Le più belle canzoni napoletane

‘NA SERA ‘E MAGGIO

Giuseppe Cioffi  Gigi Pisano  1938
 
Quanno vien’a ‘appuntamento
guarde ‘o mare, guard’ ‘e ffronne,
si te parlo nun rispunne,
staje distratta comm’a che.
Io te tengo dint’ô core,
songo sempe ‘nnammurato
ma tu, invece, pienze a ‘n’ato
e te staje scurdanno ‘e me.
 
Quando arrivi a un appuntamento
guardi il mare, guardi le foglie,
se ti parlo non rispondi
stai distratta come a chissà cosa.
Io ti tengo nel cuore,
sono sempre innamorato,
ma tu, invece, pensi a un altro
e ti stai dimenticando di me.
 
Quanno se dice “Sì”
tiènelo a mente.
Nun s’ha dda fá murì
‘nu core amante.
Tu mme diciste “Sì” ‘na sera ‘e maggio
e mo tiene ‘o curaggio ‘e mme lassà?
 
Quando si dice: “Sì”
ricordatelo.
Non si deve far morire
un cuore amante.
Tu mi dicesti “Sì” una sera di maggio
ed ora hai il coraggio di lasciarmi?
 
‘St’uocchie tuoje nun so’ sincere
comm’a quanno mme ‘ncuntraste,
comm’a quanno mme diciste:
“Voglio bene sulo a te”.
E tremmanno mme giuraste,
cu ‘na mano ‘ncopp’ô core:
“Nun se scorda ‘o primmo ammore”.
Mo te staje scurdanno ‘e me.
 
Questi occhi tuoi non sono sinceri
come quando mi incontrasti,
come quando mi dicesti:
“Voglio bene solo a te”.
E tremando mi giurasti,
con una mano sul cuore:
“Non si dimentica il primo amore”.
Ora ti stai dimenticando di me.
 
Quanno se dice “Sì”
………………………
Quando si dice: “Sì”
………………………


Il brano fu lanciato da Vittorio Parisi al Teatro Bellini. Tra le altre interpretazioni, ricordiamo quelle di Sergio Parisi, Claudio Villa, Mario Abbate, Tito Schipa, Giuseppe Di Stefano, Pino Mauro, Orietta Berti, Marcella Bella, Gigi D’Alessio, Mario Trevi, Giacomo Rondinella, Peppino Di Capri, Iva Zanicchi, Roberto Murolo, Mina, Gabriella Ferri, Consilia Licciardi e Massimo Ranieri. La canzone ispirò anche l’omonimo film del 1955 diretto da Giorgio Pastina.

Curiosando qui e la

A proposito di eredità e se il “morto” ritorna?

La dichiarazione di morte presunta avviene dopo dieci anni che di una persona non si hanno più notizie (meno in caso di calamità, guerre o incidenti) e dà inizio alla successione. Ma se l’assente ritorna ha diritto a recuperare i propri beni nello stato in cui si trovano e a ottenere il prezzo di quelli eventualmente venduti dagli eredi.

L’angolo della Poesia

Marzo 1821 – 2

Con quel volto sfidato e dimesso,

con quel guardo atterrato ed incerto,

con che stassi un mendico sofferto

per mercede nel suolo stranier,

star doveva in sua terra il Lombardo;

l’altrui voglia era legge per lui;

il suo fato, un segreto d’altrui;

la sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio

torna Italia, e il suo suolo riprende;

o stranieri, strappate le tende

da una terra che madre non v’è.

Non vedete che tutta si scote,

dal Cenisio alla balza di Scilla?

Non sentite che infida vacilla

sotto il peso de’ barbari pié?

O stranieri! sui vostri stendardi

sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;

un giudizio da voi proferito

v’accompagna all’iniqua tenzon;

voi che a stormo gridaste in quei giorni;

Dio rigetta la forza straniera;

ogni gente sia libera, e pèra

della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste

preme i corpi de’ vostri oppressori,

se la faccia d’estranei signori

tanto amara vi parve in quei dì;

chi v’ha detto che sterile, eterno

sarìa il lutto dell’itale genti?

Chi v’ha detto che ai nostri lamenti

sarìa sordo quel Dio che v’udì?

Alessandro Manzoni – continua domani

Il Santo del Giorno

San Dunstano

Nome: San Dunstano

Titolo: Monaco e vescovo

Nascita: 910 circa, Baltonsborough,Somerset

Morte: 19 maggio 988, Canterbury, Inghilterra

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettore:dei fabbricanti di chiavidei gioiellieridegli orefici

Sono due gli aspetti salienti della vita di Dunstan: l’aver restaurato la vita monastica benedettina in Inghilterra (a Glastonbury e altrove), e l’essere stato il più importante arcivescovo di Canterbury, sia dal punto di vista politico che ecclesiale.

Ci sono giunte cinque Vitae medievali e un celebre libro di testo a lui appartenuto a Glastonbury con un autoritratto che lo raffigura ai piedi di Cristo.

Era nato a Baltonsborough (Somerset) da una nobile famiglia imparentata per via di matrimoni con i re del Wessex. Studiò a Glastonbury, allora indiscusso centro di chierici in volontario «esilio per Cristo». Benché fosse protetto dallo zio Atelmo, arcivescovo di Canterbury, fu espulso dalla corte di re Atelstano venendo accusato di praticare la magia e di studiare poemi e favole di autori pagani (un indiretto tributo alla sua cultura). È probabile che a corte abbia sentito parlare della rinascita monastica benedettina in Burgundia e Lorena dai messi stranieri che venivano per combinare matrimoni. Trascorse alcuni anni d’incertezza sul suo futuro, pensando al matrimonio, ma poi si risolse per la vita religiosa e fu ordinato prete dal vescovo di Winchester; forse fece voti monastici in forma privata, poiché a quel tempo non c’erano monasteri maschili benedettini attivi in Inghilterra.

