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Concimi minerali

I concimi minerali sono ricavati da rocce e minerali che si rinvengono in natura, finemente macinati, essiccati e calcificati. Distribuiti nel terreno, i concimi minerali dimostrano una solubilità alquanto limitata condizionata pure dal tipo di suolo che li riceve, dalla capacità di assunzione dei diversi ortaggi, nonché dalla carica microbica posseduta dal terreno stesso. Essi si suddividono in base all’elemento fertilizzante che maggiormente li caratterizza. I più importanti sono quelli fosfatici e potassici.

Concimi minerali fosfatici

Sono tre: le fosforiti, le scorie Thomas e la farina d’ossa.

Le fosforiti si estraggono da giacimenti localizzati in diverse parti del globo: Nord Africa, Stati Uniti ecc. Costituite prevalentemente di fosfato tricalcico, la loro solubilità nel terreno è scarsissima, per cui si cerca di aumentarla macinandole finissimamente e distribuendole in terreni neutri o con basso contenuto di calcio. Possono essere utilizzate per concimare alcune colture particolarmente avide di calcio e per integrare il letame o il materiale da composta. Il loro contenuto di anidride fosforica, ossia del composto che esprime il grado di fertilità dei concimi fosfatici, varia dal 25 al 35% a seconda della quantità di fosforo presente nelle rocce da cui derivano.

Nel campo dei concimi chimici di origine minerale, dalle fosforiti, previo trattamento con acido solforico, si ottengono i perfosfati minerali i quali hanno un titolo variabile dal 16 al 22%. L’acido solforico trasforma il fosfato tricalcico, difficilmente solubile nel terreno, in monocalcico (solubile in acqua) e bicalcico (solubile in una soluzione leggermente acidulata quale è per solito la soluzione circolante del terreno).

Con questo trattamento chimico, perciò, le fosforiti vedono altamente aumentata la loro solubilità, ma occorre inoltre tenere conto, al momento della distribuzione, che l’acido solforico, con il quale sono venute a contatto, lascia nel terreno un residuo solforico il quale è fisiologicamente acido. Per cui ne deriva che i perfosfati minerali hanno un pH acido e perciò non vanno distribuiti in terreni che già presentano questo eccesso. Al contrario la loro somministrazione in terreni con pH basico può risultare vantaggiosa in quanto farebbe diminuire l’alcalinità.

La farina d’ossa è un concime fosforico di origine animale in quanto ottenuto dalla calcinazione delle ossa degli animali uccisi nei mattatoi. Anche in questo caso il fosforo è presente sotto forma di fosfato tricalcico e il loro contenuto in anidride fosforica varia dal 18 al 22%. Contengono pure una piccola quantità di azoto. Si distribuiscono in terreni acidi o neutri.

Similmente alle fosforiti la farina d’ossa può essere trattata con acido solforico ottenendone un concime chimico che titola 18-20%. Anche in questo caso il fosfato tricalcico viene trasformato in monocalcico e bicalcico. Questo concime ha nome perfosfato d’ossa.

Le scorie Thomas rappresentano un prodotto di scarto dell’industria siderurgica. Originate dalla depurazione della ghisa, hanno un contenuto di anidride fosforica variabile dal 14 al 20%. Esse contengono, inoltre, anche calce, circa il 10%, il che le rende utili nella concimazione dei terreni acidi o carenti di calcio. Hanno un effetto fertilizzante piuttosto lento per cui la loro distribuzione nell’orto dovrà avvenire nella stagione invernale o, comunque, molto prima di effettuare le semine.

Possono pure essere vantaggiosamente mescolate alla sostanza organica utilizzata per preparare il compostaggio.

Concimi minerali potassici

Sono le ceneri di legna, la farina di rocce silicee e il patentkali.

Le ceneri di legna hanno un contenuto di ossido di potassio assai variabile a seconda del tipo di legno da cui derivano. Mediamente si può valutarlo attorno al 10%, al quale vanno sommate anche piccole quantità di fosforo. E’ un discreto concime potassico casalingo in quanto proviene dalla combustione della legna arsa per riscaldamento nelle stufe o sui camini e quindi a costo praticamente nullo. La sua distribuzione sul terreno avverrà previo mescolamento con lo stesso o per localizzazione nei solchi dove saranno effettuate le semine.

La farina di rocce silicee è una particolare farina minerale ricavata dalla polverizzazione di rocce vulcaniche, come lave, basalti ecc. Grazie alla presenza nella sua costituzione anche di altri elementi fertilizzanti, o comunque utili ai vegetali, quali magnesio, calcio e silicio, essa travalica il semplice ruolo di concime per proporsi come un vero e proprio fattore fertilizzante nel senso più ampio dell’accezione.

Il suo impiego sarà dettato dall’origine delle rocce dalle quali deriva. Se queste hanno un elevato contento di silicio (porfidi, graniti), la farina risulterà particolarmente adatta ai terreni basici, neutri e calcarei; mentre le rocce basaltiche forniranno un fertilizzante confacente ai terreni acidi. Il silicio contenuto in questo concime rende, inoltre, più resistenti le piante nei confronti dei parassiti.

Il patentkali si estrae da giacimenti salini originatisi laddove, in ere lontane, esistevano bacini marini. Ricco di solfato di potassio e di magnesio, questo concime contiene pure rilevanti quantità di zolfo. Esso è un fertilizzante di buona solubilità per cui dovrà essere impiegato con una certa parsimonia unendolo, preferibilmente, al compostaggio nella misura indicativa di circa 7 kg di patentkali per 1 metro cubo di materiale organico.

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Un’antica e attuale tecnica di concimazione: il sovescio

Il sovescio è un’antica tecnica di concimazione organica tuttora diffusa in vaste aree della terra e tornata prepotentemente d’attualità per gli effettivi e molteplici vantaggi che essa comporta. In pratica il sovescio consiste nel coltivare dei vegetali i quali, invece di essere raccolti, andranno interrati con un’operazione colturale al momento del loro massimo sviluppo.

Tale strategia si rivela particolarmente interessante per tutta una serie di conseguenze positive che arreca al terreno; essa, infatti, oltre che arricchirlo di sostanza organica, aumenta sensibilmente le riserve idriche nei terreni siccitosi a causa dei liquidi contenuti nelle piante interrate. La stessa struttura fisica viene migliorata, mentre gli strati superficiali del nostro orto saranno protetti dai dilavamenti e dall’erosione in quanto coperti da una protezione vegetale nello spazio, altrimenti vuoto, che sta tra un raccolto e la futura semina.

In ogni caso l’effetto più rilevante che tale pratica comporta, resta indubbiamente il miglioramento della fertilità.

Il sovescio consiste nell’interrare una coltura erbacea appositamente coltivata allo scopo. Esso migliora le caratteristiche fisico-chimiche del terreno, protegge gli strati superficiali del suolo dal dilavamento e dall’erosione, arricchisce il terreno di acqua e, se fatto con leguminose, apporta una notevole quantità di azoto.

Piante da sovescio

Allorché dovremo valutare i vegetali da utilizzare per effettuare il sovescio, la nostra scelta cadrà sulle specie di alcune famiglie ben note, quali sono le leguminose, in primo luogo, e quindi le crucifere e le graminacee.

Le leguminose oltre al singolare vantaggio di lasciare il terreno ricco d’azoto, vantano un elevato numero di specie le quali sono in grado di adattarsi ai più diversi tipi d clima e di terreno. Tra le principali leguminose da sovescio ricordiamo il trifoglio incarnato, la veccia, la favetta, il pisello da foraggio, il lupino, la lupinella, la soia.

Le crucifere sono particolarmente adatte a essere impiegate allorché la coltura da sovescio deve produrre in un tempo piuttosto breve una considerevole massa vegetativa. Idonee allo scopo sono: la colza, il ravizzone e la senape.

Le graminacee si utilizzano per solito consociate con le leguminose in quanto il connubio tra le due famiglie può risultare vantaggioso per entrambe. Le prime, infatti, possono proteggere le seconde dai rigori invernali, viceversa le leguminose tollerano meglio la siccità estiva e quindi garantiscono al terreno una certa copertura. Tra le consociazioni graminacee-leguminose più frequenti ricordiamo quelle tra avena, pisello da foraggio e veccia e quella tra avena e veccia.

