BOCCACCIO, NAPOLI E IL “DECAMERON” – 8

LE AVVENTURE PARTENOPEE DI ANDREUCCIO

Ma esso, niente di ciò sappiendo né suspicando, credendosi in un onestissimo luogo andare e ad una cara donna, liberamente andata la fanticella avanti, se n’entrò nella sua casa; e salendo su per le scale, avendo la fanticella già la sua donna chiamata e detto “ecco Andreuccio”, la vide in capo della scala ad aspettarlo. Ella era ancora assai giovane, di persona grande e con bellissimo viso, vestita e ornata assai orrevolmente; alla quale come Andreuccio fu presso, essa incontrogli da tre gradi discese con le braccia aperte, e avvinghiatogli il collo, alquanto stette senza alcuna cosa dire, quasi da soperchia tenerezza impedita; poi lagrimando gli lasciò la fronte, con voce alquanto rotta disse: O Andreuccio mio, tu sii il benvenuto.

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L’AMPLIAMENTO DELLE MURA – 4

Il tracciato proseguiva lungo l’attuale via Costantinopoli e girava a destra sul costone prospiciente l’attuale piazza Cavour, includendo la collina di Sant’Agnello. Si può dire che su tale versante la cinta angioina abbia ricalcato l’andamento delle preesistenti strutture difensive greche, ricongiungendosi poi a Castel Capuano, con andamento parallelo ripsetto all’attuale via Carbonara.

All’interno delle mura la città cambiò profondamente. La nuova residenza regia venne spostata in Castel Nuovo, edificato dal 1279 al 1284 nel Campus Oppidi, precisamente nell’area detta “Platea di Porto Pisano”: si trattò di un vero e proprio evento per l’epoca, che provocò il trasferimento dal vecchio centro di molte dimore nobiliari nella nuova area prospiciente il porto, il largo delle Corregge.

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BOCCACCIO, NAPOLI E IL “DECAMERON” – 7

LE AVVENTURE PARTENOPEE DI ANDREUCCIO

L’itinerario napoletano di Andreuccio che inizia da piazza del Mercato, dove il mercante si reca per comprare i cavalli, giunge al Malpertugio, zona del quartiere Porto, destinata ai traffici e non lontana dal “banco dei Bardi, dove Boccaccio trascorse vari anni della sua giovinezza. In questo luogo, dove viveva gente di piacere e di malaffare, Andreuccio viene attirato da un’astuta donna siciliana che, facendo leva sui sentimenti familiari e scambiandosi per sua sorella, riesce a sottrargli la borsa contenente cinquecento fiorini d’oro: “Laonde la fanticella a casa di costei il condusse, la quale dimorava in una contrada chiamata Malpertugio, la quale quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra.

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L’AMPLIAMENTO DELLE MURA – 3

Il tracciato scendeva poi verso la costa, includendo l’area del mercato, lungo il canale naturalen cui le acque provenienti dalle colline defluivano e venivano convogliate al mare in prossimità della Chiesa del Carmine. Da tale estremo limite orientale le mura correvano poi lungo la linea costiera, con lievi rientranze e sporgenze fino all’Arsenale.

Il proseguimento del tracciato lungo il versante occidentale è controverso: si suppone comunque che non dovesse avere un andamento lineare a causa della conformazione dei luoghi e della presenza di fabbriche preesistenti. Si può presumere, del resto, che le mura passassero nei pressi di Santa Maria la Nova, da dove, correndo parallelamente a via Monteoliveto, dovevano seguire la linea di Calata Trinità Maggiore, attraversando Piazza del Gesù e arrivando all’attuale Porta Alba, al cui posto si ergeva un bastione circolare, successivamente demolito.

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BOCCACCIO, NAPOLI E IL “DECAMERON” – 6

LE AVVENTURE PARTENOPEE DI ANDREUCCIO

Anche nel Decameron, del resto, Napoli continua a vivere le sue storie, in un pullulare di eventi e di nomi, ora veri, ora inventati, sempre però capaci di coinvolgere il lettore in un serrato gioco narrativo. La novella quinta della giornata seconda, ad esempio, porta alla ribalta Andreuccio da Perugia, che venuto a Napoli a comperar cavalli, in una notte da tre gravi accidenti sovrappreso, da tutti scampato, con un rubino si torna a casa sua. L’ambientazione tutta napoletana della novella e la sua puntuale toponomastica fanno rivivere una città tentacolare e carica di insidie, nella quale sprofonda la fed ingenua del buon Andreuccio, che alla fine riesce comunque a riparare al danno e alla beffa portando via con sé il rubino sottratto alla tomba dell’arcivescovo.