Tornò a Glastonbury vivendo da eremita e perfezionando le sue capacità di musico, lavoratore dei metalli e ricamatore. Nel 939 Edmondo divenne re del Wessex e Dunstan ritrovò il favore reale. Dopo essere sopravvissuto a un incidente di caccia accaduto nei pressi di Cheddar, il re nominò nel 940 Dunstan abate di Glastonbury.

Da allora (e per seicento anni) fiorì ininterrottamente la vita monastica: Dunstan attrasse discepoli, introdusse la Regula Benedicti e aggi unse nuovi edifici a questa antica abbazia.

Durante un periodo in cui i re del Wessex erano giovani e regnavano per breve tempo Dunstan conobbe alterne fortune. Durante il regno di Edred (946-955) al monastero di Glastonbury fu affidata parte del tesoro reale e Dunstan fu ricompensato con un legato di duecento sterline per i popoli del Somerset e del Devon. Sotto Edwig fu esiliato a Gand, forse perché aveva rimproverato il re per il suo comportamento pessimo durante la festa dell’incoronazione. Mentre era in esilio venne a contatto con i monasteri riformati e di stretta osservanza. Re Edgardo, una volta eletto, lo richiamò subito in patria e nel 957 Dunstan divenne vescovo di Worcester. Trasferito a Londra due anni dopo, nel 960 fu nominato arcivescovo di Canterbury. Questo evento segnò l’inizio di una fruttuosa collaborazione, sia per gli affari ecclesiastici che per quelli civili, tra un arcivescovo già maturo e un re di soli sedici anni. Nel frattempo S. Etelwold, amico e collaboratore di Dunstan, aveva rifondato l’abbazia di Abingdon ed era divenuto vescovo di Winchester (allora capitale del Wessex) nel 963. S. Osvaldo di Worcester (28 feb.) ridiede vita a Westbury-on-Trym divenendo anch’egli vescovo. Prima e dopo la sua consacrazione episcopale rivitalizzò Malmesbury, Bath, Athelncy, Muchelney e Westminster.

Una caratteristica preminente di questo monachesimo era la stretta dipendenza dalla famiglia reale, da cui riceveva garanzie di protezione e sostegno soprattutto contro il potere dei signori locali. Nei monasteri, alle preghiere consuete ne furono aggiunte alcune speciali per la famiglia reale; si registrò il fiorire della produzione libraria, di miniature e prodotti tipici delle arti monastiche. Le frequenti nomine di vescovi provenienti da monasteri erano dovute alle loro riconosciute qualità morali e intellettuali.

L’influenza di Dunstan si diffuse ben oltre i circoli monastici e di corte: egli fu infatti un vescovo pieno di zelo per la sua diocesi, insistette sull’osservanza delle leggi matrimoniali, sul digiuno e sull’astinenza. Spesso si ricorse a lui come giudice e fu lui a ispirare alcune leggi emanate da re Edgardo, tra cui il pagamento delle decime, l’obolo di S. Pietro e altre tasse ecclesiastiche, l’obbligo per i preti di esercitare qualche lavoro manuale. Egli stesso lavorò nella costruzione o riparazione di chiese, predicò e insegnò con assiduità, amministrò la giustizia. L’apice del suo ministero era stato l’incoronazione di Edgardo nell’abbazia di Bath nel 973, una consacrazione “imperiale”, in gran parte ideata da Dunstan, che resta ancora lo schema base della cerimonia d’incoronazione dei re e delle regine inglesi.

Questa incoronazione era stata a lungo differita, forse per la condotta scandalosa di Edgardo (v. Vulfilde, 9 set.), e fu accompagnata da un incontro a Chester tra il re e tutti i signori locali della Britannia: fatto salire il sovrano su una barca ormeggiata sul fiume Dee, si posero essi stessi ai remi. Il re morì solo due anni più tardi. Un periodo di disordini politici aveva poi fatto seguito all’assassinio di S. Edoardo il Martire (18 mar.), successore di Edgardo, nel 978, all’età di sedici anni, e la salita al trono del giovanissimo Etelredo, più tardi soprannominato l’Indeciso. Nel 980 Dunstan presiedette alla traslazione delle reliquie di Edoardo a Shaftesbury (il monastero femminile fondato da re Alfredo), ma gli ultimi anni della sua vita furono rattristati dalla difficile situazione politica. Continuò a vivere a Canterbury fino alla morte avvenuta nel 988; nella sua casa vivevano alcuni monaci che trasformarono Canterbury quasi in una cattedrale monastica. I suoi biografi gli attribuirono visioni, profezie e miracoli; questi ultimi, come anche i suoi evidenti successi, contribuirono alla diffusione immediata del culto. Già nel 999 fu chiamato «il capo di tutti i santi che riposano a Christchurch». La sua festa è ricordata in molti calendari risalenti a prima del 1066.

A Canterbury, sotto Lanfranco, ci fu una breve interruzione del suo culto ma, come quello degli altri santi anglosassoni, esso si rafforzò sempre più fino a diventare nazionale. Durante l’episcopato di S. Anselmo (21 apr.) si celebrava la festa di Dunstan con l’ufficio dell’ottava e, nella cattedrale di Canterbury, gli altari di Dunstan ed Elfego (19 apr.) erano a fianco dell’altare maggiore. Canterbury giustamente rivendicava la custodia del suo corpo, un onore disputato con Glastonbury. Solo nel 1508 si procedette all’apertura della tomba di Canterbury e alla ricognizione delle reliquie.

