Atlante dei Parchi Faunistici, Zoo Safari e Acquari in Italia

Parco Naturale Regionale Campi Flegrei – Campania
Atlante dei Parchi e delle aree protette in Italia

Tipologia di area protetta – Dove si trova

Tipologia: Parco Naturale Regionale; istituito con L.R. n.15 del 26 luglio 2002 (L.R. n.33/93)
Regione: Campania
Provincia: Napoli

Il Parco Naturale Regionale Campi Flegrei (esteso 8.000 ettari circa) si trova nell’area dei Campi Flegrei costituita dalla parte occidentale della città di Napoli, da Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Quarto, fino alle isole di Procida e Ischia.

Lago d’Averno – Parco Regionale dei Campi Flegrei (foto www.visit-campania.it)

Descrizione

La denominazione “Campi Flegrei” risale ai primitivi coloni greci, i quali l’usarono per indicare la zona della mitica battaglia fra gli dei e i giganti che avevano tentato di dare la scalata all’Olimpo.
L’area vulcanica dei Campi Flegrei è racchiusa in una antica caldera di 14 km di diametro il cui cratere è chiamato “Archiflegreo”. All’interno di quest’area sono presenti circa 50 bocche eruttive. L’ area vulcanica più antica è il duomo di Cuma (circa 36.000 anni fa) . La più grande eruzione dei Campi Flegrei è avvenuta 12.000 anni fa ed è stata denominata del Tufo Giallo Napoletano. L’ultima eruzione dei Campi Flegrei è avvenuta tra il 29 e il 30 settembre del 1538, che ha dato origine alla nascita del Monte Nuovo in località Lucrino (Pozzuoli).
Tra le manifestazioni attuali del vulcanismo vi è il fenomeno del bradisismo (sollevamento e abbassamento del suolo), ben studiato nell’area del tempio romano di Giove Serapide a Pozzuoli, accompagnato da attività sismica locale. Culminanti con l’altura dei Camaldoli a 459 m, i Campi Flegrei comprendono numerosi crateri tra cui quelli degli Astroni, di Monte Gauro, di Agnano. Nel perimetro del Parco sono anche compresi il lago d’Averno, che occupa un’antica caldera, e la celebre solfatara di Pozzuoli, dove fumarole di anidride carbonica e zolfo si alzano dal terreno e decine di piccoli vulcanelli ribollono di fango e vapori.

Flora e fauna

Le buone condizioni climatiche e la presenza di una discreta percentuale di umidità relativa dovuta alla presenza dei laghi, unite all’eccezionale fertilità del terreno, hanno favorito, al termine dell’attività vulcanica, l’insediamento di specie vegetali appenniniche e mediterranee, che si sono distribuite in funzione delle condizioni ambientali: è per questo che nel territorio flegreo convivono, in poco spazio, molteplici associazioni vegetali, che elevano di molto il livello di biodiversità vegetale dell’area e, per conseguenza, il suo valore ecologico.
Sono presenti fenomeni di inversione vegetazionale all’interno dei crateri, dove la persistente umidità del fondo, dovuta alla presenza degli specchi d’acqua, favorisce il formarsi di una flora mesofìla, tipica dell’Appennino, mentre alle quote più elevate è frequente incontrare la vegetazione mediterranea che gode della maggiore insolarizzazione e aridità.
La diversità della vegetazione ha comportato un conseguente arricchimento faunistico, che fa di alcune località dei Campi Flegrei il luogo con la maggiore biodiversità animale della provincia di Napoli. E’ solo nei Campi Flegrei, ad esempio, che nidificano il porciglione ed il gruccione.

Capo Miseno – Parco Regionale dei Campi Flegrei

Informazioni per la visita

Gestione:
Parco Regionale dei Campi Flegrei
Via Lungolago, 74
80070 Bacoli (NA)
Tel. 0815231736
Sito web: www.parcodeicampiflegrei.it

Mondo vegetale

Atlante dei funghi

Atlante delle principali specie di funghi commestibili e velenosi, funghi simbionti, saprofiti e parassiti

Agaricus augustus Fries
Atlante dei funghi – Funghi commestibili e velenosi

Classe: Basidiomiceti
Nome scientifico: Agaricus augustus Fries
Sinonimi: Psalliota augusta (Fr.) Quèlet, Pratella augusta (Fr.) Gillet, Psalliota subrufescens (Peck) sensu J. Lang, Psalliota peronata Massee
Nome comune: Prataiolo maestoso

Caratteristiche morfologiche

Cappello: fino a 20-30 cm, carnoso, da globoso ad emisferico espanso, spesso appianato al centro, bruno giallognolo, presto ricoperto di fittissime piccole squame di colore brunastro, ingiallente per sfregamento.
Lamelle: fitte, libere dal gambo, di colore bianco, poi rose, infine bruno-scuro.
Gambo: 10-18 x 2-3 cm, cilindrico, prima pieno poi cavo, più grosso alla base, di color bianco tendente al giallo.
Carne: bianca, bruno rosata alla base del gambo; odore intenso di mandorle amare e sapore dolce e gradevole (non da tutti apprezzato).
Spore: ellittiche, bruno scure in massa.

Agaricus augustus (foto Simonetta Peruzzi)

Commestibilità, habitat e osservazioni

Relazione con l’ambiente vegetale circostante: fungo saprofita. Cresce nei terreni ricchi di humus, dalla primavera all’autunno in boschi e parchi sotto alberi di latifoglie e conifere. Il nome specifico augustus gli deriva dall’aspetto imponente (il cappello può superare i 30 cm di diametro; tra i prataioli, l’A. augustus è la specie che raggiunge le maggiori dimensioni).
Buona Commestibilità.

Atlante dei Parchi Faunistici, Zoo Safari e Acquari in Italia

Parco Nazionale del Vesuvio – Campania
Atlante dei Parchi e delle aree protette in Italia

Tipologia di area protetta – Dove si trova

Tipologia: Parco Nazionale; istituito con legge 6 dicembre 1991, n. 394, D.D.M.M. 4 dicembre 1992, 4 novembre 1993, 22 novembre 1994 e D.P.R. 5 giugno 1995.
Regione: Campania
Provincia: Napoli

Il Parco Nazionale del Vesuvio è stato istituito per tutelare e valorizzare l’area intorno al vulcano, unico attivo dell’Europa continentale; l’area protetta occupa una superficie di 8.482 ettari nei comuni di Boscoreale, Boscotrecase, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena-Trocchia, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre del Greco e Trecase.

Parco Nazionale del Vesuvio (foto www.alternapoli.com)

Descrizione

Il Vesuvio (1.281 m) è un vulcano di tipo esplosivo, nel quale la pressione interna fa letteralmente esplodere il “tappo” di rocce, ceneri e polveri che si sono accumulate nel tempo ostruendone il cono. La base della zona vulcanica del Vesuvio, quasi circolare con un perimetro di quasi 50 km, interessa un’area di circa 200 kmq. L’inizio dell’attività eruttiva risale a circa un milione di anni fa, ma si è manifestata in modo significativo circa 35.000 anni fa con la formazione dell’apparato del Monte Somma. All’interno di questo primo edificio vulcanico si produsse successivamente uno sprofondamento che originò l’attuale caldera della Valle del Gigante e, con successive altre eruzioni, il cono del Vesuvio. La Valle del Gigante divide il Monte Somma (1.132 m), dal Gran Cono del Vesuvio; è ricoperta da sabbie e ceneri grige, ma anche da piante pioniere che si sforzano di rinverdire il brullo paesaggio.
Il vulcano alterna periodi di minore attività (fase pozzoliana), o segnati da brevi scoppi ritmici, ad altri caratterizzati da emissioni di gas e scorie (fase stromboliana), per finire con vere eruzioni, accompagnate da emissioni di lava e talvolta da parossismi vulcanici, di cui sono esempi tipici l’eruzione dell’anno 79 d.C. (che sepolse Pompei ed Ercolano), quelle del 1631, 1737, 1794, 1822, 1906, 1944.
Il clima favorevole e il suolo fertile hanno favorito fin dall’antichità gli insediamenti umani lungo le pendici del Vesuvio. Secondo alcuni storici, quando giunsero in queste contrade, Etruschi e Greci trovarono una tradizione vitivinicola già consolidata.

Flora e fauna

Notevole è la ricchezza di organismi vegetali e animali: più di 900 le specie floreali, 44 specie di farfalle, oltre 100 specie di uccelli (tra cui lo sparviere, la poiana e il falco pellegrino) che frequentano le lave e le sottostanti macchie boschive.
I due corpi vulcanici del rilievo, il Somma e il Vesuvio, hanno caratteri ambientali in parte diversi. Le pendici del Vesuvio, fino al prevalere delle lave, sono coperte da pinete e leccete; quelle del Somma, esposte a nord, ospitano invece boschi di castagni, querce ontani e betulle. Le lave raffreddate vengono colonizzate per primo dal grigio lichene Stereocaulon vesuvianum. Occorrono circa 10-15 anni prima che si insedino le prime pianticelle (Vulpia culiata, Filago gallica, Rumex bucephalophorus, Glaucium flavum). A queste si associano spesso la valeriana rossa, l’elicriso e l’artemisia dei campi. Il passo successivo è costituito dalle ginestre. Poi, quando le lave sono degradate, il suolo del vulcano si rivela molto ospitale, consentendo lo sviluppo di numerose specie vegetali, comprese molte orchidee.

Parco Nazionale del Vesuvio (foto www.parconazionaledelvesuvio.it)

Informazioni per la visita

Accessi al Parco:
– Somma Vesuviana: accesso al Monte Somma;
– Ottaviano: accesso ai Cognoli di Levante e alla Valle dell’Inferno;
– Boscotrecase: accesso alla Strada Matrone, alla foresta e alla valle dell’Inferno;
– Ercolano: Accesso all’Osservatorio Vesuviano, al Colle Umberto e alla Valle del Gigante.

Centri visitatori:
– Antiquarium Nazionale “Uomo e ambiente nel territorio vesuviano” – Boscoreale (NA);
– Osservatorio Vulcanologici Vesuviano (istituito nel 1848) – Ercolano (NA);
– Museo della civiltà contadina – Somma Vesuviana (NA).