Tra le altre piante da sovescio, rammentiamo, infine, il grano saraceno e la facelia.

Sovescio: quando e come

Il sovescio può essere effettuato sul nostro orto in differenti momenti e per scopi diversi. Generalmente esso viene attuato dopo il raccolto di una coltura principale e prima della nuova semina. In questo caso ci orienteremo nel modo seguente: se il terreno dovesse rimanere libero per un lungo periodo, ricorreremo a una consociazione graminacea-leguminosa; nel caso, invece, tale periodo fosse alquanto ridotto, sarà bene puntare su una crucifera a rapido sviluppo.

Il sovescio può essere praticato anche come concimazione verde annuale al fine di reintegrare la fertilità dell’orto o di un appezzamento incolto da destinarsi a questa funzione. In tal caso potremo contare sia sulla solita consociazione graminacea-leguminosa, sia su una leguminosa.

Infine esso può trovare spazio prima di una coltura principale allo scopo di arricchire il terreno. Il binomio graminacea-leguminosa può risultare ancora una volta valido, mentre ricorreremo a una crucifera nell’eventualità necessitassero crescite rapide.

Il momento più opportuno per tagliare le piante da sovesciare va scelto tenendo conto di diversi fattori. Le colture da sovescio andranno possibilmente falciate allorché avranno raggiunto il loro massimo sviluppo, il quale, solitamente, corrisponde alla fioritura. In tal modo disporremo di una massa vegetale assai consistente a tutto vantaggio del fine prefissato. Per le leguminose sarà bene effettuare lo sfalcio qualche giorno prima della completa fioritura, onde impedire che una parte dell’azoto contenuto nei tubercoli radicali venga sfruttato per la maturazione della semente. Da evitare l’indurimento degli steli che interrati stenterebbero a degradarsi.

L’interramento del sovescio dovrà avvenire almeno un mese prima della semina. Le piante tagliate andranno incorporate subito nel terreno per evitarne l’essiccazione, benché taluni consiglino di attendere qualche giorno. Sarà bene, comunque, evitare tempi di esposizione troppo lunghi. La profondità di interramento della massa non dovrà essere eccessiva, soprattutto nei terreni argillosi, onde facilitare i processi di decomposizione.

Leguminose: una strana famiglia

Precedentemente si è accennato alla singolare proprietà che hanno le leguminose di arricchire il terreno d’azoto. Ciò è dovuto a un particolare gruppo di microrganismi, gli azotofissatori simbionti, che vivono attaccati alle radici provocando dei piccoli rigonfiamenti, visibili anche a occhio nudo, detti tubercoli radicali. Tali microrganismi fanno parte di diversi ceppi e sono specifici per le diverse specie di leguminose, ma sono, comunque, tutti rapportabili al tipo Bacillus radicicola.

Essi instaurano con la pianta ospite un processo di simbiosi, ossia di reciproco scambio, per cui cedono alla leguminosa una parte d’azoto che assorbono dall’aria per il loro nutrimento e ne ricevono in cambio gli idrati di carbonio altrettanto utili per lo svolgimento dei processi vitali.

Più precisamente, alla loro morte, le cellule si decompongono arricchendo il terreno d’azoto, il quale verrà assorbito dalle radici. In questo modo le leguminose sono in grado di utilizzare l’azoto presente nell’atmosfera. Ciò costituisce un notevole vantaggio in quanto è questo uno degli elementi fondamentali per la vita dei vegetali che altrimenti dovremo distribuire mediante le concimazioni. Inoltre gli stessi residui radicali decomponendosi cedono al terreno una notevole quantità di azoto che potrà essere vantaggiosamente sfruttato dalla coltivazione successiva. E’ per tale motivo che dopo una piantagione di leguminose il terreno gode di una dotazione d’azoto superiore di quanta ne poteva avere in precedenza.

Alla grande famiglia delle leguminose appartengono oltre mille specie, alcune delle quali già citate nella trattazione del sovescio. Tra le leguminose da ortaggio più famose ricordiamo: fagioli, fagiolini, piselli, fave, ceci e lupini.

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LA CONCIMAZIONE

Niente non dà niente, quindi se si vogliono ottenere prodotti sani ed abbondanti bisogna concimare la terra in modo che essa possa a sua volta nutrire le piante. Una volta quando non esistevano i concimi chimici, si usavano le deiezioni animali, oggigiorno possiamo disporre di concimi sintetici i quali consentono una concimazione più razionale e completa. Alcuni coltivatori sono contrari ai concimi chimici in quanto, sostengono, disabituano il terreno a ricostruire la sua naturale fertilità e propongono particolari tecniche di lavorazione e concimazioni organiche per dimostrare le loro tesi. Altri, assertori convinti del modernismo, coprono l’orto con gli ultimi prodotti pubblicizzati, dimenticando che la sostanza organica resta la base della fertilità del terreno. A chi la ragione? La verità sta nel mezzo: il letame rimane il re dei concimi, indispensabile per l’apporto di sostanza organica, mentre i concimi chimici vanno impiegati come integratori nei casi di necessità.

Macroelementi e microelementi.

Per svilupparsi e riprodursi le piante hanno bisogno di determinati elementi. Alcuni, come il carbonio, l’idrogeno, l’ossigeno, vengono assorbiti dall’aria e dall’acqua, gli altri dal terreno. Mentre alcuni di questi elementi vengono consumati dalla pianta in grande quantità, altri sono sufficienti in quantità minime. Tutti però, sono indispensabili. I primi si dicono macroelementi e sono l’azoto, il fosforo, il potassio, lo zolfo, il calcio, il magnesio. I secondi si dicono microelementi e sono il ferro, il manganese, lo zinco, il rame ed il boro.

Di tutti questi, quelli che di solito vengono a deficitare sono l’azoto, il fosforo ed il potassio, ma sarebbe inutile distribuire, ad esempio, decine di chilogrammi di concimi azotati se il nostro terreno mancasse di pochi grammi di boro.

Azoto, fosforo, potassio.

L’azoto entra come costituente di tutte le sostanze organiche azotate (proteine, clorofilla, alcaloidi). L’azoto è uno degli elementi che stimolano massimamente la produzione. La sua deficienza si nota sulle foglie che diventano di un verde molto pallido, le piante restano piccole, poco sviluppate, danno poca fioritura e quindi pochi frutti. L’azoto è assorbito dai vegetali sotto forma inorganica nitrica o ammoniacale dal terreno. Se per caso l’azoto fosse presente nel nostro orto in forma eccessiva osserveremo piante molto verdi e sviluppate, ma incapaci di sostenersi per mancanza di robustezza.

Il fosforo ha funzione plastica in quanto entra nella costituzione di numerose proteine, di enzimi, di composti di riserva. Si trova localizzato soprattutto nei tessuti vitali e negli organi di riserva del vegetale. Attiva il metabolismo, favorisce la fioritura, la fruttificazione, la lignificazione dei tessuti. La sua deficienza nel terreno non causa inizialmente scompensi appariscenti, ma verso la fine del ciclo vegetativo si nota un ritardo di maturazione, e se la deficienza fosse eccessiva si manifestano nella pianta fenomeni di nanismo.

Il potassio favorisce la formazione dei protidi, l’ispessimento delle pareti cellulari, il colore dei frutti e dei fiori. La sua mancanza arresta l’accrescimento dei germogli e lo sviluppo degli stami nella fioritura. Il letame contiene in varie proporzioni tutti e tre questi elementi fondamentali.

Come si legge un concime chimico.

Ora se il nostro orto viene trattato con concimi organici letame, escrementi di pollo, composta di vegetali decomposti ecc.) noi dovremo ricorrere raramente alla concimazione chimica. Può comunque accadere che per deficienze costituzionali del nostro terreno si debba straordinariamente far ricorso ai concimi chimici. Sui sacchi che noi acquistiamo troveremo dei numeri che bisogna saper correttamente interpretare per saper ciò che si acquista e che viene somministrato al nostro orto. Se il concime è semplice, ossia contiene un solo elemento fertilizzante, allora non c’è problema in quanto il numero riferendosi ad un solo elemento non presenta difficoltà di interpretazione. Così se avremo urea 46% (l’urea è un concime azotato), significherà che su cento parti di concime 46 sono di azoto.

