La Favola del Giorno

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LA FAVOLA DEL GIORNO

L’UOMO VERDE D’ALGHE

Un Re fece fare la grida nelle piazze che a chi gli avesse riportato la sua figlia sparita gli avrebbe dato una fortuna. Ma la grida non aveva effetto perché nessuno sapeva dove poteva esser andata a finire questa ragazza: l’avevano rapita una notte e non c’era posto sulla terra che non avessero frugato per cercarla.

A un capitano di lungo corso venne l’idea che se non si trovava in terra si poteva trovare in mare, e armò una nave apposta per partire alla ricerca. Ma quando volle ingaggiare l’equipaggio, non trovava marinai: perché nessuno aveva voglia di partire per un viaggio pericoloso, che non si sapeva quando sarebbe finito.

Il capitano era sul molo e aspettava, e nessuno si avvicinava alla sua nave, nessuno osava salire per il primo. Sul molo c’era anche Baciccin Tribordo che era conosciuto come un vagabondo e un uomo da bicchieri, e nessuno lo prendeva sulle navi. – Di’, ci vuoi venire tu, sulla mia nave? – gli fece il capitano.

  • Io, sì che voglio.
  • Allora Sali, – e Baciccin Tribordo salì per primo. Così anche gli altri si fecero coraggio e

salirono a bordo.

Sulla nave Baciccin Tribordo se ne stava sempre con le mani in tasca a rimpiangere le osterie, e tutti brontolavano contro di lui, perché il viaggio non si sapeva quando sarebbe finito, i viveri erano scarsi e dovevano tenere a bordo un fa-niente come lui. Il capitano decise di sbarazzarsene. – Vedi  quell’isolotto? – gli disse, indicandogli uno scoglio isolato in mezzo al mare. – Scendi nella scialuppa e va’ a esplorarlo. Noi incrociamo qui intorno.

Baciccin Tribordo scese nella scialuppa e la nave andò via a tutte vele e lo lasciò solo in mezzo al mare. Baciccin si avvicinò allo scoglio. Nello scoglio c’era una caverna e lui entrò. In fondo alla caverna c’era legata una bellissima ragazza, ed era la figlia del Re.

  • Come avete fatto a trovarmi? – disse a Baciccin Tribordo.
  • Andavo a pesca di polpi, – disse Baciccin.
  • E’ un polpo enorme che m’ha rapita e mi tiene prigioniera, – disse la figlia del Re. – Fuggite,

prima che arrivi! Ma dovete sapere, che questo polpo per tre ore al giorno si trasforma in triglia, e allora è facile pescarla, ma bisogna ammazzarla subito perché altrimenti si trasforma in gabbiano e vola via.

Baciccin Tribordo si nascose sullo scoglio, lui e la barca. Dal mare uscì il polpo, ed era enorme e con ogni branca poteva fare il giro dell’isola, e si agitava con tutte le sue ventose, perché aveva sentito che c’era un uomo sullo scoglio. Ma venne l’ora in cui doveva trasformarsi in pesce e tutt’a un tratto diventò triglia e sparì in mare. Allora Baciccin Tribordo gettò le reti e ogni volta che le tirava c’eran dentro muggini, storioni, dentici e alla fine apparve, tutta sussultante, anche la triglia. Baciccin levò subito il remo per darle un colpo da ammazzarla, ma invece della triglia colpì il gabbiano che s’era levato a volo dalla rete, e la triglia non c’era più. Il gabbiano non poteva volare perché il remo gli aveva rotto un’ala, allora si ritrasformò in polpo, ma aveva le branche tutte piene di ferite e buttava fuori un sangue nero. Baciccin gli fu sopra e lo finì a colpi di remo. La figlia del Re gli diede un anello col diamante in segno di perpetua gratitudine.

  • Vieni che ti porto da tuo padre, – disse lui, e la fece salire nella barca. Ma la barca era

piccola, ed erano in mezzo al mare. Remarono, remarono, e videro lontano un bastimento. Baciccin alzò in cima a un remo la veste della figlia del Re. Dalla nave li videro e li presero a bordo. Era la stessa nave da cui Baciccin era stato abbandonato. A vederlo tornare con la figlia del Re il capitano cominciò a dire: – O povero Baciccin Tribordo! E noi che ti credevamo perduto, t’abbiamo tanto cercato! E tu hai trovato la figlia del Re! Beviamo, festeggiamo la tua vittoria! – A Baciccin Tribordo non sembrava vero, tanto tempo era rimasto senza assaggiare un goccio di vino.

