Animali

Alpaca – Lama pacos

Origini e diffusione degli Alpaca

Gli Alpaca sono originari degli inospitali altipiani andini del del Perù e della Bolivia. Sono animali domestici da più di cinquemila anni: l’inizio dell’allevamento risale agli Inca, che tenevano in grande considerazione il loro splendido pelo lucido, forte e caldo. Con l’arrivo dei conquistadores spagnoli attorno al 1500 viene quasi estinto; nella metà dell’800 viene riscoperto soprattutto per la qualità della sua lana. In questi ultimi anni gli alpaca si sono affermati anche in Europa (Svizzera, Inghilterra e Germania). In Italia esistono diversi allevamenti.
Appartengono alla famiglia dei Camelidi (gli altri tre Camelidi di origine sudamericana sono il Lama, il Guanaco e la Vigogna) e sono dei ruminanti. Raggiungono un’altezza di centodieci centimetri al garrese. Sotto gli zoccoli hanno dei cuscinetti morbidi che consentono un ottimo ancoraggio sui terreni pietrosi. Sono animali docili e affettuosi, timidi ma allo stesso tempo anche curiosi.

Alpaca (foto http://animaldiversity.ummz.umich.edu

Allevamento e lana di Alpaca

Si nutrono prevalentemente di erba a cui va aggiunto un po’ di mangime; il loro fabbisogno giornaliero di nutrimento è pari ad 1/3 di quello di una capra.
Non hanno bisogno di recinzioni particolari, basta una normale rete da pecore.
Sono rustici e non necessitano di cure specifiche se non le vaccinazioni e i controlli di routine.
Gli Alpaca vengono tosati una volta all’anno, danno alla luce un solo “Cria” all’anno; il loro tempo di gestazione varia da gli undici ai dodici mesi, le femmine sono ovulatori indotti che possono concepire in ogni periodo dell’anno, la femmina è pronta per la monta tre settimane dopo il parto, la femmina se recettiva permette al maschio la monta altrimenti lo scaccia indicando così uno stato di gravidanza.
La lana di Alpaca è rinomata per la sua leggerezza, la sua setosità, caldissima e anallergica (tanto da poter essere usata anche nell’abbigliamenti intimo dei neonati).
Nelle sue caratteristiche troviamo una vasta gamma di colori naturali che vanno dal bianco puro al fulvo alla gamma del marrone, al grigio al nero e gli sfumati, infatti sono 22 i colori finora riconosciuti dalle industrie tessili.
Ogni capo produce circa 2,5 kg per le femmine e circa 4 kg per i maschi di lana all’anno; la lana del “Cria” (il piccolo di Alpaca) è ancora più pregiata per la sua brillantezza e finezza della prima tosatura, la lana di Alpaca è priva di lanolina, non infeltrisce e non dà allergia.

Alpaca (foto www2.ac-lyon.fr)

continua

Animali

La scelta del cane

L’ENCI (Ente Nazionale Cinofili Italiani) ha omologato circa 400 razze di cani alle quali bisogna aggiungere la razza più eterogenea: quella dei meticci. La scelta di quale cane portare nella propria casa non deve assolutamente dipendere da una preferenza istintiva, bisogna considerare vari fattori. Ogni razza ha delle caratteristiche diverse: taglia, mantello, carattere. E’ importante considerare la casa in cui vivrà (appartamento, giardino, città, campagna, villa singola, condominio, bambini in casa ecc. Un cane di taglia mini al massimo raggiunge i 10 kg mentre invece uno di taglia grande facilmente raggiunge 80 kg. Questo naturalmente incide non solo sulla quantità di cibo ma anche l’ingombro, cambiano le necessità e il comportamento. Alcune razze sono attive e quindi adatte a chi ama correre e stare all’aria aperta con il proprio cane, mentre altre sono tranquille e amano stare in casa e la compagnia.

Una volta che si è deciso quale sarà il proprio cane bisognerà trovarlo e richiederà un po’ di pazienza e attenzione.

Se si desidera un cucciolo di una razza precisa bisognerà rivolgersi ad un allevamento mentre se si desidera un meticcio, e ce ne sono di bellissimi, si può adottarlo da un canile della propria città oppure da privati.

La scelta del nome da dare al proprio cane è importante perché lo accompagnerà per sempre, esso rappresenta un richiamo, è il segnale che richiama la sua attenzione quindi deve essere comprensibile e memorizzabile dal proprio cane, l’ideale è un nome breve composto da due sillabe.

LA SALUTE DEL CANE

Per essere in buona salute, il cane ha bisogno di attività fisica e di aria aperta: camminare perciò insieme a lui il più possibile sarà un’eccellente pratica che gioverà anche al suo padrone. Il cane non suda, l’evaporazione si fa dalla bocca: tira fuori la lingua e respira ansando dopo uno sforzo anche breve. Non è quindi prudente costringerlo a una attività fisica intensa durante il periodo caldo.

Il calore eccessivo produce sul cane effetti debilitanti, inappetenza, dispepsia, catarro gastrointestinale e anche eczemi. La temperatura ideale, per il cane come, d’altronde per l’uomo, è attorno ai 15 gradi. Non si deve mai lasciare un cane al sole senza riparo, o chiuso sul terrazzo o in macchina: il cane teme i colpi di sole e di calore che possono persino provocargli la morte entro poche ore. Anche il freddo, per quanto molto più sopportabile per il cane, può essere un pericolo per la sua salute: si deve avere cura di evitare in inverno i bruschi sbalzi fra l’ambiente di casa e quello esterno. Si deve aver cura di ambientarlo gradualmente quando lo si porta fuori in pieno inverno, di asciugarlo e frizionarlo energicamente quando torna a casa inzuppato da un acquazzone. Il freddo e l’umidità favoriscono nel cane l’insorgere dei reumatismi: è importantissimo tenere il cane asciutto e protetto dall’umidità ambientale.

I SINTOMI DELLE MALATTIE

Il cane ammalato manifesta il suo stato con svogliatezza, indolenza, sguardo spento e ritrosia, oppure, al contrario, con irrequietezza e irritabilità. Il naso, cosiddetto tartufo, di solito umido e freddo, diventa caldo e secco. In caso di malattia respiratoria, di infezioni alla gola, di dolori alla bocca o ai denti, il cane tiene il collo e la testa anormalmente tesi. L’otite, invece, gli fa tenere la testa in basso, vicino al petto e scuotere la testa e grattarsi l’orecchio con la zampa posteriore. La lingua pendente da un lato della bocca segnala la paresi, frequente nel cane, della lingua.

SE HA L’ECZEMA

E’ un problema comunissimo soprattutto in estate, spesso resistente alla terapia e che tende a ricomparire periodicamente nella stazione calda. Solo un veterinario può stabilire l’origine dell’eczema, ma è sempre prudente diminuire la dieta, eliminando la carne e aumentando la quantità di verdure, sia cotte che crude.

Il cane colpito da eczema ha tendenza a leccare frequentemente la zona ammalata. La convinzione un tempo frequente che la saliva del cane abbia un potere curativo e disinfettante è errata: la saliva e l’abrasione che produce la lingua ritardano la guarigione e la cicatrizzazione. Si deve quindi proteggere la zona lesionata con un solido bendaggio oppure ricorrere ad altri mezzi di protezione.

SE VOMITA, SE MANGIA L’ERBA, SE ZOPPICA

Il cane vomita frequentemente, non c’è da preoccuparsi troppo: sarà sufficiente, per normalizzarlo, alleggerire la sua dieta per qualche giorno. Forse per provocare il vomito, forse per assorbire qualche elemento che manca alla sua alimentazione il cane a volte cerca e mangia qualche filo di erba. Se lo si vede farlo con frequenza può essere opportuno somministrargli un farmaco polivitaminico. Se il cane zoppica alzandosi dalla cuccia o durante la passeggiata è bene tenerlo in osservazione: se il fenomeno è frequente può essere causato da reumatismi, infiammazioni articolari o problemi ossei ed è bene consultare un veterinario.

Animali in genere

Gli Equidi – 5

La vita sociale delle Zebre delle steppe è stata studiata attentamente da Hans Klingel, che ne ha fornito una dettagliata descrizione. Nel Serengeti, ove Klingel condusse le proprie osservazioni, sono diffuse circa 150.000 Zebre di Grant, che durante la stagione delle piogge si riuniscono talvolta in branchi giganteschi, comprendenti decine di migliaia di individui. Di solito dopo alcuni giorni tali branchi si smembrano, frazionandosi in gruppi più ridotti, che possono essere di tipo familiare, composti cioè da un maschio, una o più femmine e i loro piccoli, oppure esclusivamente maschili; klingel osservò anche maschi che conducevano vita isolata. Nel Serengeti le Zebre si spostano, durante l’anno, entro un territorio di 25.000 kmq di superficie; Klingel e i suoi collaboratori riuscirono senza particolari difficoltà a marcare i 6000 esemplari diffusi nel cratere di Ngorongoro, e prepararono le “carte di identità” di tutti i membri di determinati gruppi, al fine di seguire con precisione le sorti di ogni animale. Ciò permise di accertare che i membri adulti delle schiere familiari rimangono insieme fino alla morte e soltanto i maschi, quando sono troppo anziani o malati, devono cedere il posto a compagni più forti. I giovani abbandonano invece la famiglia quando raggiungono la maturità sessuale, e costituiscono il nucleo di una nuova schiera familiare oppure vengono accettati in quelle già esistenti.  Essi possono abbandonare il gruppo già qualche tempo prima di raggiungere la maturità sessuale se la madre cambia il proprio atteggiamento nei loro confronti e si dimostra meno premurosa: in tale eventualità i giovani si uniscono ad altri coetanei, formando dei gruppi particolari.

Anche i branchi formati solo da maschi sono abbastanza stabili, e gli animali rimangono insieme talvolta per parecchi anni. Quando un giovane si forma una famiglia, fa in modo che gli altri maschi non si avvicinino troppo alle proprie femmine; mentre di solito raggiunge tale scopo con la sua sola presenza, deve invece ricorrere a una vera e propria tattica difensiva allorché una femmina entra in calore. Fra i doveri spettanti al capofamiglia vi è quello di salutare sempre i maschi che si trovano nelle vicinanze: in tal caso i due animali dapprima si annusano il naso e l’addome, quindi sfregano ciascuno il capo contro il fianco dell’altro, si annusano nuovamente, compiono un piccolo balzo in segno di commiato e si allontanano. In caso di prolungata assenza del capofamiglia altri maschi cominciano a interessarsi al gruppo delle femmine; queste dapprima, anziché essere lusingate dalle attenzioni di un estraneo, cercano di scacciarlo, ma dopo alcuni giorni si sono talmente abituate alla sua presenza da riconoscergli il rango di capo. Non appena l’effettivo capofamiglia si riunisce però al gruppo, l’intruso comprende immediatamente di non avere più alcuna importanza, per cui lascia le femmine all’altro maschio, allontanandosi.

All’interno di un gruppo esiste un preciso ordine gerarchico, che vede al primo posto il maschio e via via le diverse femmine. Durante gli spostamenti la schiera viene di solito guidata dalla femmina di rango più elevato, seguita dalle compagne disposte in ordine decrescente d’importanza, in mezzo alle quali si insinuano i piccoli; il maschio forma la retroguardia o avanza al fianco del gruppo, di cui solo sporadicamente assume la guida. Allorché il gruppo viene attaccato da Carnivori, gli animali si danno alla fuga, disperdendosi, ma in seguito cercano di ritrovare i loro compagni e di ricostituire il branco; ciò porta a concludere che essi si riconoscono tutti personalmente e inoltre che rimangono uniti di propria volontà e non per l’azione coercitiva del maschio. Per ritrovare i loro compagni, gli animali lanciano anche delle grida, ma ciò non è necessario se essi hanno la possibilità di vedersi direttamente. Quando i piccoli, dopo aver dormito tra l’erba, al risveglio vanno in cerca della madre, riescono di solito a individuarla senza alcuna fatica: dopo essersi guardati attentamente intorno, osservando le Zebre che si trovano nelle vicinanze, si dirigono infatti senza esitazione verso la madre. Evidentemente essi osservano bene la striatura, che differisce lievemente in ogni animale, soprattutto nella regione delle spalle; se però il piccolo non è in grado di riconoscere la madre da questa caratteristica, la cerca servendosi dell’olfatto. Un puledro appena nato non sa ovviamente ancora quale aspetto e quale caratteristico odore abbia la madre, per cui considera come tale qualsiasi oggetto di una certa mole che si muova nelle sue vicinanze, sia esso un’altra Zebra, una jeep o un uomo; i neonati che vengono sorpresi nel sonno rimangono pertanto tranquilli, si lasciano accarezzare e non esitano (com’è comprensibile) a seguire l’uomo allorché si allontana, ovviamente con grande terrore della madre, che tenendosi a una certa distanza chiama il figlio correndo qua e là. Soltanto dopo alcuni giorni il puledro impara a conoscere la madre così bene da non dimenticarla più, e nello stesso tempo comincia a prendere contatto con gli altri membri della famiglia; in seguito entra in confidenza anche con i piccoli di altri gruppi, gioca con essi e li aiuta nella pulizia del mantello, mordicchiandoli al collo e alle spalle, come fanno gli adulti. Continua.