Gestione:
Sede: Piazza Municipio, 8
80040 San Sebastiano al Vesuvio (NA)
Sito web: www.parconazionaledelvesuvio.it

Mondo vegetale

Atlante dei funghi

Atlante delle principali specie di funghi commestibili e velenosi, funghi simbionti, saprofiti e parassiti

Agaricus albertii Bon
Atlante dei funghi – Funghi commestibili e velenosi

Classe: Basidiomiceti
Nome scientifico: Agaricus albertii Bon
Sinonimo: Agaricus macrosporus (Moell. & J. Schaeff.) Pilàt.; Agaricus urinascens (Moell. & J. Schaeff.) Singer.

Caratteristiche morfologiche

Cappello: può raggiungere dimensioni molto consistenti con diametro fino a 25-30 cm, prima emisferico, poi convesso ed infine appianato e un po’ depresso al centro; carnoso, inizialmente liscia, poi fioccoso-squamosa, bianca, bianca-avorio che alla manipolazione ingiallisce; orlo dentellato da resti di velo.
Lamelle: strette, libere, molto fitte, inizialmente biancastre, poi grigio-rosate ed infine bruno-nerastre.
Gambo: 5-10 x 2,5-3,5 cm, tozzo e corto, spesso, prima pieno poi quasi cavo, di colore biancastro, liscio al di sopra dell’anello, fioccoso al di sotto. Anello spesso e membranoso, con orlo denticolato, imbrunente; lascia fiocchi nel punto del suo attacco al gambo.
Carne: spessa e bianca, ocraceo-rossastra alla base del gambo, un po’ imbrunente al taglio; sapore mite e odore di mandorle amare.
Spore: ovali, grandi, brune.

Agaricus albertii Bon (foto Daniele Sartori www.actafungorum.org)

Commestibilità, habitat e osservazioni

Relazione con l’ambiente vegetale circostante: saprofita. Cresce nella tarda estate, nei prati o ai margini del bosco, a volte in cerchi.
Buona commestibilità.

Giardinaggio

Tecniche di coltivazione delle principali colture orticole

Barbabietola da orto (bietola da radice)

Beta vulgaris var. cruenta, var. esculenta, var. conditiva

Varietà: : tra le più conosciute ricordiamo la Barbabietola da orto di Chioggia tonda, La Barbabietola da orto di Egitto migliorata, la Barbabietola da orto di Detroit, la Cilindrica, la Nera di Milano.

Clima e terreno: predilige i climi temperati e i terreni di medio impasto, ben dotati di sostanza organica, profondi e freschi, neutri o appena basici.

Avvicendamento: si può ritenere una coltura da rinnovo e, come tale, è adatta ad aprire una rotazione.

Consociazione: ben si associa a molti ortaggi e in particolare a cavoli, lattughe, cipolle, carote.

Semina: si attua direttamente nell’orto, in autunno al Sud e da fine febbraio a maggio al Nord, a una profondità di circa 3 cm. Le distanze di investimento saranno di 20 cm sulla fila e di 40 cm tra le file.

Concimazioni e cure colturali: si distribuiscono 2 quintali di letame maturo per ogni 100 mq di terreno, interrati qualche mese prima della semina a una profondità di 30-40 cm. Le cure colturali prevedono irrigazioni in caso di andamento stagionale siccitoso, evitando, comunque, di distribuire acqua prima della raccolta per non causare spaccature del fittone che ne peggiorerebbero la qualità. Scerbature e zappettature serviranno ad arieggiare il terreno e tenerlo libero dalle infestanti, mentre il diradamento si praticherà all’emissione della quarta fogliolina per mantenere le distanze opportune.

Raccolta: si effettua con terreno asciutto estirpando le radici allorché hanno raggiunto una pezzatura corrispondente alle caratteristiche della varietà coltivata.

Piccole quantità di radici di bietola possono essere conservate tenendole separate tra loro, immerse nella sabbia, dentro cassette di legno riposte in un ambiente fresco e arieggiato.

Avversità: tra i parassiti animali ricordiamo le anguillule, le quali possono causare scarso sviluppo fogliare e radicale, nonché appassimenti. In caso di forti attacchi gran parte del prodotto viene perduto. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, sovesci di senape, consociazioni con tagete e calendula, apporto di sostanza organica perfettamente compostata nel terreno.

La mosca minatrice scava gallerie nella lamina fogliare inibendo lo sviluppo delle foglie e procurando infezioni. Preventivamente si combatte con rincalzature e seminando in luoghi ventilati, mentre la lotta diretta consiglia trattamenti con estratto di assenzio o decotto di legno quassio addizionato a sapone.

L’altica o pulce di terra rode la pagina inferiore delle foglie più tenere. Ci si oppone con pacciamature, infuso concentrato di tanaceto o assenzio, spolverando le foglie di litotamnio o bentonite in presenza della rugiada mattutina. In caso di attacchi particolarmente violenti si può ricorrere a trattamenti a base di piretro.

Altri parassiti animali sono la cassida, il grillotalpa, gli afidi, il maggiolino, il ragnetto rosso, nonché lumache e limacce.

Oltre a virosi e batteriosi, ricordiamo tra le crittogame la peronospora della bietola la quale causa sulle foglie delle zone di color giallastro o rossiccio, ondulate, in corrispondenza delle quali compare sulla pagina inferiore una muffetta feltrosa. Successivamente le foglie disseccano e la pianta, in caso di forti attacchi, muore. La peronospora della bietola può colpire anche colletto, fittone e scapo fiorale. Quest’ultimo dissecca e viene rimpiazzato da scapi laterali. La lotta preventiva s’avvale di semente sana e resistente e opportune rotazioni.

Il mal bianco della bietola causa danni piuttosto seri, maggiormente con temperature calde. Sulle foglie appare una muffa farinosa, biancastra che rapidamente interessa tutta la sua superficie. Le foglie colpite assumono un aspetto giallastro e disseccano. La lotta si basa sull’impiego di zolfo micronizzato da distribuire fin dalle prime manifestazioni della malattia.

La cercosporiosi della bietola è probabilmente la malattia più pericolosa della bietola la quale viene interessata in tutte le sue parti verdi. Dapprima si manifesta sulle foglie con minutissime tacche rotondeggianti le quali in breve s’allargano diventando macchie circolari o poligonali di color scuro, bordate da un colore più intenso. Successivamente confluiscono tra loro originando aree necrotiche che possono portare al completo disseccamento della foglia. La lotta prevede trattamenti a base di poltiglia bordolese o ossicloruro di rame ripetuti.

Il nerume della bietola affligge in particolare piante già malate, per cui la sua importanza è relativa, mentre la ruggine della bietola s’accanisce in modo violento solo con una certa rarità. Il mal del piede o gamba nera della bietola si manifesta dapprincipio con un imbrunimento appena sotto la zona del colletto che successivamente giunge a interessare l’interno del fittone e talvolta l’intera radice causando raggrinzimenti e fessurazioni. La lotta si basa soprattutto sull’impiego di semi conciati appositamente.

Il marciume secco o rizottoniosi colpisce la bietola in tutti gli stadi vegetativi, ma è particolarmente pericoloso allorché colpisce le piantine giovani, sulle quali causa imbrunimenti e necrosi nella zona sottostante al colletto.

La difesa prevede la distruzione delle piante infette, l’adozione di opportune rotazioni, drenaggi per impedire i ristagni d’acqua.

Il mal vinato della bietola può causare seri danni soprattutto nei terreni molto umidi. Il fettone malato si ricopre di una feltrosità di colore vinoso. La lotta si basa sulla distruzione delle piante infette, l’impiego di ampie rotazioni, drenaggi al terreno per impedire i ristagni d’acqua.

Annotazioni: talvolta la barbabietola da orto può andare soggetta ad alcune carenze di microelementi, che si manifestano in diverso modo sulla pianta. Ad esempio la mancanza di manganese causa un colore giallastro fra le venature delle foglie più vecchie mentre, se le radici mostrano chiazze grigie o marroni, la causa va ricercata nella mancanza di boro nel terreno.

Fauna Selvatica in Italia

Mammiferi, Uccelli, Rettili e Anfibi

Algiroide di Fitzinger – Algyroides fitzingeri Wiegmann
Atlante della Fauna selvatica italiana – Rettili

Classificazione sistematica e distribuzione

Classe: Rettili
Ordine:  Squamati
Sottordini: Sauri
Famiglia:  Lacertidi
Genere: Algyroides
Specie: A. fitzingeri

L’Algiroide nano o di Fitzinger è una specie endemica della Sardegna e della Corsica abbastanza rara. È comune nelle macchie e boschi a sclerofille, specie in vicinanza di corsi d’acqua.

Caratteri distintivi

E’ lungo circa 15 cm, di cui più di metà costituiti dalla coda. Ha un corpo appiattito con grosse squame carenate nella zona dorsale e altre, più piccole, su fianchi e coda. Presenta un evidente collare dietro il capo, che è piuttosto sottile. La colorazione è un marrone/bronzo uniforme, il ventre è, nel maschio, di un colore arancione vivace.

Biologia

Di abitudini diurne, si nutre di insetti e altri artropodi. Va in letargo nella stagione invernale e vi esce solo a primavera inoltrata. La femmina depone anche 4 uova di circa 8 mm, in maggio o giugno. La schiusa avviene tra la fine di luglio e gli inizi di settembre.