Dunstan non ha lasciato alcuna opera scritta che gli si possa attribuire con certezza ma ha contribuito alla stesura della Vita di Abbo di S. Edmondo (20 nov.) fornendo materiale proveniente dall’alfiere reale. Orafi, gioiellieri e fabbricanti di chiavi ricorrono al suo speciale patrocinio; a Canterbury, il 21 ottobre, si commemora anche la sua ordinazione presbiterale.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Canterbury in Inghilterra, san Dunstano, vescovo, che, dapprima abate di Glastonbury, rinnovò e propagò la vita monastica e nella sede episcopale di Worcester, poi di Londra e, infine, di Canterbury si adoperò per promuovere la concordia dei monaci e delle monache prescritta dalla regola.

Il Santo del Giorno

Sant’ Urbano I

Nome: Sant’ Urbano I

Titolo: Papa

Nascita: II secolo, Sconosciuto

Morte: 230 circa, Roma

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:PreganziolAltavilla VicentinaTorbole CasagliaBucchianicoApiroMatrice

Ci sono molti racconti leggendari che riguardano Urbano. Di certo egli fu romano di nascita e papa per otto anni. Il suo pontificato trascorse durante l’impero di Alessandro Severo, un periodo senza persecuzioni. La sede romana era però divisa dallo scisma di Ippolito, sebbene non abbiamo notizie delle relazioni intercorse tra i due. Fu sepolto nel cimitero di Callisto, dove è stata trovata una pietra sepolcrale con il suo nome scritto in lettere maiuscole. Non è martire e neppure da mettere in rapporto con S. Cecilia (22 nov.) e i suoi compagni: due di coloro che si pensava fossero stati battezzati da lui, morirono oltre sessant’anni dopo di lui. La sua esistenza storica è certa: è citato da Eusebio e nel Liber Pontificalis; l’autore degli Acta di S. Cecilia utilizzava senza dubbio il suo nome per darle maggior risalto. Il nuovo Martirologio Romano afferma che governò la sede romana per otto anni e indica una collocazione corretta della sua tomba, a differenza del testo precedente.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Roma nel cimitero di Callisto sulla via Appia, sant’Urbano I, papa, che, dopo il martirio di san Callisto, resse per otto anni fedelmente la Chiesa di Roma.

PROVERBIO. Per Sant’Urbano, il frumento è fatto grano

Il Santo del Giorno

Sant’ Ivo di Bretagna

Nome: Sant’ Ivo di Bretagna

Titolo: Sacerdote in Bretagna

Nascita: 17 ottobre 1235, Minihy-Tréguier, Francia

Morte: 19 maggio 1303, Minihy-Tréguier, Francia

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettore:degli avvocatidei cancellieri di tribunaledei giudicidei magistratidei notaidegli orfanidei portieri e uscieridei poveridei procuratoridei professori di dirittodegli ufficiali giudiziari

Ivo, chiamato anche Ivo Hélory e Ivo di Kermartin, era un avvocato divenuto prete e parroco a metà della sua vita. Dopo la sua morte e canonizzazione fu invocato come patrono degli avvocati e dei giudici.

Era nato a Kermartin, nei pressi di Tréguier in Bretagna, dove il padre era proprietario terriero.

Studiò diritto canonico e teologia a Parigi per dieci anni e diritto civile per altri tre anni a Orléans; al suo ritorno in Bretagna nel 1262 fu nominato “ufficiale”, o giudice, del tribunale ecclesiastico della diocesi di Rennès, ma ben presto il vescovo di Tréguier lo richiese per lo stesso incarico.

Si guadagnò la reputazione di totale imparzialità e incorruttibilità, prendendosi cura speciale dei poveri citati in giudizio. Spesso tentava di persuadere i litiganti a trovare un accordo prima di ricorrere al tribunale, onde evitare processi costosi e inutili.

Tutto ciò diede vita a un motto in latino: «S. Ivo era un bretone, un avvocato e non un ladro, cosa mirabile agli occhi del popolo».

Fonti contemporanee ci parlano del suo dono per la riconciliazione, della sua propensione a patrocinare la cause dei poveri in altri tribunali e a visitarli in carcere.

Nel 1284 fu ordinato prete e gli fu affidata la parrocchia di Tredez e tre anni dopo, date le dimissioni da magistrato, s’impegnò totalmente nella parrocchia.

Dopo pochi anni fu promosso in quella di Louannec, dove costruì un ospedale, si prese cura dei poveri e si occupò personalmente dei vagabondi.

Ancor maggior peso ebbe il suo impegno per le necessità spirituali del suo gregge.

Era in grado di predicare in tre lingue (latino, francese e bretone) ed ebbe grande reputazione come arbitro imparziale in ogni tipo di dispute.

Fin dai tempi in cui era studente aveva condotto una vita austera, con digiuni e preghiere, penitenze per le quali andava famoso; in seguito sarebbe giunto al punto di dare ai poveri il raccolto di grano che gli spettava.

Durante la Quaresima del 1303 cadde malato e morì alla vigilia della festa dell’Ascensione dopo aver celebrato Messa predicando con grande fatica. Fu canonizzato nel 1347.


MARTIROLOGIO ROMANO. In un castello vicino a Tréguier nella Bretagna in Francia, sant’Ivo, sacerdote, che osservò la giustizia senza distinzione di persone, favorì la concordia, difese le cause degli orfani, delle vedove e dei poveri per amore di Cristo e accolse in casa sua i bisognosi.

Scuola di Cucina

Casatiello Napoletano

Il casatiello è una tipica torta salata pasquale. La regione d’origine è la Campania ed ha una difficoltà media di esecuzione. Per la preparazione occorrono circa 40 minuti, due ore e mezza di riposo dell’impasto e un’ora per la cottura. Un bicchiere di Solopaca bianco accompagnerà la degustazione del casatiello.

Ingredienti: farina tipo 0 500gr, sugna (strutto) 150gr, lievito di birra 15 gr, olio extravergine d’oliva 1 cucchiaio, parmigiano grattugiato 50gr, pecorino grattugiato 50gr, salame napoletano 200gr in un pezzo, provolone piccante 200gr in un pezzo, uova sode 4, sale e pepe nero.