Animali

I Canidi – 5

Secondo Ognev, il senso maggiormente sviluppato nei Lupi sarebbe l’udito, mentre la vista e l’olfatto avrebbero una minore importanza. Altri scienziati ritengono invece preponderante la vista, ma la maggior parte degli studiosi concorda nel considerare l’olfatto il senso più importante per questi Carnivori. Il celeberrimo ululato dei Lupi, che gli americani Young e Goldman descrivono come un “urlo prolungato, cupo e lamentoso” ma che in realtà risuona singolarmente limpido ed è assai più musicale delle grida di altri animali, serve ai componenti del branco per mantenere i contatti e per comunicare anche a grande distanza; è dunque di estrema importanza per animali quali i Lupi, dotati di uno spirito sociale così forte ma costretti sovente a portarsi a notevole distanza l’uno dall’altro. L’”ululato corale” generato dalle grida simultanee di parecchi Lupi sembra ugualmente avere una particolare funzione sociale, e funge da mezzo di comunicazione tra gruppi vicini: l’urlo prolungato emesso da un Lupo esercita d’altronde un forte stimolo sugli altri membri del branco, che non sanno resistere all’impulso di far udire subito anche la propria voce. Questa reazione consente agli studiosi di stabilire se in un territorio siano presenti dei Lupi; a tale scopo ne imitano l’ululato e restano in attesa dell’eventuale risposta. Le espressioni vocali di questi Carnivori comprendono anche suoni simili a latrati, brontolii, guaiti e fischi.

A differenza di altri Canidi selvatici, il Lupo è dotato di una struttura cranica eccezionalmente robusta, e quindi di una dentatura capace di sviluppare un’enorme potenza (paria oltre 15 kg/cmq). Ciò gli consente di troncare con un morso il femore di un’Alce adulta, del peso di 10 quintali. Al contrario del Coyote, il Lupo si nutre in prevalenza di ungulati, raramente anche di castori e altri mammiferi di modeste dimensioni, mentre nei periodi di carestia utilizza anche carogne, piccoli animali e addirittura piante; poiché conduce una vita molto attiva e ha di conseguenza un fortissimo dispendio di energie, consuma normalmente notevoli quantità di carne, fino a oltre 10 kg in un giorno (la sua fame è divenuta infatti proverbiale); in caso di necessità può però resistere anche per diversi giorni senza mangiare. I Lupi percorrono quotidianamente dei tragitti anche lunghissimi (fino a 60 km) per catturare le prede; poiché il peso di queste è di solito superiore al loro, essi cacciano abitualmente in branchi che solo in casi eccezionali sono formati da più di 20 individui. Se tale numero ottimale venisse superato, risulterebbe difficile al branco reperire cibo in quantità sufficiente da sfamare tutti i membri. I Lupi di ogni branco dispongono di una riserva di caccia che difendono accanitamente e di cui marcano i confini con urina e sterco. Durante la caccia, i Lupi non aggrediscono indiscriminatamente tutti gli animali che sono in grado di sopraffare; operano invece una vera e proprio selezione delle molte e possibili prede, rivolgendo la propria attenzione su animali anziani, indeboliti o malati. Ciò contribuisce senza dubbio a mantenere in buono stato le condizioni fisiche delle popolazioni predate. Anche il fatto che i Lupi uccidono fino al 60% dei piccoli di taluni Ungulati si rivela in molti casi vantaggioso, in quanto le popolazioni così ridotte vengono a trovarsi in equilibrio con la disponibilità di cibo vegetale.

L’organizzazione sociale dei Lupi ricorda alquanto quella dell’uomo. Il branco rappresenta una delle più evolute forme di organizzazione sociale che si conoscano nel mondo animale, e ciò è senza dubbio connesso al tipo di alimentazione dei Lupi. Cacciatori di selvaggina di grandi dimensioni, questi mietono vittime soprattutto tra Alci, Cervi, Argali e Renne: poiché è nettamente più piccolo, il singolo Lupo riuscirebbe solo con estrema difficoltà a uccidere uno di questi imponenti Ruminanti, ed è perciò costretto a cacciare e vivere in gruppo. Questo tipo di vita favorisce la suddivisione del lavoro, la comprensione e l’organizzazione. La spiccata socialità che distingue i Lupi appare d’altronde evidente osservando con attenzione questi Carnivori: il nucleo del branco è costituito da una o più famiglie, e sia i maschi sia le femmine si attengono a una rigida gerarchia, che viene mantenuta inalterata, insieme alla coesione del gruppo mediante determinati gesti e atteggiamenti ritualizzati. Il maschio che riveste il rango di capo e che non sempre deve guidare il branco (tale compito può essere infatti assolto anche da una femmina) in genere è facilmente riconoscibile dall’atteggiamento di imposizione che è solito assumere e soprattutto dal fatto che abitualmente tiene la coda sollevata. Se si tiene conto della forza fisica e della robusta dentatura di cui i Lupi sono dotati, si può immaginare quali conseguenze potrebbero avere i duelli tra compagni; durante le lotte per la supremazia tra i membri di un branco o di branchi diversi, particolari atteggiamenti di sottomissione consentono tuttavia al vinto di venire risparmiato.

Durante le proprie osservazioni sui Lupi, Konrad Lorenz ebbe occasione di assistere a un duello tra due maschi; questi, stando l’uno di fronte all’altro, si muovevano in cerchio mostrando la temibile dentatura con cui cercavano di azzannarsi o di parare i colpi dell’avversario. Messo infine alle strette, il Lupo più piccolo non ebbe altra via di scampo che presentare all’altro, in segno di sottomissione, le zone maggiormente vulnerabili del proprio corpo (a tale scopo molti Canidi si gettano al suolo supini): il Lupo che assume un simile atteggiamento di umiltà non viene infatti mai azzannato, perlomeno seriamente, dal vincitore, che di fronte al compagno inerme sente inibirsi ogni stimolo alla violenza e si limita pertanto a emettere grida irritate e brontolii, a spalancare a vuoto le fauci e a compiere addirittura con il capo quei movimenti che esegue allorché scrolla il corpo inanimato delle prede. Non appena l’avversario si è allontanato di alcuni passi, il vinto cerca a sua volta di allontanarsi rapidamente, mentre l’altro marca il luogo del duello con un contrassegno odoroso, prendendone in tal modo possesso. Continua – 5

L’uomo e il suo cane

Cani e bambini – 2

Il cane ha una capacità incredibile di intuire quello che stiamo pensando ed anche i nostri sentimenti… E’ capace di superare la barriera della mente ogni volta che lo desidera. (F. Siano)

Se cani e bambini giocano insieme, magari in un prato, si dovrà tenere conto dell’istinto predatorio del cane. Esso, infatti, discende dal lupo e ha ereditato la tendenza alla caccia in modo maggiore o minore a seconda della razza. Questo istinto, se è molto sviluppato e il cane è sovraeccitato dal gioco, potrebbe portare il cane a scambiare un bambino che corre per una preda, e quindi a rincorrerlo per catturarlo. Per evitare questo atteggiamento, basterà interrompere periodicamente il gioco quando ci si accorge che sta diventando troppo sfrenato. Ci sono poi due momenti delicati, specie se il cane è adulto: quello del pasto e quello del sonno. Molti cani non permettono che venga toccata la propria ciotola mentre stanno mangiando, perché mangiare per loro non è solo nutrirsi, ma anche affermare una ben precisa posizione nella scala gerarchica, tanto più se il cane è di forte temperamento e quindi tende a dominare. Toccare il cibo a un cane dominante potrebbe costare un morso d’intimidazione. Anche quando il cane dorme non bisogna toccarlo, non per nulla esiste un saggio proverbio popolare che dice: “Non svegliare il can che dorme”

La spiegazione è che la fase del sonno nell’animale selvatico, dal quale il cane deriva, è un momento di vulnerabilità: bisogna quindi insegnare ai bambini che non si deve interferire in modo brusco mentre il cane riposa, altrimenti si rischia un atto di ribellione.

Vediamo ora le razze mediamente più adatte a vivere con i bambini. Occorre considerare queste indicazioni valutando soprattutto i possibili problemi del singolo soggetto: prima di lasciare, quindi, i bambini incustoditi insieme a un cane, bisognerà avere la certezza delle sue reazioni, del suo comportamento e di quello dei bambini nei confronti dell’animale.

Tra le razze più indicate a vivere con i bambini troviamo molti molossi, primo tra tutti il Bulldog. Questo cane, nonostante l’aspetto arcigno, possiede un animo buono e sensibile, propenso a prendersi cura dei più piccoli e dei più deboli, custodendo e proteggendo i bambini anche a prezzo della vita.

I Retriever sono particolarmente protettivi e delicati con grandi e piccoli, purché venga controllata l’esuberanza di alcuni esemplari, che le forze ridotte di un bambino possono non riuscire a contenere. Anche molti molossi di grossa taglia, come il Dougue de Bordeaux, il Bullmastiff, il Cane Corso, il Mastino Napoletano, il Dogo Argentino, il Mastiff, il Cane da Pastore dell’Asia Centrale, l’Alano, il Boxer, sono pacifici nei rapporti con i loro piccoli amici.

I Terrier sono un po’ agitati e pretendono di essere rispettati, quindi vanno benissimo per i bambini perché sono molto giocherelloni, ma bisogna lasciar loro gli spazi di cui hanno bisogno. Fanno eccezione l’American Staffordshire Terrier, lo Staffordshire Bull Terrier e il Bull Terrier, che sono molto pazienti e tolleranti. Infine, vanno bene anche i cani da pastore, come il Pastore Tedesco o il Belga, ma anche il Collie, il Bergamasco, i pastori francesi come il Briard e quelli svizzeri e spagnoli. Concludendo, tutti i cani di buon carattere possono vivere con i bambini, purché siano amati e, soprattutto rispettati.

Consiglio finale: quando in una casa ove vi è già un cane e addirittura adulto e da parecchio tempo e si introduce in famiglia un altro animale o un bambino, logicamente appena nato, bisogna fare il modo che prima di entrare in casa, il cane venga alla porta a ricevere il nuovo venuto, ad annusarlo e a farne la conoscenza, a quel punto si può rientrare in casa tutti insieme. fine

Animali

L’uomo e il suo cane

Cani e bambini

Il cane ha una capacità incredibile di intuire quello che stiamo pensando ed anche i nostri sentimenti… E’ capace di superare la barriera della mente ogni volta che lo desidera. (F. Siano)

Il rapporto tra bambini e cani è un argomento molto complicato e quasi sempre viene trattato con troppa superficialità.

Molti cani sono i compagni ideali per i bambini ed in special modo quando entrano in famiglia da cuccioli, e tra di loro si instaura un rapporto affettivo molto forte, questo però non vuol dire che tutti i cani si comportino allo stesso modo in seguito a determinate azioni.

Di regola, e questo vale per tutte le razze canine, la femmina è più ben disposta nei confronti dei bambini coi quali è portata ad assumere un ruolo quasi materno. Il maschio lo è meno, nella maggior parte dei casi anche lui sarà innocuo con i suoi piccoli amici i quali vengono visti come compagni di gioco e soggetti del branco-famiglia da trattare in rapporto alla loro età.

Un altro elemento molto importante da tenere in considerazione è il rapporto tra l’età del cane e dei bambini, al momento di iniziare una vita familiare in comune. Se il cucciolo entra in casa quando ci sono già dei bambini, indipendentemente dalla loro età il cane li considererà suoi pari e instaurerà con loro un rapporto molto solido, di amicizia complice, fatta di gioco e divertimento.

Se invece è il bambino a giungere in casa quando il cane è già presente da tempo, bisognerà fare attenzione al comportamento dell’animale, perché potrebbe avere reazioni dettate dalla gelosia, causando qualche danno: in questo caso, una femmina accoglierà il nuovo arrivato con maggiore tenerezza e tolleranza di un maschio che, dopo aver vissuto per anni in famiglia al centro dell’attenzione di tutti, improvvisamente si troverà un po’ trascurato. Qui sono necessarie due precisazioni: se in famiglia ci sono già altri bambini, il cane accetterà con facilità l’ingresso di un nuovo elemento, se invece non ve ne sono, sarà bene continuare a coccolare e considerare il cane come prima, in modo che non crescano in lui i naturali istinti di gelosia, presenti in tutti gli esseri viventi dotati di sentimenti.

Un modo di pensare comune e che quando si prende un cane avendo in famiglia dei bambini, magari anche molto piccoli, è quello che un cane di piccole dimensioni sia più adatto di uno di grande taglia, ancor più se quest’ultimo appartiene a una razza nota per il forte carattere. Non è così.