Se il concime è complesso, ossia contiene più elementi fertilizzanti, sulla confezione verranno stampati tre numeri. Il primo di essi si riferisce sempre alla percentuale di azoto, il secondo alla percentuale di fosforo espresso in anidride fosforica, il terzo alla percentuale di ossido di potassio. Quindi il 10-10-10 conterrà su cento parti di concime 10 parti di azoto, 10 di anidride fosforica e 10 di ossido di potassio. E le altre 70 parti? Non sono unità fertilizzanti, ma fanno parte della costituzione chimica del concime.

Il letame re dei concimi.

Come abbiamo già detto noi useremo i concimi chimici solo in casi eccezionali. Infatti se al nostro orto non faremo mancare il letame, noi non avremo mai necessità di ricorrere a questi palliativi. Di letame ne esistono vari tipi, il migliore è indubbiamente quello di cavallo, purtroppo costoso e difficile da rinvenire, comunque anche il tradizionale letame bovino presenta qualità sufficienti a garantirci produzioni abbondanti. Se, disponendo di una piccola concimaia o di uno spiazzo, intendessimo preparare noi stessi il letame, avremo cura di tenerlo riparato dal sole e dal vento, lontano dalle abitazioni per evitarne gli sgradevoli odori e lo distribuiremo sul nostro orto quando esso risulterà sufficientemente maturo ossia non prima di tre mesi di invecchiamento. La buona maturazione del letame si denota dal colore scuro e dall’omogeneità della massa, la quale non deve far distinguere le paglie della lettiera, ma deve, al contrario presentarsi uniforme ed untuosa al tatto.

Per concludere si rammenti sempre che la base della concimazione è il letame in quanto produce humus, ossia la sostanza organica necessaria alla vita del nostro orto. Chi letama ad ogni inizio di coltura può senz’altro fare a meno dei concimi chimici ed otterrà prodotti saporiti. Nel caso intendessimo ricorrere alla chimica, rispetteremo rigorosamente le dosi prescritte. Distribuire fertilizzanti in eccesso oltre che uno spreco può rivelarsi un danno per le colture stesse.

I terricciati.

Una valida alternativa ai concimi chimici sono i terricciati. Essi si ottengono dalla decomposizione di letame, foglie, spazzature, residui animali ecc., con una certa quantità di terra. La composta ottenuta viene lavorata in diverse maniere, finché assumerà un aspetto scuro uniforme. I terricciati sono ricchi di elementi fertilizzanti che variano percentualmente a seconda dei materiali impiegati per ottenerli. Ecco due esempi di terricciati ideali per le colture orticole:

  1. 40% di letame maturo, 40% di residui vegetali decomposti (foglie, fusti, ecc.), 20% di terra sciolta o sabbia;
  2. 30% di letame, 30% di residui vegetali decomposti, 30% di terra sciolta, 10% di torba.

L’epoca più adatta per la preparazione dei terricciati è l’estate, in quanto il caldo favorisce le fermentazioni e l’amalgama. Una volta preparati essi vanno conservati in luoghi riparati appositamente predisposti.

Una strana famiglia.

Nei vegetali le piante che hanno caratteri simili vengono raggruppate in famiglie. Ora la famiglia delle leguminose vanta una singolare proprietà: nelle radici di queste piante vivono in simbiosi dei batteri che hanno la proprietà di fissare e trattenere l’azoto presente nell’aria. Questi microrganismi, infinitamente piccoli sono presenti a miliardi e quando muoiono lasciano nel terreno l’azoto che potrà essere utilizzato dalla coltura successiva. Molti ortaggi appartengono a questa singolare famiglia, pisello, lenticchia, fava, lupino, cece, fagiolo: essi saranno una miniera di azoto per il vostro orto.

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Giardinaggio – Nozioni di morfologia vegetale

Prima di ogni altra cosa dobbiamo distinguere le parti che compongono la pianta: radici, foglie, fusto e fiori. Ciascuna di esse svolge una precisa funzione e tutte assieme concorrono alla riproduzione della specie.

La radice àncora la pianta al suolo, assorbe attraverso i peli radicali le sostanze nutritive disciolte nel terreno, costituisce un magazzino di riserva alimentare utile al vegetale nei momenti di particolare carenza.

Il fusto sostiene la parte aerea consentendo contemporaneamente il passaggio della linfa grezza proveniente dalle radici.

La foglia è un vero e proprio laboratorio chimico. È qui che attraverso una complessa serie di processi la linfa grezza assorbita dalle radici e trasportata dal fusto viene trasformata in linfa elaborata, l’autentico alimento della pianta. Questa funzione va sotto il nome di fotosintesi clorofilliana e si verifica solo in presenza di luce. Oltre a ciò la foglia assolve alla funzione della respirazione e della traspirazione.

Il fiore racchiude gli organi di riproduzione, attraverso la fecondazione si origina il seme che affidato alla terra germoglia dando vita ad un nuovo individuo.

Quello che bisogna sapere sul terreno agrario.

Se si seziona con una vanga un terreno, si osserveranno tre zone distinte per diversità di colore e di componenti:

  • Uno strato superficiale scuro dello spessore di 20-30 cm, ricco di sostanze organiche, frequentato da microrganismi di piccoli animali ed interessato da processi fermentativi. Esso viene definito strato attivo: è in questo spazio che le radici esplorano il terreno alla ricerca delle sostanze minerali indispensabili alla vita delle piante.
  • Uno strato inerte, appena sotto allo strato attivo e facilmente distinguibile per il colore più chiaro, povero di sostanza organica e interessato solo da qualche radice. Di per sé sterile, lo strato inerte può venir messo a coltura con una lavorazione profonda che lo riporti in superficie onde esporlo ai fenomeni di ossidazione, alle concimazioni, alle lavorazioni, all’opera della microfauna, finché si caricherà di fertilità assumendo il caratteristico colore scuro tipico dello strato attivo.
  • Il sottosuolo, cioè il terzo e più profondo strato del terreno agrario, non interessa direttamente le colture in quanto non viene mai toccato, né con lavorazioni ordinarie, ne con lavorazioni straordinarie.

Allo strato attivo ed allo strato inerte bisognerà dedicare le maggiori attenzioni, lavorandoli in modo tale da offrire alle radici delle nostre piante uno spazio propizio al loro sviluppo.

Una tecnica moderna di lavorazione del terreno: il letto profondo.

Abbiamo visto che sono due gli strati del suolo interessanti per l’orticoltore: lo strato attivo, dove le radici traggono il nutrimento per la pianta, e lo strato inerte, momentaneamente inutilizzato, ma riportato in superficie ogni tanto per sostituire lo strato attivo troppo sfruttato. Quindi solo lo strato attivo viene regolarmente, vangato, innaffiato, concimato, diserbato, cioè curato: lo strato inerte giace sottostante in attesa di un rimescolamento che avviene a seconda dell’opinione dell’orticoltore.

Una moderna tecnica di coltivazione prevede una serie di lavorazioni che consentono di giungere fino allo strato inerte, offrendo in tal modo alle radici uno spazio maggiore da esplorare. I vantaggi della tecnica sono evidenti: sviluppo delle piante in profondità e minore in estensione, con sfruttamento intensivo dei piccoli orti. A questo vantaggio di base se ne aggiungono altri: il risparmio di ulteriori vangature cicliche, un maggior sviluppo delle colture da radice, un terreno più ricco di sostanza organica e di processi che concorrono alla fertilità.

Il letto profondo si attua lavorando l’orto a sezioni. Dopo averlo dissodato con una vangatura a normale profondità, si rimuove lo strato inerte con l’aiuto di una forca in maniera da renderlo soffice consentendo in tal modo la penetrazione delle radici, dell’aria e dell’acqua. Un orto lavorato con questa tecnica può fornire produzioni triple rispetto ad un orto normale, conservando per più anni la sofficità.

