Note alla poesia del giorno

E gli sportelli… pioggia: tutti i rumori della stazione hanno un suono fastidioso, monotono e lugubre: gli sportelli chiusi violentemente, il fischio del capostazione (l’ultimo appello), lo scrosciare della pioggia sui vetri della tettoia della stazione.

Già il mostro… lo spazio: la locomotiva che si mette in moto è come un mostro dall’anima metallica.

empio: crudele, senza pietà.

traino: i vagoni agganciati l’uno dopo l’altro.

Fremea la vita… gentile: ben diverse le circostanze e lo stato d’animo in un momento d’amore del poeta per Lidia. La descrizione della persona gentile dai capelli castani e dalla tenera guancia baciata dal sole di giugno, dei sogni del poeta che l’abbracciavano più belli del sole, dell’estate fremente e della fremente vita nel divino momento dell’amore, rende ancor più doloroso il contrasto con il luogo e con la situazione presente in cui, come dirà più avanti, per tutto nel mondo è novembre.

caligine: nel senso originale latino di nebbia folta.

L’angolo della Poesia

Alla stazione in una mattina d’autunno – 2

E gli sportelli sbattuti al chiudere

paiono oltraggi; scherno par l’ultimo

appello che rapido suona:

grossa scroscia su’ vetri la pioggia.

Già il mostro, conscio di sua metallica

anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei

occhi sbarra; immane pe’l buio

gitta il fischio che sfida lo spazio.

Va l’empio mostro; con traino orribile

sbattendo l’ale gli amor miei portasi.

Ahi, la bianca faccia e ‘l bel velo

salutando scompar ne la tenebra.

O viso dolce di pallor roseo,

o stellanti occhi di pace, o candida

tra’ floridi ricci inchinata

pura fronte con atto soave!

Fremea la vita nel tiepid’aere,

fremea l’estate quando mi arrisero;

e il giovine sole di giugno

si piacea di baciar luminoso

in tra i riflessi del crin castanei

la molle guancia: come un’aureola

più belli del sole i mie sogni

ricingean la persona gentile.

Sotto la pioggia, tra la caligine

torno ora, e ad esse vorrei confondermi;

barcollo com’ebro, e mi tocco

non anch’io fossi dunque un tantasma.

Oh qual caduta di foglie, gelida,

continua, muta, greve, su l’anima!

io credo che solo, che eterno,

che per tutto nel mondo è novembre.

Meglio a chi ‘l senso smarrì de l’essere,

meglio quest’ombra, questa caligine:

io voglio io voglio adagiarmi

in un tedio che duri infinito.

Giosue Carducci – da Odi barbare

Note alla poesia del giorno

Oh quei fanali… fango: Il poeta accompagnava alla stazione di Bologna la donna amata che venuta a salutarlo, ora si allontanava da lui per raggiungere il marito, il colonnello Domenico Piva, trasferito a Civitavecchia col suo reggimento. Carolina Matilde De Cristoforis Piva, che nelle poesie a lei dedicate è chiamata da Carducci col nome classicheggiante di Lalage o di Lidia, fu il più grande amore del poeta, dal 1871 al 1878, influenzò la più felice stagione poetica carducciana, quella delle Rime nuove e delle Odi barbare. Questa poesia è caratterizzata da un sentimentalismo di stampo romantico che nel Carducci è raro. I primi versi ce ne danno subito la misura: i fanali del viale che conduce alla stazione, nella luce incerta dell’alba sembrano inseguirsi tristemente comunicando un senso di pigrizia (accidiosi) e di squallore con la loro luce biancastra che sembra illuminare i rami con stanchezza e noia (sbadigliando).

Flebile: lamentevole.

la vaporiera: la locomotiva a vapore.

n’è intorno: ci opprime con la sua tristezza.

Dove e a che… lontana: e queste persone, questi viaggiatori, avvolti nei propri mantelli, che si affrettano in silenzio verso i vagoni di colore scuro, dove vanno e a che scopo? verso quali misteriosi dolori o tormenti di lontane speranze?

Tu pur pensosa: anche tu come questa gente angosciata e ansiosa.

la tessera… guardia: porgi il biglietto ferroviario al controllore dell’ingresso (guardia) perché venga forato.

e al tempo… ricordi: all’amante disperato il secco taglio del biglietto dà l’impressione di uno strappo, una lacerazione. Il tempo incalza e si porterà via gli anni migliori della donna, le sue brevi gioie e gli stessi ricordi.

i vigili: i frenatori che con delle lunghe mazze colpiscono i freni e le ruote per controllare che tutto sia in regola.

i ferrei freni… lungo: il suono prodotto dai martelli sui freni per controllarli (tentati) risuona lugubremente in questa alba plumbea che fa da sfondo allo stato d’animo triste del poeta.

di fondo… pare: al lugubre rumore fa riscontro il senso doloroso della vita, l’angoscia esistenziale che si fa strada nel poeta come una trafittura dolorosa.