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L’AMPLIAMENTO DELLE MURA – 2

Sul versante orientale, da Castel Capuano le nuove mura arrivano a Porta Nolana, accesso orientale al decumano inferiore, e seguivano il tracciato del Lavinaio, il corso d’acqua che dall’acquedotto di Formello scendeva al mare, congiungendosi al traguardo del Carmine.

I lavori di rifacimento e ampliamento del tratto meridionale, che aveva subito grossi danni in seguito alle lotte tra Svevi e Angioini, ebbero inizio intorno al 1270, con un consistente ampliamento. Dal lato meridionale di Castel Capuano, che rimaneva per metà interno e per metà esterno al perimetro, secondo il primitivo impianto, la cinta muraria, con un andamento tortuoso, seguiva la via Postica Maddalena, fiancheggiava via Soprammuro dell’Annunziata e, transitando per via Forcella e Piazza Calenda, dove era situata Porta Nolana, costeggiava l’aerea del complesso di Sant’Agostino alla Zecca.

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BOCCACCIO, NAPOLI E IL “DECAMERON” – 5

Fra tante confidenze ascoltate e personalità conosciute, il giovane poté gradualmente assorbire la cultura della Napoli “capitale del regno”, segnata dalla penetrazione della nuova filosofia laicizzante di Guglielmo di Occam, dalla presenza di Dionigi da Borgo San Sepolcro, il teologo agostiniano amico del Petrarca, già doctor artium a Parigi, nonché dalla circolazione dei “franceschi romanzi” amati dalla Fiammetta dell’ “Elegia”, di cantari come quello di Florio e Biancofiore, da cui lo scrittore trasse il “Filocolo”, di canzoni, che Boccaccio inserì quasi alla lettera nel “Filostrato”, e di canti, cortesi e popolari.

In ogni successiva stagione della vita di Boccaccio Napoli continuerà a far vibrare la sua voce: la lontananza fisica, dopo il ritorno a Firenze, acuirà il senso e il valore di una vicinanza memoriale, che la produzione letteraria avrà il compito di scandire e di segnalare in più riprese.

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Il LUNGO ASSEDIO DI ALFONSO V – 3

Pur terminando la campagna militare nel 1442, solo l’anno successivo il re aragonese fece il suo trionfale ingresso nella capitale, dove evidenti erano i danni apportati dalla guerra, “Castello Capuano e Porta Capuana e Porta Sam Zuane dal merchia è distrutto”, scrive Borso d’Este al fratello Lionello, “Tutto il borgo Sancto Antonio e similmente la Arsenada de Napoli è distrutto. De la citade oltre li dicti borghi è disfatta la gran parte de la terra inverso Castel Nuovo per lo dicto castello accomenzando a la rua Catellana, intorno San Dominico, intorno Sancta Chiara e gran parte de la sedie de Nido.

Lo resto è salvo, li casamenti non però in la forma che erano a ben tempo.”.

L’AMPLIAMENTO DELLE MURA

Nel periodo angioino il perimetro murario della città fu in gran parte ampliato e ricostruito, in particolare sotto Carlo I, Carlo II e Giovanna I.

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BOCCACCIO, NAPOLI E IL “DECAMERON” – 4

Un vivace clima culturale

I fiorentini Bardi, Peruzzi, Frescobaldi e Acciaiuoli erano tra i principali finanziatori e controllori dei traffici del regno retto da Roberto d’Angiò, ambizioso promotore di un’immagine di Napoli quale città europea di cultura. Negli anni della permanenza del Boccaccio, Giotto lasciò in città i segni della sua presenza, mentre Paolo da Perugia, direttore della biblioteca regia, continuò la meritoria opera del suo primo direttore, Baudet de Gondrecourt, sviluppando un prezioso, produttivo laboratorio di erudizione e di sapienza.

Trovatosi a vivere in un ambiente così stimolante, il giovane Boccaccio si immerse totalmente nel cuore pulsante della città, non trascurando nemmeno il dialetto e le tradizioni popoilari, come testimonia con esemplare efficacia la lettera in dialetto napoletano a Franceschino de’ Bardi, firmata giocosamente “Iannetto di Parisse”.

