La favola del giorno

La leggenda di Knockgrafton – 2

Se ne andò verso Cappagh, e camminava con tanta leggerezza, saltellando a ogni passo, che pareva avesse fatto il maestro di ballo per tutta la vita. Non uno di quelli che gli passarono accanto lo riconobbe senza la gobba, e Lusmore ebbe un gran da fare a persuadere ognuno che era lo stesso uomo – in verità non lo era, per quel che riguardava l’aspetto esteriore.

Naturalmente non ci volle molto prima che la storia della gobba di Lusmore di diffondesse, e se ne parlò come di un gran prodigio. Nel paese, per miglia attorno, era l’argomento sulla bocca di tutti, ricchi e poveri.

Una mattina, mentre Lusmore se ne stava seduto assai soddisfatto sulla porta della sua capanna, gli si avvicinò una donna e gli chiese se poteva mostrarle la via per Cappagh.

  • Non c’è bisogno che vi dia nessuna indicazione, buona donna, – disse Lusmore, – perché Cappagh è questo; chi mai cercate qui?
  • Sono venuta, – disse la donna, – dal paese di Decie, nella contea di Waterford, per trovare un certo Lusmore, al quale ho sentito dire che i folletti hanno tolto la gobba; perché il figlio di una mia vicina ha sulla schiena una gobba che sarà la sua morte; e, forse, se gli facessero lo stesso incantesimo fatto a Lusmore, la gobba potrebbe andargli via. Ora vi ho detto perché mi sono spinta tanto lontano: è per sapere di questo incantesimo, se mi è possibile.

Lusmore, che era l’ometto di buon cuore di sempre, raccontò alla donna tutti i particolar: come a Knockgrafton avesse intonato la canzone per i folletti, come la gobba gli fosse stata levata dalle spalle, e come per di più avesse ricevuto un nuovo abito intero.

La donna lo ringraziò moltissimo, e se ne andò via tutta contenta e con l’animo sollevato. Tornata alla casa della vicina, nella contea di Waterford, le ripeté per filo e per segno quello che Lusmore le aveva detto: misero allora il gobbetto, che era una creatura furba e stizzosa fin dalla nascita, su una carretta e lo condussero attraverso tutto il paese. Fu un viaggio lungo, ma non vi badarono, purché gli venisse tolta la gobba di dosso; e, proprio al calar della notte, lo portarono sotto il vecchio tumulo di Knockgrafton e ve lo lasciarono.

Jack Madden, era questo il nome del gobbetto, non stava lì da molto quando udì risuonare la melodia dentro il tumulo: era assai più dolce della volta precedente, perché i folletti la cantavano nel modo in cui Lusmore l’aveva modificata per loro, e la canzone ripeteva: Lunes, Martes, Lunes, Martes, Lunes, Martes e Mercole ancora, senza interrompersi mai. Jack Madden, che aveva una gran fretta di sbarazzarsi della sua gobba, non pensò neanche un istante di aspettare che i folletti avessero finito, né che sarebbe stato meglio rimanere in attesa di un’occasione propizia per riprendere il motivo in modo ancor più squisito di quanto avesse fatto Lusmore; così, dopo aver ascoltato i versi per intero sette volte senza che i folletti si fermassero mai, non badando al tempo o al carattere del pezzo, né cercando di introdurre le sue parole in modo appropriato, sbotta con: e Mercole ancora, e anche Giobia, pensando che se un giorno andava bene due erano ancora meglio; e che se Lusmore aveva ricevuto un abito nuovo, lui ne avrebbe avuti due.

Le parole gli erano appena uscite dalle labbra che fu sollevato e trasportato in un baleno dentro il tumulo con una forza prodigiosa; e i folletti vennero con grande irritazione a radunarsi attorno a lui, strillando, urlando e strepitando: – Chi ha sciupato la nostra canzone? Chi ha sciupato la nostra canzone? – e uno si staccò dagli altri e gli si avvicinò dicendo:

Jack Matto! Jack Matto!

E’ un gran guaio quel che hai fatto

Alla musica nostro diletto;

Nel castello sei stato costretto,

Perché la tua vita si copra di lutto;

Ecco qui, son due gobbe per Jack Gobbo Matto!

Venti dei folletti più robusti portarono quindi la gobba di Lusmore e la appoggiarono sopra quella che già stava sulla schiena del povero Jack, e lì rimase attaccata tanto fissa come vi fosse stata inchiodata con chiodi da dodici penny dal miglior falegname che mai abbia piantato un chiodo. Poi lo scacciarono a calci dal castello; e al mattino, quando la madre e la vicina vennero a cercare il loro omarino, lo trovarono ai piedi del tumulo mezzo morto, con l’altra gobba sulla schiena. Potete immaginare come si guardarono l’un l’altra! Ma avevano paura ad aprire bocca per timore di ritrovarsi anche loro con una gobba sulle spalle. Si riportarono lo sfortunato Jack Madden a casa, abbattute nell’animo e nell’aspetto come mai si videro due vicine; e vuoi per il peso della seconda gobba, vuoi per il lungo viaggio, il gobbetto morì poco dopo, lasciando, si dice, la sua pesante maledizione su tutti coloro che ancora volessero andare ad ascoltare le melodie fatate. Fine.

Fiabe popolari irlandesi

La favola del giorno

La leggenda di Knockgrafton

C’era una volta un pover’uomo che viveva nella fertile valle di Aherlow, ai piedi dei tenebrosi monti Galtee, e aveva una grossa gobba sulla schiena: a guardarlo, pareva che gli avessero arrotolato il corpo e glielo avessero sistemato sulle spalle; e la testa era così schiacciata dal peso che, quando stava seduto, il mento trovava sostegno sulle ginocchia. Gli abitanti delle campagne preferivano evitare di incontrarlo in luoghi solitari, perché, anche se il poveretto era pacifico e inoffensivo come un bambino appena nato, la sua deformità era tale che a stento lo si sarebbe detto un essere umano, e delle malelingue avevano messo in giro strane storie sul suo conto. Si raccontava che fosse un esperto conoscitore di erbe e di incantesimi, ma la cosa certa era che aveva una grande abilità nell’intrecciare paglie e giunchi facendone cappelli e ceste, e in questo modo si guadagnava da vivere.

Lusmore, era questo il soprannome che gli era stato affibbiato perché sul suo cappellino di paglia non mancava mai un rametto del “cappuccio delle fate” o digitale, riceveva sempre qualche soldo più degli altri per i suoi lavori di intreccio, ed era forse per tale motivo che qualcuno, spinto dall’invidia , aveva fatto circolare quelle strane storie su di lui.

Sia come sia, accadde che una sera facesse ritorno a Cappagh dalla graziosa cittadina di Cahir, e poiché a causa della grossa gobba sulla schiena il piccolo Lusmore camminava assai lentamente, era buio fitto quando giunse all’antico tumulo di Knockgrafton che si trovava sul lato destro della strada. Era stanco e affaticato e in cuor suo per niente tranquillo al pensiero della strada che ancora gli restava da percorrere e alla prospettiva di dover camminare tutta la notte; sedette allora sotto il tumulo per riposarso, e cominciò a fissare tristemente la luna che

Levandosi in una maestà di nubi, infine

Palesata Regina, svelava l’ineffabile sua luce,

E il suo manto d’argento gettava sulla notte.

Di lì a poco arrivò alle orecchie del piccolo Lusmore il confuso canto di una melodia celeste; si pose in ascolto e pensò che mai prima di allora gli era capitato di sentire una musica tanto incantevole. Era come il suono di molte voci in cui ognuna si fondeva e si armonizzava con l’altra in modo così particolare da produrre l’effetto di una voce sola: eppure tutte intonavano arie differenti. Le parole della canzone erano:

Lunes, Martes, Lunes, Martes, Lunes, Martes;

seguiva un attimo di pausa, quindi lo svolgersi della melodia riprendeva daccapo.

Lusmore ascoltava attentamente, e quasi non respirava per paura di perdere anche la più debole nota. Percepiva ora con chiarezza che il canto veniva dall’interno del tumulo, ma, anche se dapprincipio ne era stato così affascinato, cominciava ad essere stufo di sentire lo stesso suono ripetuto tanto spesso senza alcun cambiamento; e allora, approfittando della pausa, dopo che Lunes, Martes era stato cantato tre volte, riprese la melodia e la intonò con le parole e Mercole ancora, e poi continuò a cantare Lunes, Martes assieme alle voci provenienti dal tumulo, terminando il canto, al ripetersi della pausa, e Mercole ancora.

Nell’udire questa aggiunta alla musica, i folletti di Knockgrafton, la canzone era infatti un’aria magica, ne rimasero talmente conquistati che in quattro e quattr’otto risolsero di portare con sé il mortale che dimostrava di possedere un talento, nella musica, tanto superiore al loro, e il piccolo Lusmore fu trasportato tra i folletti all’incredibile velocità di un turbine.

Lo spettacolo che improvvisamente gli comparve innanzi mentre scendeva attraverso il tumulo girando su se stesso con la leggerezza di un fuscello e la musica più dolce seguiva il ritmo del suo movimento, fu stupendo. Gli venne poi tributato il più grande degli onori, perché fu posto al di sopra di tutti i musicisti, ed ebbe servi che si occupavano di lui egli fu dato tutto quello che poteva desiderare: in breve, fu trattato come fosse stato l’uomo più importante del paese.

Dopo poco, Lusmore notò che fra i folletti aveva luogo un gran confabulare e se ne spaventò non poco, nonostante tutte le gentilezze ricevute, finché uno non si staccò dagli altri e gli si avvicinò dicendo:

Lusmore! Lusmore!

Non avere alcun timore,

Quella gobba, quel gonfiore

Non darà a te più dolore;

Guarda in basso, con rumore

E’ caduta, Lusmore!

Non appena queste parole furono pronunciate, il piccolo Lusmore si sentì così leggero e felice che credette di poter saltare con un balzo solo sulla luna, come la mucca nella storia del gatto e del violino; e con gioia indicibile vide la sua gobba ruzzolargli giù dalle spalle, sul pavimento. Allora provò a sollevare la testa, e lo fece con la dovuta cautela per paura di sbattere contro il soffitto del salone in cui si trovava. Si guardò ancora ripetutamente in giro, meravigliandosi e deliziandosi di ogni cosa che gli appariva sempre più bella; sopraffatto dalla vista di una scena tanto rilucente, fu preso da capogiro, e lo sguardo gli si scurò. Cadde infine in un sonno profondo, e quando si svegliò scoprì che era giorno fatto, il sole splendeva alto, e gli uccelli cantavano dolcemente; ed egli si trovò disteso proprio ai piedi del tumulo di Knockgrafton, con le mucche e le pecore che pascolavano placidamente attorno a lui. La prima cosa che Lusmore fece, dopo aver detto le sue preghiere, fu di mettersi una mano dietro per sentire la gobba, ma sulla sua schiena non ne era rimasta neppure una traccia, ed egli si esaminò con grande orgoglio, perché ora era diventato un agile ometto ben sagomato e, oltre a ciò, si ritrovava con un nuovo abito intero che, concluse, i folletti avevano fatto per lui. Continua domani.

La favola del giorno

La baba-jaga e Scriocciolino

C’erano una volta un vecchio e una vecchia che non avevano figli. Per quanto facessero e pregassero Dio, la vecchia non rimaneva incinta. Un giorno, il vecchio andò nel bosco a raccogliere funghi; per la strada incontra un vegliardo. “Io so – dice – quello che ti preoccupa; non pensi che ad avere bambini. Fa’ il giro del villaggio, prendi un uovo in ogni casa e falli covare a una gallina; vedrai tu stesso cosa ne verrà fuori!” Il vecchio rientrò al villaggio, che comprendeva quarantuno famiglie; andò di izba in izba, si fede dare da ognuno un uovo e fece covare le quarantuno uova a una gallina. Dopo due settimane, il vecchio guarda, anche la vecchia guarda: da quei gusci erano nati dei ragazzini; quaranta sani e vigorosi, il quarantunesimo, invece, non era riuscito bene: fragile e gracile! Il vecchio diede ai bambini dei nomi; li diede a tutti, ma non ne trovava uno adatto per l’ultimo. “Be’, – dice – ti chiamerai Scricciolino!”