L’angolo della Poesia

Alla stazione in una mattina d’autunno

Oh quei fanali come s’inseguono

accidiosi là dietro gli alberi,

tra i rami stillanti di pioggia

sbadigliando la luce su’l fango!

Flebile, acuta, stridula fischia

la vaporiera da presso. Plumbeo

il cielo e il mattino d’autunno

come un grande fantasma n’e intorno.

Dove e a che muove questa, che affrettasi

a’ carri foschi, ravvolta e tacita

gente?  a che ignoti dolori

o tormenti di speme lontana?

Tu pur pensosa, Lidia, la tessera

al secco taglio dài de la guardia,

e al tempo incalzante i begli anni

dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.

Van lungo il nero convoglio e vengono

Incappucciati di nero i vigili,

com’ombre; una fioca lanterna

hanno, e mazze di ferro; ed i ferrei

freni tentati rendono un lugubre

rintocco lungo: di fondo a l’anima

un’eco di tedio risponde

doloroso, che spasimo pare.

Giosue Carducci – da Odi barbare

Continua domani.

Un commento alla poesia del giorno

Gli intellettuali italiani, sebbene in modi e con prospettive diverse, avevano partecipato attivamente e generosamente, attraverso le loro opere, al moto risorgimentale e naturalmente, proprio perché intellettuali, lo avevano fortemente idealizzato. Era inevitabile che la realizzazione politica di quel gran moto di idee, dovesse essere deludente, ma la svolta presa dal nostro Risorgimento fu davvero troppo diversa dalle aspettative e non solo i mazziniani ma tutti i nostri intellettuali più sensibili ne furono profondamente amareggiati. Essi furono coinvolti nella frattura che si determinò fra i politici e le masse, anche perché peccarono spesso di astrattezza e non furono in grado di comprendere o di accettare svolte politiche determinate di volta in volta dagli eventi reali e dai problemi del nuovo Stato.

Carducci contrappone, all’Italietta in cui gli tocca vivere, i tempi passati, i momenti storici grandi, quelli della Roma antica, quelli dei Comuni. L’Italia ormai avviata sulla via dell’industrializzazione ha sostituito ai vecchi valori morali quelli nuovi dell’arrivismo e dell’aspirazione al benessere: la differenza è troppo netta perché Carducci non senta nostalgia per il passato “eroico”, il disprezzo per l’età presente meschina e piccola in cui gli uomini sono tutti presi dalle “lor picciole cose”. L’eredità di Roma antica è ancora viva e può, secondo Carducci, risvegliare negli Italiani il senso del valore e dell’operosità; tuttavia questa speranza non riesce a fugare il tono triste e venato di pessimismo che aleggia per tutta l’ode: gli uomini sembrano sordi al messaggio che emana da queste grandiose rovine.

Tristezza e pessimismo sono determinati dalla volgarità degli uomini, dalla speculazione edilizia, dalla burocrazia, se non corrotta, inefficiente del nuovo Stato e si visualizzano nell’immagine dei corvi gracidanti e nel suono lento e lugubre delle campane: nemmeno la Chiesa si salva dalla polemica carducciana contro il presente mediocre e indifferente ai veri valori.

Note alla poesia del giorno

se ti fur cari… vetusta: se ti mossero a pietà gli occhi piangenti delle madri che con le braccia protese ti pregavano di allontanare la malaria, o dea, dal capo reclinato dei figli stroncati dalle febbri, se ti fu gradito l’altare antico (l’ara vetusta) innalzato in tuo onore sul Palatino altissimo (Palazio eccelso).

ancor lambiva… carme: ai tempi della Roma antica il Tevere scorreva ancora ai piedi del Palatino (evandrio colle, cioè il colle di Evandro, personaggio dell’Eneide di Virgilio), ed il romano che ritornava (reduce quirite), navigando a sera con la sua barca a vela (veleggiando), fra il Campidoglio e l’Aventino ammirava in alto, sul Palatino, la città quadrata, ancora illuminata (arrisa) dal sole, e intonava sottovoce (mormorava) un inno in versi saturni (il saturnio era un verso usato anticamente).

m’ascolta: esaudisci la mia preghiera.