Disponete la farina a fontana, mettete al centro 45gr di sugna, il lievito sciolto in poca acqua tiepida, l’olio e un pizzico di sale e pepe. Impastate per alcuni minuti, formate una palla e fatela lievitare per 2 ore.

Stendete la pasta, ricavandone un rettangolo di 1 cm di spessore. Spalmatelo con altri 45 gr. di sugna, il parmigiano grattugiato e metà del pecorino grattugiato. Impastate ancora.

Stendete di nuovo la pasta a rettangolo di 1 cm di spessore, spalmatelo con altri 45 gr di sugna, metteteci sopra il provolone ed il salame napoletano tagliato a cubetti piccoli, e il restante pecorino grattugiato.

Arrotolate la pasta facendone un cilindro, tenendone da parte un pezzetto.

Ungete con la sugna rimasta uno stampo ad anello e sistematevi il cilindro di pasta, saldandolo alle estremità per dargli la formula di una ciambella. Prendete le uova sode è infilatele nell’anello di pasta ad intervalli regolari, con la punta rivolta verso il basso.

Ricavate dal pezzo di pasta rimasto alcune liste con cui fissare le uova alla ciambella, formando due archi incrociati. Lasciate lievitare per 30 minuti, quindi cuocete il casatiello nel forno già caldo a 170°C per circa 1 ora. Sfornatelo e lasciatelo intiepidire.

Atlante dei Parchi Faunistici, Zoo Safari e Acquari in Italia

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 3

Definito scientificamente come uno stratovulcano a recinto, il complesso Somma-Vesuvio è collegato a grande profondità agli altri due apparati vulcanici dei dintorni di Napoli, e cioè ai Campi Flegrei e all’Epomeo di Ischia. Il massiccio poggia sull’ignimbrite campana, uno strato roccioso creato dalle antichissime eruzioni dei Campi Flegrei. I magmi depositati dalle eruzioni di epoca storica, ben riconoscibili nel territorio vesuviano, sono costituiti da lave basiche, ceneri, pomici e bombe.

Nel corso degli ultimi duemila anni, le lave del Vesuvio hanno nuovamente cambiato struttura, diventando via via più ricche di leuciti. Nella parte alta della caldera del Somma, sono di grande interesse i “dicchi” vulcanici e i filoni di lava infiltrati tra le pomici e le ceneri, e progressivamente messi a nudo dall’erosione.

A grande profondità, il condotto eruttivo del Somma-Vesuvio attraversa una formazione calcarea secondaria. Lo dimostrano i numerosi blocchi di calcare, alcuni dei quali fossiliferi, che sono stati eruttati durante i violenti parossismi del passato.

Completano il quadro delle rocce osservabili sulle pendici del Vesuvio i 230 minerali che hanno fornito per secoli ai visitatori del vulcano i più classici souvenir della visita alla montagna di fuoco, e che comprendono prodotti fumarolici, pneumatolitici e metamorfici. Gli appassionati di geologia possono ammirare i minerali del Vesuvio nelle collezioni dell’Osservatorio Vesuviano e del Museo Mineralogico di Napoli. Molti visitatori, invece, li osservano solo esposti accanto a cartoline e statuette, nelle bancarelle sul posteggio ai piedi del cratere.

Tra i 230 minerali vesuviani il più diffuso è l’augite, i cui cristalli si incontrano frequentemente sul Gran Cono. Facili da osservare sono anche i cristalli della cotunnite, della olivite, della halite, della leucite e del salgemma, le tavolette nere della tenorite e quelle rosse di eritrosiderite. Tradizionalmente oggetto di raccolta e commercio indiscriminati, i minerali del Vesuvio sono tutelati da una specifica legislazione a partire dal 5 giugno 1995, data dell’istituzione del Parco. Al quarto comma dell’articolo 3, la legge vieta infatti il prelievo di minerali di rilevante interesse geologico dai pendii del vulcano.

Il tetro paesaggio minerale è però ingentilito da una vegetazione rigogliosa. Come tutti i vulcani del mondo, infatti, il Vesuvio – lo Sterminator Vesevo di Giacomo Leopardi – ha un suolo straordinariamente fertile dove crescono ben 906 specie di piante.

Sui pendii vulcanici del Gran Cono del Vesuvio, la prima pianta a insediarsi sui suoli lavici raffreddati è lo Stereocaulon vesuvianum, un lichene grigio-argenteo che si può facilmente osservare sulle lave attraversate dalla strada che sale da Ercolano al cratere. Sul suolo roccioso, dopo qualche decennio cominciano a comparire piccole piante erbacee come il senecio glauco, la bambagia, la romice capo di bue o la lanutella comune. Accanto alle fumarole del cratere compare anche una rara felce, Pteris vittata, che predilige climi caldi e umidi. Più in basso del Gran Cono, invece, il paesaggio vegetale del Vesuvio è caratterizzato da specie impiantate dall’uomo. Solo all’inizio del Novecento, ad esempio, è stata introdotta sul vulcano la ginestra dell’Etna, un alberello più alto rispetto ai cespugli della ginestra dei carbonai e della ginestra odorosa che pure sono presenti sul Vesuvio. In alcune zone la ginestra dell’Etna forma delle boscaglie quasi impenetrabili. In associazione con le ginestre crescono l’elicriso e la valeriana rossa. Tra 800 e 1000 metri compaiono anche le piante d’alto fusto, tra le quali spicca la betulla, che cresce in stazioni isolate nell’Atrio del Cavallo, nella Valle del Gigante e sulla cresta sommitale del Monte Somma.