Erano già quasi in vista del porto da cui erano partiti. Il capitano fece bere Baciccin,e lui bevve, bevve fino a che non cascò giù ubriaco morto. Allora il capitano disse alla figlia del Re: – Non direte mica a vostro padre che chi vi ha liberato è quell’ubriacone! Dovete dirgli che vi ho liberato io, perché io sono il capitano della nave, e quello là è un mio uomo che ho comandato io di fare quel che ha fatto.

La figlia del Re non disse né si né no. – So io quel che dirò, – rispondeva. E il capitano allora pensò di farla finita una volta per tutte con Baciccin Tribordo. Quella stessa notte lo presero, ubriaco com’era e lo buttarono in mare. All’alba il bastimento arrivò in vista del porto; fecero segnali con le bandiere che portavano la figlia del Re sana e salva, e sul molo c’era la banda che suonava e il Re con tutta la Corte.

Furono fissate le nozze della figlia del Re col capitano. Il giorno delle nozze nel porto i marinai vedono uscire dall’acqua un uomo coperto d’alghe verdi dalla testa ai piedi, con pesci e granchiolini che gli uscivano dalle tasche e dagli strappi del vestito. Era Baciccin Tribordo. Sale a riva, e tutto parato d’alghe che gli coprono la testa e il corpo e strascicano per terra, cammina per la città. Proprio in quel momento avanzava il corteo nuziale, e si trova davanti l’uomo verde d’alghe. Il corteo si ferma. – Chi è costui? –  chiede il Re. – Arrestatelo – S’avanzano le guardie, ma Baciccin Tribordo alzò una mano e il diamante dell’anello scintillò al sole.

  • L’anello di mia figlia! – disse il Re.
  • Sì, è questo il mio salvatore, – disse la figlia, – è questo il mio sposo.

Baciccin Tribordo raccontò la sua storia; il capitano fu arrestato. Verde d’alghe com’era si mise vicino alla sposa vestita di bianco e fu unito a lei in matrimonio.

(Riviera ligure di Ponente) da Italo Calvino Fiabe Italiane

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LA FAVOLA DEL GIORNO

IL GATTO E IL TOPO IN SOCIETA’

Un gatto fatto conoscenza con un topo, aveva acconsentito ad andare a star di casa con lui e a far vita comune.

  • Ma, – disse il gatto, – bisognerà che prendiamo le nostre precauzioni per l’inverno, altrimenti soffriremo la fame.

Così essi comprarono un vasetto di grasso.

  • Lo metteremo in chiesa, – disse il gatto, – sotto l’altare e non lo toccheremo finché non sia necessario.

Il vasetto fu dunque messo al sicuro, ma non andò molto che il gatto cominciò ad averne voglia e disse al topo:

  • Lasciami uscire, per oggi, ed abbi cura della casa tu solo.
  • Sì, sì –  rispose il topo, – va’ e che Dio ti benedica.

Se ne andò diritto diritto in chiesa, si avvicinò pian piano al vasetto e incominciò a leccare. Poi andò a fare una passeggiata sui tetti della città. Quando cominciò a farsi buio, il gatto tornò a casa.

  • Oh, eccoti tornato! – disse il topo. – Hai certo passato una buona giornata.
  • Sì, – rispose il gatto.

Non molto tempo dopo, cominciò di nuovo a venire al gatto una vogliolina. E disse al topo:

  • Debbo andare a far da compare. Non mi posso rifiutare.

Il buon topo acconsentì, e il gatto strisciando dietro le mura della città se ne andò in chiesa e mangiò la metà del grasso.

Quando fu tornato a casa, il topo gli domandò:

  • E il piccino, come l’hanno battezzato?
  • Mancamezzo, – rispose il gatto.
  • Mancamezzo! Questo nome in vita mia non l’ho mai sentito.

Ben presto il gatto ricominciò a sentirsi l’acquolina in bocca.

  • Io debbo per la seconda volta far da compare – disse al topo.
  • Mancamezzo! – rispose il topo. – E’ un nome curioso che mi dà da pensare.
  • Sfido! te ne stai sempre a casa e ti metti in testa ogni specie d’idee strampalate, – disse il gatto.

Durante l’assenza del gatto, il topo sbarazzò e mise tutta la casa in ordine: e intanto quel ghiottonaccio di gatto ripulì per bene tutto il vasetto.

  • Almeno, una volta finito, non ci si pensa più, – disse fra sé.

Il topo gli domandò subito del nome che aveva messo al secondo piccino.

