Un commento alla poesia del giorno.

La morte del padre segnò indelebilmente l’esistenza e il carattere del poeta, che risentì sempre di quella tragedia familiare, trasferendola anche sul piano della meditazione esistenziale e giungendo alla conclusione che gli uomini sono cattivi e che la terra è un atomo opaco del male. La cattiveria degli assassini del padre si allarga a comprendere tutti gli uomini: il poeta ne ritrarrà un atteggiamento di sgomento di fronte alla vita, una sua tendenza a considerare la famiglia il nido tranquillo fuori del quale c’è cattiveria e violenza.

In questa poesia è messo in risalto il dolore della madre che, rassegnata alla perdita del marito, non si rassegna, però, al fatto che gli assassini non vengono scoperti, e, nella sua ansia di sapere, nella consapevolezza che chi sa tace per viltà o per omertà, chiede alla cavalla di confermare i suoi sospetti. Così l’animale si contrappone alla malvagità degli uomini: la cavalla selvaggia ha per il suo padrone tanto amore che, libera dalle briglie, vincendo il suo istinto alla corsa, lo conduce a casa lentamente come se avesse capito che egli è in agonia; l’uomo civile, invece, uccide a bruciapelo e senza motivo un padre buono e giusto. 

Un commento alla poesia del giorno

Gli intellettuali italiani, sebbene in modi e con prospettive diverse, avevano partecipato attivamente e generosamente, attraverso le loro opere, al moto risorgimentale e naturalmente, proprio perché intellettuali, lo avevano fortemente idealizzato. Era inevitabile che la realizzazione politica di quel gran moto di idee, dovesse essere deludente, ma la svolta presa dal nostro Risorgimento fu davvero troppo diversa dalle aspettative e non solo i mazziniani ma tutti i nostri intellettuali più sensibili ne furono profondamente amareggiati. Essi furono coinvolti nella frattura che si determinò fra i politici e le masse, anche perché peccarono spesso di astrattezza e non furono in grado di comprendere o di accettare svolte politiche determinate di volta in volta dagli eventi reali e dai problemi del nuovo Stato.

Carducci contrappone, all’Italietta in cui gli tocca vivere, i tempi passati, i momenti storici grandi, quelli della Roma antica, quelli dei Comuni. L’Italia ormai avviata sulla via dell’industrializzazione ha sostituito ai vecchi valori morali quelli nuovi dell’arrivismo e dell’aspirazione al benessere: la differenza è troppo netta perché Carducci non senta nostalgia per il passato “eroico”, il disprezzo per l’età presente meschina e piccola in cui gli uomini sono tutti presi dalle “lor picciole cose”. L’eredità di Roma antica è ancora viva e può, secondo Carducci, risvegliare negli Italiani il senso del valore e dell’operosità; tuttavia questa speranza non riesce a fugare il tono triste e venato di pessimismo che aleggia per tutta l’ode: gli uomini sembrano sordi al messaggio che emana da queste grandiose rovine.

Tristezza e pessimismo sono determinati dalla volgarità degli uomini, dalla speculazione edilizia, dalla burocrazia, se non corrotta, inefficiente del nuovo Stato e si visualizzano nell’immagine dei corvi gracidanti e nel suono lento e lugubre delle campane: nemmeno la Chiesa si salva dalla polemica carducciana contro il presente mediocre e indifferente ai veri valori.

Un commento alle poesie del Pascoli postate questa settimana.

Spesso il Pascoli si rifugia nella memoria della fanciullezza e dell’infanzia, viste come uniche età felici. I momenti più autentici della poesia pascoliana sono quelli in cui il contrasto fra presente e passato, fra impressione diretta e simbolo, fra maturità e infanzia si presenta nel modo più consapevole e dà luogo ad un sentimento di turbamento e angoscia e questo si nota soprattutto nelle liriche in cui il poeta si annulla nella natura, in cui la sua coscienza è tutt’uno con i palpiti, i bisbigli, i moti impercettibili della natura.

Nascono da questa disposizione il paesaggio nebbioso con presentimento di morte, il campo mezzo bianco e mezzo nero in cui la malinconia del poeta si esprime attraverso l’accenno all’aratro abbandonato e si identifica nella triste cantilena delle lavandaie nella quale è anche accennato, in due parole, il dramma dell’emigrazione vista come strappo, come dissoluzione del nido e causa di solitudine per chi resta.

Solitudine che risveglia la tristezza dell’aratro abbandonato in un campo, che ci dà il senso di un profondo sgomento e di una sfumata tristezza.

Nasce sempre da questa disposizione ad identificarsi nella natura come fonte di serenità in confronto alla vita che dà paura, la descrizione della sensazione di pace che dà il crepuscolo sereno di un giorno che è stato sconvolto dalla burrasca.