I bambini crescevano, crescevano a vista d’occhio; diventarono grandi e cominciarono a lavorare, il padre e la madre ad aiutare: i quaranta robusti si danno da fare nei campi, mentre Scricciolino si occupa della casa. Venne il tempo della falciatura; i quaranta falciarono l’erba, divisero il fieno in mucchi e tornarono al villaggio, dopo circa una settimana di lavoro; mangiarono alla buona e si misero a dormire. Il vecchio li guarda e dice: “Che giovanotti! Mangiano a quattro palmenti, dormono sodo, ma scommetto che il lavoro non è andato avanti di un millimetro!” “Vai prima a vedere sul posto padre!”, interviene Scricciolino.

Il vecchio attaccò i cavalli e andò nei campi; diede un’occhiata: c’erano quaranta mucchi di fieno. “E bravi i miei ragazzi! Quanto hanno falciato e ammucchiato in una sola settimana.”

Il giorno dopo il vecchio tornò nei campi per ammirare i suoi averi; arrivò – ma uno dei covoni era sparito! Tornò a casa e dice: “Ah, figli miei! Ci è sparito un covone”. “Non ti agitare, padre! – risponde Scricciolino. – Prenderemo il ladro; dammi un po’ cento rubli e sistemerò tutto.” Prese dal padre i cento rubli e andò dal fabbro: “Potresti forgiarmi una catena che basti a legare saldamente un uomo dalla testa ai piedi?”. “Perché no!” “Bada bene di farla solida; se regge bene, avrai cento rubli, ma se si rompe, ci rimetterai il lavoro!” il fabbro fece una catena di ferro; Scricciolino si avvolse la catena addosso, tirò… e quella si ruppe. Il fabbro ne fece un’altra, due volte più solida; be’, questa resistette. Scricciolino prese la catena, pagò i cento rubli e si mise a fare la guardia al fieno; seduto ai piedi di un covone, aspetta.

Proprio a mezzanotte, si alzò il vento, il mare cominciò ad agitarsi, e dalle profondità marine esce una giumenta meravigliosa, corse fino al primo covone e iniziò a mangiare il fieno. Scricciolino si precipitò, la imbrigliò con la catena di ferro e ci saltò in groppa. La giumenta partì al galoppo, per monti e per valli; no, non riuscì a scuotersi di dosso il suo cavaliere! Allora si fermò e gli dice: “Va bene, vedo che sei in gamba. Dato che sei riuscito a domarmi, ti affido i miei puledri”. La giumenta trottò verso il mare blu e nitrì forte; allora il mare blu si agitò, e quarantun puledrini uscirono dai flutti, uno più bello dell’altro! Puoi girare il mondo in lungo e in largo, ma non ne troverai di simili!

Al mattino, sente nitrire e scalpitare nel cortile; che succede? Il figlioletto Scricciolino aveva riportato un’intera mandria. “Salve fratellini! – dice. – Ora abbiamo un cavallo per uno; partiamo in cerca di una fidanzata per tutti.” “Partiamo!” Il padre e la madre li benedissero, e quelli si misero in marcia.

Cavalcarono a lungo per il mondo, ma dove trovare un così grande numero di fidanzate? Non vogliono sposarsi separatamente, per evitare le gelosie; ma qual è la madre che può vantarsi di avere partorito quarantuno figlie? Giunsero i prodi in terre lontane; guardano: sulla cima di una montagna scoscesa c’è un castello di pietra bianca, circondato da alte mura, con dei pali di ferro accanto al portone. Li contarono: erano quarantuno. Vi attaccarono i loro bei destrieri ed entrarono nel cortile. La baba-jaga li accolse: “Ehi, razza di intrusi! Come avete osato attaccare i vostri cavalli senza il mio permesso?”, “Che hai da gridare, vecchia? Prima di farci domande, dacci da mangiare e da bere e poi portaci a fare un bagno.” La baba-jaga li fece bere e mangiare, li condusse al bagno e prese a interrogarli: “Allora, bravi giovani, state facendo un lavoro o state fuggendo un lavoro?”

“Stiamo facendo un lavoro, nonna!” “Di cosa avete bisogno?” “Cerchiamo delle fidanzate.” “Io ho delle figlie”, dice la baba-jaga, si precipitò nelle stanze più alte del palazzo e ne riportò quarantuno ragazze.

Concluso il matrimonio, si bevette, si festeggiò, un allegro sposalizio si celebrò. La sera, Scricciolino andò a vedere il suo cavallo. Lo vide il bel destriero e gli disse con voce umana: “Bada, padrone! Quando andrete a dormire con le vostre giovani mogli, scambiatevi i vestiti: mettete i vostri alle ragazze e indossate i loro, altrimenti sarà la catastrofe!”. Scricciolino avvertì i fratelli: misero i loro vestiti alle giovani mogli, indossarono quelli da donna e andarono a dormire. Tutti si addormentarono tranne Scricciolino, che non chiuse occhio. Quando suonò la mezzanotte, la baba-jaga cominciò a gridare con voce tonante: “Ehi, voi, miei fedeli servitori, tagliate le teste impetuose agli ospiti non invitati”. I fedeli servitori accorsero e tagliarono le teste impetuose alle figlie della baba-jaga. Scricciolino svegliò i fratelli e raccontò tutto ciò che era successo; presero le teste tagliate, le piantarono sui pali di ferro che coronavano le mura, poi sellarono i loro cavalli e se ne andarono in gran fretta.

Al mattino, la baba-jaga si alzò, guardò dalla finestra: intorno alle mura, sui pali, stanno le teste delle figlie; folle di rabbia, ordinò che le fosse dato il suo scudo di fuoco, si lanciò all’inseguimento e prese a bruciare con lo scudo qualunque cosa le capitasse a tiro. Dove potevano nascondersi i giovanotti? Avevano il mare blu davanti e la baba-jaga alle spalle, che incendiava e bruciava tutto. Sarebbero morti tutti se Scricciolino non fosse stato previdente: aveva portato via dal castello, infatti, un fazzoletto; scosse il fazzoletto davanti a sé – e subito apparve un ponte sul vasto mare blu; i bravi giovani lo attraversarono. Scricciolino scosse il fazzoletto nell’altro senso – il ponte scomparve, la baba-jaga tornò indietro, mentre i fratelli andarono a casa.

Fiabe popolari russe

La favola del giorno

Lo strano violinista

C’era una volta uno strano violinista, che se ne andava solo solo per un bosco, e pensava a questo e a quello; e quando la sua mente non ebbe ove posarsi, disse fra sé: “Mi annoio molto qui nel bosco, voglio cercarmi un buon compagno”. Si tolse di dosso il violino e si mise a sonore, sicché il suono si diffuse fra gli alberi. Poco dopo, ecco venire un lupo, trottando per la boscaglia. – Ah, viene un lupo! quello non lo desidero proprio, – disse il violinista. Ma il lupo si avvicinò e gli disse: – Oh, caro violinista! come suoni bene! vorrei imparare anch’io. – E’ presto fatto, – gli rispose il violinista, – devi soltanto fare tutto quello che ti ordino. – O violinista, – disse il lupo, – ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro. Il violinista gli ordinò di seguirlo, e, quando ebbero fatto un pezzo di strada insieme, giunsero a una vecchia quercia, che era cava internamente e spaccata nel mezzo. – Guarda, – disse il violinista, – se vuoi imparar a suonare il violini, metti le zampe davanti in questa spaccatura -. Il lupo obbedì, ma il violinista prese in fretta un sasso e d’un sol colpo gli conficcò le zampe nel legno così saldamente, che il lupo dovette starsene là prigioniero. – Aspetta qui finché torno, – disse il violinista, e se ne andò per la sua strada.

Dopo un po’, disse di nuovo fra sé: “Mi annoio molto qui nel bosco, voglio cercarmi un altro compagno”. Prese il violino, e di nuovo si diffuse il suono nel bosco. Poco dopo, ecco venire una volpe strisciando fra gli alberi. – Ah, viene una volpe – disse il violinista, – quella non la desidero proprio -. Ma la volpe gli si accostò e disse: – Ah, caro violinista, come suoni bene! Vorrei imparare anch’io. – E’ presto fatto, – disse il violinista: devi soltanto fare tutto quello che ti ordino. – O violinista, – rispose la volpe, – ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro. – Seguimi, – disse il violinista, e quando ebbero fatto un pezzo di strada, giunsero ad un sentiero fiancheggiato da alti cespugli. Allora il violinista si fermò, da un lato del sentiero curvò fino a terra un giovane nocciolo e ne premette la cima col piede; dall’altro lato incurvò un altro alberello e disse: – Orsù, volpicina, se vuoi imparar qualcosa, porgimi una delle tue zampe davanti, la sinistra -. La volpe obbedì ed egli le legò la zampa al fusto di sinistra. – Volpicina, – disse, – ora porgimi la destra -. E la legò al fusto di destra. E, dopo essersi assicurato che i nodi delle corde fossero abbastanza solidi, lasciò la presa, e gli alberelli si rizzarono e lanciarono in alto la volpe, che restò sospesa in aria a sgambettare. – Aspettami qui finché torno, – disse il violinista e se ne andò per la sua strada.

Di nuovo disse fra sé: “Mi annoio qui nel bosco; voglio cercarmi un altro compagno”. Prese il violino, e il suono si diffuse per il bosco. Allora ecco venire a gran balzi un leprotto. – Ah, viene una lepre! – disse il violinista: – questa non la volevo. – Ah, caro violinista, – disse il leprotto, – come suoni bene! vorrei imparare anch’io. – E’ presto fatto, – disse il violinista, – devi soltanto fare tutto quello che ti ordino. – O violinista, – disse il leprotto, – ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro -.

Fecero un pezzo di strada insieme, finché giunsero a una radura nel bosco, dove c’era una tremula. Il violinista legò un lungo spago al collo del leprotto e ne annodò l’altro capo all’albero. – Svelto, leprottino, ora salta venti volte intorno all’albero! – esclamò il violinista, e il leprotto obbedì, e quando ebbe fatto i suoi venti giri, lo spago si era attorto venti volte intorno al tronco; e il leprotto era prigioniero, e aveva un bel tirare e dar strattoni: si tagliava soltanto il collo delicato con lo spago. – Aspetta qui finché torno, – disse il violinista e proseguì.

Intanto il lupo aveva dato spinte e strattoni, aveva morso la pietra e si era tanto adoprato, che alla fine si era liberato tirando fuori le zampe dalla spaccatura. Pieno di collera e di rabbia, corse dietro al violinista e voleva sbranarlo. Quando la volpe lo vide, cominciò a lamentarsi e gridò con tutte le sue forze: – Fratello lupo, vieni ad aiutarmi: il violinista mi ha ingannata -. Il lupo curvò gli alberelli, con un morso spezzò le funi e liberò la volpe, che lo accompagnò, per vendicarsi del violinista. Trovarono il leprotto legato liberarono anche lui, e poi tutti insieme andarono in cerca del loro nemico.