  • Non ti piacerà certo neanche questo, – disse il gatto. – Si chiama Mancatutto.
  • Mancatutto! – esclamò il topo. – Questo poi è il nome più strano di tutti. Che cosa mai può voler dire?

Il gatto scosse il capo, si arrotolò su se stesso e si mise a dormire.

Venne l’inverno e il topo disse:

  • Vieni, gatto, andiamo a prendere il nostro vasetto di grasso, che abbiamo messo da parte; vedrai come ci piacerà.

Si misero in cammino, e quando finalmente furono arrivati, trovarono sì il vasetto ancora al suo posto, ma era vuoto.

  • Ah! – disse il topo. – Ora capisco come è andata la cosa; ora si vede come sei un amico sincero! Ti sei mangiato ogni cosa, quando andavi a far da compare.
  • Ti vuoi chetare? – esclamò il gatto.

Aveva già sulla lingua il povero topo; l’afferrò e lo inghiottì in un boccone.

Il mondo, vedete, è fatto così.

Da tutte le fiabe, Fratelli Grimm

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LA FAVOLA DEL GIORNO

Brif, bruf, braf di Gianni Rodari

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare fra loro senza far capire nulla agli altri.

  • Brif, braf – disse il primo.
  • Braf, brof – rispose il secondo. E’ scoppiarono a ridere.

Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale e affacciata alla finestra una vecchia signora né buona né cattiva.

  • Come sono sciocchi quei bambini – disse la signora.

Ma il buon signore non era d’accordo: – Io non trovo.

  • Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto.i
  • E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: che bella giornata! Il secondo ha risposto: domani sarà ancora più bella.

La signora arricciò il naso, ma stette zitta, perché i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.

  • Maraschi, barabaschi, pippirimoschi – disse il primo.
  • Bruf – rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
  • Non mi dirà che ha capito anche adesso – esclamò indignata la v di ecchia signora.
  • E invece ho capito tutto –rispose sorridendo il vecchio signore. – il primo ha detto: come siamo contenti di essere al mondo. E il secondo ha risposto: il mondo è bellissimo.
  • Ma è poi bello davvero? Insiste la vecchia signora.
  • Brif, bruf, braf – rispose il vecchio signore.

Da favole al telefono, Einaudi

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MITI – SAGHE E LEGGENDE

Dal Libro della Genesi

Il racconto della creazione

In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

Dio disse: “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che sono sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. E Dio disse: “la terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie”. E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

Dio disse: “Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da  segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra”. E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie”. E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.

Dio creò l’uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò;

maschio e femmina li creò.

Dio li benedisse e disse loro:

“Siate fecondi e moltiplicatevi,

riempite la terra;

soggiogatela e dominate

sui pesci del mare

e sugli uccelli del cielo

e su ogni essere vivente,

che striscia sulla terra”.

E Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero su cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”. E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

da La Sacra Bibbia, Cei

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LA FAVOLA DEL GIORNO

LA PIETRA E IL FUOCO

La pietra, essendo battuta dall’acciarolo del foco, forte si maravigliò, e con rigida voce disse a quello:

  • Che prusunzion ti move a darmi fatica? Non mi dare affanno, che tu m’hai colto in iscambio, io non dispiacei mai a nessuno.

Al quale l’acciarolo rispose:

  • Se starai paziente, vedrai che maraviglioso frutto uscirà da te. – Alle quale parole la pietra, datosi pace, con pazienza stette forte al martire, e vide di sé nascere il maraviglioso foco, il quale, colla sua virtù, operava in infinite cose.

Detta per quelli i quali spaventano ne’ prencìpi delli studi, e poi che a loro medesimi si dispongono potere comandare, e dare con pazienza opera continua ad essi studi, di quelli si vede resultare cose di maravigliosa dimostrazione.

Leonardo Da Vinci secolo XV

La Pietra e il fuoco – versione

La pietra si meravigliò moltissimo di essere battuta da un acciarino e con voce dura gli disse:

  • Quale falso giudizio ti spinge a farmi soffrire? Non mi colpire perché certo mi hai scambiata con qualcun altro, io, infatti, non ho mai offeso nessuno.

A ciò l’acciarino rispose:

  • Se sarai paziente vedrai quale meraviglioso frutto uscirà da te.

A queste parole la pietra, rassegnata, sopportò la sofferenza e vide sprizzare da lei un fuoco splendente che con la sua potenza faceva moltissime cose.

Questo è raccontato per coloro che si spaventano all’inizio dello studio, ma poi, se si dispongono a superare se stessi e si applicano con pazienza e continuità, vedono infine i meravigliosi risultati del loro impegno.