In questa poesia, la sera tranquilla diviene la mia sera ed assurge a simbolo autobiografico, a simbolo della disposizione del poeta ad annullarsi in quella pace della natura che lo riporta prima indietro nel tempo e poi all’idea dell’indefinito, della morte.

Man mano che il paesaggio si rasserena, il Pascoli si allontana sempre più dall’immediatezza delle vicende quotidiane considerate tempestose e si abbandona ai sussurri, ai rumori degli uccelli e del fiume, al fascino rasserenante della natura che persuade alla pace: è una pace, la sua, che ha echi di morte, ma di una morte serena e a lungo vagheggiata come fine della tempesta e dello sgomento diurno.

Note alla poesia del giorno

tacite: dopo la tempesta del giorno il cielo si è rasserenato: l’aggettivo tacite serve appunto a distinguere e sottolineare il fragore del giorno e la pace della sera.

Le tremule foglie… leggiera: la leggera brezza della sera, passando attraverso le foglie (trascorre), le fa vibrare come di gioia.

Si devono aprire: le stelle, addirittura, sbocciano, si aprono come petali di fiori.

fulmini fragili: che son durati poco, fragili nel senso di passeggeri, non duraturi. Il senso della fragilità, cioè della labilità delle cose, è spesso presente nella poesia pascoliana.

cirri… d’oro: rimangono nuvolette sparse che prendono i colori del sole che tramonta  e sembrano rosse alcune, dorate altre.

o stanco dolore… sera: finora il confronto ha riguardato la natura, la tempesta del giorno e la pace della sera, ora la riflessione si trasferisce sul piano personale, autobiografico, ed il poeta, annullandosi in queste voci serene e consolatrici, dimentica il giorno sconvolto dalla tempesta (la vita con le sue delusioni e i suoi dolori) e si raccoglie tutto nelle suggestioni della natura che riesce a far dimenticare la nube del giorno.

La fame… cena: gli uccelli che a causa della tempesta non erano potuti uscire in cerca di cibo, ora finalmente possono cenare e la cena è più lunga e piena di gioia nell’aria rasserenata.

La parte, si piccola… sera: durante il giorno sconvolto dalla tempesta, le rondini (i nidi) hanno sofferto; anche il poeta ha tanto sofferto, la sua vita è stata sconvolta da ansie e dolori, ma ora, al declinare della vita, recupera, come gli uccelli, la sua serenità, la sua sera.

voci di tenebra azzurra: il suono delle campane si effonde nelle tenebre della sera, fino al cielo azzurro.

Mi sembrano… sera: i suoni delle campane, che sembrano invitarlo dolcemente al riposo, ad un lungo riposo, lo riportano al passato, alla sua infanzia ed alla presenza tenera della madre, ma subito la riflessione si smarrisce in una sensazione di infinito (poi nulla), di indeterminato, che è un presagio ed un desiderio di morte, di un porto di quiete, di una sera definitiva che metta per sempre fine alle tempeste.

Note alle poesie

Note alla poesia Sera d’ottobre

ridere: risplendere.

al presepe: alla stalla.

tarde: che procedono lentamente.

foglie stridule: le foglie secche scricchiolano sotto il piede del povero.

Note alla poesia Sogno

Nulla era mutato: da quando il poeta vi era stato l’ultima volta.

Stanco… come da un viaggio: parole semplicissime per indicare anni di pena, di miseria, di umiliazioni, di disperazione, che il poeta dovette affrontare dopo la serie di lutti per cui risultò quasi completamente distrutta la sua già numerosa famiglia; e quello stanco ripetuto al principio del verso successivo rende con efficacia l’immagine di chi, in un attimo di quiete stupita e dolorosa, torna indietro con l’immaginazione e solo allora avverte la stanchezza che quasi non sentiva durante il faticoso cammino.

La gioia di tornare ai luoghi cari è velata dalla pena che dà il pensiero di non trovare più i propri cari.

La gioia è divenuta dolcezza, qualcosa, cioè, di più intimo, di più tenero, ed analogamente la gran pena si è mutata in angoscia muta: lo stato d’animo di chi corre verso i luoghi amati si è trasformato in quello di chi, arrivatovi, si sofferma a considerare fatti antichi e presenti, nella loro irrevocabile e, in questo caso, drammatica realtà.

Note alla poesia del giorno

La bimba che tu, morendo, lasciasti con i lunghi capelli biondi ad anella, cioè la più grandicella delle due Ida. Il poeta si rivolge alla madre morta.

L’ultima, Maria.