I cani dal forte temperamento e dalla mole importante, nella maggior parte dei casi, sono talmente consapevoli della loro forza e hanno una tale resistenza fisica, sia alle fatiche sia al dolore, che sopportano con pazienza i dispetti che spesso i bambini fanno. I cani di piccole dimensioni sono più timorosi e risentono maggiormente di comportamenti bruschi o maldestri, che procurano loro sofferenza e disagio. Per tale motivo sono più propensi a reagire, il più delle volte solo abbaiando o ringhiando, ma potrebbero anche arrivare a mordere, sia pure, quasi sempre, senza stringere molto e quindi senza far del male per davvero.

Bisogna fare ancora un’altra precisazione. Ogni tanto si sente dire che un cane ha morsicato un bambino, causandogli qualche ferita: la quasi totalità delle volte non si tratta di vere aggressioni ma di semplici “sgridate”, come d’altronde fanno tutti gli animali, anche quelli selvatici, con i loro piccoli, per educarli o per fermare comportamenti fastidiosi o pericolosi. Capita spesso in una cucciolata che la madre, quando uno dei suoi piccoli fa danni o infastidisce, lo rimproveri in modo molto violento e il piccolo pianga e strilli disperato: i presenti corrono a controllare temendo di trovare il piccolo morto, ma invece esso è vivo e sana. E’ stata solo una sgridata d’effetto, ma niente di più. La stessa cosa accade con tutti i bambini: il cane infastidito sgrida il “fratellino” monello in modo deciso, ma senza intenzione di nuocere.

Come prima cosa, i bambini dovranno capire la necessità di rispettare e prendersi cura del cane e comportarsi allo stesso modo con qualsiasi altra forma di vita.

Questa regola generale vale anche per gli adulti.

Gli si dovrà spiegare che i cani, come tutti gli altri animali, non sono dei giocattoli, ma degli esseri sensibili che hanno diritto al rispetto della loro natura e della loro intelligenza.

Se i bimbi sono abbastanza grandi, sarebbe bene che si occupassero loro stessi del cane. Potrebbero iniziare preparandogli la pappa agli orari stabiliti, portandogliela, o spazzolandogli il pelo; poi potrebbero accompagnarlo a fare una passeggiata; tutto dipende dall’età del bambino, che ovviamente deve essere in grado di capire e assumersi la responsabilità di quello che fa.

Continua

Animali

Gli Equidi – 4

Tenendo conto dell’elevato numero di sottospecie di Zebre delle steppe, è comprensibile che esistano anche individui veramente singolari: in taluni casi, ad esempio, sono state viste Zebre di Grant con le cosce, le spalle o il tronco picchiettati di puntini bianchi disposti in serie, oppure esemplari privi di criniera particolarmente frequenti soprattutto nel Sudan meridionale, nell’Uganda orientale, in kenia e in Somalia. Via via che si procede verso sud, le Zebre delle steppe presentano una striatura sempre meno marcata, con una serie di passaggi intermedi, i cui estremi sono costituiti dalla Zebra di Grant, con il mantello nettamente striato e ricco di contrasti cromatici, e dal Quagga con una striatura pressoché indistinta sulla metà posteriore del corpo. Ancora all’inizio dell’Ottocento quest’ultima sottospecie popolava in grandi branchi le steppe sudafricane, ma in seguito venne sottoposta a una caccia spietata da parte dei boeri, che ne uccisero migliaia e migliaia di esemplari sia per mangiarne le carni sia per utilizzarne le pelli. Allo stato libero l’ultimo Quagga venne abbattuto nel 1878, mentre un esemplare ospitato nello zoo di Amsterdam (l’unico ancora esistente in cattività) morì il 12 agosto 1883. Di questa sottospecie sudafricana rimangono oggi diciannove pelli, alcuni crani e tre fotografie, che vengono conservati come reperti di grande valore nei musei. Un’analoga sorte toccò alla Zebra di Burchell, che verso la fine dell’Ottocento veniva ospitata con notevole frequenza negli zoo europei, ove si distingueva per il suo vivace temperamento.

Con l’estendersi della colonizzazione, i branchi viventi allo stato libero furono ugualmente decimati in misura sempre più violenta, e scomparvero completamente nel 1910; l’ultimo esemplare in cattività morì nel 1911 nello zoo di Amburgo. Alcuni animali sopravvissuti allo stato libero si unirono forse ai branchi delle Zebre di Chapman, e non è quindi da escludere che negli attuali rappresentanti di questa sottospecie corra ancora un po’ di sangue delle Zebre di Burchell: nei giardini zoologici, infatti, nascono talvolta delle Zebre di Chapman con la parte posteriore del corpo pressoché priva di strisce.

Il comportamento sociale delle Zebre delle steppe differisce nettamente da quello delle Zebre trattate in precedenza: mentre infatti le Zebre di montagna vivono in gruppi non molto numerosi e neppure molto uniti, e le Zebre reali formano solo delle piccole schiere chiuse, le Zebre delle steppe costituiscono dei grandi branchi, i cui componenti pascolano l’uno accanto all’altro. Si è detto che i maschi della Zebra reale (come gli Asini) sono aggressivi verso i compagni del gruppo, soprattutto durante il periodo degli amori; nel caso delle Zebre di montagna sono invece le femmine in calore ad attaccare i maschi, i quali cercano di mantenersi ad una certa distanza e reagiscono solo in apparenza. Nel gruppo delle Zebre delle steppe esistono invece rapporti assai più pacifici: il maschio è infatti il protettore del branco e cerca di evitare uno scontro diretto con i compagni, per cui gli eventuali duelli avvengono più o meno per gioco. Sebbene le Zebre vengano aggredite di quando in quando anche da Licaoni, Iene macchiate e Leopardi, i loro più temibili nemici sono i Leoni, molto comuni nei territori in cui vivono i branchi di questi Equidi. Normalmente i Carnivori attaccano le Zebre di notte, quando esse si portano all’abbeverata: balzano sulla loro groppa, e con una sola zampata riescono a gettare a terra anche gli individui più forti. Continua

Animali

I canidi – 4

I Canidi selvatici sono quasi ovunque perseguitati dall’uomo sia a causa dei danni che provocano al bestiame domestico o alla selvaggina, sia a scopo economico, per sfruttarne cioè le pelli; da qualche tempo, inoltre, viene condotta una lotta sistematica contro molte specie, in particolare contro gli Sciacalli e le Volpi, che sono in grado di trasmettere l’idrofobia. A simili aspetti negativi si contrappongono i vantaggi che questi Carnivori arrecano divorando carogne, eliminando Roditori e altri animali dannosi, ma anche favorendo una migliore selezione naturale nelle popolazioni delle prede. Una simile influenza positiva può essere constatata facilmente nell’isola Royale (Lago Superiore, Michigan). Su quest’isola, dall’estensione abbastanza modesta, vivono Alci e Lupi, e poiché questi ultimi si limitano ad uccidere solo gli esemplari malati della prima specie, la loro presenza si rivela determinante per mantenere sana la popolazione delle Alci. La caccia indiscriminata contro i Canidi selvatici ha già causato, alla fine del secolo scorso, la scomparsa del Cane delle Falkland (Dusicyon australis); e in questi ultimi anni una forte riduzione numerica nelle popolazioni di alcune altre specie, tra cui il Crisocione o Lupo dalla criniera. Sembra quindi più che mai necessaria l’emanazione di adeguate misure protezionistiche.

Il genere Canis ha per l’uomo un interesse e un’importanza del tutto particolari poiché da esso, e in particolare dal Lupo comune, è derivato il Cane domestico con le sue innumerevoli razze; questo genere comprende 6 specie: 1) Lupo comune (Canis lupus; LTT 1-1,40 mt, LC 30-48, altezza al garrese 65-90cm, peso 30-75, talvolta fino a 80 kg circa per le forme delle regioni nordiche; i maschi sono sempre più grandi delle femmine); un tempo era diffuso in gran parte dell’Eurasia, dalle regioni artiche fino al Mediterraneo, alla penisola arabica, al Pakistan, all’India e al Giappone, e in Nordamerica dalle estreme regioni settentrionali fino alla Sierra Madre (Messico); in molti territori le popolazioni di questa specie sono oggi fortemente ridotte, o sono state completamente sterminate dall’uomo. 2) Coyote o Lupo di Prateria (Canis latrans). 3) Sciacallo Dorato (Canis aureus). 4) Sciacallo dalla Gualdrappa (Canis Mesomelas).  5) Sciacallo Striato (Canis adustus). 6) Caberù o Cane del Semien (Canis simensis).

Il Lupo Comune può essere considerato uno dei rappresentanti più caretteristici della famiglia ed è senza dubbio la specie dotata di maggior capacità di adattamento alle condizioni climatiche, alla natura del terreno e al tipo di vegetazione; ciò è dimostrato dal fatto che nel Vecchio e nel Nuovo Mondo soltanto i deserti e le umide foreste tropicali ne hanno ostacolato l’ulteriore espansione verso sud. In seguito all’indiscriminata caccia condotta dall’uomo contro i Lupi, essi sono ancora abbastanza numerosi soltanto nelle regioni asiatiche della Russia, in Alaska e nel Canada, mentre altrove la loro presenza è limitata ai pochi individui sopravvissuti nelle catene montuose dell’Europa sudoccidentale, ad alcune dozzine di esemplari diffusi in Scandinavia e Finlandia, a varie migliaia di animali viventi nell’Europa orientale e a due gruppi residui negli Stati Uniti. Poiché è un animale che sfugge il contatto con l’uomo, il Lupo appare sempre più minacciato dal crescente sfruttamento, a scopo agricoli e urbanistici, di regioni finora disabitate e dalla conseguente riduzione del proprio ambiente. Seppure in ritardo, è stata recentemente riconosciuta l’enorme importanza di questo animale nel mantenimento degli equilibri naturali, ed è quindi auspicabile che ciò serva ad evitarne la definitiva scomparsa.

Nelle varie zone di diffusione i Lupi presentano profonde differenze sia nelle dimensioni sia nella colorazione: i comuni “Lupi grigi” hanno un mantello prevalentemente grigio sul dorso, sui fianchi e sulla coda, poiché in queste zone del corpo peli bianchi si mescolano con altri neri e bruni; l’addome e la gola hanno una tinta più chiara, sovente quasi bianca, mentre il muso, le orecchie e le zampe sono bruno chiare. I Lupi che vivono nelle foreste nordamericane vengono chiamati “Timberwolves” (“Lupi del legname”) e tra essi si notano con particolare frequenza degli esemplari neri, che sporadicamente compaiono tuttavia anche nelle popolazioni del Vecchio Mondo; quelli delle estreme regioni nordiche, i cosiddetti “Lupi bianchi”, presentano sempre, a un più attento esame, alcuni peli grigi e neri. La specie è stata suddivisa, più che altro in base all’osservazione di collezioni incomplete e lacunose di esemplari impagliati nei musei, in varie sottospecie, sei delle quali diffuse nel Vecchio Mondo e oltre venti nel Nordamerica. Tra queste ultime ricordiamo la più piccola (raggiunge infatti un peso di appena 15-30 kg), sovente considerata una specie a sé, il Lupo Rosso (Canis lupus niger), che un tempo era assai comune negli Stati Uniti meridionali e che ora è quasi completamente sterminata. In pericolo di estinzione sono anche varie sottospecie diffuse nella fascia centromeridionale delle Montagne Rocciose e, tra quelle del Vecchio Mondo, il Lupo indiano (Canis lupus pallipes), che può essere considerato uno dei più probabili antenati del Cane domestico. Il Lupo giapponese (Canis lupus hodophilax), è completamente scomparso, annientato dall’uomo, fin dal 1920. In linea di massima i Lupi continentali delle estreme regioni nordiche sono più grandi e pesanti di quelli che vivono nelle zone meridionali o nelle isole dell’estremo nord; una sottospecie di dimensioni particolarmente modeste, nota attualmente solo attraverso alcuni esemplari impagliati, è il Canis lupus minor, che visse fino all’inizio del XX secolo in Ungheria e nella parte orientale dell’Austria. Un tempo era considerato un grosso Sciacallo, ma successivamente venne riconosciuta la sua natura di Lupo, sia pure di modestissime dimensioni. Continua 4

L’uomo e il suo cane

Le razze riconosciute – 6

Il Rottweiler

ALEX E DUNA

Il Rottweiler è un cane di tipo molossoide con origini nell’antica Roma, di nazionalità germanica e, di taglia medio-grande. Altezza al garrese da 63 a 69 cm per il maschio e da 58 a 64 cm per la femmina. Il peso ideale è di 50 kg circa. Il suo utilizzo è ottimo come cane da guardia, da difesa e cane poliziotto. Utilizzato e richiesto anche come cane da slitta e da soccorso in montagna.