Esemplare giovane di Algiroide di Fitzinger (foto Bobby Bok www.euroherp.com)
Algiroide di Fitzinger (foto Birgit Oefinger www.euroherp.com)

Atlante dei Parchi Faunistici, Zoo Safari e Acquari in Italia

Parco Nazionale del Cilento-Vallo di Diano – Campania
Atlante dei Parchi e delle aree protette in Italia

Tipologia di area protetta – Dove si trova

Tipologia: Parco Nazionale; istituito con legge 6 dicembre 1991, n. 394, D.M. 4 dicembre 1992, D.M. 5 agosto 1993, D.P.R. 5 giugno 1995, legge 9 dicembre 1998, n. 426.
Regione: Campania
Provincia: Salerno

Il Parco Nazionale del Cilento e della Valle di Diano occupa una vasta area (181.048 ettari) nella parte medidionale della Campania (in provincia di Salerno), fra costiera e rilievi interni. Nel 1997 è stato inserito nella prestigiosa Rete mondiale di Riserve di Biosfera dell’UNESCO. Tale rete è l’elemento chiave per realizzare l’obiettivo del Programma MAB (Man and Biosphere): mantenere un equilibrio, duraturo nel tempo, tra l’Uomo e il suo Ambiente attraverso la conservazione della diversità biologica, la promozione dello sviluppo economico e la salvaguardia degli annessi valori culturali.

Templi di Paestum – Pisciotta (foto E.P.T. Salerno www.pncvd.it)

Descrizione

Il tratto costiero va da Agropoli alla Punta degli Infreschi e comprende le famosissime Palinuro e Marina di Camerota, oltre a Punta Licosa (e all’isola omonima), tesoro marino di straordinaria bellezza; la montagna è aspra e selvaggia, ricca di forme carsiche come grotte (come quelle di Pertosa, una cavità carsica con uno sviluppo di oltre 2 km) e doline e guglie simili a quelle dolomitiche.
La parte più settentrionale dell’area protetta è occupata dai Monti Alburni, rilievi di origine sedimentaria composti da rocce calcareo-dolomitiche. Il versante a nord appare dirupato, quello a sud è più dolce e ricoperto da vasti boschi di faggio e pascoli, dove è ricca l’avifauna (picchi, colombacci, beccacce e rapaci notturni).
Più a sud si trova il Monte Cervati, la vetta più elevata del Parco (1.898 m), che presenta una straordinaria successione di ambienti naturali. Nella montagna accanto, il Monte Motola, sopravvive una rara abetina di abete bianco.
Il Vallo di Diano, al margine orientale del Parco, piana bonificata bagnata dal Calore e dal Tanagro, ha costituito un’importante via di comunicazione verso il Sud. Nel più appartato Cilento la popolazione è ancora legata alle proprie radici: a Rosigna Vecchia, paese da decenni abbandonato, si continuano a celebrare sagre e ricorrenze religiose. Il Parco promuove molteplici iniziative e progetti di valorizzazione delle attività socioeconomiche, favorendo il riconoscimento di marchi di qualità per diversi prodotti agro-alimentari.
S.Maria di Castellabate e Punta Licosa costituiscono le attrattive del versante del Parco affacciato sul Golfo di Salerno. Più a su della costa cilentana si trovano Pisciotta, palinuro e il suo capo oltre il quale sorge Marina di Camerota. Il capo e la costa presentano nicchie, cave e grotte suggestive, a volte anche ricche di storia come la Grotta delle Ossa, dove sono stati trovati resti di animali e armi di selce. Splendida è anche la Cala degli Infreschi, così detta per le abbondanti vene di freschissima acqua dolce nascoste sotto la sabbia o che sgorgano direttamente in mare.

Fauna

Il territorio del parco racchiude alcune delle aree naturalistiche meglio conservate di tutta la regione campana: a testimoniarlo, la presenza di specie di animali che prediligono territori selvaggi e incontaminati come l’aquila reale, che nidifica nel comprensorio del Monte Cervati, la coturnice, nel tratto appenninico tra Sanza e Rofrano, e il gracchio corallino, una specie d’alta montagna in diminuzione ovunque in Europa. Presenti e nidificanti sono anche il picchio verde, il picchio rosso maggiore e il rarissimo picchio nero, oltre allo sparviere, un rapace tipico degli ecosistemi forestali intatti. A distanza di tre secoli la cicogna bianca (Ciconia ciconia) ha ricominciato a nidificare nel mezzogiorno. Dal 1996, infatti si ferma in Campania, all’interno dei confini del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano (nei pressi di Sala Consilina), per un periodo sufficiente alla riproduzione.

Oasi Gole del Calore di Felitto

Si trova nel comune di Felitto (provincia di Salerno) nell´alto Cilento e occupa una superficie di 150 ettari. L´ambiente si presenta con un´insieme di gole fluviali strette e profonde, formate dal fiume Calore. Lungo le gole si trova una grande varietà di felci. Più in alto, boschi misti di frassino, orniello, alloro, viburno, ontano, maggiociondolo, alternati alla macchia mediterranea composta da mirto, lentisco, corbezzolo, ginestra, alterno, erica arborea.

Fiume Calore – Parco Nazionale del Cilento e della Valle di Diano (foto E.P.T. Salerno www.pncvd.it)

Informazioni per la visita

Accessi al Parco:
– Agropoli: accesso al gruppo del Monte della Stella e alla costa di Santa Maria di Castellabate;
– Vallo della Lucania: accesso al Monte Sacro;
– Sicignano degli Alburni: accesso ai Monti Alburni;
– Sanza: accesso al Monte Cervati;
– San Giovanni a Piro: accesso al Monte Bulgheria e alla costa di Camerota, Palinuro e Pisciotta.

Centri visitatori:
– Centri visita a Montecorice e Vibonati;
– Museo Naturalistico degli Alburni a Corleto Monteforte;
– Museo del Mare a Pollica, fraz. Pioppi;
– Museo della Civiltà contadina a Montecorice, fraz. Ortodonico;
– Antiquarium a Palinuro;
– Museo vivente della Valle delle Orchidee a Sassano;

Gestione:
Sede: URP Parco
Via Filippo Palumbo, 18 c/o Palazzo Mainenti
84078 Vallo della Lucania (SA)
Sito web: www.pncvd.it

Mondo vegetale

Atlante dei funghi

Atlante delle principali specie di funghi commestibili e velenosi, funghi simbionti, saprofiti e parassiti

Agaricus aestivalis var. veneris (Heim & Becker) Wasser
Atlante dei funghi – Funghi commestibili e velenosi

Classe: Basidiomiceti
Nome scientifico: Agaricus aestivalis var. veneris (Heim & Becker) Wasser (1980)
Sinonimo: Psalliota aestivalis var. aestivalis F. H. Möller (1950)

Caratteristiche morfologiche

Cappello: diametro fino a 12 cm, convesso, ma spianato verso il centro, bianco tendente al giallo, pecialmente al tatto, decorato da minutissime fibrille sericee radiali, più chiaro al margine.
Lamelle: fitte, libere, intercalate da lamellule, all’inizio di colore bianco-grigiastre, poi grigio-rosa, infine bruno-scuro, filo lamellare biancastro.
Gambo: 5-12 x 1-1,5 cm, cilindrico, leggermente ingrossato alla base, (ma non bulboso), pieno, poi farcito, di colore grigio-rossastro all’apice sopra l’anello, sotto da liscio, biancastro, bianco-grigiastro con riflessi lilacini, base in vecchiaia ingiallente. Anello supero, inguainante, fragile.
Carne: tenera, bianca a giallo-pallido all’aria, ocracea alla base del gambo; odore gradevole, leggermente aniseo.
Spore: ovoidi, bruno-scure in massa.

Agaricus aestivalis var. veneris (Heim & Becker) Wasser (foto www.linneenne-amiens.org)

Commestibilità, habitat e osservazioni

Relazione con l’ambiente vegetale circostante: fungo simbionte.
Cresce nei boschi di conifere (abete rosso), in primavera.
Buon commestibile.

Giardinaggio

Tecnica di coltivazione delle principali colture orticole

Chenopodiacee

Famiglia che, seppure botanicamente importante, non vanta similmente ad altre, un grande numero di ortaggi.

Bietola da coste – beta vulgaris var. cycla

Varietà: bieta a costa argentata bionda di Lione, Bionda da taglio triestina, Verde liscia da taglio,

Verde a costa larga argentata.

Clima e terreno: il clima temperato è quello più idoneo alla coltura la quale, per altro, non rivela particolari esigenze climatiche. Temperature primaverili piuttosto basse, possono portare a una formazione precoce del seme. I terreni migliori sono quelli di medio impasto, freschi e profondi, irrigui, ma senza ristagni d’acqua e con buona dotazione di sostanza organica.

Avvicendamento: si può ritenere una coltura da rinnovo e, come tale, è adatta ad aprire una rotazione.

Consociazione: ben s’associa a molti ortaggi e in particolare a cavoli, lattughe, cipolle, carote.

Semina: si può effettuare in semenzaio a febbraio utilizzando il letto caldo per trapiantare allorché le piantine hanno emesso la 5^-6^ foglia; oppure direttamente nell’orto in primavera o in estate a file con distanze di 25 cm sulla fila e di 40 cm tra le file. La profondità di semina s’aggira attorno ai 3 cm. 3 grammi di seme sono sufficienti per 1 metro quadrato di semenzaio.

La bietola da coste può essere seminata direttamente a dimora distribuendo il seme a postarelle.

Nel caso di trapianto, questo va effettuato allorché le piantine della bietola da coste presentino 5- foglie vere. Al momento dell’impianto si consiglia di recidere la parte superiore delle foglie.

Concimazioni e cure colturali: la concimazione organica prevede una distribuzione di 3 quintali di letame per 100 metri quadri di orto, interrato per tempo con una vangatura alla profondità di 30-35 cm. Le cure colturali si basano su irrigazioni costanti per tutto il ciclo vegetativo della pianta per favorire lo sviluppo fogliare; scerbature e zappettature per arieggiare il terreno e tenerlo sgombro dalle infestanti; diradamenti.

Raccolta: s’effettua a scalare, recidendo le foglie più esterne della pianta quando sono bene sviluppate.

Avversità: peronospora e marciume secco o rizottoniosi.