Il pensiero de le pie sorelline in convento e della madre morta aveva avuto un effetto determinante nella redenzione del Pascoli che, dopo il carcere, aveva anche meditato il suicidio su la spalletta del Reno, coperta di neve come è da lui stesso ricordato nella nota poesia La voce. Per le sorelle il suo coraggio si ridestò e l’anima sua si purificò (mi detersi l’anima)

E’ questo il giusto orgoglio di chi è riuscito, tra difficoltà e mortificazioni indicibili, a raccogliere sotto lo stesso tetto i superstiti della già numerosa famiglia, costretti sino ad allora a vivere della pietà altrui. Il Pascoli rimase sempre molto legato a queste due sorelle, ed immenso fu il suo dolore quando Ida, nel 1895, lasciò la casa per andare a nozze; da allora rimase solo con Maria, che lo assistette fino alla morte e che, dopo, dedicò la sua vita al culto della memoria del grande scomparso, delle opere del quale curò essa stessa la pubblicazione. E’ morta nel 1953.

Il ricordo dei propri morti, delle sventure, dei patimenti non può consentire di esser felici; ma l’affetto delle persone più care può almeno dare quella serenità che si esterna con un sorriso velato di pia tristezza.

e sempre… le ciglia: e sempre sento che ai miei occhi si affaccia una lacrima come quella che, durante l’agonia, spuntò sulle tue ciglia. Il poeta, insomma, prova lo stesso sentimento di dolorosa tenerezza che dovette provare la madre morente al pensiero delle due sue creature più piccine.

Note e commento alla poesia del giorno

Innanzi, innanzi: il poeta rivolge a se stesso l’esortazione a procedere ed a superare l’avversità della stagione invernale. Ma è evidente che, al di là del significato letterale, l’esortazione ha un altro senso: la morte del figlio toglie al poeta la voglia di vivere, di procedere per una via segnata da orrende ombre, impedita da rami infranti, come pensier di morte desiosi: di qui l’esortazione.

ugual luce: uniformemente risplende.

Nelle giornate rigide l’alito vapora dalle nostre bocche, e sembra, appunto, che l’aer fende.

Ogni altro tace: tutto è silenzio, interrotto solo dal rumore dei passi sulla neve che, calpestata, cede e stride.

stanti: immobili.

Sembra che sul suolo gelido (informe, senza vita) si disegnino ombre paurose (orrende) al chiarore della luna che batte sopra un pino cruccioso e con i rami infranti come se desiderassero la morte: è chiaro che il poeta trasferisce all’albero i sentimenti del suo animo ferito, infranto come i rami del pino.

Cingimi, o bruma… forti: o nebbia invernale (bruma), avvolgimi ed acqueta le onde tempestose (i frangenti che tempestan forti) del mio sentimento (interno senso).

naufrago: abbattuto e sgomento.

Il sentimento di pietà verso i morti è qui rivolto, in particolare, al figlioletto Dante.

Questo sonetto ha lo stesso motivo d’ispirazione di quello di ieri. Scritto un mese e mezzo dopo la morte dell’unico figlio maschio del poeta, esprime l’angoscia del padre ferito nell’affetto più intimo, più tenero. Il fosco paesaggio invernale trova una sotterranea rispondenza nello stato d’animo, che sembra restar sospeso nel vuoto pauroso della domanda conclusiva: che fanno giù ne le lor tombe i morti?.

Note e commento alla poesia del giorno

fiorita collina tosca: il fratello Dante era sepolto su la fiorita collina tòsca, cioè a Santa Maria a Monte, un paesello in collina presso San Miniato, e vicino alla sua era pure la tomba del padre, il dottor Michele Carducci, morto il 15 agosto 1858.

pur ora: poco fa.

romita: solitaria.

grande e santo nome: il fratello e il figlio del poeta avevano lo stesso nome dell’Alighieri, il grande poeta venerato (santo) dai posteri e dallo stesso Carducci.

che a te fu amara tanto: al fratello la vita riuscì insopportabile, al punto di indurlo al suicidio. Si noti il contrasto che viene messo in evidenza da quell’ ahi no! che introduce i versi seguenti: al bimbo la vita non era amara, e solo il crudele destino volle strapparlo alle vision leggiadre che gli sorridevano.

pinte: dipinte dei colori dei vari fiori.

l’ombra: della morte.

vostre rive: le rive del regno dei morti.

lo spinse: anche questa espressione serve a mettere in risalto la crudeltà della morte, che strappò il bimbo alla vita contro la sua volontà.

adre: nere, buie (dal latino ater).

Si avverte in questa angosciosa espressione finale il disperato dolore del padre, che non si rassegna al pensiero che il bimbo rimanga al buio, senza il dolce sole, e privo della carezza della madre invocata vanamente con la sua gentil voce di pianto.