Il mantello del Rottweiler deve essere nero, con focature marrone chiaro o mogano estese al massimo su un decimo del mantello. Portato naturalmente alla guardia, il Rottweiler è a volte aggressivo con gli estranei.

Considerando le dimensioni, è uno dei cani più potenti e più forti del mondo. Molto intelligente, di costituzione robusta e di carattere amichevole, un tempo veniva utilizzato in Germania per governare il bestiame e come cane da guardia. Attualmente è molto apprezzato per il suo valore come cane da difesa, da guardia e cane poliziotto.

La prestanza fisica e l’ottima indole ne fanno anche un popolare cane da compagnia. Ha un forte istinto alla difesa territoriale: se provocato, la sua reazione è pronta e durissima.

Non merita di essere confinato in un recinto o in un canile. E’ anche apprezzato nelle esposizioni e nelle gare di obbedienza.

Morfologia

Ha corpo robusto, muscoloso inscritto nel quadrato con dorso dritto, torace non disceso e ventre retratto. La testa è ben sviluppata e il muso è lungo quanto il cranio, con canna nasale diritta; la dentatura, con chiusura a forbice, è molto robusta. Le orecchie sono pendenti, triangolari, con attaccatura alta. Il pelo è grossolano e di media lunghezza, con sottopelo fine che può essere nero, grigio o fulvo e non deve essere visibile. Mantello nero, con focature marrone chiaro o mogano che non devono superare un decimo dell’intero mantello. La coda, in base alle nuove norme europee, dal 1° gennaio 2001 non viene più mozzata.

Storia

Il Rottweiler non ha origini germaniche: ritirandosi dall’Europa settentrionale, le legioni romane vi lasciarono infatti i loro poderosi molossi, che si diffusero ben presto come validi aiuti nella caccia al cinghiale. Presso la località tedesca di Rottweil essi furono, nel Medioevo, incrociati con razze di cani da pastore locali dando origine al cosiddetto Rottweiler Metzgerhund, il “cane da macellaio di Rottweil”: era infatti il cane che i macellai usavano per condurre il bestiame che doveva essere trasferito ai macelli. Nel XIX secolo, con l’introduzione del trasporto ferroviario del bestiame, il Rottweiler diventò sempre più raro. La razza fu salvata da alcuni allevatori appassionati intorno al 1900 e si è in seguito diffusa in tutta l’Europa e negli Stati Uniti.

Secondo un’altra teoria sulle origini della razza, progenitore del Rottweiler sarebbe stato un molosso giunto nel Nord Europa in epoche più recenti, al seguito degli Unni, popolo barbarico proveniente dall’Est europeo ma di probabile origine asiatica. Il Rottweiler discenderebbe, quindi, dal mastino del Tibet. Alcuni cinologi svizzeri, invece, sostengono la diretta derivazione del Rottweiler da un autoctono bovaro svizzero.

Temperamento

Accusato talvolta di aggressività, il Rottweiler è invece un cane assolutamente fidato purché venga trattato in modo adeguato alle sue esigenze e alla sua indole. Essendo naturalmente portato alla guardia, è talvolta aggressivo con gli estranei e di ciò il padrone deve essere consapevole. Non è un soggetto nervoso, ma in genere non gradisce essere accarezzato da persone che non conosce e non si presta facilmente a giocare con chiunque. E’ dunque necessario un buon addestramento all’obbedienza e un comando saldo. Si tenga perciò presente (ancor più che con gli altri molossoidi) che un comando non deve mai essere contraddetto: se si deve vietare un certo comportamento, lo si deve fare, senza eccezioni, con amichevole fermezza; comandi contraddittori confondono il Rottweiler, molto metodico e abitudinario, tanto che, non sapendo quale comportamento seguire, finisce semplicemente per seguire il proprio desiderio, diventando ingovernabile. E’ un cane con cui non si può assolutamente usare la violenza. Il padrone deve comportarsi con fermezza e coerenza, lasciando sempre un po’ di spazio ai rapporti affettivi: il Rottweiler gradisce che gli si parli molto e, anche se non capisce le parole, intuisce il senso di solidarietà e di complicità che il colloquio stabilisce tra lui e il padrone. Si eviti di tenerlo alla catena: diventerebbe aggressivo. Se tutte queste condizioni vengono rispettate, il Rottweiler si rivela un amico fidato e devotissimo per tutta la famiglia, molto tollerante anche con i bambini, e una sicurezza per la proprietà.

Cure

E’ un cane rustico e robusto e il suo mantello non richiede cure particolari, una spazzolata basta a rassettarlo. Va soggetto alla torsione dello stomaco: non bisogna quindi somministrare pasti troppo abbondanti e non farlo correre o saltare dopo che ha mangiato.

Ambiente di vita

Sebbene sia un cane che può tollerare il freddo e dormire in una cuccia ben coibentata anche fuori in inverno, ha comunque necessità di uno stretto rapporto con il padrone se si desidera che mantenga un buon carattere. Si adatta facilmente anche in appartamento.

Per un ex cane pastore una passeggiata e una corsa in libertà sono un imperativo.

ALEX

L’uomo e il suo cane

L’educazione del cucciolo – 2

La fedeltà di un cane è un bene prezioso che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano (Konrad Lorenz).

AURORA – ALANO NERO

Quando si sarà certi che le vaccinazioni sono attive e il cucciolo è protetto contro le infezioni, si dovrà iniziare a portare a passeggio il piccolo in mezzo alla gente e, se vive in città, al traffico. Se in mezzo alla confusione il nostro amico dimostrerà d’avere un po’ di timore, anche se appartiene alle razze notoriamente molto coraggiose, dovremo rincuorarlo con qualche carezza e un bocconcino a lui gradito, che specie quando il cane è in giovane età dovremo sempre avere con noi.

Attenzione nei primi mesi di vita e fino a dopo l’anno d’età a non sforzare il cucciolo, specialmente se appartiene alle razze che raggiungeranno un notevole peso come il Mastino napoletano, il Bulldog, il Boxer e molte altre razze soprattutto di tipo molossoide.

Questo perché il cucciolo non ha ancora un’ossatura solidificata ma cartilaginea, e potrebbe danneggiarsi in caso di eccessivo movimento. Meglio lasciare che sia lui a decidere quanto moto fare, senza forzarlo.

Abituiamo il nostro piccolo amico a seguirci al guinzaglio senza ribellarsi. Inizialmente molti cuccioli non accettano di mettere il collare ed essere portati a passeggiare, ma se quando mettiamo il collare al nostro cane lo portiamo poi in posti piacevoli come i boschi, la campagna, o ai giardinetti dove incontrerà altri suoi simili e potrà avere esperienze sociali e di gioco piacevoli, un po’ alla volta l’abitudine ad uscire diverrà consolidata e gradita.

Quando porteremo a passeggio il nostro cucciolo dovremo fare attenzione che non sporchi dove passano altre persone, soprattutto i marciapiedi e i giardini dove si recano i bambini a giocare. In ogni caso dovremo avere con noi il necessario per rimuovere gli escrementi che il nostro cane potrebbe lasciare a terra.

Una cosa molto importante da insegnare al cane per una tranquilla vita domestica è quella di non chiedere cibo attorno al tavolo. Molti padroni cedono alle richieste dei loro cani che, attirati dal profumino che arriva dai piatti degli uomini, girano attorno alla tavola questuando qualche boccone. E’ un grave errore per più di una ragione. In primo luogo per la salute del nostro amico, che non verrà certo favorita dall’ingestione di cibi che per lui sono per lo più indigesti e troppo ricchi di grassi o di zuccheri che danneggiano i denti. In secondo luogo, una volta concesso questo vizio sarà molto difficile toglierlo. Inoltre, i cani hanno un sesto senso infallibile per scoprire tra i presenti la persona più debole e di buon cuore alla quale rivolgersi con insistenza per chiedere bocconi. In terzo luogo, la cosa diviene particolarmente sgradevole se vi sono ospiti a pranzo, poiché il cane andrà anche da loro a mendicare in modo poco educato e con insistenza. Dovremo allora far mangiare il cucciolo prima di noi e poi non concedere il minimo boccone a tavola. Se si abituerà al fatto che nessuno gli dà niente, in breve tempo rinuncerà a mendicare e se ne starà tranquillo nella sua cuccia. Di contro, basterà un solo boccone per convincerlo che prima o poi qualche cosa potrebbe arrivargli e non smetterà di chiedere.

Questo è uno di quei casi nei quali la coerenza è indispensabile: se diciamo qualche volta no alle sue richieste, e poi qualcuno della famiglia lo accontenta e gli dà qualcosa da mangiare, possiamo essere certi che il nostro cane tornerà a chiedere pezzetti di cibo e non vi rinuncerà per tutta la vita, se non a prezzo di enormi sforzi da parte nostra e severe sgridate, che mantenendo un comportamento univoco si sarebbero potute tranquillamente evitare.

Un altro insegnamento utile per una serena convivenza tra cane e uomo è quello di non saltare addosso alle persone. Alcuni cani hanno il vizio di accogliere i nuovi venuti alzandosi sulle zampe e appoggiandole sulle gambe o sulla pancia degli ospiti: una dimostrazione di affetto non da tutti apprezzata! Oppure, nel caso di bambini, questo potrebbe causare la caduta e quindi i bambini si farebbero del male.

Ecco che per evitare il fatto dovremo avere per complice qualche amico, che quando il cucciolo lo accoglierà alzandosi sulle zampe lo spinga all’indietro soffiandogli con violenza sul naso, mentre noi pronunceremo a voce alta e decisa la parola di rimproverò “No”. Generalmente questo basterà a fargli perdere l’abitudine. Se non sarà sufficiente, l’amico potrà schiacciare in modo lieve ma sensibile i piedi del cane, senza fargli alcun male ma provocandogli un po’ di disagio.

In poco tempo il nostro cucciolo rinuncerà ad accogliere con tanto calore gli estranei.

Animali

Gli Equidi 3

Nei Giardini zoologici le Zebre reali vengono ospitate con notevole frequenza, e in condizioni favorevoli si riproducono senza difficoltà; abituate tuttavia allo stato libero a vivere in vasti  territori, mostrano una certa insofferenza nel trovarsi in un ambiente angusto.

Le vere zebre si differenziano dalla specie precedente per le dimensioni più modeste e per la striatura del mantello meno fitta e sottile. In questo sottogenere distinguiamo due specie: 1) Zebra di montagna (Equus zebra; altezza al garrese 118-132 cm); il capo, più sottile e minuto rispetto a quello della Zebra reale, ha orecchie appuntite e non accartocciate; le strisce del mantello sono fitte, parallele, piuttosto larghe soprattutto sulle cosce, e si estendono fino allo zoccolo, mentre scompaiono in corrispondenza dell’addome; la parte posteriore del dorso è invece percorsa da sottili strisce trasversali, che si congiungono in corrispondenza della fascia scura disposta lungo la colonna vertebrale; alla base della coda manca uno specchio bianco nettamente delimitato; i piccoli sono privi di criniera dorsale; il ciuffo della coda è cortissimo; gli zoccoli sono alti e stretti; gli animali emettono una vasta gamma di grida. Si conoscono due sottospecie: a) Equus zebra zebra; è la zebra più piccola, raggiunge al garrese un’altezza di circa 125 cm, e ne sopravvivono solo pochi esemplari in un territorio protetto della Provincia del Capo; b) Zebra di Hartmann (Equus zebra Hartmannae); è un po’ più grande della precedente, con strisce ancora più fitte e sottili che contrastano nettamente con il fondo scuro, e presenta dei grossi lobi sulla gola; vive nei territori montuosi dell’Africa del Sud Ovest e dell’Angola meridionale. 2) Zebra delle steppe (Equus quagga).

Le Zebre di montagna erano un tempo diffuse nelle regioni meridionali africane, ove vivevano riunite in piccoli branchi; con il progressivo estendersi dell’urbanesimo e la crescente trasformazione dell’ambiente, il loro numero si ridusse tuttavia così rapidamente che la sottospecie sudafricana sembrava ormai destinata a scomparire. All’ultimo momento furono emanate in suo favore delle leggi protezionistiche, e i 27 esemplari che ancora sopravvivevano nel 1913 furono insediati in un Parco Nazionale della Provincia del Capo, circa 40 km ad ovest di Cradock, ove si riprodussero gradualmente. Piccoli branchi di zebre di montagna vivono oggi in due territori protetti del Sudafrica, mentre alcuni esemplari sono ospitati nei giardini zoologici; tuttavia il numero complessivo degli individui di questa sottospecie non supera il centinaio di unità. Le Zebre di Hartmann, pur avendo ugualmente subito una violenta riduzione delle popolazioni originarie, sono più numerose ed oggi vengono in parte ospitate in territori protetti e in fattorie private. Al contrario delle Zebre delle steppe vivono in gruppetti composti da 7-12 animali, che solo di quando in quando si riuniscono in grandi branchi; i maschi più anziani conducono con ogni probabilità vita isolata. Queste zebre sono abili arrampicatrici e si sono tipicamente adattate a vivere nei territori desertici; a quanto riferiscono diversi osservatori, possono resistere per giorni senza dissetarsi. Le loro grida ricordano il nitrito di un Cavallo e si differenziano quindi nettamente dal latrato delle Zebre delle steppe.