Atlante dei Parchi Faunistici, Zoo Safari e Acquari in Italia

Atlante dei Parchi Faunistici, Zoo Safari e Acquari in Italia

Acquario di Genova
Atlante dei Parchi Faunistici, Zoo Safari e Acquari in Italia

Tipologia di area protetta – Dove si trova

Acquario privato (Costa Edutainment)
Regione: Liguria (Genova)

L’Acquario, di proprietà di Porto Antico di Genova SpA e gestito dalla società Costa Edutainment SpA, è stato inaugurato nel 1992 in occasione delle Colombiadi. La progettazione della struttura e dell’area limitrofa è dell’architetto Renzo Piano, l’allestimento degli interni è stato curato dall’architetto Peter Chermayeff. Successivamente è stato a più riprese ampliato. Al momento della sua inaugurazione era il secondo Acquario più grande al mondo.
L’Acquario di Genova nasce e cresce con una missione particolare: quella di creare consapevolezza tra la popolazione alla conservazione marina e alla gestione responsabile degli ambienti acquatici. Con questo obiettivo in mente, sono state create alcune linee di sviluppo in un ambiente culturale e scientifico che coinvolgono famiglie, scuole e tutti i centri d’educazione sociale, impiegati in azioni concrete volte a salvare gli ecosistemi marini.

Acquario di Genova
Acquario di Genova

Descrizione

Il percorso di circa 2 ore e 30 minuti comprende 70 vasche cui si aggiungono le 4 a cielo aperto del Padiglione Cetacei inaugurato nell’estate del 2013. La superficie totale della struttura è di 27.000 metri quadrati. Le vasche ospitano circa 15.000 animali di 400 specie diverse tra pesci, mammiferi marini, uccelli, rettili, anfibi, invertebrati in ambienti che riproducono quelli originari delle singole specie con evidenti finalità didattiche.
Quattro grandi vasche consentono di osservare gli animali da due diversi livelli; ospitano rispettivamente i lamantini, squali di diverse specie, foche, pinguini. Nel Padiglione Cetacei, i delfini possono essere ammirati sia dall’alto, grazie a una grande parete vetrata con una finestra apribile, sia da una prospettiva subacquea grazie al tunnel vetrato di 15 metri di lunghezza e al grande acrilico lungo 20 metri.
Due volte al giorno, il pubblico può assistere al momento del pasto dei delfini con un addestratore a disposizione per raccontare curiosità e informazioni sulla biologia degli animali e sul lavoro quotidiano necessario al mantenimento di questi animali.
Una volta al mese, l’Acquario di Genova propone la “Notte con gli Squali”, offrendo a un massimo di 35 ragazzi per notte (di età compresa tra i 7 e i 13 anni) di dormire davanti alla vasca degli squali, passando un’intera notte all’interno dell’acquario, per scoprire tutto sul comportamento notturno dei suoi abitanti.

Acquario di Genova – Pesce pagliaccio

Informazioni per la visita

Al fine di poter divulgare un messaggio comprensibile a tutti, bambini ed adulti, l’Acquario organizza eventi ed iniziativeatte ad incoraggiare la gente a riflettere sulle questioni ambientali. Per le sue iniziative di ricerca l’Acquario è assistito da un Consiglio scientifico e dal AquaRing EU project (un progetto della Unione Europea) il cui scopo è quello di identificare le aree in cui intervenire e definire gli obiettivi connessi alle azioni definite.
L’acquario si compone di 70 vasche che riproducono gli habitat marini e terrestri di tutto il mondo, fornendo una dimora a più di 6000 animali appartenenti a 600 specie diverse. In totale sono 9.700 i metri quadrati, percorribili in un percorso di poco meno di 3 ore, tra quattro piani, due dei quali sotto il livello del mare (una profondità di 7 metri).
Troviamo tra le tante, la vasca degli Squali, con magnifici esemplari come lo squalo zebra o il pesce sega, la vasca dei pinguini o quella dei delfini, la vasca dei grandi granchi del Giappone che ospita anche l’incredibile esemplare di Macrocheira Kaempferi che raggiunge un peso di 20 kg, un’apertura di anche 4 metri e vive in media 100 anni! La grandissima Vasca del molo antico” lunga 15 metri ed alta 2 è forse quella che più ricorda la storia importante di Genova, ricostruisce perfettamente la banchina del Porto Antico del XV secolo (non poteva non ospitare le specie più tipiche degli ambienti costieri liguri).
Le vasche coralline sono forse le più affascinanti di tutto il percorso, sarà per gli incredibili colori che si ammirano, come quelli del pesce pagliaccio, il pesce palla o il pesce scorpione, ospitati nella Vasca della scogliera corallina del Madagascar, mentre quella della Foresta del Madagascar ospita incredibili esemplari come il Camaleonte di Parson uno dei più grandi esemplari con una lunghezza di 60 cm; all’interno anche il coccodrillo del Nilo e la simpatica rana rossa, detta anche rana pomodoro.
L’area chiamata il Vascello degli Esploratori presenta esemplari come il Discus e il pitone verde, mentre nella Vasca delle Cinque Terre si ammirano i pesci nostrani: il pesce trombetta (della famiglia delle Centriscidae), i coralli della gorgonia rossa, della famiglia delle Paramuriceidae, il colorato pesce castagnola rossa e il pittoresco Cerianto, un esacorallo bianco (i suoi tentacoli possono raggiungere anche un diametro di 40 metri). Da non perdere, per il discorso didattico sopra citato la zona delle Aree marine protette che ospita pesci come la cernia bruna, la murena, lo scorfano, il polpo e il preziosissimo corallo rosso. Un posto a noi lontano come l’Antartide ci propone esemplari conosciuti ancora con il loro nome latino, molti molluschi e una tipo stella marina rossa della famiglia delle Odontasteridae.

Contatti:
Sito web: www.acquariodigenova.it
Costa Edutainment S.p.A.
Acquario di Genova
Area Porto Antico – Ponte Spinola
16128 Genova
Tel. 010/23451

Mondo vegetale

Atlante dei funghi

Atlante delle principali specie di funghi commestibili e velenosi, funghi simbionti, saprofiti e parassiti

Acetabula leucomelas (Pers.) Sacc.
Atlante dei funghi – Funghi commestibili e velenosi

Classe: Ascomiceti
Nome scientifico: Acetabula leucomelas (Pers.) Sacc.
Sinonimi: Paxina leucomelas (Pers.) Kuntze, Helvella leucomelaena (Pers.) Nannf.

Caratteristiche morfologiche

Carpoforo: larghi 3-5 cm e alti altrettanto, semisferici, a margine diritto a maturità leggermente piegato all’esterno, a volte dentellato.
Imenio: bruno-nerastro; all’esterno biancastro con tendenza ad imbrunire
Gambo: corto con pliche che arrivano al ricettacolo.
Carne: sottile e fragile, senza odore e sapore particolari.
Spore: ellittiche, bianche.

Acetabula leucomelas (Pers.) Sacc.

Commestibilità, habitat e osservazioni

Relazione con l’ambiente vegetale circostante: Fungo saprofita. In genere nell’humus dei boschi di pino, in primavera.
Si trova in gruppi nei terreni umidi, nell’erba dei boschi cedui di latifoglie, da giugno a settembre.
Discreto commestibile.

Giardinaggio

IL GELO FA BENE AL GIARDINO

Il freddo in giardino è necessario: riduce il numero dei nemici. I piccoli insetti – gli afidi, le mosche, gli aleuronidi, i coleotteri – normalmente soccombono. Dopo un buon inverno freddo anche i funghi riducono la loro famelica attività: qualche giorno di tramontana fa del gran bene, meglio di tante cure e trattamenti. In particolare un bel gelo forte dovrebbe eliminare l’oziorrinco, terribile peste di giardini e terrazzi. Nel mio giardino non esisteva: è arrivato insieme a delle piante ordinate in qualche vivaio e tutto ad un tratto si è sviluppato. Gli oziorrinchi sono coleotteri, vivono nelle radici delle piante, in piccole tane, escono all’imbrunire e si cibano dei bordi delle foglie. Nel mio giardino fanno danno su alcune bergenie e su delle piante di alloro. Tutti gli inverni spero che con il freddo le larve di questi animali vengano folgorate ed eliminate. Col freddo di questi giorni sarà forse la volta buona? Ve lo dirò a maggio!

Mondo vegetale

Atlante dei funghi

Atlante delle principali specie di funghi commestibili e velenosi, funghi simbionti, saprofiti e parassiti.

Dal termine latino fungus e da quello greco mykés derivano rispettivamente i nomi fungo (o micete) e micologia (la scienza che si occupa dello studio dei funghi). I funghi sono organismi dotati di nucleo, privi di clorofilla, che si originano da spore e si riproducono generalmente sia in maniera sessuata che asessuata, e le cui strutture somatiche normalmente filamentose (ife), sono circondate da pareti cellulari contenenti cellulosa o chitina, o entrambe. Quando le condizioni ambientali e nutrizionali sono favorevoli, dal micelio si forma il corpo fruttifero (detto fungo) dal quale verranno prodotte le spore.

Abortiporus biennis (Bull.: Fr.) Sing.
Atlante dei funghi – Funghi commestibili e velenosi

Classe: Basidiomiceti
Nome scientifico: Abortiporus biennis (Bull.: Fr.) Sing.
Sinonimi: Polyporus biennis Bull.

Caratteristiche morfologiche

Cappello: 15-20 cm di diametro, da sessile a stipitato diviso in molti lobi, reniforme, semicircolare o irregolare, a volte zonato, vellutato, quasi spugnoso in superficie, biancastro con macchie color ocra-brunastro.
Pori: ineguali, lacerati, denticolati, labirintiformi, biancastri poi rosa giallastri.
Carne: coriacea, fibrosa, spugnosa nella parte superiore del cappello, da bianca a soffusa di rosa.
Spore: ellissoidi, bianche in massa, monoguttate.

Abortiporus biennis (Bull.: Fr.) Sing. (foto www.jsimons.dsl.pipex.com)

Commestibilità, habitat e osservazioni

Relazione con l’ambiente vegetale circostante: fungo parassita-saprofita.
Cresce nei boschi su residui legnosi o a terra vicino ai tronchi, estate-inizio autunno.
Non commestibile.

GIARDINAGGIO

Sua maestà, il Fungo – 2

A metà fra il regno vegetale e quello animale, può essere microscopico ma anche immenso.