Per la strada il violinista aveva ripreso a sonare, e questa volta era stato più fortunato. I suoni giunsero all’orecchio di un povero boscaiolo, che subito, lo volesse o no, interruppe il suo lavoro e con l’ascia sotto il braccio si avvicinò per sentire la musica. – Finalmente viene il compagno che fa per me, – disse il violinista: – un uomo cercavo, non bestie selvagge -. E cominciò a sonar così bene e con tanta dolcezza, che il pover’uomo se ne stava incantato e si sentiva allargare il cuore dalla gioia. E mentre se ne stava così, si avvicinarono il lupo, la volpe e il leprotto ed egli si accorse che tramavano qualcosa. Allora sollevò l’ascia rilucente e si mise davanti al violinista, come a dire: “Chi gli vuol male si guardi, l’avrà da fare con me”. Allora le bestie, impaurite, di corsa tornarono nel bosco; ma il violinista per ringraziamento sonò un altro pezzo e poi proseguì la sua strada.

Le fiabe del focolare – Jacob e Wilhelm Grimm

La favola del giorno

Gobborn il Savio

C’era una volta un carpentiere che si chiamava Gobborn il Savio e aveva un figlio di nome Jack.

Un giorno lo mandò a vendere una pelle di pecora, dicendogli così: – Devi riportarmi la pelle, e anche i soldi ricavati dalla vendita.

Jack partì, ma non trovò nessuno disposto a lasciargli la pelle e a pagargliela anche. Alla fine tornò a casa sconsolato.

Ma Gobborn il Savio disse: – Non importa, farai un altro tentativo domani.

Così provò di nuovo, ma nessuno voleva comprare la pelle a quelle condizioni.

Quando tornò a casa suo padre disse: – Vediamo se domani avrai più fortuna, – ma anche il terzo giorno sembrava che le cose si mettessero come al solito. Jack aveva una mezza idea di non tornare neanche a casa, suo padre si sarebbe talmente inquietato. Arrivò a un ponte su un ruscello e si appoggiò al parapetto pensando ai suoi guai. Forse scappare di casa era una sciocchezza, ma non sapeva proprio cos’altro fare, quando vide una ragazza che faceva il bucato sulla riva lì sotto. Lei guardò in su e disse: – Non per essere impertinente, ma cos’è che la preoccupa tanto?

  • Mio padre mi ha dato questa pelle, e io dovrei riportargliela insieme ai soldi ricavati dalla sua vendita.
  • Tutto lì? Me la dia, ed è presto fatto.

La ragazza lavò la pelle nel torrente, la tosò, pagò a Jack il prezzo della lana e gli diede la pelle da riportare a casa.

Suo padre fu molto soddisfatto, e disse a Jack: – Quella sì che è una ragazza di spirito; sarebbe un’ottima moglie per te. Sapresti riconoscerla?

Jack pensava di sì, così suo padre gli disse di tornare subito al ponte, e se lei c’era ancora, di invitarla a prendere il tè da loro.

E Jack la vide subito e le disse che il suo anziano padre avrebbe voluto conoscerla, e se le avrebbe fatto piacere venire a prendere il tè da loro.

La ragazza lo ringraziò garbatamente, e disse che sarebbe venuta il giorno dopo perché adesso aveva troppo da fare.

  • Tanto meglio, – disse Jack, – così ho il tempo di preparare tutto.

Quando la ragazza arrivò, Gobborn il Savio capì che era proprio sveglia, e le chiese se voleva sposare il suo Jack.  – Sì, – rispose lei, e il matrimonio fu celebrato.

Poco tempo dopo, il padre disse a Jack che dovevano andare insieme a costruire il più bel castello che si fosse mai visto, per un re che voleva far sfigurare tutti gli altri con un castello fantastico.

Mentre camminavano verso il luogo dove avrebbero dovuto gettare le fondamenta, Gobborn il Savio disse a Jack: – Non potresti accorciarmi un po’ la strada?

Ma Jack guardò avanti e vide un percorso lunghissimo, così disse: – non vedo proprio, padre, come potrei staccarne via un pezzo.

  • Allora non mi servi a niente, e farai meglio a tornare a casa.

E il povero Jack tornò indietro, e quando lo vide sua moglie disse: – E allora, com’è che torni solo? – E lui le raccontò cosa gli aveva chiesto il padre, e qual era stata la sua risposta.

  • Che scemo, – disse l’arguta moglie, – se tu gli avessi raccontato una storia avresti accorciato la strada! Adesso ascolta questa che ti racconto io, poi raggiungi tuo padre e cominciala subito. Starti a sentire gli farà piacere, e per quando avrai finito sarete arrivati al posto delle fondamenta.

Così Jack ce la mise tutta e raggiunse suo padre. Gobborn il Savio non disse neanche una parola, ma Jack si mise a raccontare, e la strada diventò più corta, come aveva detto sua moglie.

Quando arrivarono alla fine del viaggio, cominciarono a costruire questo castello che avrebbe dovuto far sfigurare tutti gli altri. La moglie di Jack li aveva consigliati di essere amichevoli e gentili coi servi, e loro le diedero retta, ed era tutto un “Buon giorno” e “Buona sera” mentre andavano avanti e indietro.

In capo a dodici mesi, il saggio Gobborn aveva costruito un castello tale che si radunarono a migliaia per ammirarlo.

E il re disse: – Il castello è finito. Tornerò domani a pagarvi.

  • Ho soltanto da ritoccare un soffitto in un corridoio al piano di sopra, – disse Gobborn, – e poi sarà a posto.

Ma appena il re fu partito, una governante mandò a chiamare Gobborn e Jack, e spiegò che da tempo aspettava l’occasione di avvertirli, perché il re aveva talmente paura che mettessero la loro maestria al servizio di un altro re e gli costruissero un castello altrettanto bello che aveva intenzione di ucciderli la mattina seguente. Gobborn disse a Jack di star su con la vita, se la sarebbero cavata.

Il re tornò, e Gobborn gli disse che non aveva potuto portare a termine il lavoro perché si era dimenticato a casa un attrezzo indispensabile, e che avrebbe voluto mandare Jack a prenderlo.

  • No, no, – rispose il re, – non si potrebbe mandare uno degli operai?
  • No, non riuscirebbero a spiegarsi, – disse il savio, – ma Jack può fare la commissione.
  • Voi due restate qui. Che ne dite di mandare mio figlio?
  • Benissimo.

Così Gobborn gli diede un messaggio per la moglie di Jack che diceva: “Dagli quello ben dritto e ricurvo!”

Ebbene, nel muro c’era una piccola cavità molto in alto, e la moglie di Jack cercò di frugare in un baule che era lì per prendere “quello ben dritto e ricurvo”, ma finì col chiedere al figlio del re di aiutarla, lui che aveva le braccia più lunghe.

Ma appena lui si chinò sul baule lei lo afferrò per i calcagni, e lo gettò nel baule, e lo chiuse a chiave. E così adesso lì dentro c’era proprio quello “ben dritto e ricurvo!”

Allora lui le chiese penna e inchiostro, e lei glieli portò, ma non gli permise di uscire, e fece dei fori nel legno perché potesse respirare.

Quando arrivò la sua lettera, in cui diceva che sarebbe stato liberato quando Gobborn e Jack fossero arrivati a casa sani e salvi, il re si rese conto che doveva pagare ai due il lavoro fatto e poi lasciarli andare.

Mentre erano sulla strada di casa, Gobborn disse al figlio: adesso che Jack aveva finito questo lavoro, doveva costruire al più presto un castello per la sua astuta sposa, di gran lunga superiore a quello del re, e lui fece proprio così, e vissero sempre felici e contenti.

Fiabe popolari inglesi

La favola del giorno

Miti – Saghe e Leggende

Mito dei Pellirosse – Le Pleiadi

Le Pleiadi erano cinque fanciulle e una pulce. Le fanciulle cantavano e sonavano tutta la notte nel cielo. La pulce andava sempre con loro. Ad esse non piacevano gli altri che venivano da loro; piaceva solo la pulce.

Quando venivano altri, esse scappavano; ma la pulce andava con loro. E presero per marito la pulce. La pulce le sposò tutt’e cinque. La pulce si mutò poi nell’animaletto di quel nome, e d’estate s’ammalò dal prurito.

Alle ragazze non piacque più. Dissero: “Fuggiamo. Dove andremo?”, dissero. “Appena la pulce si sarà addormentata”. La pulce s’addormentò e le cinque ragazze si lavarono e se ne andarono.

Erano già lontane quando la pulce si destò e pensò: “Dove sono le mie mogli?”. S’accorse ch’eran fuggite. Pensò: “Da che parte debbo andare?”. Andò verso oriente. Alla fine le scorse, poco prima di giungere al mare. Disse: “Vi piglierò”. Quelle dissero: “Sta venendo. Fuggiamo più lontano!”. E via di nuovo di corsa.

Una chiese: “Vedete ancora la pulce?”. Disse un’altra: “Si, è vicina”. Allora dissero: “Andiamocene su per aria. Così non potrà venire con noi”. E salirono in aria. Ma anche la pulce si alzò a volo.

Ecco perché ci sono ora nelle Pleiadi cinque stelle vicine e una in disparte. Quest’ultima è la pulce.

Mito degli Yokuts, popolazione indiana che vive nella California centromeridionale.

Mito dell’antica Cina – La tessitrice celeste

E’ un mito stellare; è il solo indizio che abbiamo di un culto rurale degli astri, insieme al fatto che, forse, il Cielo luminoso e l’Aurora erano già per i contadini le divinità del giuramento.

Ma l’elaborazione di un calendario da parte di gente il cui pensiero profondo era che niente di ciò che è umano può essere senza che vi sia una ripercussione in tutta la natura, si poté avere solo attribuendo alle costellazioni e alle meteore tutte le usanze degli uomini: così era per l’arcobaleno, nozze risplendenti della natura.

Da una trasposizione del medesimo ordine è nata la leggenda della Tessitrice. Emblema delle giovani contadine del tempo passato, la Tessitrice è una costellazione che conduce durante tutto l’anno una solitaria vita di lavoro; non lontano da lei il Boote si dedica al lavoro dei campi celesti: bisogna proprio che ovunque i sessi restino separati e si dividano i compiti. Tra loro scorre una frontiera sacra, un fiume che è la Via Lattea.

Una volta all’anno, il lavoro cessa e le costellazioni si congiungono: allora per recarsi a celebrare le sue nozze annuali, la Vergine Celeste passa a guado il fiume santo del Cielo.

Come sulla terra, gli uccelli partecipano alle feste nuziali; le gazze fanno da scorta alla pompa dello sposalizio: se le loro teste sono guarnite di piume, è perché, radunandosi al di sopra delle acque profonde, hanno fatto un ponte per il passaggio del corteo.

Per la sua fedeltà alle vecchie usanze, la Tessitrice ha meritato di divenire e di restare la patrona del lavoro femminile e della vita coniugale: la notte delle Nozze Celesti, le donne cinesi, per favorire la gravidanza, fanno galleggiare sull’acqua delle figurine di bambini e, per divenire abili, infilano aghi al chiarore che scende dalla Costellazione Santa.

La favola del giorno

Il pastore che non cresceva mai

C’era una volta un pastore piccino e dispettoso. Andando a pascolare, vide passare una pollaiola  con una corba d’uova sulla testa; tirò una pietra nella corba e ruppe tutte le uova in un colpo. La povera donna, piena di rabbia, gli gridò: – Che tu non possa più crescere, finché non trovi la bella Bargaglina delle tre mele che cantano!

Da quel momento, il pastorello cominciò a diventare smilzo e gramo, e più sua madre lo curava e lo teneva bene, più lui diventava gramo. Gli disse sua madre: – Cosa t’è successo? Ti sei fatto bestemmiare da qualcuno? – E lui le raccontò del dispetto alla pollaiola, e che lei gli aveva detto: “Che tu non possa più crescere se non trovi la bella Bargaglina delle tre mele che cantano!”

  • Allora, – gli disse sua madre, – non c’è altro da fare: devi partire e andare a cercare questa bella Bargaglina.