Il 9 novembre 1870 moriva di meningite l’unico figlio maschio del Carducci, il piccolo Dante, che era nato il 21 giugno 1867. Nel darne notizia al fratello Valfredo, il poeta, fra l’altro, scriveva “Io per me sento che quest’altro pezzo di esistenza mi sarà molto triste. A febbraio la mia povera mamma; ora il mio bambino; il principio e la fine della vita e degli affetti. La sua povera mamma è stata 14 giorni con la morte sugli occhi: figurati. Ora lo veste e gli fa la ghirlanda per mandarlo nella fossa accanto alla sua nonna. Povero il mio bambino! Pare a sentir certuni, che la morte di un bambinetto sia miseria leggera e facilmente comportabile. Non è vero, non è vero”.

Non è difficile comprendere da quale stato d’animo sia nata questa poesia, scritta probabilmente lo stesso giorno in cui il poeta vide morire il bambino; il titolo è tratto dal verso famosissimo di Virgilio “abstulit atra dies et funere mersit acerbo” (Eneide, VI, 429), dove è detto, appunto, a proposito delle anime dei bambini che piangono nell’aldilà pagano: “li rapì la nera giornata (della morte) e li sommerse in una tomba precoce”.

Il Carducci rivolge il suo canto accorato al fratello morto, che portava lo stesso nome del suo bimbo e che si era ucciso poco più che ventenne il 4 novembre 1857; gli chiede di accoglierlo nel regno dei morti, perché non rimanga solo e al buio mentre invoca la luce e la mamma perduta.

Arte – Cultura – Personaggi Un commento alla Poesia

Adelchi

Nell’Adelchi, la tragedia in cinque atti che il Manzoni scrisse dal 1820 al 1822, si narra la drammatica fine del dominio del Longobardi in Italia per opera del re dei Franchi Carlo Magno, e l’azione comprende le vicende di tre anni, dal 772 al 774.

Carlo Magno, invocato dal papa Adriano I, scende in Italia, dopo aver ripudiato la moglie Ermengarda, figlia del re dei Longobardi Desiderio e sorella del valoroso e generoso Adelchi; dopo che invano l’esercito franco ha cercato di attraversare il valico situato tra le montagne alpine che segnavano il confine tra i due regni, Carlo Magno riesce a sorprendere alle spalle l’esercito longobardo col provvidenziale aiuto del diacono Martino, e successivamente espugna ad una ad una le città nelle quali sono andati a chiudersi Desiderio, Adelchi e i pochi duchi rimasti fedeli.

L’infelice Ermengarda, che, malgrado la terribile offesa ricevuta, è ancora innamorata del marito Carlo, si spegne, consunta dal dolore, nel monastero di Brescia, prima che la città cada nelle mani dei Franchi.

La tragedia si conclude con la morte di Adelchi dinanzi allo sguardo fatto pietoso di Carlo ed a quello di Desiderio prigioniero.

Il coro di Ermengarda

L’azione del coro si svolge nel giardino del monastero di San Salvatore, a Brescia, dove Ermengarda, figlia di Desiderio e sorella di Adelchi, si è ritirata, in cerca di una pace dello spirito che non riesce a trovare, innamorata com’è, ancora, del marito Carlo Magno che per ragion di Stato l’ha ripudiata.

Ermengarda muore consunta dal dolore, mentre il regno longobardo crolla sotto i colpi dei Franchi vittoriosi. Ma la vicenda terrena della sventurata donna perde in questo coro le sue caratteristiche di concretezza e di contingenza per innalzarsi su un piano ideale, quello, per dirla col Manzoni, della “provida sventura”.

Note e commenti alla poesia del giorno

Note alla poesia del giorno

  1. orloggio: orologio. Si noti come la trascrizione popolare romanesca faccia sparire la vocale che precede l’accento tonico e raddoppi la consonante che ad esso segue.
  2. Pe’ questo… ghetti: per questa ragione occorre fare tutto questo chiasso… Ghetti erano i quartieri, e a Roma ce n’era uno popolosissimo, dove erano costretti a vivere, in una specie di odioso isolamento, gli ebrei, i quali vi tenevano mercato e perciò facevano molto chiasso gridando la loro merce.
  3. Re-d’-uccelli: espressione popolare per dire “cosa o persona rarissima ed eccezionale”.
  4. La madre prima punta sulla pietà e sulla carità cristiana per cui anche i ladri, poveri peccatori, debbono proprio per questo essere amati come fratelli e redenti, poi pone una domanda un po’ cattiva, tentando di porre sotto accusa tutta la società.
  5. L’accusa si fa concreta e investe coloro cui è consentito di rubare veramente, cento volte più del povero ladruncolo, e a cui la società fa tanto di cappello: si striscia loro dinanzi riverenti e si pagano loro pure le spese.
  6. Nel tirar fuori i suoi argomenti in difesa del figlio, la povera donna non è certo molto abile: in fondo, per lei, il difetto del figlio non sta nel rubare, ma solo nel rubare poco e stupidamente: se Checco avesse rubato un milione sarebbe oggetto di venerazione e sarebbe quasi considerato un santo da raffigurare con un giglio, segno di purezza, in mano.

