LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

Chi volesse definire la vittoria della sua nascita, sarebbe tentato di chiamarla, come fanno i poeti, figlia del Cielo, perché sulla terra la sua origine non si trova. In realtà è prodotta da un’infinità di azioni che, invece di proporsela come fine, riguardano soltanto gli interessi particolari di coloro che le compiono, poiché tutti quelli che compongono un esercito, cercando la propria gloria e il proprio successo, provocano un bene così grande e così generale.

Non si possono dare garanzie del proprio coraggio se non ci si è mai trovati in pericolo.

L’imitazione è sempre infelice: tutto ciò che è contraffatto non piace, malgrado abbia gli stessi attributi che affascinano quando sono naturali.

°°Giustizia per Pilù: Condannato Gaetano Foco col Massimo della Pena°°

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Cari e care followers,
giungono meravigliose notizie direttamente dal Tribunale di Pistoia.

Oggi, giovedì 9 giugno 2022, si è tenuta l’ultima udienza del processo penale che ha visto imputato Gaetano Foco per le violenze fisiche, le torture e l’uccisione della cagnolina Pilù.

Questa storia vergognosa ha fatto subito scalpore in tutta Italia.

Nel 2015 era comparso un video agghiacciante che mostrava le sevizie inflitte alla povera cagnolina, un pincher nano di proprietà dell’ex compagna dell’assassino. Un macabro torto per vendicarsi della ragazza.
Pilù è stata abusata, seviziata. Nel suo corpicino sono stati introdotti penne, sapone, matite, fino alla morte.

La notizia dell’assassinio ha da subito sollevato una forte volontà di giustizia.
Foco, che nel frattempo continuava la sua esistenza, ha dovuto cambiare casa.

Attivist* davanti casa di Gaetano Foco

Oggi, dopo anni e svariate udienza, finalmente giustizia è stata fatta:
Gaetano Foco è stato condannato con il massimo…

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Il Santo del Giorno

Sant’ Andrea Uberto Fournet

Nome: Sant’ Andrea Uberto Fournet

Titolo: Sacerdote

Nascita: 6 dicembre 1752, Saint-Pierre-de-Maillé, Francia

Morte: 13 maggio 1834, Puy-en-Vélay, Francia

Ricorrenza: 13 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Se qualcuno è stanco di sentire narrazioni di pietà straordinaria dei santi durante la loro infanzia, potrà riavere sollievo dalla vicenda di Andrea Fournet. Nacque a Saint-Pierre-de-Maillé, vicino a Poitiers, da famiglia abbastanza agiata; in reazione a una madre troppo pia e insistente si dichiarò tediato dalla fede religiosa. Non desiderava né pregare né studiare, voleva solo divertirsi, e in uno dei suoi libri si trova questa frase: «Questo libro appartiene ad Andrea Uberto Fournet, un bravo ragazzo benché non voglia diventare né prete né monaco». A scuola godeva della fama di indolente e frivolo; gli accadde anche di darsi alla fuga e fu riportato indietro per ricevere una bella bastonatura. Recatosi a studiare legge e filosofia a Poitiers nel 1772 continuò a condurre una vita gaudente. Si arruolò anche nell’esercito ma poi pagò per uscirne; la madre tentò di farlo impiegare come segretario ma la sua calligrafia era orribile. Nel 1774 i suoi genitori, disperati, lo mandarono presso uno zio parroco in una remota zona rurale.

Non è la prima né sarà l’ultima volta nella storia dell’umanità che un giovane si comporti molto meglio una volta lontano da una madre invadente e pia. Lo zio, abilmente, riuscì a far sì che venissero alla luce le sue migliori qualità e Andrea intraprese lo studio della teologia. Nel 1776 fu ordinato prete, divenendo dapprima curato nella parrocchia dello zio e poi ricevendo un incarico in città. Nel 1781 fu nominato parroco nella sua città natale, Saint-Pierre-de-Maillé. La sua generosità verso i poveri e il cambiamento della condotta di vita gli guadagnarono molti amici; la semplicità che caratterizzava il suo modo di vivere si estese anche allo stile della predicazione. Uno dei suoi ascoltatori disse che se inizialmente nessuno era in grado di capire ciò che diceva «ora possiamo seguire ogni singola parola». Giunse a donare i mobili superflui e l’argento che possedeva, mentre la madre, una sorella e il curato condividevano con lui una vita frugale in canonica.

La Rivoluzione francese ebbe effetti dirompenti nella sua vita. Si rifiutò di prestare il giuramento al governo rivoluzionario richiesto a tutti i preti, trovandosi così fuori legge. Non ci si è sufficientemente resi conto della severità di questa persecuzione. Andrea continuò ad amministrare il suo gregge a rischio della vita: nel 1792 fu il suo stesso vescovo a mandarlo in Spagna per sicurezza ma nel 1797 tornò di notte, in segreto. I suoi persecutori continuarono a dargli la caccia. Una volta fu salvato da una massaia: fingendo di schiaffeggiarlo, gli disse di andarsene e di prendersi cura del bestiame. Un’altra volta si finse cadavere e fu coperto con un sudario e circondato da candele e donne in ginocchio. L’ascesa al potere di Napoleone mise fine a questa situazione e ristabilì la pace tra Stato e Chiesa: questa tornava all’unità ma a costo di cambiamenti nella ripartizione delle diocesi e di molti altri sacrifici.

Andrea riprese così il controllo della parrocchia e iniziò a predicare instancabilmente per dare nuova vita alla comunità cristiana. Svolse missioni tra il popolo e trascorse lunghe ore in confessionale. In quel medesimo tempo fondò la congregazione delle Figlie della Croce. Era direttore spirituale di S. Elisabetta Bichier des Ages, che aveva intorno a sé un gruppo di donne impegnate nell’insegnamento e nell’assistenza degli infermi e dei poveri: esse formarono il nucleo base della nuova congregazione, che S. Elisabetta (26 ago.) volle in seguito chiamare Suore di S. Andrea.