Il pastore si mise in cammino. Arrivò a un ponte e su questo ponte c’era una donnina che faceva l’altalena in un guscio di noce.

  • Chi passa?
  • Amici.
  • Sollevami un po’ le palpebre così vedo chi sei.
  • Sono uno che cerca la bella Bargaglina delle tre mele che cantano: ne sai qualcosa?
  • No: ma tieni questo sasso che ti verrà buono.

Il pastore passò da un altro ponte e c’era un’altra donnina che faceva il bagno in un guscio d’uovo.

  • Chi passa?
  • Amici.
  • Sollevami un po’ le palpebre così vedo chi sei.
  • Sono uno che cerca la bella Bargaglina delle tre mele che cantano: ne hai notizie?
  • No: ma tieni questo pettine d’avorio che ti verrà buono.

Il pastore se lo mise in tasca, e passò in un torrente dove c’era un uomo che insaccava nebbia, e anche a lui domandò della bella Bargaglina. L’uomo gli disse che non ne sapeva niente, ma gli diede una tascata di nebbia che gli sarebbe venuta buona.

Poi passò da un mulino, e il mugnaio era una volpe che parlava. Questa volpe disse: – Sì, lo so chi è la bella Bargaglina, ma è difficile che tu la trovi. Va’ avanti finché non trovi una casa con la porta aperta, entra, vedrai una gabbia di cristallo con tanti campanellini e dentro alla gabbia ci sono le mele che cantano. Tu devi prendere la gabbia, ma guarda che c’è una vecchia che se ha gli occhi aperti dorme e se ha gli occhi chiusi è sveglia.

Il pastore andò; trovò la vecchia con gli occhi chiusi e capì che era sveglia. – Bel giovane, – disse la vecchia, – guardami un po’ in testa se ho dei pidocchi.

Il pastore ci guardò e intanto che la spidocchiava la vecchia aperse gli occhi ed egli capì che si era addormentata. Allora, lesto, prese la gabbia di cristallo e scappò via. Ma i campanellini della gabbia suonarono, la vecchia si svegliò e gli mandò dietro cento cavalli. Il pastore sentendo che i cavalli stavano per raggiungerlo, lasciò cadere il sasso che aveva in tasca. Il sasso si trasformò in una montagna tutta rocce e burroni e i cavalli ci si ruppero le gambe.

I cavalieri rimasti senza cavalli tornarono dalla vecchia, e lei mandò duecento cavalli. Quando il pastore si vide di nuovo quasi raggiunto, buttò via il pettine d’avorio: e il pettine diventò una montagna tutta liscia, e i cavalli ci scivolarono con gli zoccoli e si ammazzarono tutti.

La vecchia allora gliene mandò dietro trecento, ma il pastore tirò fuori la tascata di nebbia e dietro di lui venne tutto scuro e i cavalli si perdettero. Intanto il pastore aveva sete, e non avendo da bere pigliò una delle tre mele dalla gabbia e la tagliò. Sentì una vocina che disse: – Tagliami pianino, se no mi fai male -. Il pastore tagliò pianino, mangiò mezza mela e mezza se la mise in tasca. Così arrivò a un pozzo vicino a casa sua; mise la mano in tasca per mangiare l’altra mezza mela e ci trovò una donna piccina piccina.

  • Io sono la bella Bargaglina, – disse, – e mangio focacce. Vammi a prendere una focaccia perché muoio di fame.

Il pozzo era uno di quei pozzi chiusi, che hanno in mezzo un finestrino, e il pastore mise la donna sul finestrino e le disse di aspettarlo, che le avrebbe portato la focaccia.

Al pozzo veniva a prender acqua una serva che la chiamavano Brutta-schiava. Venne Brutta-schiava, vide la bella donnina sul finestrino del pozzo e disse: – Tu che sei così piccola sei così bella e io che sono grande sono brutta, – e le prese tanta rabbia che la buttò giù nel pozzo.

Quando il pastore tornò, non trovò più la bella Bargaglina e restò disperato.

La madre del pastore prendeva anche lei l’acqua in quel pozzo, e un giorno nel secchio ci trovò un pesce. Portò a casa il pesce e lo fece fritto. Lo mangiarono e le resche le buttarono dalla finestra. Dove caddero le resche ci crebbe un albero e divenne tanto grosso che faceva buio alla casa. Allora il pastore tagliò l’albero e ne fece tanta legna da bruciare e la portò in casa. Intanto sua madre era morta e lui viveva solo, sempre più piccolo e gramo perché non poteva più crescere. Tutti i giorni andava a pascolare e tornava a casa la sera. Ora, quale non fu la sua meraviglia a trovare i piatti e le casseruole che aveva lasciato sporchi al mattino, tutti puliti: e non capiva chi era che li lavasse. Allora si nascose dietro alla porta per vedere chi era: e vide una bella giovane piccola piccola che usciva dal mucchio di legna e gli lavava i piatti, le casseruole, i cucchiai, spazzava in terra, rifaceva i letti; poi apriva la madia, prendeva una focaccia se le la mangiava.

Saltò fuori il pastore e disse: – Chi sei? Come hai fatto a entrare?

  • Io sono la bella Bargaglina, – disse la ragazza. – Quella che ti sei trovato in tasca al posto della mezza mela; la Brutta-schiava m’ha buttato nel pozzo, e son diventata pesce, poi son diventata resche di pesce buttate dalla finestra, da resche di pesce mi sono trasformata in seme d’albero e poi in albero che cresceva cresceva, e poi in ciocchi da bruciare spaccati da te, e ogni giorno quando non ci sei mi ritrasformo in bella Bargaglina.

Ritrovata la bella Bargaglina il pastorello cominciò a crescere, a crescere, e la bella Bargglina cresceva insieme a lui. Finché lui diventò un bel giovane e sposò la bella Bargaglina. Fecero un gran pranzo; io stavo sotto il tavolo, mi tirarono un osso e mi picchiò sul naso, e m’è rimasto lì.

Entroterra genovese

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 3

La necessità acuisce l’ingegno. Il pescatore escogitò uno stratagemma.

“Poiché non posso evitare la morte, – disse al genio, – mi sottometto dunque alla volontà di Dio. Ma, prima che io scelga un genere di morte, vi scongiuro, per il gran nome di Dio inciso sul sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, di dirmi la verità su una domanda che debbo farvi.”

Quando il genio vide che la preghiera rivoltagli dal pescatore lo costringeva a rispondere positivamente, tremò dentro di sé e disse:

“Chiedimi ciò che vuoi, fai presto. – Al che il pescatore gli disse:

  • Vorrei sapere se eravate effettivamente in questo vaso, osereste giurarlo sul gran nome di Dio?
  • Sì, – rispose il genio, – giuro su quel gran nome che c’ero, ed è verissimo.
  • In buona fede, – replicò il pescatore, – non posso credervi. Questo vaso non riuscirebbe a contenere neppure un vostro piede; com’è possibile che vi fosse rinchiuso tutto il vostro corpo?
  • Eppure, – rispose il genio, – ti giuro che c’ero così come tu mi vedi. Non mi credi dopo il gran giuramento che ti ho fatto?
  • Veramente n, – disse il pescatore; – e non vi crederò a meno che non me lo mostriate.”

Allora il corpo del genio si dissolse e, mutandosi in fumo, si sparse come prima sul mare e sulla riva; poi, raccogliendosi, cominciò a rientrare nel vaso e continuò così con una successione lenta e monotona, finché non ne restò più nulla fuori. Subito dal vaso uscì una voce che disse al pescatore:

“Ebbene, incredulo pescatore, eccomi nel vaso; ora mi credi?”

Il pescatore, invece di rispondere al genio, prese il coperchio di piombo e, richiuso prontamente il vaso, esclamò:

“Genio, chiedimi a tua volta grazia, e scegli in che modo vuoi che io ti faccia morire. Ma no, è meglio rigettarti in mare, nello stesso punto in cui ti avevo pescato. Poi farò costruire una casa su questa sponda e verrò ad abitarci per avvertire tutti i pescatori che verranno a gettarvi le loro reti di fare molta attenzione a non ripescare un cattivo genio come te, che ha fatto giuramento di uccidere colui che lo metterà in libertà.”

A queste parole offensive, il genio irritato fece ogni sforzo per uscire dal vaso; ma non gli fu possibile perché l’impronta del sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, glielo impediva. Perciò, vedendo che il pescatore era ora in vantaggio rispetto a lui, penso di dissimulare la sua collera.

“Pescatore, – gli disse con tono addolcito, – guardati dal fare quanto dici. Quel che avevo detto era soltanto uno scherzo e non devi prenderlo sul serio.

  • O genio, – rispose il pescatore, – tu che appena un momento fa eri il più grande e ora sei il più piccolo di tutti i geni, sappi che i tuoi artificiosi discorsi non serviranno a niente. Ritornerai in mare. Se ci sei stato tutto il tempo che mi hai detto, potrai ben restarci fino al giorno del giudizio. Io ti ho pregato, in nome di Dio, di non togliermi la vita, tu hai respinto le mie preghiere; debbo renderti la pariglia.”

Il genio non risparmiò nulla per cercare di commuovere il pescatore.

“Apri il vaso, – gli disse, – dammi la libertà, te ne supplico. Ti prometto che sarai contento di me.

  • Sei soltanto un traditore, – replicò il pescatore. – Meriterei di perdere la vita, se avessi l’imprudenza di fidarmi di te. Non mancheresti di trattarmi nello stesso modo in cui un certo re greco trattò il medico Duban. E’ una storia che voglio raccontarti. Ascolta.”

Continua al prossimo giro.

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 2

A questo discorso il genio, guardando il pescatore con aria fiera, gli rispose:

“Parlami più civilmente; sei ben ardito a chiamarmi spirito superbo.

  • Ebbene! – riprese il pescatore, – se vi chiamo gufo della fortuna, vi parlerò più civilmente?
  • Ti dico, – replicò il genio, – di parlarmi più civilmente prima ch’io ti uccida.
  • Eh! perché vorresti uccidermi? – chiese il pescatore. – Io vi ho messo in libertà, l’avete già dimenticato?
  • No, me ne ricordo, – rispose il genio; – ma ciò non m’impedirà di farti morire, e posso accordarti una sola grazia.
  • E qual è questa grazia? – domandò il pescatore.
  • Quella di lasciarti scegliere in che modo vuoi ch’io ti uccida.
  • Ma in che cosa vi ho offeso? –riprese il pescatore. – Così volete ricompensarmi del bene che vi ho fatto?
  • Non posso trattarti altrimenti, – disse il genio, – e affinché tu te ne convinca, ascolta la mia storia: Io sono uno di questi spiriti ribelli che si sono opposti alla volontà di Dio. Tutti gli altri geni riconobbero il gran Salomone, profeta di Dio, e si sottomisero a lui. Sacar e io fummo i soli a non volerci abbassare a questo. Per vendicarsene, quel potente monarca incaricò Assaf, figlio di Barakia, suo primo ministro, di venire a prendermi. Ciò fu eseguito: Assaf venne a impadronirsi della mia persona e mi condusse, mio malgrado, davanti al trono del re suo padrone. Salomone, figlio di Davide, mi ordinò di abbandonare il mio genere di vita, di riconoscere il suo potere e di sottomettermi ai sui ordini. Io rifiutai altezzosamente di ubbidirgli, e preferii espormi a tutto il suo risentimento piuttosto che prestargli il giuramento di fedeltà e di sottomissione che esigeva da me. Per punirmi, mi chiuse in questo vaso di rame e, al fine di assicurarsi che non potessi forzare la mia prigione, impresse personalmente il suo sigillo sul coperchio di piombo, dov’era inciso il gran nome di Dio. Fatto ciò, mise il vaso fra le mani di un genio a lui ubbidiente, con l’ordine di gettarmi in mare; il che fu eseguito con mio gran rammarico. Durante il primo secolo della mia prigionia, giurai che se qualcuno mi avesse liberato prima dello scadere dei cent’anni, lo avrei reso ricco, anche dopo la sua morte. Ma il secolo trascorse e nessuno mi rese questo buon servigio. Durante il secondo secolo, feci giuramento di aprire tutti i tesori della terra a chiunque mi avesse messo in libertà; ma non fui più fortunato. Nel terzo, promisi di fare potente monarca il mio liberatore, di essergli sempre vicino in spirito e di accordargli ogni giorno tre richieste, di qualunque natura fossero. Ma questo secolo trascorse come gli altri due, ed io rimasi sempre nelle stesse condizioni. Infine, amareggiato, o meglio arrabbiato nel vedermi prigioniero per tanto tempo, giurai che, se qualcuno mi avesse liberato successivamente, lo avrei ucciso senza pietà e non gli avrei accordato altra grazia fuorché quella di lasciargli la scelta del genere di morte che desiderava. Quindi, poiché oggi sei venuto qui e mi hai liberato, scegli in che modo vuoi ch’io ti uccida.”