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LA FAVOLA DEL GIORNO

SAN FRANCESCO E LE TORTORE SELVATICHE

Un giovane avea preso un dì molte tortole, e portavale a vendere.

Iscontrandosi in lui santo Francesco, il quale sempre avea singulare pietà agli animali mansueti, tu me le dia, e che uccelli così innocenti, a’ quali nella santa Scrittura sono assomigliate le anime caste e umili e fedeli, non vengano alle mani de’ crudeli che gli uccidano”.

Di subito, colui, ispirato da Dio, tutte le diede a santo Francesco; ed egli ricevendole in grembo, cominciò a parlare loro dolcemente: “O sirocchie mie, tortole semplici, innocenti e caste, perché vi lasciate voi pigliare? ora io vi voglio scampare da morte e farvi nidi, acciocché voi facciate frutto e multiplichiate secondo il comandamento del vostro Creatore”. E va santo Francesco e a tutte fece nido. Ed elle, usandogli, cominciarono a fare uova e figliare dinanzi alli frati; e così dimesticamente si stavano ed usavano con santo Francesco e con gli altri frati, come se elle fussono state galline sempre nutricate da loro. E mai non si partirono insino che santo Francesco colla sua benedizione diede loro licenza di partirsi.

E al giovane che gliele avea date, disse santo Francesco: “Figliuolo, tu sarai ancora frate in questo Ordine, e servirai graziosamente a Gesù Cristo”. E così fu; imperocché ‘l detto giovane si fece frate e vivette nell’Ordine con grande santità.

Anonimo secolo XIV

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LA FAVOLA DEL GIORNO

IL BUFFONE DI MESSER EZZELINO

Messer Ezzelino da Romano aveva un suo buffone, al quale faceva raccontare storielle, quando le notti erano lunghe. Una notte avvenne che il buffone aveva una gran voglia di dormire, e Ezzelino lo pregava di raccontare.

Il narratore incominciò a narrare la favola di un contadino che aveva cento bisanti: andò a un mercato per comperare pecore; ne ebbe due per bisante. Tornando con le pecore, un fiume che aveva guadato, era molto cresciuto a causa di una grande pioggia. Stando sulla riva, cercò di provvedere in questo modo: un povero pescatore aveva una sua piccola barchetta, così piccola che non ci stavano se non il contadino e una pecora per volta. Il contadino incominciò a passare; il fiume era largo; si mise con una pecora nella barca; cominciò a remare. Voga e passa.

Il narratore si fermò e non diceva di più. Messer Ezzelino disse: “Che fai? Continua”. Il narratore rispose e disse: “Messere, lasciate passare le pecore, poi racconteremo quello che è successo”.

anonimo

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LA FAVOLA DELL’ORCO

Un orco stava passando un giorno in un campo e lì ci trova un contadino, e gli dice:

  • Con questi buoi così magri stai arando?
  • Ih! e che cosa ci posso fare, se non ne ho di migliori?
  • Se dài retta a me, io ti mostro il modo di arricchire subito. Vieni con me, ché andiamo a un posto, dove ci danno tutto quello che ci bisogna.

Appena arrivati al luogo fissato, ci trovano altri due orchi. Questi, appena hanno visto il contadino, gli dicono:

  • Oh!! ben venuto! E dunque compagno nostro ti sei fatto?
  • Eh! Contro voglia mi faccio compagno a chi mi aiuta.
  • Oh! per aiutarti, non pensarci, ché ci siamo noi. Tie’, prendi questa verghetta e vai a quel monte, che è vicino all’entrata della tua stessa vigna. Quando sarai lì, voltati: se vedi noi tre, batti tre colpi di verga alla roccia, se vedi che siamo due bàttine due, se vedi che è uno solo bàttine uno.

E il contadino risponde:

  • Ih! E allora sarà proprio per questi tre colpi di verghetta!

Arriva al posto, si volta, e li vede tutt’e tre, e subito batte tre colpi di verga al monte, e il monte s’apre in tre: e dentro c’era una grande padella di rame piena di marenghi.

Allora il contadino dice:

  • Ma guarda un po’ dove stava la mia ricchezza! dentro la mia stessa casa!

E da quel momento è restato ricco e consigliava i suoi parenti di cercare orchi, se volevano diventar ricchi.

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LA FAVOLA DEL GIORNO

Il topo dei fumetti di Gianni Rodari

Un topolino dei fumetti, stanco di abitare tra le pagine di un giornale e desideroso di cambiare il sapore della carta con quello del formaggio, spiccò un bel salto e si trovò nel mondo dei topi di carne e d’ossa.