All’età di sessantotto anni lasciò la parrocchia per ragioni di salute e si ritirò a la Puye, dove dedicò tutto se stesso alla nuova congregazione. Soccorse le parrocchie circostanti, fornendo la sua opera di direttore spirituale a un gran numero di preti e laici. Gli viene attribuito, con solide prove, un miracolo (simile a uno attribuito al Curato d’Ars) di moltiplicazione della farina e altri cibi necessari alle suore e ai bambini loro affidati. Morì nel 1834, fu beatificato nel 1926 e canonizzato nel 1933.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Puy-en-Vélay nella regione di Poitiers in Francia, sant’Andrea Uberto Fournet, sacerdote, che, parroco al tempo della rivoluzione francese, benché diffidato, confortò i fedeli nella fede; in seguito, restituita la pace alla Chiesa, fondò insieme a santa Elisabetta Bichier des Âges l’Istituto delle Figlie della Croce.

Salute e Benessere

Avena – Avena sativa L. e Avena byzantina C. Koch.
Atlante delle coltivazioni erbacee – Cereali

Classe: Monocotyledones
Ordine: Glumiflorae
Famiglia: Graminaceae (Gramineae o Poaceae)
Tribù: Aveneae
Genere: Avena
Specie: sativa L. (avena comune) – byzantina C. Koch. (avena rossa)

Francese: avoine; Inglese: oat; Spagnolo: avena; Tedesco: Hafer.

Avena – Avena sativa L. (foto www.agraria.org

Caratteri botanici

Il 90% circa delle forme coltivate sulla Terra è da ascrivere alla specie Avena sativa (o avena comune), il restante quasi esclusivamente ad Avena byzantina (o avena rossa). Specie progenitrice dell’A. sativa sarebbe l’Avena fatua, dell’A. byzantina, l’A. sterilis. Queste specie selvatiche dell’A. fatua e A. sterilis sono temibilissime erbe infestanti.
L’avena presenta un apparato radicale di sviluppo notevole, superiore agli altri cereali per profondità ed espansione; culmi robusti, costituiti da un numero di nodi in genere superiore a quello degli altri cereali del gruppo; foglie con lamina larga, verde bluastro, con ligula sviluppatissima, mentre le agricole mancano.
L’infiorescenza è un pannicolo tipico, spargolo, con numerose ramificazioni portanti spighette con due (meno frequentemente tre) fiori; le cariossidi a maturazione sono vestite; le glumelle talora sono ristate, con caratteristica resta ginocchiata, inserita sul dorso della giumella stessa. La fecondazione è autogamia.
Il peso di 1000 semi si aggira sui 25-35 grammi, quello dell’ettolitro su 40-60 Kg. Il valore nutritivo è alquanto basso a causa della notevole quantità di fibra: in media 0,7 UF/Kg.

Esigenze ambientali

L’avena ha i consumi idrici più alti di tutti i cereali, escluso il riso, per cui è particolarmente suscettibile al danno del caldo e del secco, specialmente durante la granigione: è per questo che è specie ben adatta ai climi freschi e umidi. Delle due specie l’A. byzantina sopporta la siccità e le alte temperature molto meglio dell’Avena sativa, per cui le troviamo distribuite in ambienti nettamente differenziati: nei climi (Mediterraneo, Medio Oriente) la byzantina, in quelli freschi (Centro e Nord Europa) la sativa.
Anche le avene selvatiche che si trovano a infestare i cereali hanno habitat differenziati: nell’Italia settentrionale predomina l’A. fatua, in quella Centro meridionale l’A. sterilis.
L’avena è pochissimo resistente al freddo, per cui quasi tutta l’avena del mondo è coltivata in semina primaverile, con l’eccezione dei climi caldo-aridi dove si semina in autunno. Temperature minime dell’ordine di -10°C sono fatali per le varietà primaverili, mentre per quelle autunnali la soglia è di -14°C.
Quanto al terreno l’avena è molto più adattabile di ogni altro cereale: a terreni magri o sub-acidi, molto compatti o molto sciolti (purché in questi l’umidità non manchi), troppo soffici perché ricchi di sostanza organica mal decomposta (quindi ottima su dissodamento di lande, boschi, prati, ecc.). E’ meno adattabile del frumento alla salinità del terreno.
Essendo molto resistente al mal del piede, l’avena si adatta bene ai ristoppi.

Varietà

I principali obiettivi del miglioramento genetico dell’avena sono la resistenza all’allettamento, per forzare la concimazione azotata, e al freddo, per poter fare la semina autunnale.
Il miglioramento genetico dell’avena non è stato in Italia sviluppato come quello del frumento. Pertanto poche e ancora non soddisfacenti sono le varietà italiane oggi disponibili; la maggior parte delle varietà di avena iscritte al Registro nazionale sono straniere, di provenienza Nord-europea: ma queste, essendo selezionate in Paesi nordici dove la semina è sempre primaverile, non resistono al freddo e quindi non si prestano a semine autunnali, e per di più sono inaccettabilmente tardive.

Tecnica colturale

La semina autunnale va fatta anticipata rispetto al frumento e allo stesso orzo: quindi in ottobre; quella primaverile, in marzo-aprile.
La quantità di seme più consigliabile è di 120-150 Kg/ha, adottando le densità inferiori nel caso di semine precoci.
La concimazione azotata va commisurata, oltre che alla fertilità, del terreno e al clima, alla resistenza all’allettamento delle varietà impiegate. Le dosi massime applicabili alla cv. Ava, sono di 60-80 Kg/ha di azoto; sulle altre varietà, più allettabili, 30-40 unità sono il massimo che si può dare. La risposta dell’avena alla concimazione azotata è ancora più spettacolare che negli altri cereali.
Il di sebo ricalca quello del frumento (ovviamente con esclusione degli avenicidi).