Questo discorso afflisse molto il pescatore.

“Sono veramente disgraziato, – esclamò, – ad essere venuto in questo luogo a rendere un così gran servigio ad un ingrato. Perdonatemi, anche Dio vi perdonerà. Se mi concedete generosamente la vita, egli vi metterà al riparo da tutte le congiure che saranno tramate contro la vostra vita.

  • No, la tua morte è certa, – disse il genio. – Scegli soltanto in che modo vuoi ch’io ti faccia morire. – Il pescatore, vedendolo risoluto a ucciderlo, ne provò un estremo dolore, non tanto per amore di sé stesso quanto a causa dei sui tre figli dei quali compiangeva la miseria in cui la sua morte li avrebbe ridotti. Cercò ancora di calmare il genio.
  • Ahimè! – riprese, – degnatevi di aver pietà di me, in considerazione di quanto ho fatto per voi.
  • Te l’ho già detto, – replicò il genio, -proprio per questa ragione son costretto a toglierti la vita.
  • E’ strano, – riprese il pescatore, – che voi vogliate assolutamente rendere il male per il bene. Il proverbio dice che chi fa del bene a colui che non lo merita, ne è sempre mal ricompensato. Credevo, lo confesso, che fosse falso; nulla, infatti, urta di più la ragione e i diritti della società. Nondimeno sto crudelmente provando che è anche troppo vero.
  • Non perdiamo tempo, – interruppe il genio. – Tutti i tuoi ragionamenti non riuscirebbero a distogliermi dal mio disegno. Affrettati a dire in che modo desideri che ti uccida.”

Continua domani.  

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore

Sire, c’era una volta un pescatore molto vecchio e così povero, che a stento riusciva a guadagnare di che far vivere la moglie e i tre figli che componevano la sua famiglia. Tutti i giorni andava a pesca di buon mattino; e si era fatto una legge di gettare la rete soltanto quattro volte al giorno.

Una mattina partì al chiaro di luna e si recò in riva al mare; si spogliò e getto la rete. Mentre la tirava a riva, avvertì dapprima una resistenza; pensò di aver fatto una buona pesca, e già se ne rallegrava dentro di sé. Ma, un istante dopo, accorgendosi che invece del pesce c’era soltanto la carcassa di un asino, provò un gran dolore per aver fatto una pesca così cattiva. Tuttavia, quando ebbe riaccomodato le sue reti che la carcassa dell’asino aveva rotto in più punti, le gettò una seconda volta. Tirandole sentì di nuovo molta resistenza: ciò gli fece credere che si fossero riempite di pesci; ma vi trovò soltanto un gran paniere pieno di ghiaia e di fango e se ne afflisse moltissimo.

“O fortuna! – esclamò con voce pietosa, – cessa di essere in collera con me, e non perseguitare un disgraziato che ti prega di risparmiarlo! Sono partito di casa per venire qui a cercare la mia vita, e tu mi annunci la mia morte. Non ho altro mestiere per vivere se non questo; e, nonostante tutte le attenzioni che vi metto, a stento riesco a provvedere ai bisogni più urgenti della mia famiglia. Ma sbaglio a lamentarmi con te; tu provi piacere a maltrattare le persone oneste e a lasciare i grandi uomini nell’oscurità, mentre favorisci i cattivi e innalzi coloro i quali non hanno nessuna virtù che li renda raccomandabili”

Finito di lamentarsi, gettò bruscamente il paniere e, dopo aver ben lavato le reti sporcate dal fango, le gettò per la terza volta. Ma pescò soltanto pietre, gusci e rifiuti. Non è possibile esprimere la sua disperazione: per poco non svenne. Intanto, poiché cominciava ad albeggiare, non dimenticò, da buon musulmano, di recitare la sua preghiera; poi soggiunse queste parole:

“Signore, voi sapete che getto le mie reti soltanto quattro volte al giorno. Le ho già gettato tre volte senza aver ricavato il minimo frutto del mio lavoro. Me ne resta un’altra soltanto: vi supplico di rendere il mare favorevole come lo avete reso a Mosè.”

Finita questa preghiera, il pescatore gettò le reti per la quarta volta. Quando giudicò che doveva esserci del pesce, le tirò come prima con gran fatica. Ciò nonostante, non ce n’erano, ma vi trovò un vaso di rame giallo che, dal peso, gli parve colmo di qualcosa e notò che era chiuso e piombato, con l’impronta di un sigillo. Questo lo rallegrò:

“Lo venderò al fonditore, – diceva, – e, col denaro che ne ricaverò, comprerò uno staio di grano.”

Esaminò il vaso da tutti i lati; lo scosse per vedere se il suo contenuto facesse rumore. Non udì nulla, e questa circostanza, unita all’impronta del sigillo sul coperchio di piombo, gli fece pensare che dovesse contenere qualcosa di prezioso. Per saperlo, prese il coltello e, con qualche difficoltà, riuscì ad aprirlo. Subito ne inclinò l’orifizio verso terra, ma non ne uscì niente, il che lo stupì grandemente. Lo posò davanti a sé e, mentre lo considerava attentamente, ne uscì del fumo molto denso che lo costrinse ad arretrare di due o tre passi. Il fumo s’innalzò fino alle nuvole e, spandendosi sul mare e sulla riva, formò una spessa nebbia: spettacolo che, come si può immaginare, meravigliò straordinariamente il pescatore. Quando tutto il fumo fu uscito dal vaso, si raccolse e divenne un corpo solido, dal quale si formò un genio alto il doppio del più grande di tutti i giganti. Alla vista di un mostro di così smisurata grandezza, il pescatore cercò di mettersi in fuga; ma era così turbato e spaventato che non riuscì a muoversi.

Salomone, – esclamò il genio per prima cosa, – Salomone, grande profeta di Dio, perdono, perdono! Non mi opporrò mai alle vostre volontà. Ubbidirò a tutti i vostri comandamenti.”

Il pescatore, appena udite le parole del genio, si rassicurò e gli disse:

“Spirito superbo, che dite mai? Sono più di milleottocento anni che Salomone, il profeta di Dio, è morto, ed ora siamo alla fine dei secoli. Raccontatemi la vostra storia, e per quale motivo eravate rinchiuso in questo vaso.” Continua.

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 4

Qualche tempo dopo, il Re partì per andare a combattere l’imperatore di Cantalabutta, suo vicino. Lasciò la reggenza alla Regina sua madre e le raccomandò caldamente la moglie e i figlioli. Avrebbe dovuto rimanere in guerra tutta l’estate; non appena fu partito, la Regina-madre mandò nuora e nipoti in una casa di campagna in mezzo ai boschi, per poter più facilmente soddisfare le sue orribili voglie. Qualche giorno dopo vi andò anche lei, e una sera disse al suo capocuoco:

  • Domani a pranzo mi voglio mangiare la piccola Aurora.
  • Ah, Maestà! – disse il cuoco.
  • Voglio così, – disse la Regina (e lo disse con un tono da orchessa che voglia mangiare carne tenera), – e la voglio mangiare in salsa Robert.

Il pover’uomo, ben vedendo che non era il caso di scherzare con un’orchessa, prese un coltellaccio e salì in camera della piccola Aurora: ella aveva allora quattro anni; ridendo e saltando gli gettò le braccia al collo e gli chiese uno zuccherino. Lui si mise a piangere, il coltello gli cadde di mano, e corse giù nel cortile a sgozzare un agnellino, accompagnandolo con una salsa così buona, che la sua padrona gli dichiarò di non aver mangiato mai nulla di tanto squisito. Nel frattempo lui aveva portato via con sé la piccola Aurora e l’aveva affidata a sua moglie affinché la nascondesse nel loro quartierino in fondo al cortile. Otto giorni dopo, la perfida Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi a cena il piccolo Sole.

Lui non batté ciglio, deciso a ingannarla come la prima volta. Andò a cercare il piccolo Sole, e lo trovò che tirava di fioretto con una grossa scimmia; eppure non aveva che tre anni! Lo portò a sua moglie, che lo nascose insieme alla piccola Aurora e cucinò al posto del piccolo Sole, un caprettino molto tenero, che l’orchessa trovò delizioso.

Sin qui tutto era andato benissimo: ma una sera, la malvagia Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi la Regina mia nuora, cucinata con la stessa salsa dei suoi figlioli.

Fu qui che il povero capocuoco disperò di poterla nuovamente ingannare. La giovane regina aveva ormai vent’anni suonati, senza contare i cent’anni che aveva dormito; la sua pelle era un po’ spessa, quantunque bianca e liscia: come trovare, in tutte le stalle un animale così duro! Per salvare la propria vita, il cuoco prese la decisione di tagliarle la gola e salì nella camera di lei, col proposito di non pensarci due volte. Cercava di eccitare il proprio furore ed entrò nella stanza della giovane regina col pugnale in mano; però non volle prenderla di sorpresa e le riferì, con molto rispetto, l’ordine ricevuto dalla Regina.

  • Fate, fate pure, – disse lei, porgendogli il collo; – eseguite l’ordine che v’hanno dato; andrò a rivedere i miei bambini, i mei poveri bambini che ho tanto amato.

Li credeva morti, da quando glieli avevano portati via senza dirle nulla.

  • No, no, Maestà! – le rispose il povero cuoco tutto intenerito, – voi non morirete, né per questo dovrete rinunciare a vedere i vostri figli; ma li vedrete in casa mia, dove li ho nascosti, e ancora una volta ingannerò la Regina madre, facendole mangiare una giovane cerca al vostro posto.

La portò subito in casa sua, dove la lasciò affinché potesse abbracciare i suoi figli quando voleva e piangere con loro, e lui andò a cucinare una cerva, che la Regina si mangiò per cena, e con lo stesso appetito che se fosse stata sua nuora. Ella era assai contenta della propria crudeltà, e si preparava a dire al Re, quando fosse tornato, che dei lupi affamati avevano divorato la Regina sua moglie e i suoi bambini.