Tra gli odierni Equidi viventi allo stato libero, solo le Zebre delle steppe sono ancora diffuse in numero elevato, benché due sottospecie siano state ormai sterminate dall’uomo. Queste Zebre hanno le orecchie piuttosto corte, il ciuffo della coda bene sviluppato, la parte posteriore del dorso attraversata solo da lunghe fasce che raggiungono la striscia centrale scura; il loro grido caratteristico, che non ha alcuna affinità con il raglio dell’Asino o con il nitrito del Cavallo, risuona come un “cva-ha-ha” bisillabico o trisillabico. Distinguiamo 5 sottospecie: 1) Quagga un tempo diffuso in Sudafrica, fino alla provincia del Capo, e completamente sterminato nel 1883, aveva il mantello bruno, marezzato di giallo e solcato da strisce solo sul capo, sul collo e sulla parte anteriore del dorso. 2) Zebra di Burchell diffusa tra la parte meridionale dell’odierno Botswana e l’Orange settentrionale, e sterminata nel 1910, aveva una colorazione base giallo-rossiccia e le striature della regione posteriore quasi indistinte. 3) Zebra di Chapman diffusa dall’Angola e dall’Africa del Sud Ovest fino al Transvaal, presenta spesso, intercalate tra quelle scure, delle strisce più sottili e più chiare, che sulle cosce si confondono con la tinta bruna del mantello e scompaiono più o meno completamente sulla parte inferiore delle zampe. 4) Zebra di Selous le strisce sono più ravvicinate e numerose rispetto a quelle della Zebra di Grant, e si estendono sulle zampe fino agli zoccoli; è diffusa dal corso inferiore dello Zambesi fino alla regione orientale dello Zambia e al Malawi. 5) Zebra di Grant vive nell’Africa orientale, dal Sudan meridionale fino al corso superiore dello Zambesi; ha il mantello solcato da strisce nere, più larghe e spaziate di quelle delle altre sottospecie, ed estese sulle zampe fino agli zoccoli. Continua.

Animali

I CANIDI – 3

Le teorie relative alla filogenesi e quindi alla sistematica dei Canidi hanno subìto recentemente un radicale mutamento: un tempo si riteneva infatti che questa famiglia fosse antichissima, forse strettamente imparentata a quella dei Mustelidi, degli Ursidi e dei Procionidi e avesse tratto origine dagli Anficionidi del terziario inferiore. Veniva considerato un loro diretto discendente l’Otocione, la cui dentatura presenta notevoli affinità con quella degli Insettivori, risultando costituita da ben 48 denti (un numero davvero insolito per un Carnivoro); per tale motivo era collocato addirittura in una sottofamiglia a parte. Sempre tra i Canidi vennero classificati i Simocionidi (simocyonidae), vissuti nel medio e tardo terziario; e poiché il Cuon alpino, il Licaone e lo Speoto (una specie sudamericana dall’aspetto veramente singolare) presentano una riduzione della dentatura analoga a quella riscontrabile nei Simocionidi, queste tre specie furono riunite nella sottofamiglia dei Simocionini (Simocyoninae), che si distingueva da quella dei Canini (Caninae), in cui vennero raggruppate tutte le altre specie.

Secondo ricerche più recenti, tuttavia, i Canidi non hanno un età geologica molto elevata, e non presentano neppure stretti vincoli di parentela con Mustelidi, Ursidi e Procionidi; le forme più arcaiche presentano invece molti caratteri comuni con i felidi più antichi, ad esempio nella struttura degli arti e della regione otica, per cui Canidi e Felidi vengono oggi riuniti nella superfamiglia dei Cinofeloidei (Cynofeloidea). Poiché le attuali conoscenze hanno inoltre permesso di stabilire che gli Anficionidi del terziario inferiore, benché possedessero una struttura dentaria simile a quella dei Canidi, erano degli Ursidi primitivi, e che i Simocionidi appartenevano alla cerchia filogenetica dei Mustelidi, ne consegue che i Canidi la cui dentatura differisce da quella tipica della famiglia (e cioè il Licaone, l’Otocione, lo Speoto e il Cuon alpino) non possono derivare dalle forme fossili ricordate, bensì da Canidi dotati di dentatura normale. Lo Speoto è strettamente affine, anche se appare fortemente trasformato, alle Volpi dei boschi sudamericane, mentre il Cuon alpino e il Licaone, pur presentando taluni caratteri peculiari, quali l’accorciamento del muso, il ravvicinamento degli aguzzi premolari e la riduzione della dentatura (solo 40 denti nel Cuon alpino, e riduzione di un molare nel Licaone), sono Canidi altamente specializzati e originatisi abbastanza recentemente da forme simili agli Sciacalli. Tutte le specie oggi viventi sono di conseguenza riunite nella sottofamiglia dei Canini (Caninae) e vengono contrapposte alle forme estinte nordamericane, classificate tra i Borofagini (Borophaginae).

I Canidi si sono originati nel Nordamerica e successivamente si sono portati, durante diverse fasi migratorie, nel Vecchio Mondo e nel Sudamerica. La famiglia comprende attualmente 15 generi, alcuni dei quali mostrano vincoli più stretti di parentela e possono perciò essere raggruppati in tribù.il “nucleo” della famiglia stessa è costituito dall’ampio gruppo che riunisce i generi Canis, Alopex Vulpes e Fennecus, indubbiamente uniti tra loro da stretti rapporti filogenetici, sebbene la semplice analisi delle dimensioni (il lupo è infatti la specie maggiore mentre il Fennec è quella più piccola dell’intera famiglia) sembri indicare il contrario. La specie più arcaica è invece probabilmente il Cane procione (Nyctereutes procyonoides), che già nel tardo terziario partendo dall’America raggiunse le regioni asiatiche orientali attraverso il “ponte” terrestre che in quel tempo univa i due continenti in corrispondenza dell’attuale stretto di Bering. Ugualmente arcaiche sono le Volpi grigie o Urocioni (Urocyon) del Nuovo Mondo, che si differenziano dalle vere Volpi (Vulpes) nordamericane e del Vecchio Mondo per la struttura cranica, che ricorda vagamente quella dell’Otocione, e per taluni aspetti del comportamento. Un altro gruppo abbastanza omogeneo è quello formato dal Cuon alpino e dal Licaone: quest’ultimo è, senza dubbio, una delle specie più evolute, come è dimostrato dalla struttura dei denti ferini e dalla riduzione delle dita anteriori. Tra i Canidi diffusi in Sudamerica, se escludiamo gli Urocioni che hanno raggiunto solo la parte settentrionale di questo continente, si riconoscono due correnti migratorie: la prima è quella seguita dai generi Cerdocyon, Atelocynus e Speothos, che compongono la tribù degli Speotonini (Speothonini), e possono addirittura essere riuniti in un unico genere; la seconda ha invece avuto per protagoniste alcune specie i cui discendenti attuali si trovano nei generi Dusicyon, Lycalopex e Chrysocyon. L’Otocione (Otocyon  megalotis), unico rappresentante del genere Otocyon, costituisce un ramo secondario separatosi dal ceppo principale dei Canidi nel terziario superiore; occupa pertanto una posizione isolata nell’albero genealogico di questi animali. Come risulta dall’analisi di resti fossili pleistocenici, in questa specie il numero dei denti è aumentato secondariamente nel corso della filogenesi, e pertanto le particolarità strutturali della sua dentatura sono da considerarsi una conseguenza dell’adattamento al tipo di alimentazione (si nutre di mammiferi di piccole dimensioni, uccelli, rettili e soprattutto insetti). Continua 3

L’uomo e il suo cane

Le razze di cani riconosciute – 5

Mastino napoletano

Il Mastino napoletano è un cane di tipo molossoide. Le sue origini sono in Italia e più specificatamente napoletane/campane. E’ un cane di taglia grande con un’altezza al garrese per i maschi intorno ai 75 centimetri con un peso ideale massimo di 70 chilogrammi mentre per le femmine l’altezza al garrese è intorno ai 68 centimetri. Essendo un cane energico e coraggioso è ottimo e viene utilizzato come cane da guardia e da difesa.

Benché le sue origini siano molto antiche, ha fatto la sua comparsa nella cinofilia ufficiale solo nel 1949.

Il Mastino napoletano ha un aspetto inconfondibile, sia per la corporatura possente, sia per le caratteristiche pieghe della pelle che circondano la testa. Ignorato dalla cinofilia ufficiale, entrò nella storia solo nel 1949 con l’iscrizione al Libro delle Origini Italiano di Guaglione I, grazie all’opera di recupero di Piero Scanziani.

Morfologia

Il Mastino napoletano è un cane massiccio e muscoloso ha testa brachicefala, massiccia, con stop di circa 90 gradi. La lunghezza del tronco è del 10% maggiore dell’altezza al garrese; il dorso è diritto e largo, la groppa è larga e avvallata e l’addome pressoché orizzontale. Il muso è lungo circa un terzo della testa, con canna nasale diritta e tartufo di colore armonico con il mantello. La pelle forma molte rughe e pliche a livello della testa. Gli occhi sono ovali, di colore scuro, in relazione al  manto. Le orecchie sono piccole, inserite alte e pendenti ai lati delle guance. Il pelo è raso, liscio, denso, uniforme. Il colore del mantello può essere nero, blu (o piombo), grigio, mogano o fulvo; spesso sono presenti chiazze chiare al petto e ai piedi. Tutti i mantelli possono avere tigrature rossastre o nerastre. La coda, grossa, robusta, amputata ai due terzi, in movimento è portata a scimitarra.

Storia

Diffuso in Campania da tempi lontanissimi, si può considerare discendente dal Molosso, cane da combattimento della Grecia e della Roma antiche. Nel Mastino napoletano rivive il mitico molosso impiegato dai Romani nelle grandi cacce e nei combattimenti gladiatorii. Veniva utilizzato come guardiano per le case e le greggi, oltre che per la difesa personale e delle milizie cittadine. E’ il cane da guardia per eccellenza, ma anche da difesa. Vigoroso, d’aspetto rustico e al contempo maestoso, è un animale equilibrato e intelligente. Non è affatto aggressivo, ma sa rispettare con scrupolo la consegna di difendere persone e beni. Nel corso dei secoli si andò disperdendo. Il recupero avvenne solo in anni molto recenti: fu presentato per la prima volta all’esposizione canina di Napoli del 1946 e nel 1949 se ne iniziò l’allevamento selettivo.

Moto

Caratteristica della specie è l’andatura al passo dinoccolata, lenta, quasi da orso. Il trotto è lento e ad ampie falcate; raramente galoppa. E’ il classico animale ben piantato sulle zampe: movimento si ma con giudizio.

Temperamento

Il Mastino napoletano è un cane energico, attento, coraggioso, resistente al dolore, affettuoso e docile con il padrone. E’ un avversario temibile per i malintenzionati: infatti non abbaia, ma parte all’attacco in silenzio, atterra il nemico, lo immobilizza e solo allora abbaia per chiamare il padrone. Deve essere addestrato con dolcezza e fermezza in modo da esaltare la docilità del suo carattere: la violenza lo rende aggressivo e ingovernabile. Se ben allevato, si rivela un piacevole animale da compagnia per tutta la famiglia e una vera sicurezza per la proprietà.

Cure

La sua dieta richiede grandi quantità di cibo, soprattutto carne. Il muso va ripulito dopo i pasti dai residui che si fermano nelle pieghe della pelle. Attenzione: va soggetto alla torsione dello stomaco.

Il pelo è denso, fine e raso – di toelettatura vera e propria non si può parlare, dunque – mentre la caratteristica della specie è piuttosto la pelle, abbondante in tutto il corpo e soprattutto sulla testa e sul collo dove forma numerose pieghe. Sono loro ad assorbire le maggiori attenzioni durante la quotidiana opera di pulizia.

Ambiente di vita

E’ un cane che occupa molto spazio: non è adatto per appartamento, ma è bene che abbia un giardino a disposizione. Soffre il freddo, perciò deve dormire in ambiente riscaldato nei mesi invernali.