Raccolta e utilizzazione

Con buone cultivar si possono raggiungere, in ottime condizioni, 4-5 t/ha.
Buone sono da considerare rese di 3,5-4 t/ha.
Si consideri che la granella nel migliore dei casi, cioè di regolare riempimento delle cariossidi, è costituita per il 25-30% dalle giumelle che le rivestono: nel caso molto frequente che la granigione sia stata ostacolata dalla deficienza di acqua, la quota di rivestimento può aumentare anche di molto oltre le percentuali indicate.

Avversità e parassiti

Le principali avversità non parassitarie sono le seguenti: il gelo invernale che quando arriva presto o bruscamente, può provocare la distruzione delle semine d’autunno; l’allettamento al quale la maggior parte delle varietà disponibili non resiste in maniera soddisfacente; la stretta, frequente data la tardività della specie e i suoi elevati consumi idrici, tuttavia l’effetto “stretta” non è percepito in tutta la sua gravità, dato che la granella è vestita.
Le principali avversità parassitarie dell’avena sono il carbone (Ustilago avenae), le ruggini (Puccinia coronata avenae e P. graminis avenae), l’oidio (Erysiphe graminis) e i nematodi: Ditylenchus dipesaci o anguillula dei culmi, e Heterodera avenae o anguillula delle radici.
Contro le malattie crittogamiche bisogna puntare sulla resistenza genetica; contro i nematodi non c’è che da evitare di far tornare l’avena di seguito sullo stesso campo.

Il Santo del Giorno

Santa Maria Salome

Nome: Santa Maria Salome

Titolo: Discepola di Gesù

Nascita: I Secolo, Syria Palaestina

Morte: I Secolo, Veroli, Frosinone

Ricorrenza: 24 aprile

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:VeroliCastelliriAlfedena

S. Maria Salome è una di quelle beate donne, le quali ebbero la sorte di esser discepole di Gesù Cristo, nel tempo che si degnò di conversare cogli uomini su questa terra. Fu moglie di Zebedeo, e madre dei due apostoli S. Giacomo il Maggiore e S. Giovanni Evangelista. Datisi questi due suoi figliuoli alla sequela del Salvatore, lo seguì anch’essa nei diversi viaggi ch’egli fece per la Galilea e per la Giudea, annunziando a tutti il regno di Dio. Soggetta però alla debolezza, comune peraltro all’ebraica nazione, di credere cioè il regno di Cristo temporale su questa terra, trasportata dall’amore di madre verso dei suoi figliuoli quivi presenti, si presentò un giorno al Redentore e supplichevole gli fece questa domanda: « Fate, o Signore, che questi due miei figliuoli seggano uno alla vostra destra, e l’altro alla vostra sinistra nel vostro regno ». Alla quale domanda, proveniente da un pensiero disordinato di ambizione, tanto della madre che dei figliuoli, Gesù Cristo rispose: « Non sapete clic cosa vi domandate ». La sua fedeltà in seguire il Redentore in tutte le occasioni, le meritò de’ segnalati favori, ed in fine il premio di una eterna felicità in cielo.

PREGHIERA. Umiliatevi nel cospetto del Signore ed egli vi esalterà. S. Giacomo.

PRATICA. Quando preghi bada a chi parli, e che cosa domandi affinchè il Signore, che vede il cuore, non dica anche a te: « Non sai quello che chiedi ».

Alla mensa di comunità pietanze a 1 euro per tutti, per ridare dignità alla povertà — Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

L’idea gli è venuta quando ha detto a una persona che non poteva pagare di passare dal locale dopo le due del pomeriggio, quando avrebbe potuto dargli quel che era rimasto in cucina. «Era un nuovo povero – spiega Fabio Ruvolo, presidente della cooperativa sociale Etnos – una di quelle persone per cui mostrarsi in […]

Alla mensa di comunità pietanze a 1 euro per tutti, per ridare dignità alla povertà — Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Ho ritenuto di condividere questo post perché è una bella iniziativa ed è proprio quello che ci vuole in questo giorno per farci ulteriormente riflettere sui veri problewmi che la vita stessa ci pone quotidianamente sulla nostra strada.

WELCOME TO SPACCANAPOLI ! Discover how to make a true Neapolitan Pizza — — 4000 Wu Otto

Spaccanapoli is a colorful journey through beauty, taste and … the unmistakable scent of pizza! An itinerary that, in my opinion, is the soul of Naples, its essence and all its lively Neapolitan reality. You are ready? Let’s go! For this new adventure I let myself be accompanied by Gennaro Buonocore (already the name is […] […]

WELCOME TO SPACCANAPOLI ! Discover how to make a true Neapolitan Pizza — — 4000 Wu Otto

Le più belle canzoni napoletane

‘E CCUMMARELLE

Alfredo Giannini  Arturo Gigliati  1952
 
D’ ‘o vico ‘e Ppaparelle1,
non per dire, songo ‘o rre.
Cummare e cummarelle stanno
sempe attuorno a me.
S’arapono ‘e ffeneste
si mme vedono passá.
Peffino ll’aucielle
fanno a gara pe cantá,
pecché sto’ sempe allero,
sempe allero e lariulá.
 
Del vicolo delle Paparelle1,
non per dire, sono il re.
Comari e comarelle sono
sempre intorno a me.
Si aprono le finestre
se mi vedono passare.
Perfino gli uccelli
fanno a gara per cantare,
perchè sono sempre allegro,
sempre allegro e lariulà.
 
Cummare e cummarelle
so’ belle, so’ belle,
ma io voglio bene a Stella
ch’è bella, ch’è bella.
Ma pe ll’accuntentá
nun mme faccio prijá.
Una ‘a cca, n’ata ‘a lla.
Mm’ ‘e pporto p’ ‘a Riviera
sott’ô vraccio a passiggiá.
 
Comari e comarelle
son belle, son belle,
ma io voglio bene a Stella
che è bella, che è bella.
Ma per accontentarle
non mi faccio pregare:
una di qua, un’altra di là.
Me le porto per la Riviera
sotto braccio a passeggiare.
 