Una sera che, secondo il solito, andava vagando pei cortili e le corti di servizio, allo scopo di fiutarvi l’odore della carne cruda, ella udì in una stanza al pianterreno il piccolo Sole che piangeva, perché la mamma gliele voleva dare in punizione di qualche marachella; sentì pure la piccola Aurora che interveniva a chiedere perdono per il fratellino. L’orchessa riconobbe la voce della Regina e quella dei suoi figli; furibonda per essere stata ingannata, ella ordinò, con voce così terribile da far tremare tutti, che l’indomani mattina si portasse in mezzo al cortile una gran vasca, ch’ella fece riempire di vipere, rospi, bisce e serpenti, per farvi buttare dentro la Regina, i suoi figli, il capocuoco con la moglie e la serva di casa; aveva dato ordine di portarli tutti con le mani legate dietro la schiena. Essi erano lì, e i carnefici già si preparavano a gettarli nella vasca, quando il Re, che non ci si aspettava tornasse così presto, entrò nel cortile, a cavallo; era arrivato di gran carriera e chiese, tutto stupito, cosa voleva dire quell’orribile spettacolo. Nessuno osava parlare, quando l’orchessa, pazza dalla rabbia nel vedere quel che vedeva, si gettò da se stessa a testa in giù nella vasca e in un attimo venne divorata da tutte quelle bestiacce messe lì per suo ordine. Il Re non mancò di addolorarsene: era sua madre; ma ben presto se ne consolò con sua moglie e con i suoi bambini.

Morale

Attendere un pezzetto per avere uno sposo

Ricco, ben fatto, gentile, amoroso,

E’ cosa naturale.

Ma attendere cent’anni sempre dormendo è un fatto

Davvero eccezionale,

Né più si trova donna ch’abbia un sonno siffatto…

Poi la favola sembra voler dire altra cosa:

Che i bei nodi d’Imene, anche se ritardati,

Posson render la vita deliziosa,

E che, per aspettar, non van sciupati.

Ma le donne ci metton tanto ardore

A desiar la fede coniugale,

Che a me manca la forza e manca il cuore

Di predicare lor questa morale.

Fiabe francesi della Corte del Re Sole e del secolo XVIII

fine

La Bella addormentata nel bosco – 3

Entrò così in un grande cortile, ove tutto quel che vide per prima cosa sarebbe bastato a impietrirlo dallo spavento. C’era un silenzio che metteva paura: l’immagine della morte era ovunque presente; non si vedevano che corpi distesi in terra di uomini e di animali, che sembravano morti. Si accorse tuttavia, dai nasi rubizzi e dalle gote vermiglie dei guardaportoni, ch’essi erano solo addormentati; e i loro bicchieri, dov’erano ancora qualche goccia di vino, dicevano chiaro che si erano addormentati bevendo. Il Principe attraversa un grande cortile lastricato di marmo; sale la scala, entra nella sala delle guardie, che erano tutte schierate in fila, con la carabina in spalla e russavano a più non posso. Attraversa parecchie sale gremite di cavalieri e di dame, tutti addormentati, alcuni in piedi, altri seduti. Entra in una stanza tutta dorata, e vede sopra un letto, i cui cortinaggi erano rialzati da ogni lato, il più sublime spettacolo che mai avesse veduto: una principessa che sembrava avere quindici o sedici anni e la cui splendente bellezza aveva qualcosa di luminoso e di divino! Si avvicinò tremante per l’ammirazione e cadde in ginocchio accanto a lei. E qui, poiché la fine dell’incantesimo era arrivata, la Principessa si svegliò, e guardandolo con occhi più teneri di quanto un primo incontro non sembri permetterlo:

  • Siete voi, mio Principe, – gli disse. – gli disse. – Vi siete fatto molto aspettare!

Il Principe incantato da queste parole e più ancora dal modo nel quale erano proferite, non sapeva come dimostrarle la sua gioia e la sua riconoscenza; le assicurò che l’amava più di se stesso. I discorsi di lui erano un po’ sconnessi e per questo piacquero di più: poco eloquenza, molto amore. Egli era più impacciato di lei, né c’è da farsene meraviglia: la Principessa aveva avuto tutto il tempo di pensare a quello che avrebbe dovuto dirgli; giacché è plausibile (la storia però non ne dice nulla) che la buona fata, durante un sonno così lungo, le avesse procurato sogni piacevoli. Insomma erano già quattro ore che i due si parlavano e non si erano ancora detti la metà delle cose che avevano da dirsi.

Intanto tutto il palazzo si era svegliato con la Principessa: ognuno aveva ripreso le proprie faccende; e siccome non tutti erano innamorati, avevano una fame da morire. Una dama d’onore, desiderosa di mangiare non meno degli altri, si spazientì e disse ad alta voce alla Principessa che il pranzo era servito. Il Principe aiutò la Principessa ad alzarsi dal letto; ella era già tutta vestita, e assai splendidamente; ma lui si guardò bene dal farle osservare che era vestita come la sua bisnonna e aveva un colletto che le arrivava fino agli orecchi; non per questo era meno bella. Passarono nel salone degli specchi, e vi cenarono, serviti dagli ufficiali della Principessa. Gli oboe e i violini suonarono sinfonie antiche, ma molto belle, quantunque fossero ormai quasi cent’anni che non le si eseguiva; dopo cena senza perder tempo, il primo cappellano celebrò le loro nozze nella cappella del castello, e la dama d’onore tirò le cortine del loro letto. Dormirono poco: la Principessa non ne aveva un gran bisogno, e il Principe la lasciò di buon mattino per tornarsene in città, dove suo padre doveva essere in pensiero per lui. Il Principe gli disse che, andando a caccia, egli si era perduto nella foresta ed aveva dormito nella capanna di un carbonaio, il quale gli aveva dato da mangiare pane nero e formaggio. Il Re suo padre, ch’era un buon uomo, lo credette, ma la madre non ne fu persuasa; e vedendo che quasi tutti i giorni il figlio se ne andava a caccia e aveva sempre bell’e pronta qualche scusa, quando era stato fuori due o tre notti, fu sicura che doveva esserci di mezzo qualche passioncella amorosa. In tal modo egli visse con la Principessa per più di due anni e ne ebbe due figli: il primo, che fu una femminuccia, si chiamava Aurora, il secondo, un maschietto, fu chiamato Sole perché sembrava ancora più bello della sorellina.

La Regina, per farlo parlare, disse più volte a suo figlio che ognuno a questo mondo è padrone di fare il proprio comodo; ma lui non osò mai confidarle il suo segreto: le voleva bene, ma ne aveva una certa paura, perché veniva da una famiglia di orchi e il Re l’aveva sposata soltanto a causa delle sue grandi ricchezze. Anzi si sussurrava a corte ch’ella aveva istinti da orchessa e che, vedendo passare qualche bambino, faticava un mondo a trattenersi dall’avventarglisi addosso: ecco perché il Principe non le disse mai nulla! Ma quando il Re morì, cosa che accadde due anni dopo, e lui si vide padrone del regno, rese pubblicamente noto il suo matrimonio e si recò con gran pompa al castello a prendere la Regina sua moglie. Le fu preparato un ingresso solenne nella capitale ove ella entrò in mezzo ai suoi due bambini. Continua domani.

L’angolo della Poesia

Cunziglio

‘E ccose grosse làssale fa’ a ll’arte,

cerca ‘e fa’ bbuono ‘e ccose piccerelle.

‘E ccose grosse ‘e fanno ‘e scinziate.

A nuje ce tocca ‘e fa’  ‘e “cusarelle”:

a vulè bene a chi nun ce vo’ bene,

a suppurtà pure chi è scustumato,

a da’ na mana pure a chiu nun tène

‘a capa bona oppure è scumbinato.

A trattà tutte comm’ a frate e sora,

senza penzà né comme e nè pecchè,

gente paisana oppure gente ‘e fora,

comme vulisse ca trattasse a tte.

Cancella l’egoismo  ‘a dint’  ‘o core,

si è nicissario, po’, cagnete nomme,

chiàmmate “frate” oppure sulo “ammore”

e, doppo, vide c’ addeviente n’ ommo.

V. Fasciglione

A domani per la versione in italiano

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 2

La Fata partì immediatamente e, dopo un’ora, la si vide giungere su un carro di fuoco, tirato da draghi. Il Re andò a offrirle il braccio per farla scendere dal carro. Ella approvò tutto il suo operato, ma, siccome era alquanto previdente, pensò che quando la Principessa si sarebbe risvegliata, non avrebbe saputo come fare, vedendosi così sola, in quel vecchio castello; ecco perciò quel che fece.

Toccò con la sua bacchetta magica tutto quello che si trovava nel castello (tranne il Re e la Regina): governanti, damigelle d’onore, cameriere, gentiluomini, ufficiali, maggiordomi, cuochi, sguatteri, lacchè, guardie, guardaportoni, paggi e servitori; toccò altresì tutti i cavalli che erano nelle scuderie, coi loro palafrenieri, i grossi mastini da guardia nei cortili e perfino la piccola Pussi, la cagnolina della Principessa, che era accanto a lei sopra al suo letto. Non appena li ebbe toccati, si addormentarono tutti, per svegliarsi soltanto insieme alla loro padroncina, allo scopo d’esser pronti a servirla, quando lei ne avesse avuto bisogno. Perfino gli spiedi che erano nel camino, carichi di pernici e fagiani, si addormentarono, e si addormentò anche il fuoco. Tutto ciò avvenne in un attimo: le fate sono assai svelte nelle loro faccende. Allora il Re e la Regina, dopo aver baciato la loro cara bambina, senza che lei si svegliasse, uscirono dal castello e fecero proclamare che era vietato a chiunque di avvicinarsi in quei paraggi. Tale divieto non era necessario, giacché nello spazio di un quarto d’ora crebbero tutto intorno al parco alberi grandi e piccoli, sterpaglie e roveti in un intrico tale che né un uomo né un animale sarebbe riuscito ad attraversarli: non si vedeva più che la punta delle torri del castello, e ancora, bisognava guardarle da una grande distanza. Fu facile capire come questa era un’altra delle trovate della Fata, affinché la Principessa, durante il sonno, non avesse da temere l’indiscrezione dei curiosi.

Dopo cent’anni, il figlio del re che a quel tempo regnava, e che non era della stessa famiglia della principessa addormentata, si recò un giorno a caccia da quella parte, e domandò cosa fossero tutte quelle torri che si vedevano spuntare al di sopra di quella foresta così folta. Ognuno gli rispose secondo quel che ne aveva sentito dire: certi dicevano che era un vecchio castello abitato dagli spiriti; altri che tutti gli stregoni della contrada vi si riunivano in assemblea. L’opinione più diffusa era che vi abitasse un orco il quale si portava lì tutti i bambini che poteva agguantare, per poterseli mangiare comodamente e senza che alcuno potesse inseguirlo, avendo lui soltanto il potere di aprirsi un varco attraverso quei boschi. Il Principe non sapeva cosa pensarne, quando un vecchio contadino si fece coraggio e gli disse:

  • Mio buon principe, sono più di cinquant’anni che ho sentito dire da mio padre che c’era in quel castello una bella principessa, la più bella che mai si sia veduta; era condannata a dormirvi per cent’anni e sarebbe stata svegliata soltanto dal figlio di un re, al quale era destinata in sposa.

A questo discorso, il giovane principe si sentì tutto di fuoco, credette senza esitazione che sarebbe stato lui a condurre a termine una così bella impresa; e, spinto dall’amore e dalla gloria, decise di vedere immediatamente come stavano le cose. Non appena egli si mosse verso il bosco, tutti quei grandi alberi, le sterpaglie e i roveti si scostarono da soli per farlo passare. Lui si diresse verso il castello; esso sorgeva in fondo a un grande viale ch’egli imboccò; quel che lo sorprese non poco fu che nessuno degli uomini della sua scorta avesse potuto seguirlo, perché gli alberi si erano ravvicinati subito dopo il suo passaggio. Non esitò a continuare la sua strada: un principe giovane e innamorato è sempre coraggioso.

Continua.

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco

C’era una volta un re e una regina che si erano tanto dispiaciuti di non aver figli, ma tanto dispiaciuti da non potersi dir quanto.

Tutti gli anni andavano nei più diversi luoghi del mondo a far la cura delle acque; voti, pellegrinaggi, ricorsero a tutto, ma nulla giovava. Alla fine però la Regina si mise ad aspettare e mise al mondo una bambina.