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Il LUNGO ASSEDIO DI ALFONSO V – 2

La campagna militare era giunta quasi alla fine. Espugnati i baluardi esterni alla cinta urbana, bisognava trovare il sistema per penetrare nella città. Alfonso venne allora informato da due muratori napoletani della presenza di un antico acquedotto sotterraneo – forse lo stesso utilizzato dal generale bizantino Belisario – che si apriva vicino ad alcune abitazioni nei pressi della Chiesa di Santa Sofia, e vi fece entrare un esperto contingente di truppe che, con l’aiuto di un certo numero di esiliati napoletani, si impadronì della porta cittadina situata non lontana dalla chiesa. Era la mattina del 2 giugno del 1442: nello stesso momento venne aperta dall’interno, da un napoletano traditore, anche la porta di San Gennaro, attraverso cui entrò in città il grosso delle truppe catalane, che si impegnarono in un terribile saccheggio.

Renato, con i pochi cavalieri che gli erano rimasti al fianco, si rifugiò in Castel Nuovo, dove rimase rinchiuso per una decina di giorni, fino a quando due galee genovesi non lo prelevarono insieme alla piccola guarnigione francese.

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BOCCACCIO, NAPOLI E IL “DECAMERON” – 3

In seguito a un viaggio d’affari del padre a Parigi Boccaccio può dare libero sfogo alla sua passione per le lettere. Alla scuola di Cino da Pistoia e di giuristi napoletani non schiavi del tecnicismo professionale, quali Pietro Piccolo da Monteforte Irpino, Giovanni Barrili Barbato da Sulmona, Niccolò d’Alife, il giovane riesce a creare un ponte con i maestri della tradizione letteraria toscana: Dante, gli stilnovisti, i primi classicisti, Petrarca. Né è poi da trascurare la presenza di Niccolò Acciaiuoli, che da nobile mercante diventerà affermato politico e di cui parlerà Boccaccio, nel 1363, nell’epistola dodicesima a Francesco Nelli, rievocando la dilettevole stagione napoletana: “Se tu noi sai, io sono vivuto dalla mia puerizia infino in intera età nutricato a Napoli ed intra nobili giovani meco in età convenienti, i quali quantunque nobili, d’entrare in casa mia né di me visitare si vergognavano. Vedevano me con consuetudine d’uomo e non di bestia, ed assai dilicatamente vivere, si come noi fiorentini viviamo; vedevano ancora la casa e la masserizia mia, secondo la misura della possibilità mia, splendida assai”.

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Il LUNGO ASSEDIO DI ALFONSO V – 2

Nel 1439 Alfonso prese posizione sulla collina di San Martino, che però era esposta ai tiri delle artiglierie francesi situate a Castel Sant’Elmo. D’altra parte Renato teneva in scacco anche le truppe spagnole asserragliate presso il Castel Nuovo: perciò poco tempo dopo Alfonso prese la decisione di abbandonare momentaneamente le ostilità.

L’assedio aragonese riprese nel novembre del 1441. Renato aveva fatto costruire una bastia sulla sommità della collina di Pizzofalcone, dalla quale si poteva mantenere un facile controllo strategico sul sottostante Castel dell’Ovo: Alfonso pensò d’impadronirsene, e vi riuscì dopo quattro giorni di assedio, essendo la guarnigione ormai priva di ogni vettovaglia. Il futuro re di Napoli si impossessò così di un fondamentale punto strategico, in quanto da quella posizione poteva controllare sia la strada che portava alla marina sia la via, incuneata tra i due colli, che successivamente si chiamerà di Chiaia: non a caso avviò subito i lavori necessari per la riparazione e il rafforzamento del fortino, come documentano numerose carte archivistiche. Nel contempo strinse in assedio, per mare e per terra, tutta la capitale, mentre il valoroso Renato cercava di infondere coraggio alla popolazione, ormai stremata per la mancanza di ogni genere alimentare. Dopo poche settimane, comunque, anche il Castel dell’Ovo cade nelle mani dell’Aragonese.

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BOCCACCIO, NAPOLI E IL “DECAMERON” – 2

“SE TU NOI. SAI, IO SONO VIVUTO…NUTRICATO A NAPOLI…”

Giunto a Napoli nella seconda metà del 1327, Giovanni lascia la città per fare ritorno a Firenze, solo nell’inverno del 1340-1341: un lungo periodo trascorso nella capitale del regno, durante il quale il giovane manifesta tutta la propria insofferenza verso il mestiere bancario e mercantile e scopre la propria insopprimibile vocazione letteraria.