P’ ‘o vico ‘e Ppaparelle
tutt’ ‘a gente parla ‘e me.
Se dice ca ‘a “stella”,
priesto o tarde, ha dda cadé.
Ma chella mm’ha risposto:
“Nun mme voglio mmaretá,
mme faccio munacella,
Suora Stella mm’hê ‘a chiammá”.
Invece mme vo’ bene,
cerca ‘ammore e lariulá.
 
Per il vicolo delle Paparelle
tutta la gente parla di me.
Si dice che una “stella”,
presto o tardi, deve cadere.
Ma quella mi ha risposto:
“Non mi voglio sposare,
mi faccio monaca,
Suora Stella mi devi chiamare”.
Invece mi vuole bene,
cerca l’amore e lariulà.
 
Cummare e cummarelle
…………………………..
 
Comari e comarelle
……………………..
 
Cummare e cummarelle
tuttequante hann’ ‘a sapé,
ca finalmente Stella
‘mbracci’a me vène a cadé.
Mme chiamma “traditore”
Carulina. E ch’aggi’ ‘a fá?
Carmela e Cuncettina
fanno finta ‘e se spará.
Però, quanno mme sposo,
tutte vènono a cantá.
 
Comari e comarelle
tutte devono sapere,
che finalmente Stella
tra le mie braccia cadrà.
Mi chiama “traditore”
Carolina. E che devo fare?
Carmela e Concettina
fanno finta di spararsi.
Però, quando mi sposo,
tutte vengono a cantare.
 
Cummare e cummarelle
…………………………..
Comari e comarelle
……………………..


Il brano fu presentato al primo Festival della Canzone Napoletana, che si tenne dal 28 al 30 settembre 1952. Nell’occasione fu cantato da Gino Latilla e Antonio Basurto, piazzandosi al quinto posto. Tra le altre interpretazioni, ricordiamo quelle di Enzo Romagnoli, Mario Abbate, Roberto Murolo, Gino Latilla, Franco Ricci, Nino Taranto e Mario Merola.

1 Vico Paparelle al Pendino è una piccola stradina che si incrocia con la ben più nota Via San Biagio dei Librai. Deve il suo nome particolare alla presenza di un Oratorio creato da Luisa Paparo (il padre Nando fu uno dei fondatori del Pio Monte della Misericordia) nel quale venivano accolte ed aiutate donne di ceto basso. Così, le ragazze che frequentavano il luogo vennero chiamate “paparelle”, proprio perchè usufruivano delle risorse messe a disposizione dalla famiglia Paparo.




Avviso ai naviganti

Per poter vedere il post The Magic of Naples

bisogna andare sul blog del mio amico Wu Otto

4000 Wu Otto il quale mi ha fatto una sorpresa immensa dedicandomelo.

C’è un video bellissimo con Giancarlo Giannini ed altri che vale davvero la pena di vedere se volete gustarvi alcune delle bellezze paesaggistiche e monumentali di Napoli, oltre a delle cose tipiche della mia città come i pizzaioli che preparano la pizza fritta in strada con alle spalle il famoso cartello Mangi oggi e paghi tra otto giorni.

Ne vale veramente la pena, ve lo consiglio caldamente e ringrazio il mio amico, un pensiero che mi ha lasciato senza parole.

Atlante della Fauna selvatica italiana – Mammiferi

Camoscio alpino – Rupicapra rupicapra rupicapra
Atlante della Fauna selvatica italiana – Mammiferi

Classificazione sistematica e distribuzione

Classe: Mammiferi
Ordine: Artiodattili
Famiglia: Bovidi
Genere: Rupicapra
Specie: rupicapra

Due le specie di camoscio presenti in Europa: Rupicapra rupicapra e Rupicapra pyrenaica.
Il Camos

Specie/sottospecieArea diffusione
R.r. rupicapra R.r. asiatica R.r. balcanica R.r. cartusiana R.r. carpatica R.r. caucasica R.r. tatricaRegioni alpine,  Germania Austria Asia minore Grecia Albania Alpi francesi Alpi transilvane Caucaso Monti Tatra, nord Europa
Camoscio alpino (foto www.parcoaltavalsesia.it)
Esemplare di camoscio in mantello invernale (foto V. Viviani www.pnab.it)

Caratteri distintivi

Dal punto di vista anatomico il Camoscio assomiglia molto alla nostra capra domestica. Lunghezza testa-corpo 110-135 cm, altezza al garrese 70-80 cm, coda 9-15 cm, altezza media delle corna 22-30 cm; peso 25-45 kg. Gli zoccoli costituiscono appendici assai differenziate. La loro struttura consente all’animale di muoversi con sicurezza anche su pendenze molto accentuate. Vivendo ad altitudini molto elevate, ove l’aria è carente di ossigeno, il Camoscio presenta un apparato respiratorio caratterizzato da polmoni sensibilmente sviluppati. Il mantello durante il corso dell’anno subisce notevoli variazioni cromatiche coincidenti con le mute primaverili e autunnali. Il manto estivo è fulvo sbiadito ad eccezione delle zampe ed una striscia di peli lungo la colonna vertebrale che conservano una tonalità grigio scura. D’inverno il Camoscio indossa un mantello quasi del tutto nero.

Biologia

Il Camoscio predilige le zone al di sopra del limite superiore della vegetazione arborea, per buona parte rocciose, oppure foreste di latifoglie e Conifere, soprattutto in inverno, spingendosi anche a quote di soli 500 m s.l.m. E’ un animale gregario, con branchi molto aperti formati da femmine con i loro cuccioli e da sub-adulti di entrambi i sessi. Il Camoscio è un animale tipicamente diurno e la sua dieta è composta essenzialmente vegetale comportandosi come brucatore ed essendo in grado di consumare anche foraggi molto grossolani (super-ruminante). Il periodo riproduttivo ricorre una sola volta l’anno, fra i mesi di novembre e dicembre; alla lotta fra i maschi che raramente porta alla morte di uno dei contendenti, fa seguito l’accoppiamento. La femmina ha un periodo di gestazione che dura 160-180gg e che si conclude nei mesi di maggio-giugno. Circa un mese prima del parto, si allontana dal branco e, in un ambiente molto riparato dà alla luce un solo cucciolo che allatta fino all’autunno anche se in agosto ha già imparato a scegliere le erbe migliori. La maturità sessuale nel maschio viene aggiunta a 18 mesi mentre quella sociale 2-3 anni.