Commento alla Poesia del giorno

“Borzaroletto” significa letteralmente “piccolo borsaiolo”, borsaiolo da pochi soldi: un povero sciagurato, uno dei tanti poveri diavoli che, nella carriera poco onorevole del furto, si sono fermati al primo gradino, il più basso. E’ ovvio che per una madre il figlio, anche il peggiore, sia un povero ragazzo contro il quale si accanisce la società; altrettanto ovvio è che una madre chiami ingiusta una società che colpisce con tanta sicurezza il piccolo ladruncolo mentre è tanto lenta e forse mal disposta e, a volte, incapace di colpire i grandi ladri, quelli più qualificati e più titolati. E questa non è solo la maniera di pensare e di sentire di una madre, ma di tutto il popolo.

Un’immagine della Roma Belliana – Un particolare di Piazza di Spagna

L’angolo della Poesia

Un commento alla Poesia di Carlo Porta “La nomina del Cappellan

In questo brano del Porta la satira è amara: ci fa pensare al Parini del Giorno ma con una diversa coscienza morale e civile. Per Parini la nobiltà era ancora la vera classe dominante ed egli ne lamentava i vizi proprio perché non si addicevano a chi doveva dirigere la società; per il borghese Porta nobiltà e clero sono ormai classi parassitarie e non esercitano su di lui alcun fascino, al contrario gli si rivelano nel loro egoismo e nella loro meschinità. La denuncia non è aperta, la condanna non viene espressa direttamente dal poeta, ma attraverso le condizioni che il maggiordomo, portavoce della marchesa, detta agli aspiranti: ecco il vero volto della aristocrazia ricca, vuota, che gioisce nell’umiliare gli altri, ed ecco il vero volto del clero i cui interessi materiali feriscono profondamente la sincera religiosità portiana.

D’altronde la satira contro il clero raramente è ateistica, in genere viene esercitata proprio da chi ha una sincera fede religiosa e non sopporta comportamenti interessati e gretti in chi dovrebbe seguire gli insegnamenti del Vangelo. E quindi il poeta si impegna qui civilmente a denunciare piccoli vizi, piccoli peccati che però sono la causa di più grandi mali; ed uno dei mali peggiori è per lui la mancanza di religiosità. Egli pone, così, sul piano del quotidiano, che è pur sempre nella storia, lo stesso problema che Manzoni pone sul piano più grandioso della morale e della storia.

Le condizioni stabilite dal maggiordomo dovrebbero fare andar via indignati i sacerdoti: essi invece pensano solo ai vantaggi materiali che potranno trovare a casa della nobildonna (pranzi abbondanti, conoscenze importanti, piccoli privilegi) e quando avviene la selezione spontanea dei concorrenti, è a causa del fatto che non sanno giocare a tarocchi o perché non se la sentono di portare a spasso la cagnetta, ma nessuno si indigna per dover dire la messa quando la marchesa è comoda o per doverla celebrare in un quarto d’ora.

Note alla poesia Il giuramento di Pontida di Giovanni Berchet – postata ieri e oggi.

L’han giurato… Pontida: il 7 aprile 1167 nel convento di San Giacomo a Pontida, presso Bergamo, si riunirono i rappresentanti delle città aderenti alla Lega Lombarda contro il Barbarossa e giurarono di difendere la libertà dei Comuni dagli abusi dell’autorità imperiale.

venti città: le città furono in effetti 19.

pennon: bandiera.

sul cener… abituro: sulle ceneri della casa incendiata dagli invasori. Sembra evidente l’allusione alla distruzione di Milano, per opera di Federico Barbarossa, nel 1162.

la lombarda… siede: la donna lombarda non se ne sta più inerte e affranta.

Ella è sorta: ella si è scossa, ha deciso di lottare.

frugali: semplici, modeste, contente di poco.

contente agli sposi: contente dell’amore coniugale.

voi che i figli… dubbiosi: voi, della cui forza i figli non nutrono alcun dubbio.

spiraste il voler: ispiraste, determinaste la volontà di lottare.