Raccogliere funghi quando ancora non sono completamente sviluppati non è corretto, perché non si dà la possibilità al fungo di propagare le sue spore e quindi di riprodursi, ma è anche estremamente pericoloso: spesso a questo stadio i funghi tossici non sono distinguibili da quelli buoni. Meglio adulti. E’ il caso dell’ovolo (“Amanita caesarea”) uno dei funghi più pregiati, che può essere confuso nello stadio giovanile con l’ovolo della velenosissima “Amanita muscaria”. Da adulti non c’è possibilità di confondere la straordinaria bellezza e le forti tonalità dell’ovolo buono: il cappello è di un intenso giallo arancione, le lamelle e il gambo giallo oro.

I funghi nelle fiabe sono, nelle tradizioni popolari l’elemento magico del bosco, forse proprio per le loro proprietà allucinogene.

Parlando dei macromiceti, occorre una precisazione: la pianta del fungo non è quella che raccogliamo, ma si trova sottoterra: è costituita da una serie di filamenti, le ife, che si intrecciano tra loro formando una ragnatela, il micelio, dove scorre la linfa vitale. In condizioni ambientali favorevoli, la pianta inizia a produrre i frutti, i funghi che tanto cerchiamo. La loro funzione è quella di rilasciare, una volta giunti a maturazione, milioni e milioni di spore che, trasportate dal vento o dagli animali andranno a formare nuove piante in altre zone. Queste ultime, però, saranno capaci di fare frutti solo se riusciranno a incontrare e a fondersi con un altro individuo, di “sesso” opposto.

La ragnatela sotterranea si può sviluppare senza limiti: in Oregon, nelle Blue Mountains, è stato scoperto un enorme esemplare di Armillaria ostoyaei: si estende per 890 ettari, pari a 1665 campi di calcio, ed è considerato l’organismo vivente più grande della Terra. L’età stimata di questo fungo gigante è di 2.400 anni, ma c’è chi sostiene che possa averne anche 7 mila.

Forse ai funghi dobbiamo anche il trasferimento della vita sulla terraferma. Nel Wisconsin sono stati ritrovati fossili di primitivi filamenti fungini associati alle radici di piante verdi: sembra che abbiano lasciato l’ambiente acquatico insieme. La loro interazione, si sospetta, potrebbe avere favorito la colonizzazione dell’ambiente terrestre da parte dei vegetali.

Come tutto ringraziamento, le specie che in seguito hanno affollato la terraferma hanno incominciato a mangiare proprio loro, i funghi. Che a volte si difendono con il veleno. Raramente, però: in Italia, su più di 3 mila specie censite, sono appena 20 quelle tossiche, di cui meno di 10 considerate mortali. La maggior parte dei casi di avvelenamenti letali è ricondotta a un unico, temutissimo fungo, l’Amanita phalloides. I primi sintomi dell’avvelenamento si manifestano tra le 8 e le 48 ore dopo l’ingestione, quando ormai i veleni hanno avuto il tempo di colpire i loro bersagli.

Gli altri, quelli mangerecci, sono così apprezzati da essere stati chiamati la “carne dei poveri”. Perché si trovano in ogni bosco e hanno un alto contenuto di proteine.

Tra l’altro, non siamo i soli ad apprezzare i funghi: alcuni gruppi di formiche dell’America equatoriale, chiamate tagliafoglie, addirittura li coltivano. Tra i vari accorgimenti utilizzati, prima di impiantare una nuova coltivazione preparano il terreno, rendendolo soffice con le zampe; alla raccolta lasciano parte del fungo nel terreno così da consentirgli di ricrescere. Quando trasferiscono il formicaio, portano con se il fungo per formare una nuova coltura.

Un’altra qualità dei funghi è che sono… dietetici. Contengono poche calorie e sono ricchi di fibre, due caratteristiche oggi molto apprezzate: saziano, ma senza far ingrassare. In più, sono ricchi di minerali e di vitamina D, molto rara nei vegetali, indispensabile per l’assorbimento del calcio e quindi per la formazione delle ossa. Purtroppo hanno la tendenza ad assorbire metalli pesanti e altri elementi presenti in ambienti inquinati.

I funghi sono consumati anche per altri scopi, soprattutto presso popolazioni indigene dell’America Centro Meridionale, ma anche in Africa, per esempio presso la tribù Fang del Gabon e gli Yoruba della Nigeria, dove rappresentano il cardine della vita spirituale e religiosa.

Dagli Aztechi erano chiamati “teonanacatl”, ossia “carne degli dei”, per il potere loro attribuito di trasportare chi li consumava in un’altra dimensione, a contatto con la divinità. Molti appartengono al genere Psylocibe e da noi sono chiamati funghi allucinogeni, in altri luoghi funghi sacri o magici.

Sono note circa 200 specie di funghi allucinogeni, ma i micologi continuano a classificarne di nuovi. Crescono anche in Italia, specie nelle regioni centrali, dove nel periodo autunnale non è difficile trovare Psylocibe semilanceata, un fungo prataiolo dalle potenti capacità allucinogene. Consumato crudo o cotto, dopo 30-60 minuti dà allucinazioni che durano per ore. Un totale riequilibrio neuro-chimico richiede 7 giorni. Un avvertimento: in Italia ne è vietata la raccolta, la detenzione e la vendita.

Meglio ripiegare dunque su un buon piatto di porcini.

Tre tipi di funghi:

Saprofiti – I funghi saprofiti si nutrono di detriti organici in decomposizione: evitano che il bosco si trasformi in una discarica e forniscono nutrienti alle piante.

Parassiti – Parassiti del legno: funghi che vivono a spese della pianta ospite.

Simbionti – I filamenti di alcuni funghi compenetrano le radici di piante superiori, formando le micorrize: i funghi assorbono per la pianta acqua e sali, e in cambio sono da essa nutriti.

Giardinaggio

Sua maestà, il Fungo

A metà fra il regno vegetale e quello animale, può essere microscopico ma anche immenso.

I funghi, come gli animali, non sanno costruirsi le sostanze nutrienti, e non hanno bisogno di luce per vivere.

Come i vegetali non hanno mezzi di locomozione e si riproducono affidando le proprie spore al vento o ad animali.

I funghi sono ovunque, ci circondano, ci nutrono, ci dissetano, ci colonizzano, ci curano… Consentono la lievitazione del pane, la fermentazione di alcuni alcolici, la preparazione di formaggi, e ci deliziano con il loro profumo e sapore inconfondibili.

Grazie a essi abbiamo ottenuto i primi antibiotici, ma sono anche stati causa di intossicazioni, e portatori di malattie, sia per l’uomo sia per molte colture vegetali. D’altra parte, provvedono alla salute dei boschi fornendo nutrimento a piante e animali: ci sono anche colonie di formiche che se ne cibano coltivandoli in enormi camere sotterranee. Ma non sono tutti piccolissimi: anzi, è un fungo l’organismo più grande della Terra.

I lieviti e le muffe, riuniti nel gruppo dei micromiceti, sono però ben più numerosi dei funghi classici, i macromiceti, e molte specie microscopiche non sono ancora conosciute e classificate. I macromiceti, cioè i funghi che suscitano l’interesse del raccoglitore, a oggi contano circa 12 mila specie classificate. Che non ci affascinano solo perché sono buoni da mangiare, ma anche per la loro componente di mistero: compaiono nel bosco qui e là, come d’incanto, crescono con rapidità inconsueta e scompaiono altrettanto in fretta.

Già nella Bibbia si trovano riferimenti al rapporto tra l’uomo e i funghi: a sette anni di abbondanza si alternavano sette anni di carestia, punizione divina per l’infedeltà degli uomini. La dea Robigo, la ruggine responsabile della carestia, era venerata per scongiurare nuove carestie. Il vero colpevole? Un microscopico fungo parassita dei cereali, Puccinia graminis, la ruggine nera del grano, è ancora oggi uno dei più temuti flagelli delle nostre messi. I chicchi dei cereali colpiti appaiono rinsecchiti poiché il fungo utilizza il nutrimento che dovrebbe essere accumulato nel seme.

I funghi, inoltre, hanno sempre ispirato timore per le loro potenzialità venefiche. Pasti finiti in tragedia sono documentati fin dal 54 d.C.: in quell’anno Agrippina avvelenò il marito Claudio, pare con la Amanita phalloides, così da far salire al trono il figlio Nerone.

Nel 1722 le mire espansionistiche dello zar di Russia Pietro il Grande furono fermate da Claviceps purpurea, fungo parassita che cresce nella spiga della segale. La farina infetta che si ottiene ha proprietà fortemente tossiche: con questa i soldati russi fecero il pane di cui si cibarono, e con cui si avvelenarono; nel fungo sono contenuti circa dodici alcaloidi, tra cui l’ergotina, che dà l’ergotismo, comunemente chiamato fuoco sacro: i sintomi sono cancrena agli arti e dolori atroci.

In compenso, moltissime vite umane sono state salvate dai funghi. Dalla muffa Penicillium notatum deriva infatti la penicillina, il primo antibiotico usato nella pratica medica. Un’altra sostanza prodigiosa ha consentito di minimizzare i rigetti nei trapianti d’organo: è la ciclosporina, isolata da Tolypocladium inflatum, un fungo scoperto per caso in un pugno di terra in Norvegia, nel 1970, e dotato di notevoli proprietà immunosoppressive: senza di essa i trapianti non sarebbero possibili perché il nuovo organo sarebbe riconosciuto come estraneo e rigettato.

Un altro penicillio, Penicillium glaucum, ha contribuito ad arricchire le nostre tavole con un formaggio unico: il gorgonzola. La screziatura verde nella pasta, cui si deve il caratteristico sapore, sono infatti microscopici funghi. Nella lavorazione, al latte sono aggiunte spore di penicillii: dopo 4 settimane di maturazione, la forma viene bucata con grossi aghi metallici, l’aria entra nella pasta e induce la crescita della muffa.

Non è finita. Il lievito di birra Saccharomyces cerevisiae, un fungo unicellulare, è responsabile della fermentazione che permette la lievitazione della pasta del pane e dei dolci. Anche quella del vino avviene ad opera dei lieviti: sono milioni, e compaiono già sulle uve mature, trasformando gli zuccheri in alcool etilico. I lieviti della birra provvedono anche alla fermentazione alcoolica del malto d’orzo addizionato col luppolo.