Salute e benessere

Atlante delle coltivazioni erbacee – Piante aromatiche

Arcangelica – Angelica archangelica L.
Famiglia: Ombrelliferae
Specie: Angelica archangelica L.
Sinonimo: Archangelica officinalis Hoffm.

Generalità

E’ una pianta erbacea biennale o perennante originaria dell’Europa settentrionale; in Italia viene coltivata in orti e giardini.

Fiori di Arcangelica – Angelica archangelica L. (foto www.agraria.org)
Foglie di Arcangelica – Angelica archangelica L. (foto www.agraria.org)

Caratteri botanici

Alta fino a 2 metri, presenta radici fusiformi e grosse (a succo aromatico) e fusti verdi, cilindrici e striati. Le foglie sono larghe, verde brillante e profondamente divise intorno alla base della pianta e che si fanno più piccole sullo stelo. I fiori (luglio-agosto), bianchi o giallognoli, dolcemente profumati, sono riuniti in ombrelle. Il frutto, comunemente chiamato seme, è un achenio ellittico munito di 3 coste dorsali ben rilevate ed acute.

Coltivazione

Essendo una specie biennale, è necessario seminarla tutti gli anni. Viste le notevoli dimensioni deve essere coltivata in terra piena. I semi devono essere posti in terreno sabbioso in zona semisoleggiata. Le piantine dovranno essere diradate se troppo fitte.

Raccolta e conservazione

Le foglie e gli steli più teneri possono essere raccolti durante tutto il periodo vegetativo e consumati freschi. Per i frutti, tagliare la parte apicale della pianta quando iniziano a cambiare colore. Appendere gli steli in luogo fresco e areato e, una volta essiccate, battere le infruttescenze per raccogliere i semi. Le radici vanno estirpate in autunno, lavate, tagliate a pezzi ed essiccate. Conservare in luoghi freschi e asciutti.

Uso in cucina e proprietà terapeutiche

Le foglie e gli steli possono essere cucinati come verdure o aggiunte per dare sapore nella cottura del pesce. Le foglie crude possono essere aggiunte a insalate e salse. Gli steli decorticati possono essere canditi o utilizzati nella preparazione di liquori d’erbe.
Proprietà terapeutiche: aperitive, digestive, carminative, diuretiche, toniche, aromatiche, espettoranti.

Il Santo del Giorno

Santi Faustino e Giovita

Nome: Santi Faustino e Giovita

Titolo: Martiri

Ricorrenza: 15 febbraio

Tipologia: Commemorazione

Patroni di:BresciaPontederaChiariDarfo Boario TermeSarezzoBotticinoBrembateVilla d’AlmèQuinzano d’OglioBienno >>> altri comuni

I Ss. Faustino e Giovita nacquero a Brescia da nobile famiglia, e fin dalla più tenera età furono educati cristianamente. Durante la persecuzione di Adriano, si consacrarono alla visita ed al conforto dei confessori della fede cristiana. In premio della loro costanza in questo apostolato, Apollonio, allora vescovo della città, li ammise agli ordini sacri: Faustino fu fatto sacerdote e Giovita diacono.

Dopo la consacrazione i santi fratelli raddoppiarono lo zelo e procurarono ai prigionieri, oltre che la parola di conforto, la grazia dei Ss. Sacramenti.

In pari tempo si dedicarono alla predicazione ottenendo abbondante frutto di conversioni. Ma tanto zelo non poteva restare a lungo nascosto: un certo Giuliano li denunziò e li fece arrestare.

Condotti dinanzi ad Adriano imperatore, di passaggio in quei giorni per Brescia, furono invitati a sacrificare agli dèi dell’impero.

“Noi giammai sacrificheremo ai vostri dèi bugiardi, perchè uno solo è il Dio vero: Gesù Cristo il quale si fece uomo e mori sulla croce per la nostra salvezza!” risposero con coraggio.

“Ed io vi costringerò colle torture” disse l’imperatore.

E noi non vogliamo offendere il nostro Dio con simile atto di idolatria!

Io vi farò scorticare vivi, vi taglierò le mani se non getterete una manata d’incenso sul turibolo del tempio; vi taglierò la lingua se non griderete « Evviva gli da dell’impero! » e poi vi butterò alle fiere!

Ma noi non ti ubbidiremo ugualmente! Le tue minacce, o imperatore, non ci fanno tremare, perché. senza il permesso del nostro Dio, non ci puoi torcere un sol capello!

Adriano, viste inutili le minacce, li condannò alle fiere.

“Oh, quanto dolce è il patire e morire per il Signore!” cantavano i santi fratelli mentre venivano condotti al circo.

Furono dati in pasto alle fiere. Queste uscirono saltelloni con alti ruggiti, ma giunti vicine ai due Santi, si accovacciarono ai loro piedi lambendoli dolcemente. A nulla valsero le urla, le istigazioni dei domatori e del popolo, a nulla valse il prolungato digiuno delle belve: non era ancora scoccata l’ora di Dio.

Tratti fuori dal circo, furono tradotti a Milano e da Milano a Roma; quindi a Napoli, sempre fatti segno al ludibrio della plebaglia e assoggettati a tormenti d’ogni specie. Ma gli invitti confessori di Cristo pregavano e tacevano, e il Signore dava loro la forza per resistere e vincere.

Da Napoli furono rimandati a Brescia, ove si compi il loro lungo martirio, colla decapitazione.

PRATICA. Impariamo a professare la nostra fede con rispetto umano.