Napoli, la sua vita, la sua cultura restano un importante punto di riferimento per il Boccaccio, che nella città comporrà il “Filocolo”, primo romanzo in prosa della letteratura italiana, i poemi “Teseida” e “Filostrato”, in cui l’uso dell’ottava assurge ad alti livelli d’arte, destinati a segnare il futuro della poesia eroica, e il poema in terza rima “Caccia di Diana”.

Ma anche dopo essersi allontanato da Napoli, lo scrittore continuerà a coltivare un intenso ricordo della città. Egli stesso afferma in un rilevante passaggio del “Ninfale d’Ameto”, composto dopo il ritorno a Firenze, che, quando giunse a Napoli e la città”gli si fe’ palese, le mai non vedute rughe con diletto tennero l’anima sua”. E nel nome dell’antiuchità e del diletto egli costruisce l’immagine di Napoli, “città antichissima e forse così dilettevole, o più, come ne sia alcuna altra in Italia”, come afferma nella novella sesta della giornata terza del “Decameron”. Non a caso, sempre nel “Ninfale d’Ameto”, egli farà raccontare da Fiammetta la storia relativa all’antichissima, duplice fondazione della città, ricca di particolari leggendari.

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Il LUNGO ASSEDIO DI ALFONSO V

Dal 1435 al 1442 Napoli fu tuttavia il campo di battaglia tra le truppe francesi e quelle di Alfonso: la zona occidentale della città, in particolare la collina di Pizzofalcone e il pianoro sottostante, divenne il teatro di interminabili assedi, che peraltro non risparmiarono nemmeno la zona paludosa posta a oriente della cinta urbana.

Nel corso dei combattimenti, nella zona compresa tra l’attuale piazza del Plebiscito e piazza del Municipio fu distrutto il prestigioso Monastero di San Pietro a Castello, incendiato, come tramanda una cronaca monastica, “ab infidis catalanis”: in quella occasione andarono perduti, sempre secondo la cronaca, numerosi “libri censuales, inventaria, quaterni antiqui e certa alia documenta”. Ma il monastero non fu il solo edificio danneggiato: con ogni probabilità subirono la stessa sorte il Monastero della Croce, le cui monache furono trasferite in Santa Chiara, e i numerosi edifici pubblici e privati situati nei dintorni del Castel Nuovo. Proprio nei pressi della fortezza Alfonso fece costruire “valli e fossi”, affinché la cavalleria nemica non creasse troppo scompiglio tra le sue truppe.

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BOCCACCIO, NAPOLI E IL “DECAMERON”

Nel 1327 il padre di Giovanni Boccaccio, in qualità di agente bancario e commerciale della potente famiglia dei Bardi, si trasferisce insieme al figlio nella Napoli angioina, dove il giovinetto attende, vicino a Castel Nuovo, nel quartiere dei fondaci, al suo infruttuoso apprendistato bancario.

Un significativo ricordo di quei luoghi e di quella stagione è offerto dall’esordio della novella decima della giornata ottava del “Decameron”: “Soleva essere, e forse che ancora oggi è, una usanza in tutte le terre marine che hanno porto, così fatta, che tutti i mercatanti che in quelle con mercatantie capitano, faccendole scaricare, tutte in un fondaco, il quale in molti luoghi è chiamato dogana, tenuta per lo comune o per lo signor della terra, le portano; e quivi, dando a coloro che sopra ciò sono per iscritto tutta la mercantia e il pregio di quella, è dato per li detti al mercatante un magazzino nel quale esso la sua mercatantia ripone e serralo con la chiave; e li detti doganieri poi scrivono in sul libro della dogana a ragione del mercatante tutta la sua mercatantia , facendosi poi del loro diritto pagare al mercatante, o per tutta o per parte della mercatantia che egli della dogana traesse. E da questo libro della dogana assai volte s’informano i sensali e delle qualità e delle quantità delle mercatantie che vi sono e ancora chi sieno i mercatanti che l’hanno; con i quali poi essi, secondo che lor cade per mano, ragionano di cambi, di baratti e di vendite e d’altri spacci”.

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LA DINASTIA DEI DURAZZO – 3

Con un gesto quasi disperato, Giovanna II mise allora le sorti del suo regno nelle mani del re d’Aragona, Alfonso V, promettendogli la successione al trono: ma il re volle subito impadronirsi del potere arrestando Sergianni Caracciolo e mettendo in fuga la regina che, rifugiatosi ad Aversa, si affidò questa volta alle armi dei francesi8. La fortuna sembrò girare in suo favore, perché Alfonso V dovette fare precipitoso ritorno in Spagna per contrapporsi al cognato che, approfittando della sua assenza, aveva intrapreso una campagna militare nei territori aragonesi.