Si fece un bel battesimo: per far da madrine alla piccola principessa, furono chiamate tutte le Fate che si riuscirono a trovare nel paese (ve n’erano sette), affinché ognuna di loro facesse un regalo alla bambina, com’era a quel tempo l’usanza delle fate, ed ella avesse così tutte le perfezioni immaginabili. Dopo il battesimo, il corteo tornò al palazzo reale, ove si dava un gran banchetto in onore delle Fate. Il posto di ciascuna era stato apparecchiato con splendide posate, in un astuccio d’oro massiccio, ov’erano cucchiaio, forchetta e coltello d’oro finissimo, tempestati di diamanti e rubini. Ma nel mentre che tutti stavano prendendo posto, si vide entrare una vecchia fata, che non era stata invitata, perché da oltre cinquant’anni non usciva più dalla sua torre, e tutti la credevano morta o incantata. Anche a lei il Re fece dare una posata, ma non ci fu modo di presentargliela in un astuccio d’oro massiccio, come alle altre, perché egli ne aveva fatti fare solo sette, tanti quante le fate. La vecchia credette che la si volesse umiliare, e borbottò tra i denti qualche minaccia. Una delle giovani fate che si trovava accanto a lei la udì, e temendo che volesse fare qualche brutto regalo alla Principessina, andò a nascondersi dietro a una portiera, allo scopo di parlare per ultima e poter riparare, nella misura del possibile, il male che la vecchia avrebbe fatto. Le Fate intanto cominciarono a fare i loro doni alla Principessa: la più giovane le diede, come regalo, di essere la più bella del mondo; un’altra di avere una grande intelligenza; la terza, di mettere una grazia incantevole in tutto quel che farebbe; la quarta di saper danzare a meraviglia; la quinta di cantare come un usignolo, e la sesta di suonare ogni specie di strumento con la massima perfezione. Venuto il turno della vecchia fata, questa disse, tentennando il capo più per il dispetto che per la vecchiaia, che la Principessa si sarebbe punta una mano con un fuso e ne sarebbe morta. L’orribile dono fece tremare tutti i presenti e non vi fu alcuno che non piangesse. A questo punto la fata giovane uscì da dietro la portiera e disse ad alta voce queste parole:

  • Rassicuratevi, o Re e Regina, la vostra figlia non morirà; è pur vero che non ho abbastanza potere per disfare quel che una fata più vecchia di me ha già fatto: la Principessa si pungerà la mano con un fuso, ma invece di morirne, ella cadrà soltanto in un profondo sonno che durerà cent’anni e in capo al quale il figlio d’un re verrà a svegliarla.

Il Re, per evitare la sciagura annunciata dalla vecchia, fece immediatamente proclamare un editto, col quale si proibiva a ogni persona di filare col fuso e di tenere fusi in casa, pena la vita.

Passati quindici o sedici anni, il Re e la Regina essendo andati in una delle loro ville, accadde che la Principessina, correndo un giorno per tutte le camere del castello arrivò fino in cima a una torretta, in una piccola soffitta, ove una brava vecchina se ne stava tutta sola a filare la sua conocchia. La buona donna non sapeva nulla della proibizione fatta dal Re di filare col fuso.

  • Che state facendo, nonnina? – chiese la Principessa.
  • Sto filando, bella fanciulla, – le rispose la vecchia, che non la conosceva.
  • Oh, com’è carino! – continuò la Principessa, – come si fa? Datemi un po’; voglio vedere se lo so fare anch’io come voi.

Non aveva finito di prendere il fuso che, vivace e un po’ avventatella qual era (del resto, il decreto della fata voleva così) ella si punse la mano e cadde svenuta. La buona vecchia, non sapendo cosa fare, si mette a gridare aiuto: accorre gente da tutte le parti; spruzzano dell’acqua sul volto della Principessa, le slacciano le vesti, le dànno dei colpetti sulle mani, le strofinano le tempie con acqua della regina d’Ungheria, ma tutto invano, nulla la faceva tornare in sé. Allora il Re, che sentendo quel chiasso era salito anche lui, si ricordò della predizione della Fata, e riconoscendo la cosa inevitabile, dal momento che le Fate l’avevano predetta, fece trasportare la Principessa nel più bell’appartamento del palazzo, sopra un letto tutto ricamato d’oro e d’argento. La si sarebbe presa per un angelo, tant’era bella; lo svenimento non aveva fatto impallidire i bei colori del suo incarnato, aveva le guance ancora rosee e le labbra come il corallo; soltanto aveva gli occhi chiusi, ma si sentiva respirare dolcemente e questo indicava che non era morta. Il Re ordinò che la lasciassero dormire tranquilla finché non fosse arrivata la sua ora di risvegliarsi. La buona fata che le aveva salvata la vita, condannandola a dormire per cent’anni, si trovava nel reame di Mattacchino, a dodicimila leghe da lì, quando alla Principessa accadde questa disgrazia; ma ne fu tosto avvertita da un nanetto, che calzava gli stivali delle sette leghe (erano stivali coi quali si facevano sette leghe ad ogni passo). Continua domani.

La favola del giorno

Il bambino cattivo

C’era una volta un vecchio poeta, ma un vecchio poeta veramente buono. Una sera, mentre era in casa, il tempo diventò bruttissimo. La pioggia cadeva a scrosci, ma il vecchio poeta se ne stava al calduccio vicino alla stufa dove il fuoco ardeva e le mele cuocevano.

  • Saranno zuppi fino alle ossa quelli che si trovano fuori con questo brutto tempo! – disse, perché era un poeta molto buono.
  • Oh! apritemi! ho freddo, e sono tutto bagnato! – gridò un bambino, fuori; piangeva e batteva sulla porta mentre la pioggia scrosciava e il vento smaniava contro i vetri.
  • Poverino! – disse il vecchio poeta e andò ad aprire la porta.

Lì stava un bambino tutto nudo, l’acqua gli colava giù dai lunghi capelli biondi; se non fosse entrato certamente sarebbe morto in quel cattivo tempo.

  • Poverino! – disse il vecchio poeta prendendolo per mano, – vieni qui, che ti faccio scaldare! Ti darò del vino e una mela perché sei un bel bambino!

Lo era davvero. Aveva gli occhi come stelle luminose e i suoi capelli biondi s’inanellavano con tanta grazia, pur essendo grondanti d’acqua. Pareva un angelo, ma era pallido dal freddo e rabbrividiva in tutto il corpo. Teneva in mano un bell’arco, che però era tutto sciupato dalla pioggia; i colori della bella freccia s’erano tutti mischiati insieme, per la grande umidità.

Il vecchio poeta sedette vicino alla stufa e si prese il bambino sulle ginocchia; strizzò l’acqua dai suoi capelli, riscaldò le manine tra le sue, e gli preparò del vino caldo; allora egli si riebbe, le guance ritornarono rosse, saltò a terra e si mise a danzare intorno al vecchio poeta.

  • Sei un bambino allegro! – disse il vecchio. – Come ti chiami?
  • Mi chiamo Amore! – rispose. – Non mi conosci? ecco il mio arco! io tiro, sai! Guarda, il tempo ritorna bello; la luna splende!
  • Ma il tuo arco è sciupato! – disse il vecchio poeta.
  • Oh! che peccato! – esclamò il bambino, lo raccolse da terra e lo guardò. – Oh, adesso si è completamente asciugato, non ha sofferto danni! la corda è ben tesa! ora lo provo! – Tese l’arco, vi pose una freccia, prese la mira e colpì quel caro, vecchio poeta proprio in mezzo al cuore. – Hai visto che il mio arco non era sciupato! – disse, e ridendo forte se ne andò. Che bambino cattivo! Colpire a quel modo il vecchio poeta che lo aveva fatto entrare nella stanza calda, che era stato così buono con lui e gli aveva dato il buon vino e la mela più bella.

Il buon poeta giaceva sul pavimento e piangeva, era stato colpito proprio nel cuore, poi disse: – Ah! che ragazzo cattivo è Amore! lo racconterò a tutti i bambini buoni perché stiano in guardia e mai giochino insieme a lui, perché può fare del male!

Tutti i buoni bambini, maschi e femmine, ai quali raccontò il fatto, si tenevano ben lontani dal crudele Amore, ma egli li ingannava egualmente, poiché è così abile! Quando gli studenti escono dalle lezioni, egli cammina al loro fianco con un libro sotto il braccio e vestito di nero. Essi non lo riconoscono, perciò lo prendono a braccetto credendolo anche lui uno studente, egli allora scocca una freccia nel cuore di uno di loro. Quando le fanciulle escono dalla casa del pastore, o quando sono in chiesa, anche allora egli le segue. Proprio così! Va sempre dietro la gente! A teatro, si siede sul grande lampadario e arde come fiamma, cosicché tutti credono che sia una lampadina, ma dopo si accorgono di qualche altra cosa.

Corre nel giardino reale e sui bastioni! Ha perfino colpito tuo padre e tua madre in mezzo al cuore! Domandalo a loro e vedrai cosa ti rispondono. Oh! E’ un ragazzo cattivo questo Amore, con lui non devi aver mai nulla a che fare! Egli va dietro a tutti. Pensa, una volta tirò una freccia persino alla vecchia nonna, tanto tempo fa; adesso è passato, ma ella non lo scorderà più. Ah! cattivo Amore! Ma ora lo conosci! Sai com’è cattivo quel bambino!

Hans Christian Andersen

La favola del giorno

La Trota Bianca; una leggenda di Cong

C’era una volta, molto tempo fa, una bellissima dama che viveva in un castello sul lago laggiù, e si racconta che fosse promessa al figlio del re e che stessero per sposarsi quando, all’improvviso, il poveretto venne ucciso (che Dio ci aiuti), e gettato nel lago qui sopra, e così, naturalmente, non gli fu più possibile mantenere la parola data alla dolce dama – gran brutta disgrazia!

La dama, si dice, uscì di senno per aver perduto il figlio del re – perché era di animo sensibile, che Dio l’aiuti e protegga anche noi! – e si struggeva di dolore per la sua scomparsa, finché un giorno nessuno la vide più, né viva né morta; e allora si disse che era stata rapita dai folletti.

Ebbene, signore, passato un po’ di tempo, nel torrente laggiù si vide (che Dio la benedica) la Trota Bianca, e la gente non sapeva cosa pensare della bestiola, perché non si era mai sentito di trote bianche né prima né dopo d’allora; passarono gli anni, e la trota era sempre là proprio dove l’avete vista in questo istante benedetto, ed è là da più di quanto io posso ricordare – in verità tanto lontano non arriva neppure la memoria del più vecchio del villaggio.

La gente alla fine cominciò a pensare che doveva essere una fata; del resto cos’altro poteva essere? – e nessuno osò mai toccare né fare del male alla Trota Bianca finché non arrivarono da queste parti alcuni soldati, peccatori incalliti, e risero della gente del posto, e la canzonarono e la presero in giro perché credeva in cose del genere; e uno di loro in particolare (che la sfortuna lo perseguiti e Dio mi perdoni per quel che dico!) giurò che avrebbe catturato la trota e l’avrebbe mangiata per cena, il mascalzone!

Bene, volete sapere fin dove arrivò la furfanteria del soldato? Senza pensarci due volte acchiappa la trota, se la porta a casa, mette su una padella per friggere, e ci ficca dentro la povera bestiolina. La trota lanciò un grido che pareva proprio quello di un cristiano e, caro mio, l’avreste mai immaginato? Il soldato si piegava in due dalle risate – tanto duro di cuore era il mascalzone – e quando credette che un lato fosse cotto, rigirò la trota per friggere l’altro; ma, indovinate un po’, non si vedeva neanche l’ombra di bruciato, niente da nessuna parte; e il soldato deve certo aver pensato che era una trota ben strana quella, che non si riusciva ad arrostirla. – Ma, – dice, – la rigirerò ogni tanto, – e certo non immaginava quello che l’aspettava, il miscredente.