Sul versante settentrionale del Somma, che è l’ambiente più fresco del Parco, si distendono invece boschi di roverella, ontano napoletano, acero e carpino bianco, che si alternano al castagno e al nocciolo impiantati dall’uomo. Molto diffusa è anche la robinia, un essenza di origine nordamericana che ha formato in più zone una fittissima boscaglia.

Sul versante meridionale del Vesuvio, l’originale vegetazione mediterranea è stata in buona parte sostituita dal pino domestico, impiantato a partire dal 1912 sulle lave del 1822, del 1858 e del 1872, e poi anche su quelle del 1944 che hanno attraversato in più punti la giovane foresta. Proseguita fino ai primi anni novanta dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, l’opera di impianto di pini sulle lave è cessata con l’istituzione del Parco.

Già da qualche anno, però era iniziato nei 600 ettari della Riserva Tirone-Alto Vesuvio lo sfoltimento della pineta per lasciare spazio alle essenze mediterranee e in particolare al leccio che continua a diffondersi all’interno dell’area protetta. A favorire la ripresa di questa specie, dotata di una capacità di rigenerazione notevole, sono stati anche gli incendi che hanno devastato la riserva negli anni Novanta e che purtroppo continuano tutt’ora.

Tra lecci e pini, il rigoglioso sottobosco della foresta vesuviana include il biancospino, la fusaggine e la salsapariglia. Nella vegetazione mediterranea del vulcano compaiono anche il lentisco, il mirto, l’alloro, la fillirea, l’origano e il rosmarino. Tra la primavera e l’estate, fioriscono moltissime orchidee selvatiche. Continua.

Salute e Benessere

Grano o frumento tenero – Triticum spp.
Atlante delle coltivazioni erbacee – Cereali

Classe: Monocotyledones
Ordine: Glumiflorae
Famiglia: Graminaceae (Gramineae o Poaceae)
Tribù: Hordeae
Specie: Triticum spp.

Francese: blè; Inglese: wheat; Spagnolo: trigo; Tedesco: Weizen.

Origine e diffusione

Il frumento sarà preso come prototipo nella trattazione dell’intero gruppo dei cereali microtermi: essi, infatti, sono simili e tra essi il frumento, soprattutto quello tenero rappresenta la specie di gran lunga più importante. Attualmente il frumento è il cereale più coltivato nel mondo: gli sono destinati oltre 224 milioni di ettari. Con il nome di frumento si intendono svariate specie di graminacee appartenenti al genere Triticum che furono tra le prime piante ad essere coltivate nell’era Neolitica. Nell’area geografica della mezzaluna fertile (vicino e Medio Oriente). Da questa regione i frumenti si sono evoluti e diffusi in tutti i paesi a clima temperato, del continente eurasiatico e africano e negli ultimi cinque secoli nei continenti di nuova scoperta (Americhe, Australia).
Le numerose specie di questo genere si sono evolute attraverso complessi meccanismi di ibridazione naturale che hanno portato ad assetti cromosomici molto diversi:
– Frumenti diploidi (2n = 14; genomi AA): Triticum monococcum (Piccolo farro);
– Frumenti tetraploidi (2n = 28; genomi AABB): T. dicoccum (Farro), T. durum (Frumento duro) e T. turgidum (Frumento turgido);
– Frumenti esaploidi (2n = 42; genomi AABBDD): T. spelta (Gran farro), T. aestivum L. (Frumento tenero).
Il Triticum monococcum, il T. dicoccum e il T. spelta sono chiamati grani vestiti perché il rachide si disarticola facilmente cosicché con la trebbiatura la granella resta vestita, essendo costituita da intere spighette, e per essere utilizzata richiede di essere sottoposta all’operazione detta “pilatura”, con la quale le cariossidi vengono separate dalla pula.
Gli altri frumenti sono detti “grani nudi” perché i loro granelli si liberano con grande facilità, non essendo il rachide disarticolabile.

A Triticum durum – B Triticum aestivum var. Spada – C Triticum aestivum var. Brasilia (www.ense.it)

Una tipica cariosside di frumento tenero si distingue da una tipica cariosside di frumento duro per l’aspetto opaco e la frattura non vitrescente, le minori dimensioni, la forma più arrotondata, l’embrione introflesso, la presenza di villosità all’estremità opposta a quella dell’embrione. Tuttavia il riconoscimento di cariossidi di frumento tenero in campioni di frumento duro presenta notevoli difficoltà e richiede grande esperienza, in particolare nel caso di alcune varietà di frumento tenero (es. Spada) i cui granelli hanno caratteristiche morfologiche più simili a quelle dei grani duri rispetto ad altre. (da www.ense.it)

Continua domani

Il Santo del Giorno

San Crispino da Viterbo

Nome: San Crispino da Viterbo

Titolo: Religioso Cappuccino

Nascita: 13 novembre 1668, Viterbo

Morte: 19 maggio 1750, Roma

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Crispino da Viterbo, il cui vero nome era Pietro Fioretti nacque a Viterbo nel 1668 da una famiglia molto povera. Il padre morì quando egli era ancor molto giovane, per cui dovette molto presto entrare nella bottega dello zio Francesco, ciabattino.

Grazie all’interessamento di un padre carmelitano, poté comunque frequentare le scuole pubbliche gestite dai gesuiti. All’età di venticinque anni entrò nell’Ordine dei Cappuccini con il nome di fra’ Crispino, patrono dei calzolai.

Pronunciati i voti nel 1694 entrò nel convento della Tolfa come cuoco. Qui commise il suo primo miracolo: le guarigione improvvisa di una donna colpita da una forma contagiosa d’influenza che aveva già portato alla tomba numerosi tolfetani.

Presto la sua fama di taumaturgo si diffuse e per prudenza nel 1697 le autorità francescane ordinarono il suo trasferimento a Roma. Ammalatosi qui probabilmente di tisi, fu trasferito nel più salubre ambiente dei Castelli romani e quindi ad Albano. Qui ricevette più volte la visita di papa Clemente XI, durante i suoi soggiorni a Castel Gandolfo.

