studiare a Leinster alla scuola di un anziano bardo (i bardi erano poeti e musici che tramandavano la storia e la letteratura irlandese e lo stesso Columba fu poeta di una qualche fama), mastro Gemman. Il suo nome è tradizionalmente associato a due famose scuole monastiche: quella di S. Finnian di Molville (10 set.) e S. Finnian di Clonard (12 dic.), chiamato il precettore dei santi irlandesi. Si deve però precisare che l’identificazione dei suoi maestri non è per nulla sicura e il suo biografo principale, Adamnano (23 set.), ricorda solamente che studiò la Sacra Scrittura con un vescovo il cui nome è variamente pronunciato: Finnbar, Finnio o Uiniau. Columba fu uno dei membri più famosi di quel gruppo denominato “Dodici Apostoli” di Erin; fu probabilmente ordinato prete a Clonard e dopo l’ordinazione la sua famiglia gli donò una fortezza a Daire Calgaich, che divenne il centro del suo primo monastero. Questo luogo per quasi mille anni era stato conosciuto con il nome di Daire Choluimcille, che gli invasori inglesi ribattezzarono Londonderry; per gli irlandesi resta Daire o Derry.

Si dice che fosse di statura gigantesca, con una voce «così potente che poteva essere sentita a distanza di un miglio». Per quindici anni attraversò l’Irlanda predicando e fondando monasteri (i principali furono quelli di Derry, Durrow e Kells). Amava lo studio e andò incontro a molte difficoltà nella ricerca di manoscritti: tra i molti preziosi volumi che Finnian di Clonard aveva portato da Roma c’era una copia del salterio di S. Girolamo, la prima a raggiungere l’isola di smeraldo, e Columba la prese e ne fece una copia per proprio uso. Avendolo saputo, Finnian pretese la trascrizione ma Columba si rifiutò di rendergliela e la diatriba fu portata davanti a re Diarmaid, primo feudatario d’Irlanda, che emise questa sentenza: «A ogni mucca il suo vitello, a ogni libro il suo libro-figlio»; Columba dovette restituire anche la sua copia.

Il nostro santo ebbe subito una ragione più seria di conflitto con re Diarmaid, quando un uomo chiamato Curnan di Connaught ferì mortalmente un avversario durante una partita di hurling (hockey irlandese su prato), e cercò rifugio presso Columba; gli uomini del re lo strapparono però dalla protezione dell’abate e lo uccisero, violando così i diritti del luogo sacro.

Scoppiò una guerra tra il clan di Columba e i seguaci di Diarmaid, e nella battaglia di Cuil Dremne perirono tremila uomini; molte delle Vite irlandesi ritengono il monaco di Tona responsabile di questa carneficina e al sinodo di Telltown in Meth passò un voto di censura nei suoi confronti, che avrebbe portato alla scomunica se non ci fosse stato l’intervento di S. Brandano (16 mag.).

I racconti tradizionali del motivo che spinse Columba a lasciare l’Irlanda fanno riferimento a un senso di rimorso e al desiderio di espiare la sua colpa con l’esilio e la conversione di tante persone quante ne erano perite a Cuil Dremne.

Non tutti i suoi biografi sottoscrivono però questa tesi; qualunque sia la ragione, egli e dodici compagni, tutti uniti da legami di sangue, presero il mare con un’imbarcazione di vimini coperta di pelli nel 561. A quell’epoca Columba aveva circa quarant’anni. Raggiunsero terra nel giorno di Pentecoste in un’isola poi denominata I-Colm-Kill (l’isola di Colum delle chiese), che si trova di fronte alle coste dell’isola di Mull.

Là cominciarono a costruire il monastero che sarebbe stato la casa di Columba per il resto della sua vita, e che sarebbe divenuto famoso ovunque come Christendom; il terreno gli fu concesso da un parente, Conall, re della Scozia Dalriada, che potrebbe averlo invitato nel suo territorio. L’isola era piatta e uniforme, con terreno e pascoli poveri. Si dice che egli fosse afflitto per il suo esilio, e avesse scelto per sé una cella in un luogo donde non si potessero scorgere le coste irlandesi.

Trascorse due anni istruendo la popolazione scozzese del Dalriada, che aveva alcuni rudimenti di cristianesimo e discendeva da popolazioni irlandesi. Poi si risolse per un compito più difficile: l’evangelizzazione dei pitti del nord, che avevano una forma druidica di devozione basata sul mondo naturale.

Accompagnato da S. Comgall e S. Canisio (entrambi 10 mag.) si recò al castello del re Brude a Inverness: il re aveva dato ordine di non riceverli, ma quando Columba alzò una grande insegna e fece il segno della croce le spranghe furono tolte e aperte le porte. Entrarono nel castello senza ostacoli. Brude li ascoltò e da allora ebbe sempre grande considerazione del santo; gli confermò il possesso dell’isola di Zona e gli diede il permesso di predicare.