PREGHIERA. O Signore, pei meriti dei tuoi santi martiri Faustino e Giovita che oggi celebriamo, concedici, te ne preghiamo, la grazia di imitare la loro costanza nel praticare senza rispetto umano la tua fede.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Brescia, santi Faustino e Giovíta, martiri, che, dopo molte lotte sostenute per la fede di Cristo, ricevettero la vittoriosa corona del martirio.

Tanti auguri a tutti

A quelli belli e quelli brutti

A chi è grasso e chi è magro

Alto, basso … auguri

Tanti auguri a tutti

Senza distinzione alcuna

Sesso, razza, religione

Ricchi, poveri … auguri

Tanti auguri a tutta la terra

E a tutte le creature che vi abitano

Siano essi flora, fauna

Grandi mammiferi piccoli insetti

Abitanti della terra e del mare

Ma un augurio particolare a tutti quelli che si stanno estinguendo,

abitanti della terra è del mare.

Un augurio voglio farlo agli esseri che si definiscono umani e senzienti

Affinché gli si illumini l’intelletto e finalmente capisca che non è il padrone del pianeta,

è solo un ospite, è che dalla Terra viene ospitato e sopportato.

Impariamo a rispettarlo prima che si spazientisca e ci elimini tutti.

Auguri a tutti

Auguri veri

Auguri sinceri.

Il Santo del Giorno

Beata Maria Vergine di Guadalupe – 4

La Vergine di Guadalupe

Nostra Signora di Guadalupe (in lingua spagnola: Nuestra Señora de Guadalupe), nota anche come la Vergine di Guadalupe (in lingua spagnola, Virgen de Guadalupe), è l’appellativo con cui la Chiesa Cattolica venera Maria in seguito a un’apparizione che sarebbe avvenuta in Messico nel 1531.

Secondo la tradizione tra il 9 e il 12 dicembre 1531, sulla collina del Tepeyac a nord di Città del Messico (La Villa de Guadalupe), Maria apparve più volte a Juan Diego Cuauhtlatoatzin, uno dei primi aztechi convertiti al cristianesimo. Il nome Guadalupe venne dettato da Maria stessa a Juan Diego: alcuni hanno ipotizzato che sia la trascrizione in spagnolo dell’espressione azteca Coatlaxopeuh, “colei che schiaccia il serpente”, oltre che il riferimento al Real Monasterio de Nuestra Señora de Guadalupe fondato da re Alfonso XI di Castiglia nel comune spagnolo di Guadalupe nel 1340.

In memoria dell’apparizione, sul luogo fu subito eretta una cappella, sostituita dapprima nel 1557 da un’altra cappella più grande, e poi da un vero e proprio santuario consacrato nel 1622. Infine nel 1976 è stata inaugurata l’attuale Basilica di Nostra Signora di Guadalupe.

Nel santuario è conservato il mantello (tilmàtli) di Juan Diego, sul quale è raffigurata l’immagine di Maria, ritratta come una giovane nativa americana: per la sua pelle scura ella è chiamata dai fedeli Virgen morenita. Nel 1921 Luciano Pèrez, un attentatore inviato dal governo, nascose una bomba in un mazzo di fiori posti ai piedi dell’altare; l’esplosione danneggiò la basilica, ma il mantello e il vetro che lo proteggeva rimasero intatti.

Si ritiene che l’apparizione di Guadalupe, pur non essendo stata riconosciuta con un decreto ufficiale, abbia ottenuto dalla Chiesa cattolica un riconoscimento di fatto: il vescovo di allora fece costruire una cappella là dove aveva chiesto la Vergine e il veggente Juan Diego è stato proclamato santo da Papa Giovanni Paolo II il 31 luglio 2002. Secondo la dottrina cattolica queste apparizioni appartengono alla categoria delle rivelazioni private.

La Madonna di Guadalupe è venerata dai cattolici come patrona e regina di tutti i popoli di lingua spagnola e del continente americano in particolare, ridando vigore al culto di Nostra Signora del comune spagnolo di Guadalupe del XIV secolo. La sua festa si celebra il 12 dicembre, giorno dell’ultima apparizione. In Messico il 12 dicembre è festa di precetto

La Basilica omonima è uno dei luoghi di culto più visitati dell’America.

Il racconto delle apparizioni

Secondo il racconto tradizionale, espresso in náhuatl nel testo conosciuto come Nican Mopohua, Juan Diego avrebbe visto per la prima volta la Madonna la mattina del 9 dicembre 1531, sulla collina del Tepeyac vicino a Città del Messico. Ella gli avrebbe chiesto di far erigere un tempio in suo onore ai piedi del colle: Juan Diego corse a riferire il fatto al vescovo Juan de Zumárraga, ma questi non gli credette. La sera, ripassando sul colle, Juan Diego avrebbe visto per la seconda volta Maria, che gli avrebbe ordinato di tornare dal vescovo l’indomani. Il vescovo lo ascoltò di nuovo e gli chiese un segno che provasse la veridicità del suo racconto.

Juan Diego tornò quindi sul Tepeyac dove avrebbe visto per la terza volta Maria, la quale gli avrebbe promesso un segno per l’indomani. Il giorno dopo, però, Juan Diego non poté recarsi sul luogo delle apparizioni in quanto dovette assistere un suo zio, gravemente malato. La mattina dopo, 12 dicembre, lo zio appariva moribondo e Juan Diego uscì in cerca di un sacerdote che lo confessasse. Ma Maria gli sarebbe apparsa ugualmente, per la quarta e ultima volta, lungo la strada: gli avrebbe detto che suo zio era già guarito e lo avrebbe invitato a salire di nuovo sul colle a cogliere dei fiori. Qui Juan Diego trovò il segno promesso: dei bellissimi fiori di Castiglia (rose tipiche della regione spagnola, sbocciati fuori stagione in una desolata pietraia. Egli ne raccolse un mazzo nel proprio mantello e andò a portarli al vescovo.