Le varie strutture fisiche dei tipi di terreno.

Se confrontiamo tra loro dei terreni scelti a caso, osserveremo delle differenze che li rendono più o meno adatti ad ospitare le varie colture. Volendo schematizzare queste differenze, distingueremo tre tipi caratteristici di terreni:

terreni sabbiosi: trattengono poco l’acqua, si lavorano con facilità, ma non mantengono la forma che diamo con le lavorazioni;

terreni argillosi: soggetti ai ristagni d’acqua, si fanno lavorare con difficoltà, mantengono la forma data con le lavorazioni;

terreni sassosi: lasciano filtrare bene l’acqua, ma offrono alla pianta particelle troppo grosse per essere sfruttate dalle radici.

Il terreno ideale alla maggior parte delle colture è il terreno di medio impasto. Un terreno dove sabbia, argilla e scheletro siano presenti contemporaneamente in giuste proporzioni. Il terreno di medio impasto si lavora con facilità, mantiene la forma ricevuta, lascia filtrare l’acqua, trattenendone la quantità necessaria alla vita delle colture. Se il terreno del nostro orto non è tale, toccherà a noi ammendarlo con l’aggiunta di terra di struttura opposta con frequenti lavorazioni e concimazioni di natura organica.

Il Ph, ovvero la reazione chimica del terreno.

Di un terreno, oltre alla struttura fisica, è importante conoscere la reazione chimica, detta pure Ph. Il Ph dipende dalla quantità di Ioni OH o di atomi H che in esso sono presenti. Se prevalgono gli ioni OH (ossigeno-idrogeno) un terreno si dice a reazione alcalina. Al contrario, la prevalenza dell’H (idrogeno) rende acido un terreno. Gli studiosi hanno appositamente compilata una scala di valori, dallo 0 al 14, che valuta appunto il rapporto tra ioni OH e atomi H. La lettura avviene nel modo seguente: da 0 a 6,9 compresi i valori di acidità, dove l’acidità massima è lo 0 e la minima è il 6,9; 7 indica la reazione neutra del terreno (ossia ioni OH e atomi H si equivalgono) da 7,1 a 14 sono compresi i valori alcalini, dove il massimo dell’alcalinità è il 14 e il minimo è 7,1.

In commercio esistono degli appositi apparecchi, non eccessivamente costosi, che con una semplice operazione possono fornirci la reazione chimica del terreno.

La reazione chimica ideale.

Ogni ortaggio ha particolari esigenze di Ph, che oscillano generalmente tra valori compresi tra il Ph 6 ed il Ph 7,2. Per sapere con precisione la reazione del terreno ricorreremo agli apparecchi citati, ma se dovessimo attenerci ad una valutazione empirica ricordiamo che i terreni ricchi di sabbia tendono all’acidità, mentre quelli argillosi e calcarei all’alcalinità. Si rimedia ad una acidità eccessiva aggiungendo calce al terreno, al contrario si diminuisce un’esuberante alcalinità con gesso e concimazioni letamiche.

L’humus fonte di vita

Il colore scuro del terreno in superficie è dato dalla presenza di humus, cioè il prodotto della materia animale e vegetale morta e trasformata dai microrganismi del terreno. Oltre ad essere ricco di azoto, elemento indispensabile alla vita delle piante, l’humus ha la capacità di trattenere l’acqua, il calore e di creare le condizioni adatte agli utili lombrichi e contrarie alle dannose anguillule. L’humus, ancora, svolge una complessa funzione regolatrice sulla fertilità del terreno impossibile senza la sua presenza. Se il nostro orto fosse carente di questo insostituibile composto, potremo rimediare con abbondanti concimazioni letamiche, oppure spargendo escrementi animali di ogni tipo, residui vegetali morti, torba, terricciati o più semplicemente interrando con la vangatura le erbe infestanti che una volta morte si decomporranno liberando sostanza organica che si trasformerà in humus. Continua.

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Giardinaggio – 1 Composti e terricciati

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Giardinaggio – 1 Composti e terricciati

Una preziosa alternativa ai concimi chimici e un valido integratore o sostituto alla concimazione letamica è il composto. Nel compostaggio è ricalcato artificialmente il processo che avviene naturalmente nei boschi e nei terreni incolti, ovvero si aiutano i diversi residui di natura organica (animale e vegetale) a trasformarsi in humus, elemento fondamentale per garantire al nostro orto la fertilità.

Il composto si ottiene facendo decomporre opportunamente uno svariato numero di sostanze (letame, residui di vario genere, foglie, erba tagliata, gusci d’uova, cenere, spazzature ecc.) assieme ad una certa quantità di terra. Tutte queste sostanze vengono stratificate in un piccolo angolo dell’orto, regolarmente rigirate, annaffiate e ricomposte per favorire il processo fermentativo, fino ad ottenere una massa scura omogenea con caratteristiche simili al letame. Allorché la composta avrà raggiunto il giusto grado di maturazione, il che richiede per solito alcuni mesi, essa viene conservata in un luogo riparato per utilizzarla al momento opportuno come fertilizzante organico del terreno. E’ questo pure un intelligente sistema per riutilizzare sostanze che altrimenti andrebbero disperse inutilmente.

L’epoca più adatta per la preparazione di questi terricciati è l’estate, in quanto il caldo favorisce le fermentazioni e l’amalgama. Si rammenti, però, che per ottenere un buon compostaggio non basta ammassare casualmente il diverso materiale organico a nostra disposizione, ma è necessario disporre in maniera razionale i vari componenti alternandoli tra loro tenendo presente la natura, ma anche la diversa struttura e contenuto di umidità di ciascuno. In tal modo innescheremo e velocizzeremo l’azione umificante dei microrganismi.

Come accennato la composizione dei terricciati, dovendo utilizzare materiali di rifiuto, è alquanto casuale, ma si possono produrre terricciati guidati onde ottenere composti più confacenti alle nostre esigenze. Ecco di seguito due esempi di terricciati particolarmente adatti per la coltura degli ortaggi:

  • 40% di letame maturo, 40% di residui vegetali decomposti (foglie, fusti, erbacce ecc.) 20% di terra sciolta o sabbia;
  • 30% di letame, 30% di residui vegetali decomposti, 30% di terra sciolta, 10% di torba.

Carbonio-azoto: un rapporto fondamentale nel buon compostaggio.

Al fine di ottenere un buon compostaggio sarà opportuno approfondire taluni aspetti fondamentali di questa tecnica. Innanzitutto batteri, attinomiceti e funghi, ossia i principali artefici della trasformazione del composto, per poter svolgere in maniera positiva le loro funzioni, necessitano di determinate sostanze. In particolare abbisogna la presenza di carbonio, azoto, fosforo e potassio e in quantità più ridotte, ma comunque indispensabili, di calcio, manganese, rame, zolfo, boro, ferro, zinco.

Di tuti questi fattori importantissimo risulta il rapporto tra carbonio (C) e azoto (N) il quale, per rendere ottimali le condizioni di vita dei microrganismi, deve essere di 25-30 C/N, ovvero nella composta devono esserci da venticinque a trenta parti di carbonio per una di azoto.

Se teniamo conto che il cumulo è formato da materiali alquanto diversificati, bisogna individuare tra questi quelli che contengono carbonio e quelli che invece contengono azoto, in modo da miscelarli attuando il suddetto rapporto ideale.

Le sostanze ricche di carbonio sono amidi, zuccheri e cellulosa, particolarmente abbondanti nella segatura, nei residui della potatura, nel cartone; al contrario dotate d’azoto sono le proteine, e perciò le deiezioni degli animali, i residui di cucina, le frattaglie.

Nel caso tale rapporto fosse alterato a vantaggio del carbonio, i microrganismi troverebbero un habitat sfavorevole e impiegherebbero maggior tempo a decomporre la sostanza organica per cui il compostaggio risulterebbe più povero di humus. Se, al contrario, aumentasse il fattore azoto si verificherebbero dei processi negativi all’interno della massa che porterebbero alla dispersione dello stesso nell’atmosfera sotto forma di ammoniaca, con conseguente perdita di uno degli elementi più importanti per la vita delle piante.