Animali

Gli Equidi – 2

La storia dell’evoluzione degli Equidi costituisce senza dubbio l’esempio di filogenesi di un gruppo animale, documentato dal maggior numero di reperti fossili. Già nel secolo scorso, quando la paleontologia era ancora agli inizi, l’americano Othniel Charles Marsh (1831-1899) poté ricostruire, basandosi sui fossili che aveva rinvenuto in sedimenti del terziario nordamericano, un albero genealogico naturale degli Equidi, apparentemente quasi senza lacune, che da forme tetradattili o tridattili, grandi quanto una Volpe e mangiatrici di foglie, portava alle specie attuali. Ricerche più recenti e nuovi ritrovamenti fossili hanno dimostrato l’esistenza di una serie di linee filetiche, la più importante delle quali, rappresentata dal genere Anchitherium, si è estinta ormai da lungo tempo; una sola linea è sopravvissuta fino all’epoca attuale, e le diverse specie appartenenti a essa hanno raggiunto più volte una diffusione pressoché mondiale. I reperti fossili hanno permesso anche di acquisire un dato di fondamentale importanza, e cioè che i caratteri relativi alle diverse parti del corpo (ad esempio encefalo, cranio, dentatura e arti) non si sono evoluti contemporaneamente durante la filogenesi, per cui si può parlare di sviluppo filogenetico a mosaico (legge di Watson).

I Cavalli più antichi appartengono al genere Hyracotherium, e risalgono all’eocene inferiore; ne sono stati scoperti i resti sia in Nord-America sia in Europa. Avevano dimensioni comprese tra quelle di un Gatto e quelle di una Volpe, arti anteriori tetradattili e posteriori tridattili, e non sembravano affatto dei piccoli Cavalli, ma ricordavano piuttosto dei Cefalofi privi di corna. Differivano inoltre dai Cavalli anche nella struttura del cranio, dei molari e nel breve sviluppo del muso. Osservando i calchi della cavità cranica, viene spontaneo pensare che essi appartengono non tanto a Equidi arcaici, quanto a Marsupiali o primitivi Insettivori, e ciò perché i lobi olfattivi appaiono bene sviluppati, il cervelletto libero e gli emisferi cerebrali privi di circonvoluzioni. Sebbene i molari dell’Hyracotherium non fossero ancora ipsodonti, presentavano tuttavia una struttura in cui è riconoscibile lo schema caratteristico degli Equidi. Esistono del resto delle forme di transizione non ben definite, che portano a Equidi ancora tetradattili e tridattili dell’eocene medio e superiore, i quali a propria volta conducono, attraverso il Mesohippus e il Miohippus da un lato all’Anchitherium del terziario superiore, e dall’altro al Merychippus; da questo si sono originati alcuni generi del pliocene, tra cui Hipparion e il Pliohippus, che si può considerare l’antenato degli Equidi moderni, e quindi del genere Equus.

Capostipiti dell’Hyracoterium possono essere considerati Protoungulati del paleocene, anche se sono tuttora ignote le forme di collegamento tra quelle specie arcaiche e questi primi Perissodattili. Grazie al perfetto stato di conservazione che presenta lo scheletro dei diversi Equidi vissuti nel terziario inferiore e superiore, è possibile seguire nelle varie fasi la graduale trasformazione degli arti; il passaggio da forme tetradattili o tridattili a specie monodattili è connesso con numerose modificazioni, che hanno interessato non solo la struttura della regione metacarpo-falangea (e metatarso-falangea), ma anche dell’avambraccio e della parte inferiore della gamba. Al posto di un cuscinetto plantare comparve la struttura più adatta per compiere dei salti, e quindi si originò lo zoccolo; in conseguenza di tale fatto, anche il sistema di articolazioni dovette essere radicalmente modificato. Gli odierni Equidi presentano infatti nello scheletro delle zampe delle ossa simili a stiletti, che sono gli ultimi resti dei raggi laterali delle dita, progressivamente ridotti. Nell’Hipparion del pliocene gli arti erano ancora tridattili, ma le due dita laterali erano già ridotte a semplici speroni, analogamente a quanto si verifica per i Suidi. I molari degli Equidi conservarono fino al miocene medio delle corone piatte, che in seguito si fecero sempre più alte: una simile trasformazione è senza dubbio legata al cambiamento di cibo; gli Equidi infatti, da tipici mangiatori di foglie, divennero mangiatori di erba. Contemporaneamente il muso si fece più allungato, per cui gli occhi sembrano spostarsi all’indietro, mentre l’encefalo, che nell’Hyracotherium era anche costruito in modo analogo a quello dei Marsupiali, negli Equidi dell’oligocene divenne simile a quello degli Ungulati e nelle forme del miocene presentava già la struttura caratteristica degli odierni Cavalli.

L’evoluzione del ceppo principale degli Equidi si svolse in Nord-America durante il terziario inferiore; in Europa sono note diverse linee secondarie, che si estinsero tuttavia verso la fine dell’eocene, mentre le forme nordamericane continuavano a evolversi. All’inizio del miocene, pliocene e pleistocene gli Equidi si diffusero, rispettivamente con i generi Anchitherium, Hipparion ed Equus (cui appartengono le specie odierne), dal Nord-America in Asia, attraverso il ponte terrestre che allora univa i due continenti in corrispondenza dell’attuale stretto di Bering, e successivamente in Europa; di qui essi raggiunsero poi l’Africa. Durante l’era glaciale, altre forme (generi Hippidion e Onohippidium) migrarono, attraverso l’America centrale, anche in Sudamerica, ove si insediarono nelle pampas e nelle steppe montane, estinguendosi peraltro verso la fine dell’era glaciale, come le specie nordamericane. La patria d’origine degli Equidi è dunque il Nordamerica, cosa che nessuno supporrebbe, dato che in America non esistono attualmente allo stato libero rappresentanti della famiglia.

Non si sa d’altronde con precisione in qual modo si siano sviluppate le specie odierne. Durante il primo periodo dell’era glaciale apparvero, sia in Nordamerica sia nell’Eurasia, parecchie forme che, pur ricordando Asini africani e asiatici e Zebre, non possono tuttavia essere incluse in alcuno di questi gruppi. Veri e propri Cavalli selvatici (sottogenere Equus) comparvero nel corso del quaternario inferiore (Equus bressanus ed Equus mosbachensis) ed erano diffusi in Europa ancora durante l’ultimo periodo dell’era glaciale, come dimostrano non solo i reperti fossili, ma anche le incisioni rupestri dell’uomo preistorico, che dava a essi la caccia. Al sottogenere Equus appartengono anche due forme estinte, il Tarpan dei boschi e il Tarpan delle steppe che attualmente vengono considerate sottospecie del Cavallo selvatico archetipo delle razze domestiche e unica specie sopravvissuta di tutto il gruppo. Alcune specie fossili nordamericane (Equus semplicatus ed Equus litoralis) assomigliavano agli Asini asiatici, ma non è accertato che si possa porli in rapporto con questi. Tra le Zebre, la specie più arcaica è la Zebra reale, la più evoluta la Zebra delle steppe.

A conclusione di questa disamina paleontologica, ricordiamo brevemente una famiglia di Ippomorfi vissuta nel terziario inferiore e medio: quella dei Paleoteridi, che nell’eocene superiore era rappresentata da un elevato numero di specie, con gli arti più o meno slanciati, e si estinse nell’oligocene con forme grandi quanto un Tapiro.

La Zebra reale

La Zebra reale o Zebra di Grevy; altezza al garrese 140-160 cm; è la più grande del gruppo e si differenzia dalle altre in taluni caratteri primitivi e nel comportamento; per tale motivo è stata collegata in un sottogenere a sé. Vive nelle macchie e nelle zone steppose, ed è diffusa in Etiopia, Somalia e dal Sudan Meridionale fino al Kenia settentrionale; ha il capo grosso e massiccio e le orecchie molto grandi, rotonde e accartocciate. Le strisce del mantello sono molto fitte, si estendono fino agli zoccoli, raggiungono la massima larghezza sul collo e mancano soltanto sull’addome e sullo specchio attorno alla radice della coda. La voce è simile a quella dell’Asino; la criniera nei piccoli si estende sull’intero dorso.

Probabilmente questa grossa Zebra, scoperta dagli zoologi in epoca recente, è stata invece la prima conosciuta dagli antichi: sembra infatti che le Hippotigris di cui si parla nei testi classici non siano delle Zebre delle steppe, bensì delle Zebre reali. La dimostrazione che questo Equide era noto in Europa già molto tempo prima della sua scoperta scientifica viene fornita anche da antiche opere d’arte: nel Musée de l’Homme di Parigi, ad esempio, si trova un antichissimo arazzo in cui è raffigurata la nascita di Cristo; accanto alla mangiatoia non vi è tuttavia un asinello, bensì una Zebra reale, ritratta con estrema precisione. Desta quindi stupore il fatto che soltanto nel 1882 un esemplare di questa specie sia stato visto e descritto dal primo scienziato moderno, Menelik I, negus d’Etiopia, aveva donato al presidente francese Jules Grévy una Zebra originaria della propria patria: si trattava di un animale grande quanto un Cavallo, ma dalle orecchie e dalla voce simili a quelle di un Asino. Allorché lo zoologo francese Emile Oustalet, del Museo di Parigi, lo vide, capì che doveva trattarsi di una nuova specie. Esemplari analoghi furono successivamente inviati dal negus d’Etiopia anche in Inghilterra, Italia, Germania e Austria, e verso la fine del secolo scorso i commercianti cominciarono a importare alcune Zebre reali per i diversi giardini zoologici europei.

Questi Equidi differiscono notevolmente dalle altre Zebre nel comportamento sociale: di solito vivono infatti in piccoli gruppi chiusi, all’interno dei quali i maschi (come gli Asini) si dimostrano piuttosto aggressivi verso i compagni, soprattutto durante il periodo degli amori. Al di fuori di tale epoca molti maschi conducono anche vita solitaria, oppure formano piccole schiere. Ciascuno dispone di un territorio personale dalla superficie variabile da 2,5 a 10,5 kmq, entro cui generalmente tollera la presenza di altri maschi adulti. Se però questi si avvicinano a una femmina predisposta all’accoppiamento, il proprietario del territorio si lancia su di essi e li costringe ad allontanarsi, senza tuttavia scacciarli dal territorio. A causa dell’immediata reazione del loro compagno, i maschi estranei riescono solo eccezionalmente ad accoppiarsi con la femmina; in ogni caso, quando vengono scacciati, preferiscono fuggire anziché dare battaglia al proprietario del territorio. Al di fuori di questi possedimenti, i rivali si disputano invece le femmine con furiosi duelli: Klingel, ad esempio, vide nove maschi tentare invano di avvicinarsi a una femmina, poiché erano troppo impegnati a lottare tra loro e a disturbarsi a vicenda; alla fine la femmina si spostò in un territorio personale, e i nove rivali furono così costretti a cederla al proprietario di questo e ad assistere all’immediato accoppiamento dei due animali. Le ricerche compiute recentemente da Hans Klingel nel Kenia settentrionale hanno dimostrato che le Zebre reali formano gruppi costituiti solo da maschi, oppure da femmine con o senza piccoli, e anche gruppi misti; i diversi animali non sono peraltro legati da alcun rapporto personale, e taluni individui si spostano ripetutamente (addirittura nel corso dello stesso giorno) da un gruppo all’altro, oppure rimangono soli per ore. Questi Equidi si riuniscono in grandi branchi misti solo all’epoca della migrazione stagionale. I territori personali delle Zebre reali, al confronto di quelli di altri erbivori, sono vastissimi, e si estendono soprattutto lungo corsi d’acqua più o meno ampi, che peraltro sono praticamente in secca per quasi tutto l’anno, a eccezione di un breve periodo durante la stagione delle piogge. Con ogni probabilità, il territorio personale viene indicato in primo luogo dalla presenza stessa del proprietario; le grida e i cumuli di sterco rivestono un ruolo secondario. Questi cumuli si trovano soprattutto ai confini del territorio e in molti casi hanno un perimetro di parecchi metri e sono alti fino a 40 cm; la loro funzione non è stata ancora chiarita, ma probabilmente essi servono all’animale per orientarsi nella zona. Continua.

ANIMALI

Sophia nel ricordarvi di visitare www.lemagiedisophiagrandimarche.com vi augura una buona

Lettura con

ANIMALI

Razze di cani riconosciute – 4

Bassotto tedesco

Il Bassotto tedesco è un cane del tipo bassotoide, le sue origini sono in Germania; la taglia è nana con un’altezza al garrese proporzionale al peso che non deve superare i 9 kg con una circonferenza toracica non superiore ai 35 cm. E’ utilizzato come cane da caccia, guardia e da compagnia.

Nonostante la bassa statura e la forma a salsiccia, il Bassotto tedesco è un cane energico e audace, ottimo nella caccia, ove dimostra tenacia e resistenza straordinaria nell’inseguimento della preda. Anche se dotato di ottimo olfatto, sembra avere un indole più simile a quella del Terrier che a quella dei segugi e ama addentrarsi nelle tane per arrivare al confronto diretto con conigli selvatici, volpi e tassi. Infatti, il Bassotto tedesco è noto anche con i nomi di Teckel e Dachshund e l’ultimo nome significa proprio cane da tasso.