Di fronte al vescovo e ad altre sette persone presenti, Juan Diego aprì il mantello per mostrare i fiori: ed ecco, all’istante sulla tilma si sarebbe impressa e resa manifesta alla vista di tutti l’immagine della Vergine Maria. Di fronte a tale presunto prodigio, il vescovo cadde in ginocchio, e con lui tutti i presenti. La mattina dopo Juan Diego accompagnò il presule al Tepeyac per indicargli il luogo in cui la Madonna avrebbe chiesto Le fosse innalzato un tempio e l’immagine venne subito collocata nella cattedrale.

L’immagine sul mantello

Altare in un mercato di Città del Messico

A causa della sua origine miracolosa, l’immagine della Madonna di Guadalupe è oggetto di devozione paragonabile a quella rivolta alla Sindone. La sua fama si sparse rapidamente anche al di fuori del Messico: nel 1571 l’ammiraglio genovese Gianandrea Doria ne possedeva una copia, dono del re Filippo II di Spagna, che portò con sé sulla propria nave nella battaglia di Lepanto. Negli anni venti del XX secolo i Cristeros, cattolici messicani che si erano ribellati al governo anticlericale, portavano in battaglia l’immagine della Virgen morenita sulle proprie bandiere.

Il mantello è del tipo chiamato tilma: si tratta di due teli di ayate (fibra d’agave) cuciti insieme. L’immagine di Maria è di grandezza lievemente inferiore al naturale, alta 143 cm. Le sue fattezze sono quelle di una giovane meticcia: la carnagione è scura. Maria è circondata dai raggi del sole e ha la luna sotto i piedi; porta sull’addome un nastro di colore viola annodato sul davanti che, tra gli aztechi, indicava lo stato di gravidanza; sotto la luna vi è un angelo dalle ali colorate di bianco, rosso e verde (i colori dell’attuale bandiera messicana), che sorregge la Vergine.

La figura ha caratteristiche particolari che la ricollegano alle divinità della religione azteca. Il mantello verde e blu che indossa la Madonna era anche un simbolo della divinità chiamata Ometeotl. La Luna è un simbolo ricorrente nelle raffigurazioni mariane e pagane, quasi sempre associato alle divinità femminili. Elemento non trascurabile è il luogo dell’apparizione, ovvero la collina di Tepeyac, sulla quale sorgeva un tempio dedicato alla dea locale Tonantzin, la cui pianta sacra era proprio l’agave associata all’apparizione mariana.

Alcuni autori, che hanno eseguito degli studi scientifici sul mantello, sostengono che effettivamente l’immagine non sarebbe dipinta, ma acheropita (non realizzata da mano umana); essa presenterebbe inoltre caratteristiche particolari difficili da spiegare naturalmente. Altri autori sostengono il contrario.

Principali proprietà della tilma e dell’immagine presente su di essa

  • Il telo (in fibra di agave) è di immagine grossolana: gli spazi vuoti presenti tra l’ordito e la trama sono così numerosi che ci si può guardare attraverso;
  • Nonostante in Messico il clima (caratterizzato da un’atmosfera ricca di salnitro) causi il rapido deterioramento dei tessuti (specialmente di quelli in fibra vegetale), la tilma invece si è conservata pressoché intatta per circa cinquecento anni;
  • L’immagine non ha alcun tipo di fondo, tanto che si può guardare da parte a parte del telo (questo è un elemento a sostegno dell’ipotesi che si tratti di un’immagine acheropita). Già nel 1666 la tilma fu esaminata da un gruppo di pittori e di medici per osservarne la composizione: essi asserirono che era impossibile che l’immagine, così nitida, fosse stata dipinta sulla tela senza alcuna preparazione di fondo, e inoltre che nei 135 anni trascorsi dall’apparizione, nell’ambiente caldo e umido in cui era conservata, essa avrebbe dovuto distruggersi. Nel 1788, per provare sperimentalmente questo fatto, venne eseguita una copia sullo stesso tipo di tessuto: esposta sull’altare del santuario, già dopo soli otto anni era rovinata. Al contrario l’immagine originale, a distanza di quasi 500 anni, è ancora sostanzialmente intatta.
  • La tecnica usata per realizzare l’immagine è un mistero: alcune parti sono affrescate, altre sembrano a guazzo altre ancora (certe zone del cielo) sembrano fatte a olio 

Disegno che mostra una delle prime analisi di guadalupanos in cui si studia come sia stato possibile modellare la vergine quando ayate viene tagliato a metà e unito con un filo.

(elemento a sostegno dell’ipotesi che si tratti di un’immagine acheropita);

  • Gli Aztechi dipingevano i volti in modo elementare usando la prospettiva frontale o quella di profilo. La figura presente sulla tilma è, invece, rappresentata con la prospettiva di un volto leggermente piegato in avanti e visto di tre quarti. La realizzazione dell’immagine (se fosse stata realizzata da mano umana) richiede capacità superiori a quelle esistenti all’epoca in Messico; parimenti, nessun artista occidentale era attivo nella regione in quegli anni (elemento a sostegno dell’ipotesi dell’origine acheropita dell’immagine);
  • I caratteri somatici della donna raffigurata sono quelli tipici di una persona di sangue misto, meticcia. L’immagine risale a pochi anni dopo la conquista del Messico, quando il tipo meticcio era assolutamente minoritario. La Madonna di Guadalupe prefigura un tipo di popolazione che diverrà maggioritario solo dopo alcune generazioni. Rimane un mistero come il presunto autore abbia raffigurato in forma così perfetta un soggetto allora così poco diffuso (elemento a sostegno dell’ipotesi dell’origine acheropita dell’immagine);
  • La disposizione delle stelle sul manto azzurro che copre la Vergine non sembra casuale ma rispecchierebbe l’area del cielo che era possibile vedere da Città del Messico durante il solstizio d’inverno. Se ne accorsero per primi gli astronomi messicani dell’epoca;
  • Particolarità singolari presenti e riscontrate sugli occhi dell’immagine sono assolutamente inspiegabili se si ritiene che l’immagine sia stata realizzata da mano umana.