Fino al 1435, anno della sua morte, Giovanna II poté perciò, in una situazione di relativa tranquillità, conservare il trono di Napoli, scegliendo a succedergli Renato d’Angiò, con il quale si chiude l’ultima pagina della presenza angioina in Italia meridionale.

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Notizie utili e informazioni pratiche

Per quelli che visiteranno Napoli

Dove informarsi

All’ufficio informazioni dell’Azienda di Turismo di piazza del Gesù Nuovo, 78 aperto dal lunedì al sabato dalle 9 alle 19; la domenica e festivi dalle 9 alle 15, telefono 081-5523328, è possibile rifornirsi di mappe e depliant, nonché prenotare visite guidate.

Visite guidate

Per la visita a pagamento di musei, chiese e sottosuolo è possibile rivolgersi anche a specialisti del settore:

Antea, corso Vittorio Emanuele 539 bis, telefono 081-5491855

Associazione Napoletana Beni Culturali, via Correra, 22 telefono 081-5494443

Centro e Periferia per la Storia dell’Arte, via Nuova San Rocco, 62 telefono 081-7410038

Cooperart, viale Maria Cristina di Savoia, telefono 081-664545

L.A.E.S., Libera Associazione Escursionisti Sottosuolo, vico Sant’Anna di Palazzo 52, telefono 081-400256

Muse & Musei, vico Quercia 1, telefono 081-5514748

Napoli Sotterranea, piazza San Gaetano 68, telefono 081-449821.

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LA DINASTIA DEI DURAZZO – 2

Come con Giovanna I, anche con la seconda Giovanna la vita privata s’intrecciò inesorabilmente con il destino politico del Regno di Napoli: legata prima sentimentalmente a un uomo di umilissimi origini salito in gran prestigio, Pandolfello detto Alopo, la donna si alleò poi con il gran siniscalco del regno, il potente Giovanni Caracciolo, detto Sergianni. Fu costui a tramare l’allontanamento dalla carte del marito di Giovanna, Giacomo di Borbone, conte de la Marche, scelto dalla regina per difendere l’Italia meridionale dalle insidie di Muzio Attendolo Sforza. La conseguenza funesta di questa spregiudicata politica fu che Napoli fu assediata per mare, intorno agli anni 20 del XV secolo, da Luigi III, che avanzava pretese in nome degli Angioini, e per terra dallo Sforza, mosso essenzialmente da ambizioni personali.

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Per quelli che visiteranno Napoli

Come muoversi

Per i turisti che soggiornano in uno degli alberghi della città nella zona del centro storico, il suggerimento è quello di lasciare la macchina in garage e raggiungere a piedi il centro antico.

La mancanza di parcheggi e i divieti di circolazione rendono consigliabile anche per i napoletani l’utilizzo di mezzi pubblici.

Le metropolitane sono molto comode e con parecchie stazioni che delimitano il centro antico.

Tram, bus e filobus delimitano il centro antico i biglietti vanno comprati in anticipo presso le tabaccherie e le edicole.

Parcheggi dei taxi sono, tra l’altro, in: piazza Garibaldi, piazza Nicola Amore, piazza della Borsa, piazza del Gesù Nuovo, piazza Dante, piazza Carità.

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LA DINASTIA DEI DURAZZO

Carlo di Durazzo trovò anch’egli una morte violenta nel 1386, mentre per molti anni il figlio Ladislao non poté ascendere al trono di Napoli a causa della giovane età e per l’ostruzionismo della Casa angioina. Solo nel 1399 Ladislao entrò nella capitale, ricevendo l’omaggio di tutta la nobiltà. In seguito, quando ormai era ben solido il suo potere, perseguitò con molta decisione tutte le famiglie che si erano schierate dalla parte degli Angioini, eliminando dalla scena politica i Ruffo di Calabria, i Marzano e i Sanseverino. In quindici anni l’ambizioso e valoroso sovrano seppe cementare saldamente il potere dei Durazzo non solo nel regno, ma su tutta la penisola italiana, che politicamente e militarmente si trovò sottomessa alla potenza di Ladislao.

Tuttavia, quando i tempi erano ormai maturi per consentire sostanziosi cambiamenti nei confini degli Stati, il re venne stroncato, nell’agosto del 1414, da una malattia che si trascinava dall’infanzia, lasciando le sorti del regno nelle mani della sorella Giovanna II.

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