Meno benevoli sono i micromiceti che parassitano l’uomo e gli animali, dando origine ad infezioni dette micosi, superficiali se colpiscono la pelle, o profonde se raggiungono gli organi interni. I funghi penetrano nella pelle, e le spore infettive sono in grado di sopravvivere anche per due anni prima di svilupparsi, in corrispondenza di alte temperature, umidità e abbassamento delle difese immunitarie dell’ospite. Tra i più diffusi un lievito, la Candida, che infetta cute e mucose. Un altro tipo di funghi parassiti sono i dermatofiti, che si nutrono di cheratina e attaccano perciò capelli, pelle, unghie, dando le tigne.

Continua.

Giardinaggio

Malattie e parassiti più comuni degli ortaggi – 2

Parassiti animali

Acari

Chiamati comunemente anche ragnetti rossi o gialli, pungono le foglie causando delle tipiche punteggiature a cui può seguire l’ingiallimento e la morte. Attaccano diversi ortaggi, tra cui bietole, pomodori, melanzane, zucche, meloni. La lotta preventiva consiste in trattamenti con litotamnio e farina di rocce e nella riduzione delle concimazioni azotate. Quella diretta prevede la distruzione dei vegetali colpiti e trattamenti con macerato d’ortica abbinato con il 5% di bentonite o, nei casi più gravi, rotenone o piretro.

Afidi

Comunemente chiamati pidocchi, gli afidi sono sicuramente tra i fitofagi più comuni. Questi insetti di diverso colore, pungono foglie e germogli suggendo la linfa e causando il loro accartocciamento e intristimento. Gli afidi, inoltre, attraverso le loro punture possono trasmettere pericolose virosi ai vegetali. Attaccano numerosi ortaggi e si combattono preventivamente con pacciamature e concimazioni povere d’azoto. La lotta diretta prevede l’asportazione delle parti infestate e trattamenti con macerata d’ortica, litotamnio, ceneri di legna e, nei casi più gravi, con rotenone e piretro.

Altiche

Coleotteri di piccole dimensioni conosciuti anche col nome di pulci. Colpiscono in particolare le foglie di cavoli, bietole e rape causando erosioni e bucherellature. Si può intervenire preventivamente con infusi di tanaceto o assenzio e adeguate pacciamature o, direttamente, in caso di attacchi consistenti con piretro.

Anguillule o nematodi

Vermi di piccole dimensioni assai dannosi in quanto le loro larve si introducono nelle radici di moltissimi ortaggi facilitando lo sviluppo di marciumi e virosi. La pianta colpita intristisce e muore. La lotta si basa sulla pratica delle rotazioni, l’apporto di sostanza organica stagionata, consociazioni con tagete e calendula, sovesci di senape.

Cavolaia

Farfalla dalle ali bianche punteggiate di nero, assai nota. Le sue larve si cibano delle foglie dei cavoli e di molte crucifere erodendole fino alle nervature. Oltre che con rotazioni, si può intervenire con decotti di tanaceto o assenzio. Se l’attacco è consistentesi può trattare con Baacillus thuringiensis o irrorazioni con acqua saponata.

Cecidomie

Microscopici moscerini le cui larve si sviluppano all’interno dei vegetali causando deformazioni. Nota è la cecidomia dei fagioli. Può essere combattuta con soluzioni di sapone o piretro.

Criocere

Coleotteri di piccole dimensioni le cui larve e adulti rosicchiano le parti aeree delle piante, soprattutto di quelle giovani. Particolarmente pericolosa è la criocera dell’asparago che causa danni anche a turioni. La lotta preventiva considera aspersioni di litotamnio sopra le foglie umide di rugiada. Al rotenone si può ricorrere in caso di forti attacchi.

Dorifora

Coleottero di facile individuazione per le sue caratteristiche dieci linee nere longitudinali sullo sfondo giallo del dorso. Le larve hanno un colore rosso con punti neri. Entrambi si cibano delle foglie della patata, causando, in casi gravi, la completa defogliazione. Qualche volta possono aggredire anche il pomodoro e la melanzana. La difesa preventiva si basa sull’uso di letame maturo per le fertilizzazioni e sulla distruzione dei residui vegetali infestati. Quella diretta, oltre all’eliminazione manuale, prevede aspersioni mattutine con litotamnio sulle pagine inferiori delle foglie e trattamenti a base di piretro, nicotina o rotenone.

Elateridi

Le larve di questi coleotteri attaccano le radici e il colletto di molti ortaggi (carota, insalata, porro, zucca, melanzana, basilico ecc.). Esse persistono più anni nel terreno e a causa della loro consistenza sono dette anche vermi filo di ferro.

La lotta preventiva prevede sovesci di senape, concimazione con letame maturo e distribuzione di litotamnio nei terreni con pH acido. La lotta diretta si basa su esche.

Grillotalpa

Grosso insetto che attraverso cunicoli scavati nel terreno giunge a rodere radici e colletto di molti ortaggi causandone la morte. Esce preferibilmente la notte. La lotta si basa sull’impiego di esche.

Maggiolino

Insetto le cui larve e adulti attaccano rispettivamente le radici e la parte aerea di molti ortaggi. La lotta si basa su rotazioni e esche.

Mosche

Ditteri le cui larve causano gravi danni a diverse colture. Si ha così la mosca della carota che provoca gallerie nelle radici; la mosca della cipolla e dell’aglio che divora la parte centrale dei bulbi causando marciumi; la mosca delle bietole che scava gallerie nello spessore fogliare ecc. Oltre all’impiego di prodotti chimici, la lotta si articola in diverse maniere. La mosca della cipolla si può combattere preventivamente impiegando letame maturo, consociando con carote, trattando le piantine con litotamnio o con legno quassio o rotenone. Alla mosca del sedano ci si oppone mediante consociazione con liliacee o trattando con estratto di assenzio o legno quassio (800 g) più sapone (200 g) in 1 hl d’acqua. La mosca minatrice delle bietole si previene rincalzando il colletto delle piantine. La mosca della carota si combatte spargendo sul terreno fuliggine dopo la pioggia, oppure irrorando la pianta con una miscela di 30 ml di paraffina liquida diluita in 5 lt di acqua.

Mosche bianche o aleurodidi

Piccoli omotteri di colore bianco che pungono le piante e ne succhiano la linfa. Ciò causa l’intristimento e la caduta delle foglie e l’emissione di melata sulla quale si sviluppano funghi dannosi. La lotta preventiva si basa sull’arieggiamento delle serre. La lotta diretta contempla l’uso di trappole cromotropiche gialle e trattamenti con infuso di tanaceto o, nei casi più intensi, con rotenone o piretro.

Nottue o agrotidi

Le larve di queste farfalle escono allo scoperto soprattutto di notte attaccando, generalmente, le piante al colletto. Nel carciofo, invece, scavano gallerie nelle nervature delle foglie e giungono a danneggiare i capolini. La lotta è diversa e articolata. Oltre alla distruzione delle parti attaccate, si può ricorrere a esche, alla protezione del colletto delle piante mediante collari di cartone, a trattamenti a base di piretro o rotenone.

Tignole

Piccole farfalle le larve delle quali causano defogliazioni su cipolla, aglio, porro, melanzana. La lotta preventiva si basa sulla distruzione delle parti infestate. Quella diretta conta sull’impiego di piretro e rotenone.

Tonchi

Coletteri le cui larve vivono nei semi delle leguminose, scafando fori. Si possono combattere ritardando le semine, trattando per 1 ora i semi in acqua a55-60°C prima di immagazzinarli, spolverando i semi con litotamnio 20gr/1kg di seme). In caso di forti attacchi trattare con piretro.

Tortrici

Piccole farfalle le cui larve possono portare danno ad alcuni ortaggi. Tra i diversi sistemi di lotta ricordiamo le zappature invernali che espongono le crisalidi alla voracità degli uccelli.

Tripidi

Suggono la linfa dagli apici vegetativi, dalle foglie e dai frutti di diversi ortaggi. Si combattono con trattamenti al piretro.

Virus

I virus corpuscoli microscopici in grado di trasmettere alle piante malattie assai pericolose. Le loro infezioni vengono propagate attraverso le punture di insetti (ad esempio afidi), di nematodi o per ferite causate alle piante nel corso delle lavorazioni. Tra i numerosi ortaggi colpiti dalla virosi citiamo: pomodoro, peperone, melanzana, bietola, cavoli, fagioli, cipolle, porri.

Le malattie da virus si manifestano con caratteristiche aree scolorite, note con il nome di mosaico, ma anche con altre sintomatologie, come avvizzimenti, apici ricurvi ecc. La lotta si basa su due punti essenziali: la soppressione dei parassiti vettori (afidi e nematodi, soprattutto) è la prevenzione. Questa consiste nell’uso di attrezzi da lavoro puliti e nell’utilizzazione di piantine e sementi esenti o resistenti ai loro attacchi.

Giardinaggio

Malattie e parassiti più comuni degli ortaggi

Batteri e crittogame

Alternariosi

Sono malattie fungine che colpiscono molti ortaggi (cavoli, pomodoro, patate, carote, porri ecc.). Si sviluppano in presenza di ambienti umidi manifestandosi sulle foglie con macchie circolari e concentriche che portano al disseccamento. I frutti colpiti presentano macchie depresse concentriche.

La lotta preventiva si basa sulle rotazioni e trattamenti con ossicloruro di rame e calcio. Bruciare le parti infette e disinfettare il seme ponendolo in macerato d’equiseto.

Antracnosi

Fungo che, oltre al pomodoro, attacca fagiolo, cipolla, lattuga, pisello, peperone, anguria ecc.

Causa sulle foglie adulte macchie rotondeggianti con lembi rilevati. Macchie simili, depresse, si manifestano sui frutti.

Lotta: come per l’alternariosi.

Botriti

Malattia fungina che si manifesta su foglie e frutti con muffe feltrose.

Attacca pomodoro, fragola, melanzana, peperone, fagiolo, fava ecc., causando marciumi e disseccamenti.