Altri fattori che favoriscono il buon compostaggio.

Oltre al rapporto carbonio-azoto nelle proporzioni precedentemente illustrate, altri fattori contribuiscono alla formazione di un buon compostaggio. L’aerazione della massa, ad esempio, si rende necessaria in quanto i microrganismi che agiscono al suo interno sono aerobi e quindi per vivere e svolgere la loro attività abbisognano di una certa circolazione d’aria.

Questa si può realizzare sia mescolando con accortezza i diversi materiali, ossia alternando strati grossolani con altri di particelle più minute, sia incorporando al centro della massa dei tubi di drenaggio forati, alla distanza di circa 150cm uno dall’altro o, in mancanza di questi, pali di legno che verranno levati a cumulo ultimato creando così dei canali di aerazione artificiali.

Altro fattore di fondamentale importanza è pure il tenore di umidità della massa che dovrebbe, ottimamente, aggirarsi tra valori compresi dal 40 al 60%. Valori inferiori o superiori risulterebbero dannosi al processo di decomposizione della sostanza organica. Per tale motivo occorre dosare materiali troppo umidi con altri di carattere opposti, oppure si dovrà bagnarli o asciugarli. Si manterrà, comunque, per tutto il periodo del compostaggio un giusto tenore d’acqua nella massa. Un accorgimento di facile attuazione per verificare il giusto grado di umidità, consiste nello stringerne in mano un pugno di materiale: se da questo usciranno solo poche goccioline, esso può essere ammassato, se invece non ci fosse fuoriuscita di liquido, o ce ne fosse troppa, occorrerebbe provvedere alla sua correzione.

Tra i residui che non si devono impiegare nella formazione del composto ci sono i vegetali che hanno subito trattamenti antiparassitari o che sono, comunque, venuti a contatto con sostanze tossiche, mentre andranno usati con cautela eventuali escrementi di cani e gatti e la loro lettiera, in quanto possono contenere parassiti assai pericolosi per i bambini. Con parsimonia e solo in piccola quantità adopereremo cartoni, aghi di conifere, pezzi di legno e altro materiale in quanto il loro processo di degradazione risulterebbe troppo lento.

Tra uno strato e l’altro di materiale ne verrà disposto uno più sottile di terriccio. Questo può essere sostituito anche da litotamnio o polvere di roccia. Fondamentale sarà la presenza di letame per garantire al cumulo una sufficiente carica microbica per iniziare i processi di compostazione. La parte sommitale della massa verrà protetta con paglia o altro materiale poroso e la sua maturazione varierà, a seconda delle tecniche, dai 3 ai 6 mesi circa.

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L’orto: semine, tecniche e cure culturali.

Spinacio (Spinacia oleracea)

Varietà: sono diverse le varietà di spinacio esistenti. Tra queste ricordiamo: il Viking medio precoce, il Virofly molto precoce, il Grandstand Ibrido F.1 medio tardivo, il Gaudry foglia di lattuga medio precoce, il Gigante d’inverno precoce, il Riccio di Castelnuovo precoce, il Riccio d’Asti lento a montare, Bloomsdale longstanding medio precoce, l’America.

Clima e terreno: gradisce un clima temperato, piuttosto fresco. Può sopportare freddi moderati, ma non tollera sia la siccità che gli eccessi di umidità. Inadatti i climi caldi.

Il terreno migliore è quello di medio impasto, ben dotato di sostanza organica, privo di ristagni d’acqua, con un pH tendente alla neutralità.

Avvicendamento: si sconsiglia di ripetere la coltivazione sullo stesso appezzamento di terreno prima che siano trascorsi almeno tre anni. Coltura intercalare, anche se talvolta viene posta all’inizio di una rotazione.

Consociazioni: per la velocità del suo sviluppo bene s’associa a ortaggi con crescita più lenta, come piselli e fagioli.

Semina: a spaglio o a file nell’orto da febbraio ad aprile per raccogliere a fine primavera-estate; oppure da agosto a settembre per le raccolte autunno-invernali. Nel caso di semina a file si terrà una distanza di 4-8 cm sulla fila e di 30 cm tra le file. La profondità di semina è di un paio di centimetri.

Concimazioni e cure colturali: lo spinacio sfrutta bene la fertilità residua, per cui la concimazione letamica converrebbe distribuirla alla coltura che lo precede. In caso di fertilizzazione diretta concimeremo con 2/3 quintali di letame o composto perfettamente maturo per 100 mq di terreno, sparsi alcuni mesi prima della semina e interrati a una profondità di 30-35 cm mediante una vangatura. Si evitino eccessivi apporti di azoto in quanto la pianta tende ad accumularlo sotto forma di nitrati nelle foglie.

Le cure colturali consistono in irrigazioni (da effettuarsi dopo la semina per favorire la nascita delle piantine e durante il corso del ciclo quando l’andamento climatico lo richiede), scerbature e zappettature, pacciamatura (la quale si può applicare nelle colture estive mediante la distribuzione di un sottile strato di paglia allo scopo di mantenere l’umidità nel terreno e favorire l’emergenza delle plantule) diradamento, protezioni.

L’irrigazione è particolarmente importante per lo spinacio, soprattutto nei periodo caldi e siccitosi.

Anche la pacciamatura dello spinacio è molto importante per le colture estive, in quanto limita la perdita di acqua per evaporazione.

Raccolta: avviene a scalare recidendo per ogni pianta le foglie meglio sviluppate con più asportazioni lungo il ciclo e mantenendo integro il corpo centrale. Oppure si può tagliare l’intera pianta alla radice, qualche centimetro sotto il colletto, quando le foglie hanno raggiunto uno sviluppo vegetativo sufficiente.

Gli spinaci possono essere lessati, scolati, appallottolati (spremendoli leggermente per far uscire il liquido di cottura) e quindi conservati per qualche tempo in congelatore in appositi sacchetti.

Avversità: si confronti in proposito quanto scritto per la bietola da radice. Qui ricordiamo tra le crittogame la peronospora dello spinacio che si manifesta sulle foglie con vaste zone clorotiche le quali tendono a confluire. Le foglie attaccate mostrano sulla pagina superiore delle aree color ocra, in corrispondenza delle quali sulla pagina inferiore si sviluppa una muffa feltrosa grigia o violacea. Il fogliame infetto si presenta accartocciato e sovente dissecca. Se le piante vengono colpite nelle prime fasi vegetative, generalmente muoiono. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, distruzione delle piante infette, uso di seme di varietà resistenti e sano. Si deve evitare, inoltre, di utilizzare l’irrigazione per aspersione. La lotta diretta prevede trattamenti con anticrittogamici a base di rame.

Vanno considerati pure gli attacchi portati di virosi le quali causano ingiallimenti e caduta delle foglie. Le piante colpite vanno bruciate.

Annotazioni: le diverse varietà di spinaci si raggruppano attorno a tre tipi principali: estivi, invernali e perenni a grandi foglie. Questi ultimi assomigliano alla bietola da coste.

Tecniche di coltivazione delle principali colture orticole

Barbabietola da orto (bietola da radice)

Beta vulgaris var. cruenta, var. esculenta, var. conditiva

Varietà: : tra le più conosciute ricordiamo la Barbabietola da orto di Chioggia tonda, La Barbabietola da orto di Egitto migliorata, la Barbabietola da orto di Detroit, la Cilindrica, la Nera di Milano.

Clima e terreno: predilige i climi temperati e i terreni di medio impasto, ben dotati di sostanza organica, profondi e freschi, neutri o appena basici.

Avvicendamento: si può ritenere una coltura da rinnovo e, come tale, è adatta ad aprire una rotazione.

Consociazione: ben si associa a molti ortaggi e in particolare a cavoli, lattughe, cipolle, carote.

Semina: si attua direttamente nell’orto, in autunno al Sud e da fine febbraio a maggio al Nord, a una profondità di circa 3 cm. Le distanze di investimento saranno di 20 cm sulla fila e di 40 cm tra le file.