Il Bassotto – che, per quanto possa sembrare strano, appartiene alla famiglia dei segugi – in passato veniva allevato in Germania per cacciare i tassi. La caccia in tana richiede un cane a gamba corta, gran scavatore, di finissimo olfatto e gran coraggio: caratteristiche che non mancano certo a questa razza. Alle doti di cacciatore esso abbina un carattere aperto e incline al gioco. Alcuni bassotti vengono ancora oggi addestrati per la caccia e affrontano con sprezzo del pericolo nemici ben più grossi di loro. E con la stessa determinazione difenderebbero il loro padrone fino alla morte.

Il loro ruolo, oggigiorno, è piuttosto quello di cane da compagnia. Paziente con i bambini, diventa aggressivo con gli estranei. Cani affettuosi e divertenti, a dispetto delle gambe corte possono fare tutto l’esercizio che volete.

Buoni guardiani, il loro abbaiare, spropositato rispetto alla loro ridicola mole, può trarre facilmente in inganno.

Morfologia

Basso sugli arti e con corpo allungato, ma non sgraziato, ha testa anch’essa allungata, che si restringe progressivamente e uniformemente verso il tartufo praticamente senza stop e con canna nasale lunga e leggermente arcuata. Gli occhi sono scuri e di dimensioni medie; nei soggetti screziati, talvolta uno o entrambi sono in parte o interamente azzurri. Le orecchie sono molto mobili, piuttosto lunghe, ampie, pendenti, con attaccatura alta. La coda, leggermente ricurva, prosegue la linea della colonna vertebrale. I Bassotti tedeschi sono classificati come tre razze distinte a seconda del tipo di pelo.

A pelo corto: pelo corto, fitto, brillante, liscio con pelle morbida ed elastica: coda che si assottiglia verso l’estremità, coperta di pelo, ma non troppo abbondante. I colori del mantello ammessi possono essere uniformi, striati o screziati, dal fulvo più o meno giallo al nero focato; il bianco è accettabile solo in una piccola chiazza sul petto o in screziature irregolari.

A pelo lungo: il pelo è lungo, morbido, piatto e diritto o solo lievemente ondulato, brillante, si allunga sotto il collo e nella parte inferiore del corpo con abbondanti ciuffi dietro le zampe, sulle orecchie e nella parte inferiore della coda, ove deve formare grandi frange. I colori del mantello ammessi sono gli stessi del Bassotto a pelo corto.

A pelo duro: il mantello è ruvido, denso, aderente al corpo e guarnito di sottopelo; sono presenti barba e sopracciglia cespugliose; la coda ha pelo ben aderente e si assottiglia verso l’estremità, senza fiocco. Sono ammessi tutti i colori del mantello; le macchie bianche sul petto sono ammesse, ma non desiderabili.

Storia

Cani dal corpo allungato e dalle zampe corte sono raffigurati sulle pareti di antichi templi egizi e sono riprodotti in pietra e argilla in statuette ritrovate in Messico, Grecia, Perù e Cina. Tuttavia i resti di animali molto simile al Bassotto tedesco, portati alla luce in numerosi insediamenti romani in territorio germanico, inducono gli esperti ad attribuire a questo cane una pura origine teutonica. La cinologia cominciò a interessarsi di questa razza nel ‘700; il Club del Bassotto fu fondato nel 1888.

Temperamento

Molto vivace e intelligente, il Bassotto può talvolta mostrare un carattere un po’ irritabile e permaloso. Ha spiccate capacità di comunicazione è attento, curioso e molto geloso della propria privacy. Dal momento che sente il bisogno di lavorare, si assume vari incarichi in famiglia, in primo luogo avvertire della presenza di estranei, ed è lieto se viene responsabilizzato in qualche modo. Va educato con fermezza e coerenza, diversamente si mostra cocciuto e ribelle. Non deve essere trattato come un cane da grembo ma come un fiero cacciatore che, pur in formato tascabile, ha conservato lo spirito e l’intelligenza di un grosso cane. In cambio del grande amore che dona al padrone e alla famiglia, reclama rispetto per la sua forte personalità. Attenzione, però, a non tollerare i suoi capricci: se si cede una volta, per il cane si tratterà di un diritto acquisito.

Cure

Ha bisogno di un’alimentazione corretta per evitare gli eccessi di peso e di un regolare esercizio fisico. I soggetti a pelo lungo richiedono toelettatura più accurata di quelli a pelo corto, mentre quelli a pelo duro necessitano di trattamento analogo a quello degli Schnauzer.

Può soffrire di problemi ai dischi intervertebrali a causa della schiena troppo lunga e delle gambe corte. Chiunque abbia visto un bassotto paralizzato, anche se in buona salute, capirà la necessità di mantenere il proprio cane nel peso forma e di impedirgli salti su e giù dal divano. Varie sono le terapie per porre rimedio a questi disturbi, dalle iniezioni di cortisone agli interventi chirurgici. I denti del bassotto sono esposti all’accumulo di tartaro. Se ne raccomanda la rimozione periodica: le placche vanno staccate con una soluzione antitartaro.

Ambiente di vita

L’esercizio regolare è importante perché la razza tende facilmente all’obesità. L’ideale sono passeggiate corte e frequenti, con possibilità di correre in un giardino.

Si adatta anche a vivere in appartamento, ma è un cane che ha bisogno di spazio per curiosare e darsi da fare, quindi sarebbe meglio potergli offrire un giardino. E’ comunque molto legato alla famiglia e non ama la solitudine. Gradisce giocare, anche con i bambini, ma non sopporta i dispetti.

Trattandosi di un cane che va educato correttamente fin da piccolo, si consiglia di acquistare cuccioli allevati in famiglia o in allevamenti specializzati, con genitori equilibrati e ben educati.

Bassotto nano

Questa razza fu selezionata incrociando il Bassotto con Schnauzer e Pinscher, allo scopo di ottenere un cane adatto a penetrare in tane molto anguste. Fino al 1931 le taglie venivano distinte in base al peso e alla circonferenza toracica, ma in seguito il primo criterio fu abolito. Attualmente, quindi, è la misura della circonferenza toracica che permette di determinare il tipo di Bassotto; nel caso del nano deve essere compresa tra i 30 e i 35 cm con un peso fino a 4 kg. Le caratteristiche morfologiche sono le stesse richieste per il Bassotto tedesco e anche in questo caso sono registrate tre razze distinte: a pelo corto, a pelo lungo e a pelo duro.

Anche per quanto riguarda il temperamento, le cure e l’ambiente di vita vale quanto detto per il Bassotto tedesco.

Bassotto Kaninchen

Il nome tedesco di questa razza è Kaninchenteckel, cioè Teckel da coniglio, e si riferisce al fatto che è stato selezionato proprio per la caccia al coniglio selvatico. Anche per questi bassotti sono classificate tre razze in base al tipo di pelo, con caratteristiche morfologiche e comportamentali analoghe a quelle richieste per il Bassotto tedesco: l’unica differenza riguarda la circonferenza toracica, che nel Kaninchen deve essere inferiore ai 30 cm con un peso fino a 3,5 kg.

ANIMALI

Sophia nel ricordarvi di visitare www.lemagiedisophiagrandimarche.com vi augura una buona

Lettura con

ANIMALI

I Felini – 2

Come in tutti i Carnivori, anche nei Felidi l’olfatto è bene sviluppato, sebbene meno acuto della vista e dell’udito, che è particolarmente fine. Per tale ragione seguono di rado una traccia servendosi dell’odorato, mentre quando inseguono una preda e le balzano addosso utilizzano soprattutto la loro spiccata capacità di localizzare senza esitazione una sorgente sonora; l’orientamento dei padiglioni auricolari verso tale sorgente avviene in modo automatico. Le notevoli dimensioni degli occhi indicano immediatamente l’importanza della vista presso i Felidi: è noto, ad esempio, che i Gatti domestici sono “emmetropi”, e come le Linci vedono gli oggetti quasi altrettanto bene dell’uomo con una luce normale; poiché inoltre la loro retina contiene coni e bastoncelli, possono percepire i colori, come è stato dimostrato sperimentalmente. Anche la maggior parte degli altri Felidi è probabilmente dotata di tali capacità, ma le indagini in proposito sono state finora compiute solo su un numero limitato di specie. La sensibilità alla luce di questi animali, soprattutto per quanto riguarda le brevi lunghezze d’onda, è circa sei volte maggiore rispetto a quella dell’uomo. Il loro occhio si abitua all’oscurità anche più rapidamente del nostro; dietro alla retina, inoltre, vi è uno strato di cellule che riflettono la luce (Tapetum lucidum), per cui i fotorecettori vengono stimolati anche da una minima quantità di luce. E’ appunto grazie alla presenza di questo strato cellulare che gli occhi dei Felidi brillano nell’oscurità allorché vengono colpiti da un raggio luminoso.

Ottimamente sviluppato è anche il senso dell’equilibrio, e ciò è di importanza vitale per gli animali che vivono nei boschi e si arrampicano sugli alberi. Nei nostri Gatti domestici, variando la posizione del corpo, si determinano dei riflessi che consentono un immediato recupero della posizione corretta, per cui, facendoli cadere supini da un’altezza di circa 3 metri, girano rapidamente su se stessi e atterrano sulle quattro zampe. L’animale ruota dapprima il capo, indi la parte anteriore del corpo e infine quella posteriore, fino a riacquistare la posizione normale. Gli sviluppatissimi recettori tattili sono localizzati su peli innervati da apposite fibre, in particolare sulle vibrisse e sugli ispidi e lunghi peli che si trovano al disopra degli occhi e negli arti anteriori. Questi peli tattili, che possono rizzarsi a volontà dell’animale, hanno una particolare importanza per le specie notturne, cui consentono di percepire meglio gli stimoli provenienti dall’ambiente. Molto probabilmente sono responsabili della sensibilità tattile anche i peli, talvolta lunghissimi, che sporgono tra quelli normali.

I Felidi si sono insediati in quasi tutti gli ambienti terrestri, dalle umide foreste tropicali ai deserti, dalle gelide steppe alle catene montuose, a eccezione delle tundre prive di alberi e delle regioni polari. La loro alimentazione quasi esclusivamente carnivora comprende vertebrati di dimensioni variabili tra quelle di un Topo e quelle di una Zebra, uccelli di qualsiasi grandezza, lucertole, rane, pesci, crostacei e grandi insetti. La loro dentatura manca degli elementi necessari per triturare il cibo, bene sviluppati invece nell’Orso bruno e nei Tassi, e ha conservato solo quei denti che provvedono a tagliare in piccoli pezzi i bocconi. Coloro che allevano i Gatti sanno tuttavia che di quando in quando essi mangiano erbe o piante: nel pulire il mantello, infatti, i Gatti finiscono sovente per inghiottire notevoli quantità di peli che nello stomaco formano delle vere e proprie masse, che possono poi essere rigurgitate grazie all’azione stimolatrice dell’erba sulle pareti dello stomaco stesso. Pochissimi sanno invece che anche la Tigre e altre specie della famiglia mangiano l’erba; secondo un’ipotesi che non è stata finora dimostrata, ciò consentirebbe a esse di rifornirsi delle vitamine necessarie. Continua – 2

ANIMALI

Sophia nel ricordarvi di visitare www.lemagiedisophiagrandimarche.com vi augura una buona

Lettura con

Le razze di cani riconosciute – 3

Pastore tedesco

Il Pastore tedesco è un cane di tipo Lupoide le sue origini sono Germaniche; è di taglia media con un’altezza al garrese per il maschio di 60-62 cm e per la femmina di 57-58 cm con un peso ideale di circa 40 chilogrammi. E’ utilizzato come cane da guardia, cane guida per i ciechi, per la custodia del bestiame, dalle forze dell’ordine e dalla protezione civile. È anche chiamato familiarmente “cane lupo”.

Morfologia

Il Pastore tedesco è un tipico lupoide con il corpo allungato, robusto e dotato di una buona muscolatura. La lunghezza del corpo deve superare l’altezza al garrese. La testa è asciutta abbastanza larga tra le orecchie. Lo stop non è accentuato, ha muso allungato moderatamente appuntito, con canna nasale diritta e tartufo nero. La dentatura è a forbice; gli occhi sono di media grandezza e generalmente marrone scuro; le orecchie sono erette, di media grandezza. Il pelo di lunghezza media, è compatto con folto sottopelo. Lo standard ammette anche i rari soggetti a pelo lungo. Il mantello può essere nero con focature marrone chiaro o grigio; interamente nero; interamente grigio; oppure grigio con focature marrone o chiare. Il dorso è diritto e il ventre moderatamente retratto. La coda è di media lunghezza, folta, con attaccatura bassa; quando il cane è in riposo pende con curvatura a sciabola, quando è in azione è un poco sollevata.