La lotta preventiva si basa sull’eliminazione delle parti infette. Quella diretta prevede l’impiego di ossicloruro di rame e calcio.

Cancri

Sono causati sia da funghi che da batteri.

Causano deformazioni sui vegetali. La lotta è simile a quella adottata per i batteri.

Ernia dei cavoli

Malattia causata da un plasmodio che colpisce cavoli e crucifere in genere.

Sulle radici si manifestano dei tubercoli gialli, dapprima lisci, che poi raggrinziscono e si decompongono portando alla degenerazione dell’apparato radicale.

La lotta si basa su opportune rotazioni e nella disinfezione delle piantine da trapiantare immergendole in una soluzione di idrossido di rame.

I semi possono essere posti in macerato d’equiseto.

Non piantare in terreni umidi o con pH acido.

Marciumi

Attaccano numerose orticole colpendole al colletto o alle radici.

Sono causati da diversi agenti (Fusarium, Sclerotinia, Rhizoctonia, Pythium ecc.).

Molto pericolosi, si manifestano preferibilmente in ambienti caldi e umidi come, ad esempio, i semenzai.

La lotta preventiva si basa sulle rotazioni, nella scelta di varietà resistenti, nell’evitare gli eccessi idrici.

La lotta diretta prevede l’eliminazione delle piante infette e trattamenti a base di ossicloruro di rame o soluzione idroalcolica di propoli addizionata a Sulfar.

Oidio o mal bianco

Funghi che colpiscono molti ortaggi: melanzana, zucchino, pisello, cece, melone, anguria, cavoli ecc.

Si manifestano con una tipica muffa bianca sulle foglie che poi appassiscono e disseccano.

Oltre alla scelta di varietà resistenti, la lotta si basa sull’impiego di prodotti a base di zolfo o trattamenti con una soluzione idroalcolica di propoli (0,02%) addizionata a Sulfar.

Peronospora

Ne esistono di diversi tipi. La più celebre è quella del pomodoro. Essa causa depressioni, marciumi, appassimenti, oltre alla comparsa delle caratteristiche macchie d’olio in corrispondenza delle quali sulla pagina inferiore della foglia si sviluppa la tipica muffetta biancastra.

Sui frutti forma macchie dapprima epidermiche, poi depresse.

Tra gli ortaggi colpiti, oltre al pomodoro, ricordiamo la patata, l’aglio, il peperone, la bietola ecc.

La lotta preventiva prevede l’uso di materiale sano, l’immersione delle piantine da trapiantare in macerato d’ortica, o decotto d’equiseto, l’impianto in terreni non eccessivamente umidi.

La lotta diretta si attua trattando con poltiglia bordolese o soluzione idroalcolica di propoli.

Ruggine

Malattia che si manifesta causando delle pustole rossicce sulle foglie.

Colpisce pisello, fagiolo, aglio, asparago, bietole ecc.

La lotta preventiva contempla la distruzione dei vegetali colpiti, l’impiego di varietà resistenti, opportune rotazioni, trattamenti con polvere di roccia.

Direttamente si può intervenire trattando le piante con decotto d’equiseto, ossicloruro di rame o soluzione idroalcolica di propoli addizionata a Sulfar in acqua.

Scabbia

Malattia degenerativa che fa marcire i tuberi.

La lotta preventiva si basa sulla sospensione della coltura della patata dal terreno infetto per almeno cinque anni e oltre.

Septoriosi

Attacca in ambienti umidi causando tacche contornate da un alone clorotico.

Le parti infette disseccano.

Colpisce in particolare il sedano e il pomodoro.

La lotta preventiva esclude la ripetizione del sedano sullo stesso terreno prima di 2-3 anni; l’adozione di varietà resistenti; la distruzione dei vegetali colpiti; l’impiego di semi di sedano che abbiano 2 anni.

La lotta diretta si esegue con trattamenti di poltiglia bordolese alla comparsa dei primi sintomi.

Ticchiolatura o cladosporiosi

E’ una malattia fungina che si evidenzia con grandi tacche accompagnate da una muffetta grigiastra sulla pagina fogliare inferiore.

Colpisce diversi ortaggi e in particolare il pomodoro, lo zucchino e il melone.

La lotta preventiva si basa sull’eliminazione delle parti colpite, quella diretta prevede l’impiego di ossicloruro di rame e calcio.

Tracheomicosi

Malattia causata da funghi (Verticillium e Fusarium) il cui micelio invade i vasi linfatici della pianta causandone la morte per deperimento.

La lotta s’affida soprattutto sulla scelta di varietà resistenti.

Continua.

Giardinaggio

L’orto – alcuni principi di difesa antiparassitaria. – 2

Un’arma in più contro i parassiti: la propoli

Allo scopo di difendere le gemme fiorali e gli apici vegetativi le piante producono la propoli, un miscuglio di sostanze ceroidi, gommose e resinose. Le api raccolgono questa sostanza da pioppi, betulle, ippocastani, abeti, pini, castagne, querce ecc., la elaborano mediante le loro secrezioni salivari trasportandola, quindi, all’alveare dove la utilizzano per turare fessure, smussare sporgenze, verniciare pareti, rinforzare favi. Fino a qualche tempo fa la medicina impiegava la propoli per le numerose proprietà che le si attribuivano: cicatrizzanti, antinfiammatorie, battericide, antivirali. Ora l’attenzione di alcuni studiosi si è rivolta alla possibilità di usarla in agricoltura come antiparassitario. Del resto trovandoci di fronte a prodotti vegetali emessi dalle stesse piante a loro protezione, risultava conseguenziale approfondire questi aspetti.

Studi condotti in tal senso hanno dimostrato che la propoli raccolta dalle api in primavera manifesta proprietà stimolanti sulla fioritura e lo sviluppo fogliare, mentre quella estiva pare possedere proprietà antiparassitarie e ne viene consigliato l’impiego in inverno, dopo la caduta delle foglie per contrastare gli attacchi dei microrganismi patogeni e dei parassiti sulle piante arboree.

Il suo utilizzo sulle colture orticole ha fornito risultati incoraggianti. I pomodori trattati con propoli hanno denotato una ridotta comparsa di peronospora e di marciume apicale; fagioli e fagiolini attaccati da pidocchi sono stati disinfestati con 2-3 irrorazioni, lo stesso effetto si è riscontrato su bietole, verze e cavolfiori.

Sulle patate si è ottenuto l’arresto della peronospora e della ruggine, con nessun attacco di dorifora. Da questi brevi cenni si intravedono i possibili vantaggi di un impiego più perfezionato e diffuso della propoli in agricoltura: un trattamento antiparassitario pressoché naturale che potrebbe eliminare i danni collaterali apportati dai pesticidi chimici.

L’utilizzazione della propoli può avvenire in diversi modi e combinazioni: il suo estratto in alcool etilico o acqua si diluisce ulteriormente in diverse percentuali di acqua e serve a irrorare gli ortaggi. Il suo estratto alcolico e acquoso può essere diluito in una soluzione di zolfo colloidale o aggiunto allo zolfo melassato (sulfar). La propoli, ancora, può venire finemente macinata e combinata con zolfo in polvere, oppure si può disciogliere in olio di oliva vergine e spennellarla sui vegetali colpiti da cocciniglie. Per tutte queste problematiche d’impiego bisogna consultare testi specifici.

Preparati a base di propoli utilizzati in agricoltura

Soluzione alcolica: la soluzione alcolica – o tintura – di propoli, si prepara utilizzando come liquido di macerazione alcol etilico denaturato a 95° (circa 150 gr di propoli ogni 850 cc di alcol. Si aggiungono quindi 1-2 gr di lecitina ogni litro di alcol, per facilitare la dispersione delle particelle di propoli.

La tintura di propoli può essere ottenuta anche a partire dalla soluzione acquosa ponendo a macerare il residuo ottenuto dalla filtrazione della soluzione acquosa in alcol. In ogni caso si lascia macerare il tutto per circa 20 giorni. Va filtrato prima dell’uso.

Soluzione idroalcolica: si prepara mescolando 75gr della soluzione con una pari quantità di tintura (o soluzione alcolica); il tutto va filtrato, se non già fatto in precedenza, e diluito in 100 litri d’acqua. I trattamenti vanno eseguiti nelle ore più fresche della giornata, preferibilmente verso il tramonto.

Propoli + sulfar: per potenziare l’efficacia della propoli, soprattutto contro le malattie crittogamiche, la soluzione idroalcolica può essere diluita, anziché in acqua, in una soluzione di zolfo colloidale, oppure si può addizionare alla soluzione idroalcolica dello zolfo melassato (sulfar) nelle seguenti dosi: 150 cc di soluzione idroalcolica e 250 gr di sulfar ogni 100 litri d’acqua.

Propoli + olio vegetale: presenta lo stesso impiego degli oli bianchi nel trattamento delle cocciniglie dell’olivo, degli agrumi e del pesco. La propoli finemente macinata si lascia a macerare nell’olio (20-25 gr di propoli in 100 cc di olio) dopo la necessaria decantazione, l’olio estratto viene addizionato alla soluzione alcolica di propoli (nella proporzione del 10-20%).

Propoli + cera d’api: è una pomata cicatrizzante utile per proteggere le grandi ferite di potatura dagli attacchi fungini e per la patologia del legno in genere (necrosi e carie del tronco). Si prepara sciogliendo a bagnomaria la cera d’api e aggiungendo l’olio e la propoli nelle seguenti quantità: cera d’api 45 gr + soluzione alcolica di propoli 30 cc + olio vegetale 25 cc.

Trattamento post-raccolta della frutta: la soluzione idroalcolica può essere utilizzata anche per i trattamenti post-raccolta della frutta, per evitare l’insorgere di marciumi e facilitare la conservazione di mele e agrumi. A questo proposito si utilizzano circa 200 cc di soluzione idroalcolica ogni 100 litri d’acqua, più 50 cc di bagnante (sapone di Marsiglia, caseina, latte, gelatina ecc…) ogni 100 litri d’acqua. Per l’utilizzo come disinfettante è sufficiente un bagno di appena trenta secondi.