Perché ignoti… retaggio?: perché degli stranieri che non ebbero antenati nella nostra terra vi stanno come se l’avessero avuta in eredità (retaggio) dai padri?

una terra… fruir: forse che Dio non ha dato anche a loro una patria ed il possesso (fruir) di usi (costumi) e lingua propria? Così come in Manzoni (una d’arme, di lingua, d’altare/di memoria, di sangue e di cor) l’idea di nazione non è solo politica o geografica, ma comprende tutte le espressioni, gli usi, le credenze di un intero popolo e costituisce il suo patrimonio.

Maladetto… rapir: è già l’idea mazziniana del diritto-dovere alla libertà; pertanto è maledetto chi si appropria (usurpa) ciò che è di altri, ma anche chi si lascia depredare (rapir) della patria che Dio gli ha assegnata. Dio ha creato gli uomini liberi, ha assegnato loro una patria e nessuno ha diritto di appropriarsi di quella altrui; è questo il concetto romantico del nazionalismo, il diritto-dovere di ogni nazione.

squilla: campana.

Chi ha in feudo una villa: chi ha in beneficio un paese.

ch’ei giurò: al quale giurò fedeltà.

dubbiezze: incertezze, dubbi.

Federigo?: Federico I di Svevia detto il Barbarossa (1152-1190) lottò a lungo contro i Comuni italiani scendendo in Italia ben sei volte e la sesta volta fu definitivamente sconfitto a Legnano il 29 maggio 1176 dalla Lega Lombarda. Morì nel fiume Salef in Cilicia durante la III Crociata.

brando: spada.

Questi: i soldati di Federico.

predando: depredando, rubando.

Che monta?: che conta, che importa?

onde ai figli fer dono: che diedero ai loro figli.

irto: rozzo, incivile.

increscioso: odioso.

vi sortì: vi ha dato in sorte, vi ha assegnato.

Vaghe figlie… amore: belle fanciulle in attesa di offrire il vostro cuore.

chi un sopruso… ricordi: chi ha subìto (patito) una ingiustizia (sopruso) se ne ricordi ora per vendicarsi.

ingordi: uomini avidi, predatori.

del fulvo lor sir: del loro re dalla barba rossa.

Libertà… volenti: la libertà non viene meno (non fallisce) a chi fortemente la desidera (ai volenti).

addita: indica.

promessa a chi… desir: è una promessa a chi dedica (ponvi = vi pone) la vita alla sua conquista, non un premio per chi senza far nulla (inerte) si limita a desiderarla.

i paterni suoi fochi: i fuochi della sua casa paterna.

qui sconti dolor per dolor: sia punito qui scontando con le proprie sofferenze le sofferenze inflitte agli altri.

Un commento alla poesia del giorno

L’urne de’ forti

E’ questa la parte centrale del carme Dei Sepolcri, il capolavoro foscoliano, composto nel 1806 e pubblicato l’anno successivo a Brescia. Il motivo occasionale del carme è indicato, dai più, nelle conversazioni che il poeta ebbe con il Pindemonte, che stava componendo un poemetto sui Cimiteri, e nella minacciata estensione all’Italia dell’editto napoleonico di Saint-Cloud, del 1804, che vietava il seppellimento dei morti nelle chiese e negli abitati cittadini e istituiva una commissione di vigilanza sulle epigrafi funebri: questo problema, però, non era nuovo, perché era stato affrontato in sede legislativa e in sede morale e letteraria anche prima dell’editto napoleonico.

Comunque il Foscolo, pur concesso che abbia tratto la sua ispirazione da vicende reali e appassionanti, innalza il suo canto al di sopra di ogni contingenza, portandolo su un piano ideale nei quali convergono gli eterni miti e le universali aspirazioni dell’umanità posta dinanzi al mistero della morte. La tomba è l’unico tramite che unisce i defunti ai viventi, è il mezzo concreto e spirituale assieme che alimenta l’aspirazione ad una sopravvivenza che ci è concessa solamente in tal senso: la tomba, insomma, stabilisce una “corrispondenza d’amorosi sensi” addirittura divina, che ci fa credere, finché siamo vivi, che di noi sopravvivrà qualcosa nel ricordo dei nostri cari.

Il brano scelto, occupa, come s’è detto, la parte centrale del carme (che complessivamente consta di 295 endecasillabi sciolti), e con esso ha inizio la seconda parte dell’opera, quella in cui è celebrato il valore delle tombe degli uomini illustri: in tempi di miseria politica delle nazioni, dice il poeta, rimane sempre intatto il patrimonio spirituale della patria custodito nelle tombe dei grandi; l’Italia, in un solo tempio, accoglie i resti mortali di Machiavelli, di Michelangelo, di Galileo e di Alfieri; e da quel tempio, da Santa Croce in Firenze, gli italiani trarranno gli auspici quando “speme di gloria agli animosi intelletti rifulga ed all’Italia”.