Storia

All’inizio era un cane tipicamente da pastore, viveva in campagna ed era utilizzato per la custodia e la guida del bestiame oltre che alla guardia e difesa della proprietà. L’esercito tedesco durante le due guerre mondiali ne ha fatto un notevole uso per la sua versatilità nelle varie operazioni a ci veniva addestrato e comandato. Proprio per questa sua adattabilità e versatilità è stato adottato dalle forze di polizia e di protezione civile di tutti i paesi del mondo e da allora ha avuto una vastissima diffusione anche grazie alla facilità di addestramento, alla sua robustezza fisica e non ultimo anche al fatto di essere diventato un divo di cinema e televisione grazie alle numerose apparizioni in telefilm di grande successo, vedi il Commissario Rex.

Temperamento

Il Pastore tedesco è un cane intelligente e se viene selezionato ed addestrato in modo giusto è un animale equilibrato ed affidabile. È un compagno fedele per l’intera famiglia, ubbidiente, onesto e coraggioso ed è talmente vigile che difficilmente qualcosa gli sfugga. È attivissimo sia mentalmente che fisicamente e proprio per queste caratteristiche ha bisogno di movimento e richiede molte attenzioni. Un difetto è quello che può diventare molto geloso nei confronti del padrone, specialmente se si inseriscono nuovi componenti nel nucleo familiare: altri cani, gatti e a volte addirittura anche i bambini.

Cure

Il pelo richiede periodiche spazzolature e bagni abbastanza frequenti, specialmente se vive in casa.

Poiché è una razza che ha avuto una grande diffusione per la sua popolarità, per far fronte alla grande richiesta di cuccioli sono stati effettuati accoppiamenti indiscriminati con il risultato, spesso, di una involuzione dei caratteri e dello standard; quindi, quando si acquista un cucciolo di Pastore tedesco, bisognerebbe richiedere un certificato di immunità da displasia, anche se un buon allevatore non incrocia cani affetti da questa malattia ereditaria. Il primo sintomo dell’insorgere di questo grave difetto osseo è la tendenza del cane a stare accucciato.

Moto

Necessità di molto esercizio, di corse in libertà e, se possibile, di sentirsi impegnato in un preciso compito, fosse anche un esercizio di obbedienza.

Ambente di vita

Il Pastore tedesco è un cane che ha bisogno di stare all’aria aperta, meglio ancora avere disponibilità di un giardino, ma è anche un cane per pur di stare vicino al padrone si adatta a vivere anche negli spazi stretti di un appartamento.

Si raccomanda esercizio frequente su terreno duro. Risponde con prontezza all’addestramento. Sfortunatamente non è una razza rinomata per la longevità.

ANIMALI

Sophia nel ricordarvi di visitare www.lemagiedisophiagrandimarche.com vi augura una buona

Lettura con

 I CANIDI – 2

L’olfatto è senza dubbio il senso più sviluppato, seguito da un udito altrettanto fine quanto quello dei Felidi, mentre la vista è nettamente inferiore. I Canidi marcano i territori personali, i sentieri e le “riserve di caccia” con secreti e urina, che i maschi depositano su determinati punti sollevando in modo caratteristico una delle zampe posteriori. Questi marchi servono non solo a delimitare il territorio personale, ma anche a riconoscere con l’olfatto i compagni; poiché vengono impressi in genere sugli stessi oggetti, consentono ai singoli individui di acquistare una conoscenza sempre maggiore dell’ambiente che li circonda. Una testimonianza della costante abitudine di lasciare segnali odorosi ci viene offerta da tutti i Cani Domestici durante le loro “passeggiate”; essi annusano regolarmente gli angoli delle case, i tronchi o i pali per cogliere la traccia del passaggio di altri Cani e sovrapporvi il proprio “biglietto da visita” odoroso.

Le femmine delle specie che conducono vita sociale occupano spesso una posizione di predominio, per cui guidano la muta e comandano gli stessi maschi; ciò si verifica soprattutto quando, all’epoca degli amori, imprimono dei marchi odorosi. In tale periodo non esitano a prendere addirittura l’iniziativa e ad andare alla ricerca dei maschi, con i quali in un primo tempo cacciano per gioco. Il maschio apre leggermente la bocca facendo intravedere la lingua, e ripiega verso l’alto gli angoli della bocca stessa (la cui apertura giunge quasi alle orecchie) in modo da dare l’impressione di un sorriso. Esso “sorride” con intensità crescente e compie dei piccoli passi con le zampe anteriori; si lancia poi all’improvviso contro la femmina, e dopo averla colpita al petto con gli arti anteriori si gira allontanandosi con un andatura singolare: tenendo il dorso ancora piegato, rivolgendo verso il basso la parte posteriore del corpo, e raccogliendo e dimenando la coda tra le zampe, compie dei salti obliqui, allontanandosi. Questa “fuga” si conclude dopo pochi metri, quindi il maschio si gira nuovamente e si mette dinanzi alla femmina con il muso atteggiato ad un largo sorriso e la coda sollevata in modo da poterla dimenare liberamente, mentre un tremito via via più intenso ne percorre il dorso. Quindi si lancia ancora contro la compagna, ma questa volta il suo atteggiamento indica chiaramente un’intenzione erotica, e non più giocosa. Le femmine talvolta vessano i maschi, che per contro si comportano sempre con estrema “cavalleria” nei confronti delle compagne; nessun maschio infatti oserebbe mai mordere una femmina, mentre può essere impunemente tormentato e maltrattato da questa. In tal caso, riesce a sottrarsi a tali persecuzioni solo ricorrendo a un atteggiamento di sottomissione o tentando di volgere in gioco gli attacchi della femmina. Questo comportamento, proprio del Cane Domestico, si riscontra in forma più o meno modificata anche nelle più diverse specie selvatiche che vivono in gruppo.

L’abnorme rigonfiamento cui il pene va incontro dopo essere penetrato nella vagina della femmina impedisce sovente al maschio di sciogliersi dalla compagna al termine dell’accoppiamento, costringendolo a prolungare l’unione per un periodo che può raggiungere i 20 minuti presso i Cani Domestici, fino a 45 minuti presso lo Sciacallo dorato, e oscillare tra i 50 secondi e i 5 minuti presso il Licaone. Al termine di una gestazione compresa tra i 49 e 70 giorni per le diverse razze di Cani Domestici, di 79 giorni per il Cane procione e di 80 giorni per il Licaone, le femmine danno alla luce, una o due volte l’anno, da 2 a10 figli (o anche più in alcune razze domestiche e nel Licaone). I piccoli nascono ciechi e inetti, ma con il corpo già rivestito di pelo; vengono allattati di solito per circa 6 settimane, ma presso talune Volpi anche per 10. Prima del parto le Cagne domestiche vanno alla ricerca di cavità o altri rifugi idonei, mentre le femmine di alcune specie sociali (ad esempio del Licaone) si riuniscono in gruppetti e allevano poi di comune accordo i figli, sovente coadiuvate dai maschi. Questi si comportano sempre in modo amichevole verso tutti gli individui più giovani che possono prendersi qualsiasi libertà nei loro confronti senza doverne subire gravi conseguenze. Tale atteggiamento, tipico dei maschi delle razze domestiche, dei Lupi, del Licaone e di molte altre specie, fa parte di un retaggio ancestrale che il processo di addomesticamento non è riuscito a cancellare; in base a esso i piccoli che crescono in un branco devono essere sopportati da tutti i componenti di questo. Fino all’età di circa 5 mesi, quando cominciano a mostrare un certo rispetto per gli adulti, i cuccioli mancano infatti di qualsiasi inibizione nei confronti dei genitori e degli altri membri del gruppo, e si avventano spesso con gli aguzzi dentini contro il padre che non osa né ringhiare né, tanto meno, difendersi. I Canidi raggiungono la maturità sessuale tra il primo e il secondo anno, e allo stato libero vivono fino ad un’età variabile tra 10 e 18 anni. Continua 2

Animali

Sophia nel ricordarvi di visitare www.lemagiedisophiagrandimarche.com vi augura una buona

Lettura con

Animali

GLI EQUIDI – 1

L’unico gruppo di Ippomorfi sopravvissuto fino all’epoca attuale, con un genere e 6 specie, è quello degli Equidi. Sebbene questi Ungulati abbiano dato vita a due forme diffuse in tutto il mondo, la cui utilità è universalmente nota, e cioè il Cavallo e l’Asino domestico, essi hanno superato ormai da tempo il periodo di massima fioritura, e almeno per quanto riguarda gli animali allo stato libero sono da considerarsi un gruppo in via di estinzione. Tra le specie selvatiche, soltanto la zebra delle steppe è infatti diffusa ancor oggi in gran numero e con 3 sottospecie nelle zone steppose dell’Africa orientale e sudorientale e dell’Africa del Sud Ovest.

Il carattere che maggiormente distingue gli odierni Equidi è la monodattilia, cioè il fatto di avere bene sviluppato e funzionale soltanto il terzo dito, protetto all’estremità da una robusta unghia a forma di zoccolo. Il secondo e il quarto dito sono invece ridotti a minuscoli resti, e analogamente ridotte sono anche la fibula e l’ulna. Gli equidi hanno inoltre il cranio allungato, con cavità orbitali molto spostate all’indietro, il labbro superiore sviluppato e mobile, e la dentatura costituita da 36-40 denti. I molari hanno corone alte e ricoperte di smalto e hanno la superficie solcata da profonde pieghe; i canini sono ridotti nei maschi e di solito mancanti nelle femmine. La famiglia, come si è detto, comprende un solo genere che si divide in 5 sottogeneri e comprende complessivamente 6 specie differenziate in un certo numero di sottospecie.

Gli Equidi sono animali dalla linea elegante, che si muovono al passo, al trotto e sovente anche al galoppo; vivono abitualmente in branchi più o meno numerosi. In Africa popolano le zone steppose, semidesertiche o desertiche mentre in asia si trovano solo nei territori di tipo desertico. Pur convivendo pacificamente con gli altri animali diffusi in questi ambienti, conservano sempre un atteggiamento vigile e circospetto, e sono pronti a percepire, soprattutto con l’olfatto e l’udito, la presenza di eventuali nemici, dai quali sanno difendersi in caso di necessità con furiosi morsi e colpi di zoccolo. Come avviene per tanti altri animali il loro più temibile nemico è l’uomo, che in molte zone ha sterminato le forme allo stato libero, oppure le ha respinte in territori impervi e difficilmente accessibili. Gli Equidi non sono in grado di compensare simili perdite, in quanto si riproducono con notevole lentezza: dopo una gestazione di 11-12 mesi, le femmine partoriscono di solito un solo piccolo, ed eccezionalmente 2. Fin dai tempi più antichi l’uomo ha cercato di addomesticare diverse specie di Equidi, ma è riuscito nel suo intento soltanto con due forme: l’Asino, discendente dell’Asino selvatico africano, e il Cavallo, discendente dal Cavallo selvatico. Continua

Animali

Sophia nel ricordarvi di visitare www.lemagiedisophiagrandimarche.com vi augura una buona

Lettura con

IL CANE – RAZZE RICONOSCIUTE 2

BOLOGNESE

Il Bolognese è un cane tipo volpinoide, origini Italia, Nazionalità Italiana, taglia nana, il suo utilizzo è esclusivamente da compagnia.

Morfologia: tronco medio e testa non molto lunga, muso allungato, canna nasale diritta e tartufo nero. Gli occhi grandi e tondi, con margini palpebrali neri e iride ocraceo, non devono mai essere sporgenti. Il pelo è lungo, a boccoli e sollevato. Il mantello è bianco puro senza macchie: tutte le mucose esterne e le sclerose devono essere nere. Le orecchie sono lunghe e pendenti con boccoli. La coda è ricurva sul dorso e ricca di boccoli.

Il Bolognese è un cane di piccola taglia da compagnia, è una razza di origini antichissime discendente probabilmente del Maltese. E’ stato molto apprezzato nelle antiche corti nobiliari, infatti compare in numerosi dipinti dei secoli passati. Il Bolognese era una razza molto comune fino alla fine dell’ ‘800 ma la sua presenza, poi, è andata via via sempre più riducendosi, arrivando quasi all’estinzione. Si sta cercando di riportare la razza ad un numero sufficiente di esemplari per poter avere un livello di sicurezza.

Il Bolognese è un cane molto serioso ed in apparenza poco vivace, in realtà è un cane molto intelligente e soprattutto attaccatissimo al padrone che segue in ogni passo. E’ un guardiano assai vigile ed avverte subito.

Ha un aspetto assai decorativo ed è molto apprezzato per la sua graziosa presenza nelle case.

Il maschio ha un’altezza di 30 cm circa con un peso al massimo di 4 kg., mentre la femmina è di un paio di centimetri più bassa.

Come tutte le razze da compagnia di piccola taglia non ha particolari esigenze di esercizio fisico.

Il suo pelo ha bisogno di cure quotidiane essendo candido, lungo e a bioccoli ma non riccio e deve essere pettinato di frequente.

E’ un cane prettamente da appartamento e non è adatto a vivere all’aperto, anche perché è molto delicato e soffre il freddo. L’alimentazione deve essere molto curata.