  • Squash! – esclamò subito, sentendo odor di gatto.
  • Come ha detto? – bisbigliarono gli altri topi, messi in soggezione da quella strana parola.
  • Spoom, bang, gulp! – disse il topolino, che parlava solo la lingua dei fumetti.
  • Dev’essere turco, – osservò un vecchio topo di bastimento, che prima di andare in pensione era stato in servizio nel Mediterraneo.

E si provò a rivolgergli la parola in turco.

Il topolino lo guardò con meraviglia e disse:

  • Ziip, fiish, bronk.
  • Non è turco, – concluse il topo navigatore.
  • Allora cos’è?
  • Vattelapesca.

Così lo chiamarono Vattelapesca e lo tennero un po’ come lo scemo del villaggio.

  • Vattelapesca, – gli domandavano, – ti piace di più il parmigiano o il groviera?
  • Spliiit, grong, ziziiiir, – rispondeva il topo dei fumetti.
  • Buona notte, – ridevano gli altri. I più piccoli, poi, gli tiravano la coda apposta per sentirlo protestare in quella maniera buffa:
  • Zoong, splash, squarr!

Una volta andarono a caccia in un mulino, pieno di sacchi di farina bianca e gialla. I topi affondarono i denti in quella manna e masticavano a cottimo, facendo: crik, crik, come tutti i topi quando masticano. Ma il topo dei fumetti faceva: – Crek, screk, schererek.

  • Impara almeno a mangiare come le persone educate, – borbottò il topo navigatore. – Se fossimo su un bastimento saresti già stato buttato a mare. Ti rendi conto o no che fai un rumore disgustoso?
  • Crengh, – disse il topo dei fumetti, e tornò a infilarsi in un sacco dei granoturco.

Il navigatore, allora, fece un segno agli altri, e quatti quatti se la filarono, abbandonando lo straniero al suo destino, sicuri che non avrebbe mai ritrovato la strada di casa.

Per un po’ il topolino continuò a masticare. Quando finalmente si accorse di essere rimasto solo, era già troppo buio per cercare la strada e decise di passare la notte al mulino. Stava per addormentarsi, quando ecco nel buio accendersi due semafori gialli, ecco il fruscio sinistro di quattro zampe di cacciatore. Un gatto!

  • Squash! – disse il topolino, con un brivido.
  • Gragrragnau! – rispose il gatto. Cielo, era un gatto dei fumetti!

La tribù dei gatti veri lo aveva cacciato perché non riusciva a fare “miao” come si deve.

I due derelitti si abbracciarono, giurandosi eterna amicizia e passarono tutta la notte a conversare nella strana lingua dei fumetti.

Si capivano a meraviglia.

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LA FAVOLA DEL GIORNO

LA FAVOLA DELLA RONDINE E DEL MARE

Su, possa il faraone, mio grande signore, udire il racconto della rondine.

Poiché essa aveva messo al mondo i suoi piccoli sulla riva del mare e andava e veniva per cercare cibo per i suoi figli, disse al Mare:

  • Sorveglia i miei figli finché ritorno – ; ed ecco, questa era la sua maniera di  fare di ogni giorno.

In seguito, avvenne un giorno che la rondine andò fuori per cercare cibo per i suoi figli ed essa disse al Mare: – Sorveglia i miei figli finché ritorno, secondo la mia maniera di ogni giorno.

Ma avvenne che il Mare si sollevò essendo infuriato e lasciò andar via da sé i figli della rondine. Successe che la rondine rientrò a casa, col becco pieno, contenta e felice estremamente; ma non trovò là i suoi piccoli. Disse al Mare: – Dammi i miei figli che ti ho affidato! Se non mi ridai i miei figli che ti ho affidato, io ti prosciugherò oggi stesso, ti ridurrò alla sabbia, ti vuoterò col becco. Vedrai!

Avvenne che fece così la rondine ogni giorno… Avvenne che la rondine si riempì il becco di sabbia, avendo bevuto il mare riempiendosi il becco dell’acqua del Mare e bevendolo fino alla sabbia. …

Tale era dunque il modo di fare giornaliero della rondine davanti al faraone, il mio grande signore. Ecco come la rondine prosciugò il Mare, e ritornò col cuore soddisfatto alla terra di Arabia.

Anonimo Egiziano da Letteratura e poesia dell’Antico Egitto, trad. di E. Bresciani, Einaudi