Alcuni dati portati a sostegno dell’ipotesi miracolosa

  • Nel 1791 si rovescia accidentalmente acido muriatico sul lato superiore destro della tela. In un lasso di 30 giorni, senza nessun trattamento, si sarebbe ricostituito miracolosamente il tessuto danneggiato.
  • Nel 1936 il chimico Richard Kuhn esaminò due fibre di colore diverso prelevate dal mantello: analizzate, non mostrarono la presenza di alcun pigmento.
  • Nel 1979 Philip Serna Callahan scattò una serie di fotografie all’infrarosso. L’esame di queste foto rivelò che, mentre alcune parti dell’immagine erano dipinte (potrebbero essere state aggiunte in un secondo momento), la figura di Maria era impressa direttamente sulle fibre del tessuto; solo le dita delle mani apparivano ritoccate per ridurne la lunghezza.
  • Nel 1951 il fotografo José Carlos Salinas Chávez dichiarò che in entrambe le pupille di Maria, fortemente ingrandite, si vedeva riflessa la testa di Juan Diego. Nel 1977 l’ingegnere peruviano José Aste Tonsmann analizzò al computer le fotografie ingrandite 2500 volte e affermò che si vedono ben cinque figure: Juan Diego nell’atto di aprire il proprio mantello, il vescovo Juan de Zumárraga, due altri uomini (uno dei quali sarebbe quello originariamente identificato come Juan Diego) e una donna. Al centro delle pupille si vedrebbe inoltre un’altra scena, più piccola, anche questa con diversi personaggi. Nella puntata di Voyager del 12 ottobre 2009, viene detto che i personaggi fino a quel momento trovati sono 13.
  • La tilma mantiene sempre una temperatura costante di 36,6 °C, corrispondente alla temperatura media del corpo umano.

Dati portati a sostegno dell’ipotesi contraria

  • Elaborazioni fotografiche ottenute con tecnica di ripresa ai raggi infrarossi evidenziano alcuni ritocchi successivi e rendono lecita l’ipotesi che l’autore abbia realizzato il contorno della figura a mo’ di schizzo, per poi colorarla.
  • Nel 1556, nel corso di un esame del mantello, fu affermato che l’effigie fosse stata dipinta dal “pittore indiano Marcos” (che alcuni studi riconducono a Marcos Cipac d’Aquino, un artista azteco dell’epoca) l’anno prima.
  • Nel 1982 José Sol Rosales esaminò il tessuto al microscopio e affermò che la colorazione dell’immagine è dovuta ad alcuni pigmenti già disponibili e utilizzati nel XVI secolo.
  • Le caratteristiche dell’immagine rispecchiano gli schemi dell’arte figurativa spagnola del XVI secolo, avente come oggetto le rappresentazioni mariane; la tradizione su Juan Diego invece, secondo alcuni studi, risalirebbe al secolo successivo.
  • L’esistenza stessa di Juan Diego è stata decisamente messa in dubbio, anche da importanti esponenti cattolici, nel periodo del processo di canonizzazione di Juan Diego, come ad esempio da Guillermo Schulemburg Prado, membro della Pontificia Accademia Mariana e primo amministratore (per trent’anni) della basilica di Guadalupe; dall’ex nunzio apostolico messicano, Girolamo Prigione; dall’arcivescovo polacco Edward Nowak, segretario della Congregazione per le Cause dei Santi (“sull’esistenza di questo Santo si sono sempre avuti forti dubbi. Non abbiamo documenti probatori ma solo indizi. […] Nessuna prova presa singolarmente dimostra che Juan Diego sia esistito”, in un’intervista al quotidiano Il Tempo).
  • L’immagine che si vede nelle pupille ha una risoluzione troppo bassa per poter affermare con certezza che vi si vedano i personaggi che alcuni affermano di riconoscere. Gli scettici liquidano questa affermazione come un caso di pareidolia, la tipica tendenza umana a ricondurre a forme note degli oggetti o dei profili dalla forma casuale.

L’ANGOLO DELLA POESIA

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L’angolo della Poesia

CREPUSCOLO

Il pallido mare grigio si muove furtivo

su per la pallida spiaggia lilla;

d’un grigio più azzurro l’acqua si stende

fin dove l’orizzonte delimita il mare.

Sfiorate da un tocco di rosa cupo

le nuvole, tenero color di lavanda,

inondano il cielo basso e più fosca

s’infiltra la marea della nebbia e fluisce

nel crepuscolo della terraferma,

e l’oscurità, che leggera discende,

attraversa frusciando la sabbia illividita

e cinge la città con le sue braccia

Arthur Symons – da G. Battiato, I decadenti, Mazzotta

TANTI AUGURI OVUNQUE TU SIA

Napoli ieri oggi e domani

IL 30 OTTOBRE DEL 1960 NASCE A LANUS – ARGENTINA

La Mano del D10S Diego Armando Maradona –

Il più grande calciatore di tutti i tempi. Napoli ed i napoletani tutti non hanno mai e mai lo faranno SMETTERE di rimpiangerlo ed amarlo. Tanti auguri Diego vivrai per sempre nei nostri cuori.

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MONUMENTI DI NAPOLI

Sophia nel ricordarvi di visitare www.lemagiedisophiagrandimarche.com vi augura un buon

viaggio tra chiese e monumenti di Napoli

SCAVI ARCHEOLOGICI DI SAN LORENZO MAGGIORE

Nell’area sottostante la Basilica di San Lorenzo Maggiore sono presenti i resti degli edifici pubblici della città greco-romana, il cui centro corrisponde all’attuale piazza San Gaetano. Oltre alla Chiesa Paleocristiana del VI secolo d.C. sono state messe in luce tracce di preesistenti strutture del IV secolo a.C. tra cui il “macellum” antico mercato alimentare. Vari altri edifici, tra cui l’erario, disseminati lungo un considerevole tratto di strada, testimoniano la complessa stratificazione avvenuta attraverso numerose trasformazioni dell’impianto urbano nel corso dei secoli.

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