Utilizzo delle propoli nella difesa degli ortaggi

Pianta                               Fitofagi e parassiti                            tipo di formulato

Carciofo                           Afidi                                                     soluzione idroalcolica al 18-20%

Fagiolo e fagiolino        Afidi                                                     soluzione idroalcolica al 18-20%

                                          Ruggine                       soluzione idroalcolica + sulfar 250gr/100 litri d’acqua

Cavolo verza e               Cavolaia                                              soluzione idroalcolica

cavolfiore                                                                       

Pomodoro                       Afide verde                                        soluzione idroalcolica

                                          Peronospora                                    soluzione idroalcolica + sulfar

Giardinaggio

L’orto – alcuni principi di difesa antiparassitaria.

Al pari degli altri vegetali, anche gli ortaggi vanno soggetti ad attacchi di malattie e parassiti. Gli attacchi possono essere portati da agenti fungini, e allora parleremo di malattie crittogamiche – ad esempio peronospora, oidio, botrite ecc. – o da parassiti animali. Altri fattori che possono danneggiare in modo consistente le piante sono i batteri e i virus, artefici, quest’ultimi, delle pericolose virosi.

La difesa contro tutte queste calamità non è facile e si articola primariamente su una serie di cautele preventive che mirano a mantenere l’equilibrio dell’ecosistema, la cui alterazione è la causa principale del diffondersi dei parassiti. In particolare avremo cura di preservare siepi naturali e alberi che circondano il nostro orto per consentire un rifugio a tutti quegli animali (insetti, rettili, uccelli ecc.) che svolgono una positiva azione predatoria.

Sempre a questo scopo eviteremo l’impiego di trattamenti tossici per non danneggiare la fauna utile. La concimazione organica e minerale sostituirà quella chimica imputata di squilibri nutritivi che favoriscono l’insorgere di attacchi. Mediante l’uso di rotazioni e consociazioni si impedirà la sopravvivenza di alcuni parassiti specifici, mentre la scelta di varietà rustiche o virus esenti pongono un’ulteriore barriera ai pericoli delle infestazioni. Benché tutti questi accorgimenti possano limitare considerevolmente l’esposizione alle aggressioni, spesso la soglia d’intervento viene superata e allora si ricorre a preparati appositi.

In commercio esistono numerosi prodotti specifici che consigliamo di utilizzare con parsimonia, attenendosi scrupolosamente alle indicazioni d’uso a causa della tossicità e, talvolta, della velenosità che possono presentare. L’uso di tali prodotti, inoltre, può risultare dannoso anche alla fauna predatrice utile, arrecando perciò seri danni all’ecosistema.

Da parte sua l’agricoltura biologica, oltre al rispetto delle norme preventive, suggerisce l’impiego di alcuni preparati a bassa tossicità o, addirittura, innocui. Sono questi, ad esempio, i preparati vegetali (infusi, decotti o macerati di ortica, tanaceto, equiseto); gli insetticidi vegetali (piretro, rotenone, nicotina, legno quassio, da usare limitatamente perché non specifici); i fungicidi (anticrittogamici) a base di rame e zolfo, i soli prodotti di natura chimica considerati in agricoltura biologica; la propoli; gli insetti, i batteri e gli acari predatori (ovvero organismi e animali utili in grado di aggredire e predare quelli dannosi).

Approfondiamo l’impiego della poltiglia bordolese e della propoli, un prodotto antico e uno moderno particolarmente interessanti nella lotta a crittogame e parassiti animali.

Poltiglia bordolese e peronospora

La poltiglia bordolese è composta da solfato di rame e idrossido di calcio disciolti in acqua. Essa viene spruzzata sui vegetali e vi aderisce tenacemente. Questo tradizionale anticrittogamico con il quale i nostri nonni hanno sporcato con un magico colore azzurrino i muri delle vecchie case di campagna introdotte dalla pergola, è tuttora un valido mezzo di difesa contro la peronospora. Questa malattia fungina attacca numerosi ortaggi, come pomodoro, aglio, bietola, cavolo, carota, cipolla, melone, anguria, peperone, pisello, spinacio, zucca e zucchino e, per svilupparsi, abbisogna di particolari condizioni di umidità e temperatura. Tali condizioni si realizzano nelle nostre regioni soprattutto in primavera e in estate, per cui dopo il verificarsi di una pioggia abbondante in queste stagioni, può essere opportuno trattare gli ortaggi con poltiglia bordolese.La sua preparazione è piuttosto semplice, ma occorre usare l’accortezza di rispettare scrupolosamente le dosi per non causare alle piante bruciature che possono portarle anche alla morte. In linea di massima si utilizzano 1 kg di solfato di rame e 7-8 etti di idrossido di calcio disciolti in 100 litri di acqua. Dapprima si fa sciogliere il solfato di rame e quindi si aggiunge l’idrossido di calcio fatto previamente sciogliere in un po’ d’acqua. Sarà bene verificare mediante una cartina al tornasole la neutralità della poltiglia. Una poltiglia leggermente acida ha un effetto anticrittogamico più immediato, ma meno durevole nel tempo. Al contrario una poltiglia leggermente basica ha un effetto più lento, ma più duraturo nel tempo. Onde evitare, comunque, danni ai vegetali si consiglia di utilizzare poltiglia a reazione neutra, senza discostarsi dalle dosi precedentemente consigliate. Continua

Giardinaggio

L’orto

Terreno e lavorazioni – 2

Attrezzatura

L’attrezzatura tradizionale prevede la vanga nelle due versioni a rebbi o a lama. La prima risulterà utile per lavorare i terreni argillosi, la seconda per quelli sabbiosi o, comunque, sciolti.

La zappa, contrariamente alla vanga, non effettua un completo rivoltamento degli strati, ma solo uno sminuzzamento del terreno lavorato.

Un badile può essere utile per raccogliere sassi, distribuire terra ecc.

Falce, falcetto e sega servono a eliminare infestanti di una certa consistenza o osticità come ad esempio i rovi.

Per il trasporto del letame, dei raccolti o di altro materiale servirà una carriola.

Il rastrello si impiega per affinare e pareggiare il terreno.

Gli estimatori dell’agricoltura biologica possono trovare in commercio un discreto numero di attrezzi per sostituire, in parte, quelli tradizionali e consentire, nel contempo, l’esecuzione di tecniche culturali alternative.

Tra questi ricordiamo la forca a denti piatti e la doppia forca che vanno a sostituire la vanga. Esse consentono di arieggiare il terreno senza rivoltarne gli strati.

Il tridente, o forca a denti ricurvi, frantuma le zolle, arieggia e pareggia il terreno, incorpora il composto ecc.

Il coltivatore a dente di porco è adoperato per estirpare le erbe infestanti lungo gli interfilari, arieggiare il terreno, interrare il composto, fare i solchi.

L’erpicatore manuale, o zappa estirpatrice, sostituisce la zappa tradizionale. Ne esistono di vari modelli e si utilizza per sminuzzare le zolle e arieggiare la superficie del suolo.

Infine i sarchiatoi svolgono varie funzioni (rincalzatura, eliminazione degli infestanti, tracciamento dei solchi) e sono presenti in diversi modelli raggruppati nelle distinzioni: a lama fissa e a lama oscillante.

La pacciamatura

Un discorso a parte merita la pratica della pacciamatura, pur appartenendo all’agricoltura tradizionale, ha goduto di una particolare riscoperta degli amanti del biologico che la attuano impiegando diversi materiali.

Questa pratica consiste nel proteggere il terreno in vicinanza delle piante con materiale vario al fine principale di evitare perdite di umidità. Oltre a conservare più a lungo le riserve idriche del suolo, la pacciamatura inibisce il processo clorofilliano riducendo o impedendo la crescita delle infestanti; mantiene più a lungo la struttura data al terreno con le lavorazioni; ostacola il dilavamento delle acque limitando in questo modo le perdite di azoto nitrico. Inoltre, se viene effettuata con materiale degradabile, arricchisce il terreno di sostanza organica.

I materiali consigliati per la pacciamatura sono la paglia, le foglie, l’erba tagliata di fresco, distribuiti sul terreno in strati più o meno sottili, comunque sufficientemente spessi da proteggerlo dai raggi solari. Molto pratici, ma antiecologici, sono i film plastici neri di polietilene.

Prima di applicare il materiale pacciamante, il terreno deve essere sgombro dalle malerbe e gli ortaggi bene attecchiti e opportunamente diradati.

Il letto profondo: un interessante tecnica di lavorazione del terreno.

Due sono gli strati del suolo particolarmente interessanti per l’orticoltore: lo strato attivo, il più superficiale, dal quale le radici traggono il nutrimento per la pianta, e lo strato inerte, momentaneamente inutilizzato, ma che viene riportato in superficie all’occorrenza per sostituire lo strato attivo allorché questo risultasse troppo sfruttato.

Ne consegue che solo lo strato attivo viene regolarmente vangato, annaffiato, concimato, diserbato, cioè curato. Per contro lo strato inerte sottostante giace in attesa di un rimescolamento che avverrà a secondo delle considerazioni dell’orticoltore.

Una particolare tecnica di coltivazione prevede una serie di lavorazioni che consentono di giungere fino allo strato inerte, offrendo in tal modo alle radici uno spazio maggiore da esplorare.

I vantaggi della tecnica sono evidenti: maggiore sviluppo delle piante in profondità e minore in estensione, con conseguente sfruttamento intensivo dei piccoli orti. A questo non trascurabile vantaggio di base se ne sommano altri: il risparmio di ulteriori vangature cicliche, un maggior sviluppo delle colture da radice, un terreno più ricco di sostanza organica e di processi che concorrono alla sua fertilità.

Il letto profondo si attua lavorando l’orto a sezioni. Dopo averlo dissodato, con una vangatura a normale profondità, si rimuove, senza spostarlo, lo strato inerte con l’aiuto di una forca o di una vanga a rebbi, in modo da rendere più soffice anche questo secondo strato consentendo, in tal modo, la penetrazione delle radici, dell’aria e dell’acqua.

Un orto impostato con questa tecnica può fornire produzioni triple rispetto a un orto lavorato secondo i canoni consueti, conservando, nel contempo, la sofficità per più anni.