Gli uomini… qui dorme: respingi da questo luogo, sacro per le memorie, i nuovi uomini della nuova Italia e le loro misere aspirazioni; il timore riverenziale che spira da queste superbe rovine è sacro: qui riposa la dea Roma. La grandezza del passato, nella visione del Carducci, non deve essere contaminata in alcun modo dalla miseria dell’Italietta post-risorgimentale.

Capena: una delle porte di Roma. Attraverso questa si andava a Capena, cittadina etrusca.

Nell’ultima strofa è resa plasticamente l’immagine personificata di Roma che dorme col corpo adagiato sul Palatino, le braccia distese sul Celio e sull’Aventino e gli òmeri robusti lungo la via Appia oltre porta Capena.

L’angolo della Poesia

Dinanzi alle Terme di Caracalla – 2

Se ti fur cari i grandi occhi piangenti

e de le madri le protese braccia

te deprecanti, o dea, dal reclinato

capo de i figli:

se ti fu cara su ‘l Palazio eccelso

l’ara vetusta (ancor lambiva il Tebro

l’evandrio colle, e veleggiando a sera

tra ‘l Campidoglio

e l’Aventino il reduce quirite

guardava in alto la città quadrata

dal sole arrisa, e mormorava un lento

saturmio carme);

Febbre, m’ascolta. Gli uomini novelli

quinci respingi e lor piccole cose:

religioso è questo orror: la dea

Roma qui dorme.

Poggiata il capo al Palatino augusto,

tra ‘l Celio aperte e l’Aventin le braccia,

per la Capena i forti omeri stende

a l’Appia via.

Giosue Carducci – da Odi barbare

Note alla poesia del giorno

Celio… Aventino: colli di Roma.

Il vento… umido: un’atmosfera di tristezza aleggia sulla pianura intorno a Roma (pian tristo), dalla quale avanza (move) il vento foriero di pioggia (umido)

A le cineree.. al tempo: una turista inglese piuttosto anziana – ha infatti i capelli bianchi (cineree trecce) – alza il velo verde che ha dinanzi al viso e cerca nella guida (libro) notizie su queste rovine delle mura romane che hanno ancora un aspetto minaccioso e sembrano voler sfidare il cielo ed il passar del tempo, al quale resistono.

versansi: si riversano.

fluttuando: spostandosi su e giù quasi a ondate.

contro… enormi: contro i due muri più alti che sembra siano rimasti a sfida più ardua.

l’augure stormo: lo stormo degli uccelli che pare trasmettere misteriosi presagi. Gli antichi traevano gli auspici anche dal volo dei corvi.

a che tentate il cielo?: a che scopo continuate a sfidare il cielo?

Laterano: la basilica di San Giovanni in Laterano.

Ed un ciociaro… non guarda: ed un ciociaro (abitante della Ciociaria, una regione che prende il nome dalle particolari calzature dei suoi abitanti dette ciocie) passa indifferente fischiando, e nemmeno guarda la possanza e la grandiosità delle mura della Città Eterna.

Febbre… presente: Febbre, io qui ti invoco, nume ancora presente fra queste rovine. La dea Febbre era invocata dai Romani per tenere lontana la malaria e le erano stati dedicati tre templi, di cui uno sul Palatino.

L’angolo della Poesia

Dinanzi alle Terme di Caracalla

Corron tra ‘l Celio fosche e l’Aventino

le nubi: il vento dal pian tristo move

umido: in fondo stanno i monti albani

bianchi di neve.

A le cineree trecce alzato il velo

verde, nel libro una britanna cerca

queste minacce di romane mura

al cielo e al tempo.

Continui, densi, neri, crocidanti

versansi i corvi come fluttuando

contro i due muri ch’a più ardua sfida

levansi enormi.

“Vecchi giganti, – par che insista irato

l’augure stormo – a che tentate il cielo?”

Grave per l’aure vien da Laterano

suon di campane.

Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,

grave fischiando tra la folta barba,

passa e non guarda. Febbre, io qui t’invoco,

nume presente

Giosue Carducci – da Odi barbare

Continua domani.

L’angolo della Poesia

Traversando la Maremma toscana

Dolce paese, onde portai conforme

l’abito fiero e lo sdegnoso canto

e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,

pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme

con gli occhi incerti tra l’sorriso e il pianto,

e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme

erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;

e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline

con le nebbie sfumanti e il verde piano

ridente ne le piogge mattutine.