Concimazioni e cure colturali: si distribuiscono 2 quintali di letame maturo per ogni 100 mq di terreno, interrati qualche mese prima della semina a una profondità di 30-40 cm. Le cure colturali prevedono irrigazioni in caso di andamento stagionale siccitoso, evitando, comunque, di distribuire acqua prima della raccolta per non causare spaccature del fittone che ne peggiorerebbero la qualità. Scerbature e zappettature serviranno ad arieggiare il terreno e tenerlo libero dalle infestanti, mentre il diradamento si praticherà all’emissione della quarta fogliolina per mantenere le distanze opportune.

Raccolta: si effettua con terreno asciutto estirpando le radici allorché hanno raggiunto una pezzatura corrispondente alle caratteristiche della varietà coltivata.

Piccole quantità di radici di bietola possono essere conservate tenendole separate tra loro, immerse nella sabbia, dentro cassette di legno riposte in un ambiente fresco e arieggiato.

Avversità: tra i parassiti animali ricordiamo le anguillule, le quali possono causare scarso sviluppo fogliare e radicale, nonché appassimenti. In caso di forti attacchi gran parte del prodotto viene perduto. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, sovesci di senape, consociazioni con tagete e calendula, apporto di sostanza organica perfettamente compostata nel terreno.

La mosca minatrice scava gallerie nella lamina fogliare inibendo lo sviluppo delle foglie e procurando infezioni. Preventivamente si combatte con rincalzature e seminando in luoghi ventilati, mentre la lotta diretta consiglia trattamenti con estratto di assenzio o decotto di legno quassio addizionato a sapone.

L’altica o pulce di terra rode la pagina inferiore delle foglie più tenere. Ci si oppone con pacciamature, infuso concentrato di tanaceto o assenzio, spolverando le foglie di litotamnio o bentonite in presenza della rugiada mattutina. In caso di attacchi particolarmente violenti si può ricorrere a trattamenti a base di piretro.

Altri parassiti animali sono la cassida, il grillotalpa, gli afidi, il maggiolino, il ragnetto rosso, nonché lumache e limacce.

Oltre a virosi e batteriosi, ricordiamo tra le crittogame la peronospora della bietola la quale causa sulle foglie delle zone di color giallastro o rossiccio, ondulate, in corrispondenza delle quali compare sulla pagina inferiore una muffetta feltrosa. Successivamente le foglie disseccano e la pianta, in caso di forti attacchi, muore. La peronospora della bietola può colpire anche colletto, fittone e scapo fiorale. Quest’ultimo dissecca e viene rimpiazzato da scapi laterali. La lotta preventiva s’avvale di semente sana e resistente e opportune rotazioni.

Il mal bianco della bietola causa danni piuttosto seri, maggiormente con temperature calde. Sulle foglie appare una muffa farinosa, biancastra che rapidamente interessa tutta la sua superficie. Le foglie colpite assumono un aspetto giallastro e disseccano. La lotta si basa sull’impiego di zolfo micronizzato da distribuire fin dalle prime manifestazioni della malattia.

La cercosporiosi della bietola è probabilmente la malattia più pericolosa della bietola la quale viene interessata in tutte le sue parti verdi. Dapprima si manifesta sulle foglie con minutissime tacche rotondeggianti le quali in breve s’allargano diventando macchie circolari o poligonali di color scuro, bordate da un colore più intenso. Successivamente confluiscono tra loro originando aree necrotiche che possono portare al completo disseccamento della foglia. La lotta prevede trattamenti a base di poltiglia bordolese o ossicloruro di rame ripetuti.

Il nerume della bietola affligge in particolare piante già malate, per cui la sua importanza è relativa, mentre la ruggine della bietola s’accanisce in modo violento solo con una certa rarità. Il mal del piede o gamba nera della bietola si manifesta dapprincipio con un imbrunimento appena sotto la zona del colletto che successivamente giunge a interessare l’interno del fittone e talvolta l’intera radice causando raggrinzimenti e fessurazioni. La lotta si basa soprattutto sull’impiego di semi conciati appositamente.

Il marciume secco o rizottoniosi colpisce la bietola in tutti gli stadi vegetativi, ma è particolarmente pericoloso allorché colpisce le piantine giovani, sulle quali causa imbrunimenti e necrosi nella zona sottostante al colletto.

La difesa prevede la distruzione delle piante infette, l’adozione di opportune rotazioni, drenaggi per impedire i ristagni d’acqua.

Il mal vinato della bietola può causare seri danni soprattutto nei terreni molto umidi. Il fettone malato si ricopre di una feltrosità di colore vinoso. La lotta si basa sulla distruzione delle piante infette, l’impiego di ampie rotazioni, drenaggi al terreno per impedire i ristagni d’acqua.

Annotazioni: talvolta la barbabietola da orto può andare soggetta ad alcune carenze di microelementi, che si manifestano in diverso modo sulla pianta. Ad esempio la mancanza di manganese causa un colore giallastro fra le venature delle foglie più vecchie mentre, se le radici mostrano chiazze grigie o marroni, la causa va ricercata nella mancanza di boro nel terreno.

Malattie e parassiti più comuni degli ortaggi – 2

Parassiti animali

Acari

Chiamati comunemente anche ragnetti rossi o gialli, pungono le foglie causando delle tipiche punteggiature a cui può seguire l’ingiallimento e la morte. Attaccano diversi ortaggi, tra cui bietole, pomodori, melanzane, zucche, meloni. La lotta preventiva consiste in trattamenti con litotamnio e farina di rocce e nella riduzione delle concimazioni azotate. Quella diretta prevede la distruzione dei vegetali colpiti e trattamenti con macerato d’ortica abbinato con il 5% di bentonite o, nei casi più gravi, rotenone o piretro.

Afidi

Comunemente chiamati pidocchi, gli afidi sono sicuramente tra i fitofagi più comuni. Questi insetti di diverso colore, pungono foglie e germogli suggendo la linfa e causando il loro accartocciamento e intristimento. Gli afidi, inoltre, attraverso le loro punture possono trasmettere pericolose virosi ai vegetali. Attaccano numerosi ortaggi e si combattono preventivamente con pacciamature e concimazioni povere d’azoto. La lotta diretta prevede l’asportazione delle parti infestate e trattamenti con macerata d’ortica, litotamnio, ceneri di legna e, nei casi più gravi, con rotenone e piretro.

Altiche

Coleotteri di piccole dimensioni conosciuti anche col nome di pulci. Colpiscono in particolare le foglie di cavoli, bietole e rape causando erosioni e bucherellature. Si può intervenire preventivamente con infusi di tanaceto o assenzio e adeguate pacciamature o, direttamente, in caso di attacchi consistenti con piretro.

Anguillule o nematodi

Vermi di piccole dimensioni assai dannosi in quanto le loro larve si introducono nelle radici di moltissimi ortaggi facilitando lo sviluppo di marciumi e virosi. La pianta colpita intristisce e muore. La lotta si basa sulla pratica delle rotazioni, l’apporto di sostanza organica stagionata, consociazioni con tagete e calendula, sovesci di senape.

Cavolaia

Farfalla dalle ali bianche punteggiate di nero, assai nota. Le sue larve si cibano delle foglie dei cavoli e di molte crucifere erodendole fino alle nervature. Oltre che con rotazioni, si può intervenire con decotti di tanaceto o assenzio. Se l’attacco è consistentesi può trattare con Baacillus thuringiensis o irrorazioni con acqua saponata.

Cecidomie

Microscopici moscerini le cui larve si sviluppano all’interno dei vegetali causando deformazioni. Nota è la cecidomia dei fagioli. Può essere combattuta con soluzioni di sapone o piretro.

Criocere

Coleotteri di piccole dimensioni le cui larve e adulti rosicchiano le parti aeree delle piante, soprattutto di quelle giovani. Particolarmente pericolosa è la criocera dell’asparago che causa danni anche a turioni. La lotta preventiva considera aspersioni di litotamnio sopra le foglie umide di rugiada. Al rotenone si può ricorrere in caso di forti attacchi.