Ma non tardò a trasferirsi nuovamente e fu mandato a Monterotondo dove vi rimase per alcuni anni, trasferendosi poi nel 1709 ad Orvieto. Qui si dedicò alla questua quotidiana ed alle opere di assistenza agli ammalati di un ospizio a pochi chilometri da Orvieto, ove fu protagonista nuovamente di numerose guarigioni miracolose. Ebbe anche l’occasione di prendersi cura di neonati abbandonati presso la porta del convento. Colpito da podagra e chiragra, nonostante si nutrisse con eccezionale parsimonia, trascorse gli ultimi due anni di vita praticamente a letto, che lasciava solo per andare a visitare altri gravi infermi ricoverati all’ospizio o nelle proprie case.

Morì di polmonite e fu sepolto in una cappella della chiesa del convento. Fu proclamato beato il 7 settembre 1806 da papa Pio VII e santo da papa Giovanni Paolo II il 20 giugno 1982.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Roma, san Crispino da Viterbo, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che, mentre viaggiava tra i villaggi montani per mendicare l’elemosina, insegnava ai contadini i rudimenti della fede.

La ricetta del giorno

Risotto con i gamberi

Ingredienti: riso 400gr, gamberi 1 kg, brodo di pesce o vegetale 1lt, vino bianco, 1 limone, 1 cipolla bianca, erba cipollina, burro, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: pulire i gamberi lavarli e metterli a marinare nel succo di limone insieme a qualche buccia tagliata a julienne.

Affettare a velo la cipolla e appassirla in una casseruola con poco burro e olio, tostarvi il riso per 2-3 minuti, sfumare con il vino e portarlo a cottura aggiungendo poco alla volta il brodo bollente.

Poco prima che il risotto sia giunto a cottura, in una padella con poco olio saltare velocemente a fuoco vivace e gamberetti e aromatizzarli con l’erba cipollina spezzettata.

Versare il risotto nel piatto di portata, guarnirlo in superficie con i gamberetti caldi e il loro sugo e completare con una generosa macinata di pepe al mulinello.

Buon appetito

Il Santo del Giorno

San Celestino V

Nome: San Celestino V

Titolo: Eremita e Papa

Nascita: 1221, Isernia

Morte: 19 maggio 1296, Frosinone

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:IserniaSant’Angelo Limosano

Pietro da Morrone nacque ad Isernia in Molise l’anno 1221 da virtuosi e caritatevoli genitori. Benché orfano di padre fu messo dalla pia genitrice, aggravata dalle cure di ben 12 figli, a studiare. Ma più che allo studio il Santo si diede alla meditazione delle verità eterne e risolvette di assecondare il forte suo desiderio per la vita eremitica. Difatti a vent’anni, nel fior dell’età, si ritirò in una rocca, ove scavò una piccola celletta in cui poteva appena stare in piedi.

Tre anni dopo fu scoperto ed obbligato a recarsi a Roma per ricevere gli ordini sacri.

Nel 1246 andò negli Abruzzi, ove passò cinque anni in una caverna di Monte Morone presso Sulmona tormentato da notturni fantasmi; non potendo aver pace, risolvette di consultarsi con il Papa.

Cammin facendo ebbe una visione che lo tranquillizzò: gli comparve un santo abate, morto da poco, che lo incoraggiò e lo avvertì di ritornare alla solitudine, che sarebbe stato liberato da quelle infestazioni, come infatti avvenne.

Essendo stato abbattuto il bosco ov’egli dimorava, si ritirò sul Monte Magello con altri due religiosi ai quali più tardi se ne aggiunsero altri. Ricercato, dovette ritornare a Monte Morone ove fondò un monastero. Nel 1274 da Gregorio X veniva approvata la sua Congregazione detta dei « Celestini » ed i suoi conventi arrivarono a 36.

Alla morte del Papa Nicolò IV avvenuta nel 1272 fu eletto Papa due anni dopo. Questa elezione fu applaudita da tutti, ma il Santo ne fu molto dolente ed inutili furono le sue proteste di essere indegno e incapace di tal dignità. Fuggi con un suo religioso di nome Roberto, ma invano. Allora tornò gemendo a Morone ov’era atteso dai re di Napoli, di Ungheria e da gran numero di cardinali e principi: tutti lo accompagnarono alla cattedrale di Aquila e qui fu consacrato col nome di Celestino V.

Ma ben presto abdicò riprendendo il suo abito e nome religioso. La serenità e la gioia che gli brillò in volto quando fu accettata la sua abdicazione, provò, meglio delle sue parole, che l’umiltà sola gli aveva ispirato la risoluzione presa.

Disse Dante nel sessantesimo verso del III canto dell’Inferno Che fece per viltade il gran rifiuto.

La sua abdicazione al Pontificato fu per tanti occasione delle più strane e sciocche ipotesi, nonchè di affermare l’invalidità della elezione al Pontificato di Bonifacio VIII, quasi che egli l’avesse costretto a tale atto. In tale pericoloso frangente, il nuovo Pontefice, per evitare uno scompiglio e uno scisma nella Chiesa, vedendo che da tutte le parti si facevano visite al Santo nella grotta di Morone, pregò il re di Napoli di mandarglielo a Roma. Ma Pier Celestino, saputolo, si diede alla fuga imbarcandosi sul mare Adriatico; però un vento contrario gli impedì di proseguire il viaggio e lo costrinse ad approdare a Vieste nelle Puglie: di qui fu condotto al Papa che allora si trovava ad Anagni. Nel tempo che fu nel palazzo del Pontefice, g. Celestino trattò spesso con lui e ottenne che fosse riconosciuta la sua abdicazione, indi si ritirò nella vicina Frosinone, come volle Bonifacio VIII. Qui passò il restante di sua vita cantando lodi a Dio con due monaci che gli tenevano compagnia. Il giorno di Pentecoste del 1296, dopo aver sentita la Messa con gran fervore, disse che sarebbe morto prima del termine della settimana. E così avvenne: colto da febbri passò al Signore il 19 maggio.