Giosue Carducci – da Rime nuove

Note e commento alla poesia del giorno

Innanzi, innanzi: il poeta rivolge a se stesso l’esortazione a procedere ed a superare l’avversità della stagione invernale. Ma è evidente che, al di là del significato letterale, l’esortazione ha un altro senso: la morte del figlio toglie al poeta la voglia di vivere, di procedere per una via segnata da orrende ombre, impedita da rami infranti, come pensier di morte desiosi: di qui l’esortazione.

ugual luce: uniformemente risplende.

Nelle giornate rigide l’alito vapora dalle nostre bocche, e sembra, appunto, che l’aer fende.

Ogni altro tace: tutto è silenzio, interrotto solo dal rumore dei passi sulla neve che, calpestata, cede e stride.

stanti: immobili.

Sembra che sul suolo gelido (informe, senza vita) si disegnino ombre paurose (orrende) al chiarore della luna che batte sopra un pino cruccioso e con i rami infranti come se desiderassero la morte: è chiaro che il poeta trasferisce all’albero i sentimenti del suo animo ferito, infranto come i rami del pino.

Cingimi, o bruma… forti: o nebbia invernale (bruma), avvolgimi ed acqueta le onde tempestose (i frangenti che tempestan forti) del mio sentimento (interno senso).

naufrago: abbattuto e sgomento.

Il sentimento di pietà verso i morti è qui rivolto, in particolare, al figlioletto Dante.

Questo sonetto ha lo stesso motivo d’ispirazione di quello di ieri. Scritto un mese e mezzo dopo la morte dell’unico figlio maschio del poeta, esprime l’angoscia del padre ferito nell’affetto più intimo, più tenero. Il fosco paesaggio invernale trova una sotterranea rispondenza nello stato d’animo, che sembra restar sospeso nel vuoto pauroso della domanda conclusiva: che fanno giù ne le lor tombe i morti?.

L’angolo della Poesia

Notte d’inverno

Innanzi, innanzi, Per le foscheggianti

coste la neve ugual luce e si stende,

e cede e stride sotto il pié: d’avanti

vapora il sospir mio che l’aer fende.

Ogni altro tace. Corre tra le stanti

nubi la luna su ‘l gran bianco, e orrende

l’ombre disegna di quel pin che tende

cruccioso al suolo informe i rami infranti,

come pensier di morte deiosi.

Cingimi, o bruma, e gela de l’interno

senso i frangenti che tempestan forti;

ed emerge il pensier su quei marosi

naufrago, ed al ciel grida: O notte, o inverno,

che fanno giù ne le lor tombe i morti?

Giosue Carducci – da Rime nuove

Arte – Cultura – Personaggi

Giosue Carducci

La vita e le opere

Nato a Valdicastello, in Versilia, il 28 luglio 1835, Giosue Carducci trascorse la fanciullezza in Maremma; compì i primi studi a Castagneto e, dal 1849, a Firenze presso la scuola degli Scolopi; nel 1853 divenne “alunno convittore gratuito” nella Regia Scuola Normale. Conseguita la laurea non ancora ventenne, nel 1856 fu nominato insegnante di retorica nel ginnasio di San Miniato al Tedesco. L’anno successivo non gli fu ratificata dal governo granducale la nomina al ginnasio d’Arezzo, per le sue idee politiche, e si ritirò a Firenze, dove visse in dignitosa povertà, studiando appassionatamente. Nel novembre di quello stesso anno moriva suicida il fratello Dante appena ventunenne, e il 15 agosto dell’anno successivo lo seguiva nella tomba il padre, morto di crepacuore.

Questa prima ondata di sciagure familiari lasciò una traccia indelebile nell’animo del poeta, che in vari componimenti ricordò quei drammatici avvenimenti.

Dopo aver insegnato prima greco e poi italiano e latino nel liceo di Pistoia, il 26 settembre del 1860, all’età di venticinque anni, il Carducci veniva nominato professore di eloquenza italiana nell’Università di Bologna e si trasferiva in quella città dove avrebbe trascorso il resto della sua vita.

All’Università di Bologna il Carducci insegnò per più di quarant’anni. Fra le vicende della sua vita in questo lungo periodo, particolarmente dolorose furono, nel 1870, la morte della madre e del figlioletto Dante. Anche il suo pensiero politico subì un’evoluzione dagli ideali repubblicani a quello monarchico.

Nel 1906 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura. Morì il 16 febbraio 1907.

L’opera poetica di Giosue Carducci è tutta raccolta in sei volumi, ordinata e sistemata secondo gli intendimenti del poeta stesso: Juvenilia, Levia gravia, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare e Rime e ritmi. Le sei raccolte, così ordinate, manifestano i diversi momenti dell’ispirazione carducciana, dalle prime esperienze ancora legate all’imitazione dei classici, dei quali il Carducci fu sempre appassionato cultore, come vediamo in Juvenilia, alle prime manifestazioni di uno spirito polemico che diverrà sempre più battagliero e aggressivo, come in Levia gravia, e che culminerà in Giambi ed epodi.