Note sul Carme Dei Sepolcri di Ugo Foscolo

L’affermazione introduttiva al discorso di tutto il brano: “Le tombe (l’urne) dei forti, o Pindemonte, spingono (accendono) l’animo degli uomini forti ad imprese egregie, e rendono bella e santa agli occhi del forestiero (al peregrin) la terra che le accoglie”. Ippolito Pindemonte, veronese, visse dal 1753 al 1828, e di lui ancor oggi si ricorda la traduzione dell’Odissea: come poeta, non si solleva dalla mediocrità, per la mancanza di originalità e di fantasia.

Io è soggetto di gridai, undici versi più sotto. Il senso è questo: quando io vidi le tombe di Machiavelli, di Michelangelo e di Galileo, a Santa Croce, gridai: beata te Firenze ecc.

Niccolò Machiavelli, il grande pensatore politico e storiografo fiorentino vissuto dal 1469 al 1527, è qui ricordato come autore del Principe, ma il suo pensiero è interpretato erroneamente: infatti il Machiavelli nell’opera sua maggiore non volle rivelare alle genti quanti dolori e quante infamie si celassero dietro il fasto dello scettro (interpretazione errata che fu di molti studiosi e, specialmente, di Rousseau e degli Illuministi), ma volle più semplicemente ammaestrare i principi nell’arte del governo degli Stati.

Michelangelo Buonarroti (1475-1564) fu scultore, pittore, architetto, poeta fra i più grandi di ogni tempo. Qui è ricordato come ideatore della cupola di San Pietro, in Roma, la cui grandiosità è paragonabile a un monte.

Galileo Galilei (1564-1642), studioso genialissimo di geometria, di astronomia, di fisica, fu assertore della teoria copernicana, o eliocentrica, e perciò egli sotto la volta celeste (l’etereo padiglion) vide in movimento attorno al Sole, che fermo (immoto) li irradia, pianeti e satelliti (più mondi); le sue scoperte sgombrarono degli errori le vie del firmamento, per le quali più libero poté spaziare successivamente  il genio dell’Anglo, cioè di Isacco Newton (1642-1727), che per primo intuì la legge di gravità universale.

Te: Firenze.

lavacri: corsi d’acqua.

Lieta: quasi compiaciuta della benignità del tuo clima.

mille di fiori… incensi: mandato al cielo mille profumi (incensi) di fiori.

“tu, o Firenze, fosti la prima ad ascoltare la poesia di Dante (il Ghibellin fuggiasco), con la quale egli dette sfogo al suo animo esacerbato (allegrò l’ira)” Dante Alighieri (1265-1321) visse nel periodo delle lotte tra guelfi e ghibellini nel senso proprio della parola; egli in verità sosteneva che entrambi i poteri, quelli del papato (guelfo) e quello dell’impero (ghibellino), dovessero essere esercitati rispettivamente nel campo spirituale ed in quello temporale; fu, insomma, un “guelfo bianco”, come si disse ai suoi tempi, e con il suo pensiero mirava a conciliare le due opposte concezioni che dividevano il mondo di allora. Ma venne esiliato da Firenze, e il suo canto fu, secondo il Foscolo, uno sfogo alla sua ira. Che poi Firenze abbia ascoltato per prima il canto del suo grande figlio, che, cioè, Dante abbia cominciato a comporre la Divina Commedia mentre era ancora a Firenze, prima dell’esilio, è questione assai controversa, che trova sostenitori (pochi) ed oppositori (molti) accaniti.

“e tu, o Firenze, desti i genitori (parenti, alla latina) e la lingua a Francesco Petrarca, a quel dolce labbro della musa Calliope il quale seppe dare un significato spirituale e divino (rendea nel grembo a Venere Celeste) all’amore, che presso i Greci e i Romani era stato inteso in modo sensuale e pagano (nudo), adornandolo di un velo candidissimo di purezza”. Francesco Petrarca (1304-1374) fu figlio di fiorentini ma nacque ad Arezzo: amò una certa Laura, e per lei scrisse moltissime poesie, raccolte nel cosiddetto Canzoniere. Qui è detto dolce di Calliope labbro impropriamente, perché Calliope era la musa della poesia epica, ma il Foscolo, tenendo presente il significato greco del nome (= bella voce), la indica come protettrice della poesia in generale.

un tempio: Santa Croce, in Firenze.

mal vietate: mal difese.

Ecco l’utilità delle tombe degli uomini illustri: quando la speranza di gloria rifulgerà prima nei coraggiosi petti di pochi e poi, trascinatrice, in quelle di tutti gli italiani, trarremo da esse ispirazione e sprone a egregie cose.

a questi marmi: alle tombe di Santa Croce.