PRATICA. Ci sia questo Santo esempio e modello di umiltà e di disprezzo delle cose terrene.

PREGHIERA. O Dio, che innalzasti il beato Pier Celestino alla sublime dignità di Sommo Pontefice, concedi propizio che meritiamo di disprezzare, a suo esempio, tutte le cose del mondo per raggiungere felicemente il premio promesso agli umili.

MARTIROLOGIO ROMANO. Il natale di san Piétro di Morène Confessore, il quale, da Anacoreta fu eletto Sommo Pontefice, e si chiamò Celestino quinto. Ma poi rinunciò al Papato, e conducendo vita religiosa nella solitudine, illustre per virtù e per miracoli, passò al Signore.

Monumenti di Napoli

La Napoli angioina – 12

Il Saggio Roberto e l’intrigante Giovanna I – 1

Dopo Carlo II, morto nel 1309, fu sovrano, per trentaquattro anni, il figlio Roberto: ad eccezione del “Ghibellino” Dante, le fonti hanno trasmesso l’immagine di un sovrano saggio, di eccezionale cultura in tutti i rami dello scibile, prudente e coraggioso, apprezzato tanto dal Boccaccio, quanto dal Petrarca.

Ormai privo della Sicilia, il nuovo sovrano, con grande abilità politica, seppe rafforzare la sua posizione in Ungheria, nei paesi Balcanici e nei comuni dell’Italia centro-settentrionale, arginando di fatto le ambizioni dell’imperatore Arrigo VII. Nel 1317 stipulò una pace con Pisa; qualche mese dopo riuscì a conquistare Genova, il cui porto era di strategica importanza per il Tirreno settentrionale, nel 1325 al figlio di Roberto, Carlo duca di Calabria, fu offerta la signoria della città di Firenze, per arginare il partito imperiale nella città. Nello stesso tempo Roberto rafforzò la propria presenza nelle dipendenze orientali, in particolare in Albania, in Grecia e a Gerusalemme, della quale i sovrani angioini potevano fregiarsi da tempo del titolo di re.

Continua domani.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: insisti, il successo arriverà;

Toro: ritroverai armonia ed equilibrio;

Gemelli: qualcuno che ritenevi lontano riapparirà;

Cancro: migliora i rapporti con chi ti è vicino;

Leone: le tue idee saranno finalmente rivalutate;

Vergine: qualche soddisfazione a fine giornata;

Bilancia: troppe preoccupazioni ti offuscano il cervello;

Scorpione: incontrerai persone interessanti;

Sagittario: non sei sicura del tuo rapporto sentimentale;

Capricorno: ti senti agitato;

Acquario: rimedia agli errori così ti sentirai meglio;

Pesci: ci vuole pazienza, arrabbiarsi non risolve nulla.

Buon Giovedì 19 Maggio 2022

19 maggio, giornata mondiale del whisky

Il Sole sorge alle 5:36 e tramonta alle 20:18

La luna cala alle 4:41 e si eleva alle 20:11

San Pietro di Morrone papa

Santo Patrono di Isernia

San Celestino V papa

Sant’Ivo Hélory sacerdote e martire

Questo Santo, cui è attribuita la frase “advocatus et non latro, res miranda populo”, è il Protettore dei cancellieri, dei magistrati, degli avvocati e dei professori di diritto.

  • Cu’ fèmmene, cu’ jùdece e cu’ sbirre nun te fidà màje!
  • Dicètte Pullecenèlla: Jamme a Sessa can un c’è legge!
  • ‘E ssette “P” periculose: pariènte, paisàne, prievete, pezziènte, puttane, pennarùle e pagliètte.
  • L’avvucato ha dda essere ‘mbruglione.
  • L’avvucato spoglia ‘e vive e ‘o schiattamuòrto ‘e muòrte.
  • L’avvucato spoglia ‘e vive e ‘o mièreco ll’attèrra.
  • sant’Urbano I, papa;
    • santi Parteno e Calogero, martiri;
    • sant’Adolfo, vescovo di Cambrai;
    • san Dunstano, abate a Glastonbury e poi vescovo di Worcester, di Londra e infine di Canterbury;
    • santa Umiliana, del Terz’ordine francescano;
    • san Pietro Celestino, papa;
    • sant’Ivo, prete;
    • beato Agostino Novello, sacerdote agostiniano;
    • beato Giovanni da San Domenico Martinez, sacerdote domenicano;
    • beato Pietro Wright, sacerdote e martire;
    • san Teofilo da Corte, sacerdote francescano;
    • san Crispino da Viterbo, religioso cappuccino;
    • beato Giacomo Luigi da Besançon Loir, sacerdote cappuccino e martire;
    • beata Maria Bernarda Bütler, vergine, fondatrice delle Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice;
    • beato Giuseppe Czempiel, sacerdote e martire.

Il 19 maggio del 1411 Luigi II d’Angiò invade il Regno di Napoli.

Il 19 maggio del 1861 si tengono a Napoli le prime elezioni amministrative.

Il proverbio del giorno: quando la gatta non arriva al lardo dice che puzza.

LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

La fantasia non saprebbe inventare tante diverse contraddizioni quante cene sono naturalmente nel cuore di ogni uomo.

Solo le persone che hanno fermezza possono avere una vera dolcezza; quelle che sembrano dolci non hanno di solito che debolezza, la quale facilmente si trasforma in asprezza.

La timidezza è un difetto che è rischioso rimproverare alle persone che vogliamo correggere.