Sappiamo da Adamnano che attraversò la catena montuosa che divide la Scozia orientale da quella occidentale due o tre volte e intraprese missioni ad Ardnainurchan, a Skye, a Kintyre, a Lodi Ness e a Lochaber.

Spesso gli è stata attribuita l’evangelizzazione della zona di Aberdeen e di tutta la terra dei pitti del nord, ma è possibile che i re di Dalriada, divenuti sovrani di Scozia, abbiano esagerato i suoi successi attribuendogli sforzi missionari condotti da altri.

Columba non perse mai i contatti con l’Irlanda: nel 575 fu presente al sinodo di Drumceat nel Meath, dove difese lo status e i privilegi dei suoi parenti di Dalriada e votò una proposta di abolire l’ordine dei bardi.

Dieci anni dopo era di nuovo nella sua isola natale. Fissò però il suo quartier generale a Tona, dove conveniva molta gente per un aiuto spirituale o materiale. Visse in quel luogo in modo molto austero. In gioventù era stato duro con gli altri come lo era con se stesso, ma in età avanzata Adamnano lo raffigura con un aspetto gentile, pacifico e amante degli uomini come degli animali.

Quando cominciarono a venirgli meno le forze trascorse molto tempo nel copiare libri e scrivere versi, alcuni dei quali sono giunti a noi: tra essi c’è un poema narrativo in cui si tratta della natura del Dio uno e trino, della caduta di Satana, della creazione del mondo, della caduta dell’uomo, del tormento dell’inferno, delle delizie del paradiso e del giudizio finale. Si dice che abbia trascritto trecento copie dei Vangeli.

Il giorno prima di morire stava copiando il salterio, e aveva scritto «Chi cerca il Signore non manca di nulla» (Sal 34, 11), quando si fermò e disse: «Qui mi devo fermare, lascio che Baithin faccia il resto» (Baithin era il cugino nominato suo successore).

Quella notte, quando i monaci giunsero in chiesa per recitare il mattutino, trovarono il loro abate disteso davanti all’altare: egli fece un flebile tentativo di benedirli e poi morì.

Adamnano non conobbe personalmente Columba essendo nato quasi trent’anni dopo la sua morte. In quanto cugino e successore nella carica abbaziale certamente avrà incontrato alcune persone che avevano conosciuto bene il santo e molti altri che avevano seguito la sua tradizione.

Scrisse di lui: Aveva il volto di un angelo; aveva un temperamento eccellente, elegante nel parlare, santo nell’agire, grande nel consiglio. Non lasciò mai passare una sola ora senza impegnarla o con la preghiera, la lettura, lo scrivere o qualche altra occupazione. Sopportò la durezza dei digiuni e delle veglie senza interruzione di notte e di giorno. Il peso anche di una sola delle sue opere sembrava andare al di là delle forze dell’uomo, ma nel mezzo delle sue prove appariva amabile verso tutti, sereno e santo; che gioiva della gioia dello Spirito Santo nel più profondo dei suo cuore.

L’influenza di Columba non finì con la sua morte e continuò a dominare per anni nelle Chiese di Scozia, Irlanda e Northumbria; in queste terre i cristiani celti mantennero le tradizioni columbane in fatto di ordinamento e riti contro gli usi portati da Roma da S. Agostino di Canterbury (27 mag.).

Agostino era arrivato nel Kent l’anno della morte di Columba, ma anche dopo il sinodo di Whitby, sessantasei anni dopo, le differenze rimasero. Beda scrive che i monaci di Tona erano «insigni per grande frugalità, amore di Dio e disciplina regolare» ma nota che «nessuno aveva dato loro decreti sinodali per l’osservanza della Pasqua […] perciò questa osservanza pasquale è stata in uso presso di loro per molto tempo, per centocinquanta anni». La Regula che Columba aveva scritto per i suoi monaci fu in uso in molti monasteri dell’Europa occidentale fino a quando fu sostituita da quella meno severa di S. Benedetto. La sua ultima benedizione pronunciata all’indirizzo dell’isola di Tona suona vera:
A questo luogo, per quanto piccolo e povero, sarà tributato un grande omaggio, non solo dai re e dai popoli scozzesi, ma anche da condottieri di barbari e di nazioni lontane unitamente alle loro popolazioni, Anche i santi di altre Chiese guarderanno a esso con un senso di rispetto non comune.

MARTIROLOGIO ROMANO. Nell’isola di Iona in Scozia, san Columba o Colum Cille, sacerdote e abate, che, nato in Irlanda e istruito nei precetti della vita monastica, nella sua terra e infine a Iona fondò dei monasteri rinomati per osservanza della disciplina di vita e cultura letteraria, finché, carico di anni, ormai in attesa della fine, davanti all’altare riposò nel Signore.

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