Vittorio: Alfieri (1749-1803), il grande astigiano, autore tra l’altro, di famosissime tragedie. Egli, in un’opera autobiografica, la Vita, a proposito di un viaggio a Firenze compiuto nel 1766, scrive “… arrivammo a Firenze in fin d’ottobre… Vi si fece soggiorno per un mese; e là pure, sforzato dalla fama del luogo, cominciai a visitare alla peggio la Galleria, e il Palazzo Pitti, e varie chiese; ma il tutto con molta nausea, senza nessun senso del bello, massime in pittura: gli occhi miei essendo molto ottusi ai colori… La tomba di Michelangelo in Santa Croce fu una delle poche cose che mi fermassero; e sulla memoria di quell’uomo di tanta fama feci una qualche riflessione: e sin da quel punto sentii fortemente che non riuscivano veramente grandi fra gli uomini, che quei pochissimi che aveano lasciato alcuna cosa stabile fatta da loro”. Ma qui il Foscolo allude al lungo soggiorno dell’Alfieri a Firenze, durante gli ultimi dieci anni circa della sua vita, quando spesso visitava Santa Croce.

Irato a’ patrii Numi: i Numi tutelari della patria, che tolleravano che l’Italia fosse serva e derisa.

desioso: con la speranza, cioè di trovare consensi al suo muto dolore e di intravvedere segni di riscossa dal torpore e dall’inettitudine in cui tutti versavano.

vivente aspetto: vivo segno di una qualsiasi attività negli uomini e nelle cose.

molcea: addolciva, leniva.

qui posava l’austero: quell’uomo austero si rifugiava qui, a Santa Croce.

il pallor della morte vicina, o, meglio il pallore determinato dalle sofferenze morali per le sventure della patria, e la speranza che quello stato di abbandono cessasse per il risveglio degli italiani.

fremono: il verbo è qui attivo, latinamente; diremmo meglio: e le sue ossa fremono di amor di patria.

Un commento alla Poesia del giorno

  1. Ritorna in prigione: ripiomba cioè, nello stato d’animo che aveva mentre era in prigione. E’ da ricordare che la poesia fu scritta a Brancaleone Calabro, dove Pavese era confinato, nell’ottobre 1935.
  2. L’idea di libertà si identifica, per il carcerato, con la libera, velocissima corsa delle lepri. Ma, una volta libero, l’uomo si ritrova oppresso dalla nebbia d’inverno, dai muri di strade, dall’acqua fredda, e la “prigione” rivive ogni volta che morde in un pezzo di pane.
  3. dopo: quando sarà tornato in libertà.
  4. che sapeva di lepre in prigione: che richiamava il pensiero della libertà.

Un commento alla poesia

Il ricordo della prigione non abbandona mai l’uomo che vi è stato. La libertà sognata fra le mura di un carcere non si riacquista uscendone, perché l’isolamento materiale si trasforma in solitudine esistenziale per l’uomo. E’ il concetto essenziale di questa poesia.

I campi arati, il ciuffo di rovi spogliati lungo l’argine, già verde in agosto e, prima, i riferimenti alla città, all’osteria, alla stalla, richiamano il giudizio espresso dallo stesso Pavese su Lavorare stanca, sua prima raccolta poetica, definita “L’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza”.

L’angolo della Poesia

Un commento alla poesia del giorno

Friedrich Holderlin – un commento alla poesia

  1. vi disfiorano: vi sfiorano, vi carezzano.
  2. musiche dita: dita esperte nel saper trarre musicali accenti dall’arpa.
  3. L’anima degli dei somiglia a un boccio chiuso che contiene in sé senza bisogno di aprirsi, tutto lo splendore e il profumo del fiore.
  4. in una imperitura chiarità: nella eterna luce di lassù dove non c’è l’alternarsi di giorno e notte.
  5. com’acqua … in rupe: come una cascata d’acqua, che urta di roccia in roccia.

Holderlin ebbe sempre l’aspirazione ad un mondo ideale in cui fosse eliminata ogni distinzione tra poesia e vita: per questo sognò il risorgere di tutta la civiltà ellenica, nella quale si realizza la fusione perfetta dell’idea di popolo, di natura e divinità.

In questa lirica viene contrapposto il destino felice dei beati Numi a quello doloroso dei mortali, i quali non trovano mai, in nessun luogo, la pace e finiscono per precipitare verso l’Ignoto.

In sostanza il poeta esprime il suo anelito alla pace, che è qui simbolicamente e felicemente rappresentata dalla purezza di vita dei Numi.