Locali storici e tipici napoletani

Un sorriso integrale

Vico San Pietro a Majella 6

Nel cortile di un palazzo a pochi passi dal Conservatorio di musica, l’associazione Arcobaleno Fiammeggiante ha dato vita a un insolito spazio, insieme mensa e spaccio di prodotti e cibi naturali.

Carni, uova, pesce e alcolici sono naturalmente banditi dal menu. Si prende posto al grande tavolo comune, dopo aver ritirato il piatto scelto allo sportello collegato alla cucina.

Le ricette sono a base di soia, mais, miso, alghe e cereali; nei dolci, frutta secca, malto e miele sostituiscono latte, zucchero e cacao.

Da bere, sidro, tè o, al massimo una birra analcolica. Per un pasto completo si spendono circa 25 euro.

Orario: 13-15 (sabato anche 21-24). Lo spaccio è aperto dalle 9,30 alle 19,00 (il sabato fino alle 24:00) domenica chiuso.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia del primo Calender, figlio di Re.

Signora, pr farvi sapere perché ho perduto l’occhio destro e la ragione che mi ha spinto a prendere l’abito di calender, vi dirò che son nato figlio di re. Il re mio padre aveva un fratello, che regnava come lui in uno Stato vicino e aveva due figli: un principe e una principessa. Io avevo press’a poco la stessa età del principe mio cugino.

Quand’ebbi finito tutti i miei esercizi, e quando il re mio padre mi ebbe concesso una libertà conveniente, andavo regolarmente ogni anno a trovare il re mio zio, e restavo alla sua corte uno o due mesi, trascorso i quali tornavo dal re mio padre. Questi viaggi mi diedero l’occasione di stringere un’amicizia molto forte e molto particolare col principe mio cugino. L’ultima volta in cui lo vidi, mi ricevette con le più grandi manifestazioni di tenerezza che avesse mai avuto verso di me, e un giorno volendo offrirmi un banchetto, fece a questo scopo preparativi straordinari. Restammo a lungo a tavola e, dopo aver ben cenato entrambi, mi disse:

<<Cugino mio, non indovinerete mai di che cosa mi sono occupato dal tempo del vostro ultimo viaggio. E’ trascorso un anno da quando, dopo la vostra partenza, misi al lavoro un gran numero di operai per un progetto che ho in mente. Ho fatto costruire un edificio ora terminato e dove si può alloggiare; non vi dispiacerà vederlo, ma dovete prima giurare di mantenere il segreto e la fedeltà: sono due cose che pretendo da voi.>>

L’amicizia e la familiarità che ci legavano non mi permetteva di rifiutargli nulla; perciò feci senza esitare il giuramento che desiderava. Allora egli mi disse:

<<Aspettatemi qui, torno fra un momento.>>

Infatti riapparve ben presto in compagnia di una dama di singolare bellezza e magnificamente vestita. Mio cugino non mi disse chi era, e io non giudicai opportuno informarmene. Ci rimettemmo a tavola insieme con la dama, e vi restammo ancora per un po’ di tempo, intrattenendoci di cose indifferenti e bevendo generosamente alla salute l’uno dell’altro. A un certo punto, il principe mi disse:

<<Caro cugino, non abbiamo tempo da perdere; fatemi la cortesia di portare con voi questa dama e di condurla sino a una tomba a cupola, costruita di recente. La riconoscerete facilmente; la porta è aperta: entratevi insieme e aspettatemi. Arriverò presto.>>

Continua domani.

Le più belle canzoni napoletane

‘NA MUSICA

Domenico Modugno Antonio Pugliese 1961
 
Sulo sulo me ne vaco
senza manco ‘nu penziero
pe ‘sti strade senza sole,
pe ‘sti strade furastiere,
quanno ‘mpruvvisamente
‘na musica se sente…
‘Na musica… ‘na musica…
ched è ‘sta musica?
 
Da solo me ne vado
senza nemmeno un pensiero
per queste strade senza sole,
per queste strade forestiere,
quando improvvisamente
una musica si sente…
Una musica… una musica…
Cos’è questa musica?
 
Pecchè chesta musica
me porta luntano,
luntano addò nun voglio cchiù turnà?
Pecchè chesta canzone
me sceta ‘na pena,
‘na pena che io credevo ‘e me scurdà?
 
Perchè questa musica
mi porta lontano,
lontano dove non voglio più tornare?
Perchè questa canzone
mi sveglia una pena,
una pena che io credevo di dimenticare?
 
E ciento… e ciento voce
pe ciento strade ca vanno a mare.
‘Na voce… ‘a voce toja
ca chiamma ancora a me.
Pecchè chesta musica
me porta luntano?
Pecchè ‘sta voglia ‘e chiagnere me vene?
 
E cento… cento voci
per cento strade che vanno a mare.
Una voce… la voce tua
che chiama ancora me.
Perchè questa musica
mi porta lontano?
Perchè questa voglia di piagnere mi viene?
 
E ciento… e ciento voce
………………………..
E cento… cento voci
………………………..


Il brano fu presentato al Giugno della Canzone Napoletana, manifestazione che si svolse al Teatro Mediterraneo il 24 e 25 giugno, con finalissima il 2 luglio 1961. Nell’occasione fu cantata da Miranda Martino e Joe Sentieri, piazzandosi al sesto posto. In seguito la canzone fu incisa anche dallo stesso Modugno.

Curiosando qui e la

Per l’eredità che diritti ha un coniuge separato o divorziato?

Con la sentenza di divorzio si chiude definitivamente la relazione tra gli ex coniugi e quindi non è possibile vantare diritti ereditari. Diverso è il caso di persone separate. Al coniuge che non è stato incolpato della separazione spettano gli stessi diritti successori del coniuge non separato.

Al coniuge incolpato della separazione, e che al momento della successione ha diritto al mantenimento, spetta invece un assegno vitalizio non superiore all’importo degli alimenti percepiti.