Dorifora

Coleottero di facile individuazione per le sue caratteristiche dieci linee nere longitudinali sullo sfondo giallo del dorso. Le larve hanno un colore rosso con punti neri. Entrambi si cibano delle foglie della patata, causando, in casi gravi, la completa defogliazione. Qualche volta possono aggredire anche il pomodoro e la melanzana. La difesa preventiva si basa sull’uso di letame maturo per le fertilizzazioni e sulla distruzione dei residui vegetali infestati. Quella diretta, oltre all’eliminazione manuale, prevede aspersioni mattutine con litotamnio sulle pagine inferiori delle foglie e trattamenti a base di piretro, nicotina o rotenone.

Elateridi

Le larve di questi coleotteri attaccano le radici e il colletto di molti ortaggi (carota, insalata, porro, zucca, melanzana, basilico ecc.). Esse persistono più anni nel terreno e a causa della loro consistenza sono dette anche vermi filo di ferro.

La lotta preventiva prevede sovesci di senape, concimazione con letame maturo e distribuzione di litotamnio nei terreni con pH acido. La lotta diretta si basa su esche.

Grillotalpa

Grosso insetto che attraverso cunicoli scavati nel terreno giunge a rodere radici e colletto di molti ortaggi causandone la morte. Esce preferibilmente la notte. La lotta si basa sull’impiego di esche.

Maggiolino

Insetto le cui larve e adulti attaccano rispettivamente le radici e la parte aerea di molti ortaggi. La lotta si basa su rotazioni e esche.

Mosche

Ditteri le cui larve causano gravi danni a diverse colture. Si ha così la mosca della carota che provoca gallerie nelle radici; la mosca della cipolla e dell’aglio che divora la parte centrale dei bulbi causando marciumi; la mosca delle bietole che scava gallerie nello spessore fogliare ecc. Oltre all’impiego di prodotti chimici, la lotta si articola in diverse maniere. La mosca della cipolla si può combattere preventivamente impiegando letame maturo, consociando con carote, trattando le piantine con litotamnio o con legno quassio o rotenone. Alla mosca del sedano ci si oppone mediante consociazione con liliacee o trattando con estratto di assenzio o legno quassio (800 g) più sapone (200 g) in 1 hl d’acqua. La mosca minatrice delle bietole si previene rincalzando il colletto delle piantine. La mosca della carota si combatte spargendo sul terreno fuliggine dopo la pioggia, oppure irrorando la pianta con una miscela di 30 ml di paraffina liquida diluita in 5 lt di acqua.

Mosche bianche o aleurodidi

Piccoli omotteri di colore bianco che pungono le piante e ne succhiano la linfa. Ciò causa l’intristimento e la caduta delle foglie e l’emissione di melata sulla quale si sviluppano funghi dannosi. La lotta preventiva si basa sull’arieggiamento delle serre. La lotta diretta contempla l’uso di trappole cromotropiche gialle e trattamenti con infuso di tanaceto o, nei casi più intensi, con rotenone o piretro.

Nottue o agrotidi

Le larve di queste farfalle escono allo scoperto soprattutto di notte attaccando, generalmente, le piante al colletto. Nel carciofo, invece, scavano gallerie nelle nervature delle foglie e giungono a danneggiare i capolini. La lotta è diversa e articolata. Oltre alla distruzione delle parti attaccate, si può ricorrere a esche, alla protezione del colletto delle piante mediante collari di cartone, a trattamenti a base di piretro o rotenone.

Tignole

Piccole farfalle le larve delle quali causano defogliazioni su cipolla, aglio, porro, melanzana. La lotta preventiva si basa sulla distruzione delle parti infestate. Quella diretta conta sull’impiego di piretro e rotenone.

Tonchi

Coletteri le cui larve vivono nei semi delle leguminose, scafando fori. Si possono combattere ritardando le semine, trattando per 1 ora i semi in acqua a55-60°C prima di immagazzinarli, spolverando i semi con litotamnio 20gr/1kg di seme). In caso di forti attacchi trattare con piretro.

Tortrici

Piccole farfalle le cui larve possono portare danno ad alcuni ortaggi. Tra i diversi sistemi di lotta ricordiamo le zappature invernali che espongono le crisalidi alla voracità degli uccelli.

Tripidi

Suggono la linfa dagli apici vegetativi, dalle foglie e dai frutti di diversi ortaggi. Si combattono con trattamenti al piretro.

Virus

I virus corpuscoli microscopici in grado di trasmettere alle piante malattie assai pericolose. Le loro infezioni vengono propagate attraverso le punture di insetti (ad esempio afidi), di nematodi o per ferite causate alle piante nel corso delle lavorazioni. Tra i numerosi ortaggi colpiti dalla virosi citiamo: pomodoro, peperone, melanzana, bietola, cavoli, fagioli, cipolle, porri.

Le malattie da virus si manifestano con caratteristiche aree scolorite, note con il nome di mosaico, ma anche con altre sintomatologie, come avvizzimenti, apici ricurvi ecc. La lotta si basa su due punti essenziali: la soppressione dei parassiti vettori (afidi e nematodi, soprattutto) è la prevenzione. Questa consiste nell’uso di attrezzi da lavoro puliti e nell’utilizzazione di piantine e sementi esenti o resistenti ai loro attacchi.

Sua maestà, il Fungo. A metà fra il regno vegetale e quello animale, può essere microscopico ma anche immenso.

I funghi, come gli animali, non sanno costruirsi le sostanze nutrienti, e non hanno bisogno di luce per vivere.

Come i vegetali non hanno mezzi di locomozione e si riproducono affidando le proprie spore al vento o ad animali.

I funghi sono ovunque, ci circondano, ci nutrono, ci dissetano, ci colonizzano, ci curano… Consentono la lievitazione del pane, la fermentazione di alcuni alcolici, la preparazione di formaggi, e ci deliziano con il loro profumo e sapore inconfondibili.

Grazie a essi abbiamo ottenuto i primi antibiotici, ma sono anche stati causa di intossicazioni, e portatori di malattie, sia per l’uomo sia per molte colture vegetali. D’altra parte, provvedono alla salute dei boschi fornendo nutrimento a piante e animali: ci sono anche colonie di formiche che se ne cibano coltivandoli in enormi camere sotterranee. Ma non sono tutti piccolissimi: anzi, è un fungo l’organismo più grande della Terra.

I lieviti e le muffe, riuniti nel gruppo dei micromiceti, sono però ben più numerosi dei funghi classici, i macromiceti, e molte specie microscopiche non sono ancora conosciute e classificate. I macromiceti, cioè i funghi che suscitano l’interesse del raccoglitore, a oggi contano circa 12 mila specie classificate. Che non ci affascinano solo perché sono buoni da mangiare, ma anche per la loro componente di mistero: compaiono nel bosco qui e là, come d’incanto, crescono con rapidità inconsueta e scompaiono altrettanto in fretta.

Già nella Bibbia si trovano riferimenti al rapporto tra l’uomo e i funghi: a sette anni di abbondanza si alternavano sette anni di carestia, punizione divina per l’infedeltà degli uomini. La dea Robigo, la ruggine responsabile della carestia, era venerata per scongiurare nuove carestie. Il vero colpevole? Un microscopico fungo parassita dei cereali, Puccinia graminis, la ruggine nera del grano, è ancora oggi uno dei più temuti flagelli delle nostre messi. I chicchi dei cereali colpiti appaiono rinsecchiti poiché il fungo utilizza il nutrimento che dovrebbe essere accumulato nel seme.

I funghi, inoltre, hanno sempre ispirato timore per le loro potenzialità venefiche. Pasti finiti in tragedia sono documentati fin dal 54 d.C.: in quell’anno Agrippina avvelenò il marito Claudio, pare con la Amanita phalloides, così da far salire al trono il figlio Nerone.

Nel 1722 le mire espansionistiche dello zar di Russia Pietro il Grande furono fermate da Claviceps purpurea, fungo parassita che cresce nella spiga della segale. La farina infetta che si ottiene ha proprietà fortemente tossiche: con questa i soldati russi fecero il pane di cui si cibarono, e con cui si avvelenarono; nel fungo sono contenuti circa dodici alcaloidi, tra cui l’ergotina, che dà l’ergotismo, comunemente chiamato fuoco sacro: i sintomi sono cancrena agli arti e dolori atroci.