Ma la grande stagione della poesia carducciana fu quella delle Rime nuove e delle Odi barbare, nelle quali si riflettono l’equilibrio interiore e una maggiore ricchezza spirituale. L’ultima raccolta, Rime e ritmi, contiene le poesie della tarda maturità.                             

Note e commento alla poesia del giorno

fiorita collina tosca: il fratello Dante era sepolto su la fiorita collina tòsca, cioè a Santa Maria a Monte, un paesello in collina presso San Miniato, e vicino alla sua era pure la tomba del padre, il dottor Michele Carducci, morto il 15 agosto 1858.

pur ora: poco fa.

romita: solitaria.

grande e santo nome: il fratello e il figlio del poeta avevano lo stesso nome dell’Alighieri, il grande poeta venerato (santo) dai posteri e dallo stesso Carducci.

che a te fu amara tanto: al fratello la vita riuscì insopportabile, al punto di indurlo al suicidio. Si noti il contrasto che viene messo in evidenza da quell’ ahi no! che introduce i versi seguenti: al bimbo la vita non era amara, e solo il crudele destino volle strapparlo alle vision leggiadre che gli sorridevano.

pinte: dipinte dei colori dei vari fiori.

l’ombra: della morte.

vostre rive: le rive del regno dei morti.

lo spinse: anche questa espressione serve a mettere in risalto la crudeltà della morte, che strappò il bimbo alla vita contro la sua volontà.

adre: nere, buie (dal latino ater).

Si avverte in questa angosciosa espressione finale il disperato dolore del padre, che non si rassegna al pensiero che il bimbo rimanga al buio, senza il dolce sole, e privo della carezza della madre invocata vanamente con la sua gentil voce di pianto.

Il 9 novembre 1870 moriva di meningite l’unico figlio maschio del Carducci, il piccolo Dante, che era nato il 21 giugno 1867. Nel darne notizia al fratello Valfredo, il poeta, fra l’altro, scriveva “Io per me sento che quest’altro pezzo di esistenza mi sarà molto triste. A febbraio la mia povera mamma; ora il mio bambino; il principio e la fine della vita e degli affetti. La sua povera mamma è stata 14 giorni con la morte sugli occhi: figurati. Ora lo veste e gli fa la ghirlanda per mandarlo nella fossa accanto alla sua nonna. Povero il mio bambino! Pare a sentir certuni, che la morte di un bambinetto sia miseria leggera e facilmente comportabile. Non è vero, non è vero”.

Non è difficile comprendere da quale stato d’animo sia nata questa poesia, scritta probabilmente lo stesso giorno in cui il poeta vide morire il bambino; il titolo è tratto dal verso famosissimo di Virgilio “abstulit atra dies et funere mersit acerbo” (Eneide, VI, 429), dove è detto, appunto, a proposito delle anime dei bambini che piangono nell’aldilà pagano: “li rapì la nera giornata (della morte) e li sommerse in una tomba precoce”.

Il Carducci rivolge il suo canto accorato al fratello morto, che portava lo stesso nome del suo bimbo e che si era ucciso poco più che ventenne il 4 novembre 1857; gli chiede di accoglierlo nel regno dei morti, perché non rimanga solo e al buio mentre invoca la luce e la mamma perduta.

L’angolo della Poesia

Funere mersit acerbo

O tu che dormi là su la fiorita

collina tòsca, e ti sta il padre a canto;

non hai tra l’erbe del sepolcro udita

pur ora una gentil voce di pianto?

E’ il fanciulletto mio, che a la romita

tua porta batte: ei che nel grande e santo

nome te rinnovava, anch’ei la vita

fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.

Ahi no! giocava per le pinte aiole,

e arriso pur di vision leggiadre

l’ombra l’avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l’adre

sedi accoglilo tu ché al dolce sole

ei volge il capo ed a chiamar la madre.

Giosue Carducci – da Rime nuove

L’angolo della Poesia

Traversando la Maremma toscana

Dolce paese, onde portai conforme

l’abito fiero e lo sdegnoso canto

e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,

pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme

con gli occhi incerti tra ‘l sorriso e il pianto,

e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme

erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;

e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline

con le nebbie sfumanti e il verde piano

ridente ne le piogge mattutine.

Giosue Carducci da Rime nuove