In compenso, moltissime vite umane sono state salvate dai funghi. Dalla muffa Penicillium notatum deriva infatti la penicillina, il primo antibiotico usato nella pratica medica. Un’altra sostanza prodigiosa ha consentito di minimizzare i rigetti nei trapianti d’organo: è la ciclosporina, isolata da Tolypocladium inflatum, un fungo scoperto per caso in un pugno di terra in Norvegia, nel 1970, e dotato di notevoli proprietà immunosoppressive: senza di essa i trapianti non sarebbero possibili perché il nuovo organo sarebbe riconosciuto come estraneo e rigettato.

Un altro penicillio, Penicillium glaucum, ha contribuito ad arricchire le nostre tavole con un formaggio unico: il gorgonzola. La screziatura verde nella pasta, cui si deve il caratteristico sapore, sono infatti microscopici funghi. Nella lavorazione, al latte sono aggiunte spore di penicillii: dopo 4 settimane di maturazione, la forma viene bucata con grossi aghi metallici, l’aria entra nella pasta e induce la crescita della muffa.

Non è finita. Il lievito di birra Saccharomyces cerevisiae, un fungo unicellulare, è responsabile della fermentazione che permette la lievitazione della pasta del pane e dei dolci. Anche quella del vino avviene ad opera dei lieviti: sono milioni, e compaiono già sulle uve mature, trasformando gli zuccheri in alcool etilico. I lieviti della birra provvedono anche alla fermentazione alcoolica del malto d’orzo addizionato col luppolo.

Meno benevoli sono i micromiceti che parassitano l’uomo e gli animali, dando origine ad infezioni dette micosi, superficiali se colpiscono la pelle, o profonde se raggiungono gli organi interni. I funghi penetrano nella pelle, e le spore infettive sono in grado di sopravvivere anche per due anni prima di svilupparsi, in corrispondenza di alte temperature, umidità e abbassamento delle difese immunitarie dell’ospite. Tra i più diffusi un lievito, la Candida, che infetta cute e mucose. Un altro tipo di funghi parassiti sono i dermatofiti, che si nutrono di cheratina e attaccano perciò capelli, pelle, unghie, dando le tigne.

Continua.

Giardinaggio

Malattie e parassiti più comuni degli ortaggi

Batteri e crittogame

Alternariosi

Sono malattie fungine che colpiscono molti ortaggi (cavoli, pomodoro, patate, carote, porri ecc.). Si sviluppano in presenza di ambienti umidi manifestandosi sulle foglie con macchie circolari e concentriche che portano al disseccamento. I frutti colpiti presentano macchie depresse concentriche.

La lotta preventiva si basa sulle rotazioni e trattamenti con ossicloruro di rame e calcio. Bruciare le parti infette e disinfettare il seme ponendolo in macerato d’equiseto.

Antracnosi

Fungo che, oltre al pomodoro, attacca fagiolo, cipolla, lattuga, pisello, peperone, anguria ecc.

Causa sulle foglie adulte macchie rotondeggianti con lembi rilevati. Macchie simili, depresse, si manifestano sui frutti.

Lotta: come per l’alternariosi.

Botriti

Malattia fungina che si manifesta su foglie e frutti con muffe feltrose.

Attacca pomodoro, fragola, melanzana, peperone, fagiolo, fava ecc., causando marciumi e disseccamenti.

La lotta preventiva si basa sull’eliminazione delle parti infette. Quella diretta prevede l’impiego di ossicloruro di rame e calcio.

Cancri

Sono causati sia da funghi che da batteri.

Causano deformazioni sui vegetali. La lotta è simile a quella adottata per i batteri.

Ernia dei cavoli

Malattia causata da un plasmodio che colpisce cavoli e crucifere in genere.

Sulle radici si manifestano dei tubercoli gialli, dapprima lisci, che poi raggrinziscono e si decompongono portando alla degenerazione dell’apparato radicale.

La lotta si basa su opportune rotazioni e nella disinfezione delle piantine da trapiantare immergendole in una soluzione di idrossido di rame.

I semi possono essere posti in macerato d’equiseto.

Non piantare in terreni umidi o con pH acido.

Marciumi

Attaccano numerose orticole colpendole al colletto o alle radici.

Sono causati da diversi agenti (Fusarium, Sclerotinia, Rhizoctonia, Pythium ecc.).

Molto pericolosi, si manifestano preferibilmente in ambienti caldi e umidi come, ad esempio, i semenzai.

La lotta preventiva si basa sulle rotazioni, nella scelta di varietà resistenti, nell’evitare gli eccessi idrici.

La lotta diretta prevede l’eliminazione delle piante infette e trattamenti a base di ossicloruro di rame o soluzione idroalcolica di propoli addizionata a Sulfar.

Oidio o mal bianco

Funghi che colpiscono molti ortaggi: melanzana, zucchino, pisello, cece, melone, anguria, cavoli ecc.

Si manifestano con una tipica muffa bianca sulle foglie che poi appassiscono e disseccano.

Oltre alla scelta di varietà resistenti, la lotta si basa sull’impiego di prodotti a base di zolfo o trattamenti con una soluzione idroalcolica di propoli (0,02%) addizionata a Sulfar.

Peronospora

Ne esistono di diversi tipi. La più celebre è quella del pomodoro. Essa causa depressioni, marciumi, appassimenti, oltre alla comparsa delle caratteristiche macchie d’olio in corrispondenza delle quali sulla pagina inferiore della foglia si sviluppa la tipica muffetta biancastra.

Sui frutti forma macchie dapprima epidermiche, poi depresse.

Tra gli ortaggi colpiti, oltre al pomodoro, ricordiamo la patata, l’aglio, il peperone, la bietola ecc.

La lotta preventiva prevede l’uso di materiale sano, l’immersione delle piantine da trapiantare in macerato d’ortica, o decotto d’equiseto, l’impianto in terreni non eccessivamente umidi.

La lotta diretta si attua trattando con poltiglia bordolese o soluzione idroalcolica di propoli.

Ruggine

Malattia che si manifesta causando delle pustole rossicce sulle foglie.

Colpisce pisello, fagiolo, aglio, asparago, bietole ecc.

La lotta preventiva contempla la distruzione dei vegetali colpiti, l’impiego di varietà resistenti, opportune rotazioni, trattamenti con polvere di roccia.

Direttamente si può intervenire trattando le piante con decotto d’equiseto, ossicloruro di rame o soluzione idroalcolica di propoli addizionata a Sulfar in acqua.

Scabbia

Malattia degenerativa che fa marcire i tuberi.

La lotta preventiva si basa sulla sospensione della coltura della patata dal terreno infetto per almeno cinque anni e oltre.

Septoriosi

Attacca in ambienti umidi causando tacche contornate da un alone clorotico.

Le parti infette disseccano.

Colpisce in particolare il sedano e il pomodoro.

La lotta preventiva esclude la ripetizione del sedano sullo stesso terreno prima di 2-3 anni; l’adozione di varietà resistenti; la distruzione dei vegetali colpiti; l’impiego di semi di sedano che abbiano 2 anni.

La lotta diretta si esegue con trattamenti di poltiglia bordolese alla comparsa dei primi sintomi.

Ticchiolatura o cladosporiosi

E’ una malattia fungina che si evidenzia con grandi tacche accompagnate da una muffetta grigiastra sulla pagina fogliare inferiore.

Colpisce diversi ortaggi e in particolare il pomodoro, lo zucchino e il melone.

La lotta preventiva si basa sull’eliminazione delle parti colpite, quella diretta prevede l’impiego di ossicloruro di rame e calcio.

Tracheomicosi

Malattia causata da funghi (Verticillium e Fusarium) il cui micelio invade i vasi linfatici della pianta causandone la morte per deperimento.

La lotta s’affida soprattutto sulla scelta di varietà resistenti.

Continua.