Quando credette che quel lato fosse cotto, la gira di nuovo e, state bene a sentire, questa parte non era neanche un briciolo più cotta dell’altra. – Che dannata sfortuna, – dice il soldato, – è proprio il colmo! Ma non l’ho ancora finita con te, mia cara, – dice, – anche se ti credi tanto furba; – e con questo la rivolta: ma il fuoco non aveva lasciato il minimo segno sulla bella trota. – Bene, – fa quell’incorreggibile furfante (perché certo, signore, se solo non fosse stato davvero un incorreggibile furfante avrebbe dovuto capire che stava facendo una cosa sbagliata vedendo che tutti i suoi sforzi non servivano a niente). – Bene, mia bella trotina, forse sei fritta abbastanza, anche se non hai proprio un bel colore; magari sei meglio di quel che sembri, come un gatto scorticato, e dopo tutto sei un buon bocconcino; – e così dicendo tira fuori coltello e forchetta per assaggiare un pezzo di trota; ma, caspita, appena ficca il coltello nel pesce ne esce un grido così terrificante che morireste di paura solo a sentirlo, e la trota salta fuori dalla padella e cade in mezzo al pavimento; e nel punto dov’era caduta ecco che si alza una leggiadra signora – la più bella creatura mai vista, vestita di bianco, con un nastro d’oro fra i capelli, e un rivoletto di sangue che le cola dal braccio.

  • Guarda dove mi hai ferita, scellerato, – dice la dama, e gli mostra il braccio, e, caro mio, quello credette di aver perso il bene della vista.
  • Non potevi lasciarmi fresca e tranquilla nel fiume dove mi hai acciuffata, invece di disturbarmi mentre ero intenta a compiere la mia missione? – disse.

Il soldato si mise a tremare come un cane in un sacco bagnato, e alla fine balbettò qualcosa, e pregò che gli venisse risparmiata la vita, e chiese perdono a sua Signoria, e disse che non sapeva che stesse svolgendo una missione, e che era un soldato troppo bravo per non aver di meglio da fare che immischiarsi nelle sue faccende.

  • Io stavo compiendo una missione, – dice la dama, – stavo aspettando il mio amato che mi raggiungerà nelle acque, e se passerà mentre io non ci sono, e lo perderò, ti trasformerò in un piccolo salmone, e ti perseguiterò dovunque e per sempre finché crescerà l’erba e l’acqua scorrerà.

Il soldato si sentì morire all’idea di essere trasformato in un salmoncino, e chiese pietà; allora così dice la dama:

  • Abbandona le tue cattive abitudini, peccatore, o sarà troppo tardi per pentirti; comportati bene per l’avvenire e compi il tuo dovere; e ora, – dice, – riportami indietro e mettimi di nuovo nel fiume dove mi hai trovata.
  • Oh, mia signora, – dice il soldato, – come potrei trovare il coraggio di annegare una dama tanto bella?

Ma prima che potesse aggiungere parola la dama era svanita, e là, sul pavimento, il soldato vide la piccola trota. Bene, allora la mette in un piatto pulito e corre via con quanto fiato ha in corpo, per paura che il suo amato potesse giungere mentre lei non c’era ancora; e corse e corse fino a che arrivò di nuovo alla caverna e gettò la trota nel fiume. Nel preciso istante in cui lo fece, per un attimo l’acqua diventò rossa come il sangue, a causa della ferita, immagino, fin quando la corrente non lavò via la chiazza; ed ancor oggi c’è una piccola macchia rossa sul fianco della trota, là dove era stata ferita.

Signore, da quel giorno il soldato divenne un altro uomo; cambiò vita, andò regolarmente a confessarsi, e praticò l’astinenza tre volte alla settimana – sebbene non mangiasse mai pesce nei giorni di astinenza, perché, dopo lo spavento che s’era preso, il pesce non gli sarebbe più rimasto nello stomaco – con licenza parlando.

In ogni caso era diventato un altro uomo, come ho detto, e, passato un po’ di tempo, lasciò l’esercito e da ultimo si fece eremita; e si dice che pregasse sempre per l’anima della Trota Bianca.

Queste storie di trote sono comuni in tutta l’Irlanda. Molti pozzi sacri sono dimora di simili trote benedette. In un pozzo sulla riva di Lough Gill, Sligo, c’è una trota che un qualche miscredente mise una volta sulla graticola. Ne porta i segni ancor oggi. Molto tempo fa il santo che consacrò il pozzo mise lì la trota. Oggi possono vederla solo le anime devote che hanno fatto la dovuta penitenza.

Fiabi popolari irlandesi 

La favola del giorno

La vecchia avida

C’erano una volta un vecchio e una vecchia; un giorno il brav’uomo se ne andò nel bosco a fare la legna. Scelse un vecchio albero, alzò la scure e stava per colpirlo. L’albero gli dice: “Risparmiami, contadino! Farò tutto quello che mi chiederai”. “Allora fammi diventare ricco.” “D’accordo: torna a casa e avrai tutto a volontà.” Il vecchio tornò a casa: izbà nuova, ogni cosa in abbondanza, quattrini a palate, grano per decine di anni, e vacche, cavalli e pecore che non si potrebbero contare in tre giorni! “Ah, vecchio, da dove proviene tutto questo?”, domanda la vecchia. “Ecco, moglie mia, mi è capitato un albero che fa tutto quello che voglio.”

Dopo circa un mese, la vecchia ne ebbe abbastanza della sua ricca casa e dice al vecchio: “A che serve essere ricchi, se la gente non ci rispetta! Il borgomastro, se vuole, può spedirci a lavorare e cogliere un pretesto pure per bastonarci. Vai dall’albero e chiedigli di farti diventare borgomastro”. Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole tagliarlo alla radice. “Cosa vuoi?”, domanda l’albero. “Fammi diventare borgomastro.” “D’accordo, vai con Dio!”

Al suo ritorno, il vecchio trovò dei soldati che da tempo lo aspettavano: “Dove te ne vai a zonzo – iniziarono a gridare – vecchio diavolo? Trovaci in fretta un alloggio, e che sia buono. Su, datti da fare!”. E giù a dargliele con il piatto delle loro spade. Vede la vecchia che anche il borgomastro non sempre è rispettato e dice al vecchio: “Ecco che si guadagna ad essere la moglie del borgomastro! Dei soldati ti hanno picchiato, e non parliamo del signore, che fa quel che vuole. Vai un po’ dall’albero e chiedi di far diventare te un signore e me una gran dama”.

Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole di nuovo tagliarlo: l’albero chiede: “Cosa vuoi, vecchio?”. “Cambia me in signore e la mia vecchia in una gran dama.” “D’accordo, vai con Dio!” La vecchia, divenuta una gran dama, volle ancora di più; e dice al vecchio: “Per quello che si guadagna ad essere gran dama! Se tu fossi un colonnello ed io tua moglie, sarebbe differente, tutti ci invidierebbero”.

Spedì ancora una volta il vecchio dall’albero; quello prese la scure, andò dall’albero e si apprestò a tagliarlo. L’albero gli chiede: “Cosa vuoi?”. “Cambia me in colonnello e la mia vecchia in colonnella.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa e fu nominato colonnello.

Dopo un po’ di tempo, la vecchia gli dice: “Bell’affare essere colonnello! Il generale, se gli gira, può farti arrestare. Vai dall’albero e chiedigli di far diventare te generale e me generalessa”. Il vecchio torna dall’albero, vuole tagliarlo con la scure. “Cosa vuoi?”, chiede l’albero. “Cambia me in generale e mia moglie in generalessa.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa, e fu promosso generale.

Dopo un altro po’ di tempo, la vecchia fu stanca anche di essere generalessa; dice al vecchio: “Bell’affare essere generale! Il sovrano, se gli gira, può spedirti in Siberia. Vai dall’albero e chiedigli di cambiare te in zar e me in zarina”. Il vecchio arrivò dall’albero, vuole tagliarlo con la scure: “Cosa vuoi?”, chiede l’albero. “Cambia me in zar e mia moglie in zarina.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa e trovò degli emissari, che gli dissero: “Il sovrano è morto e tu sei stato scelto al suo posto”.

I due non regnarono a lungo; alla donna sembrò poco essere zarina, chiamò il vecchio e gli dice: “Bell’affare essere zar! Dio, se vuole, può farti morire e ti seppelliranno nella umida terra. Vai un po’ dall’albero e chiedi di cambiarci in divinità”.

Il vecchio andò dall’albero. Quello, dopo aver ascoltato dei propositi tanto insensati, rispose al vecchio, facendo fremere le foglie: “Che tu sia un orso e tua moglie un’orsa”. In quell’istante il vecchio si tramutò in orso e la vecchia in orsa, e si addentrarono correndo nel bosco.

Fiabe popolari russe.

La favola del giorno

Il buon affare

Un contadino aveva portato la sua mucca al mercato e l’aveva venduta per sette scudi. Sulla via del ritorno doveva passare vicino a uno stagno, e già di lontano udì la rane gracidare: qua qua, qua qua. “Si, – disse fra sé, – le sentì strillare fin dal campo d’avena: sette scudi ho riscosso, non quattro”. Quando fu presso l’acqua gridò: – Stupide bestie che siete! non vi hanno informato meglio? Sono sette scudi, non quattro -. Ma le rane si ostinavano nel loro qua qua, qua qua. – Be’, se non ci credete, posso contarveli sotto il naso -. Trasse il denaro di tasca e contò i sette scudi, cento soldi per volta. Ma le rane non badarono ai suoi conti e gracidarono di nuovo: qua qua, qua qua. – Be’, – gridò il contadino infuriato, – se pretendete di saperlo meglio di me, contate voi -. E gettò tutto il denaro nell’acqua. Stette ad aspettare che finissero il conto e gli riportassero il suo avere, ma le rane si incaponirono, continuarono a gracidare qua qua, qua qua, e non restituirono il denaro. Egli attese ancora un bel po’, finché si fece sera e dovette ritornare a casa; allora coprì d’ingiurie le rane e gridò: – Sciaguattone, zuccone, balorde, avete una gran bocca e sapete strillare fino a rompere i timpani, ma sette scudi non sapete contarli: credete che io voglia star qui finché avrete finito? – E se ne andò, ma le rane gli gracidarono ancora dietro: qua qua, qua qua, e così egli rincasò di pessimo umore.

Qualche tempo dopo acquistò un’altra mucca, la macellò e calcolò che, vendendo bene la carne, poteva riscuotere il prezzo delle due mucche, e avrebbe avuto la pelle per sovrammercato. Quando arrivò in città con la carne, davanti alla porta era accorso tutto un branco di cani preceduto da un grosso levriere: questi saltò attorno alla carne, annusò e abbaiò: – Bu, bu, bu -. Siccome non voleva smetterla, il contadino gli disse: – Si lo so che è buona e ne vorresti un bel po’; ma farei un bell’affare a dartela! – Il cane rispose soltanto: – Bu, bu. – Non te la mangerai e garantisci per i tuoi compagni? – Bu, bu, – disse il cane. – Be’, se insisti te la lascerò; ti conosco bene e so da chi sei a servizio; ma ricordati: fra tre giorni devo avere il mio denaro, se no ti andrà male. Non hai che da portarmelo -. Dopo di che, scaricò la carne e tornò indietro; i cani ci si buttarono sopra e abbaiavano a gran voce: – Bu, bu, bu -. Il contadino che li udiva da lontano, disse fra sé: “Senti, senti, adesso ne vogliono tutti; ma quello grosso deve risponderne”.

Passati tre giorni, il contadino pensò: “Stasera avrai il tuo danaro in tasca” ed era tutto soddisfatto. Ma nessuno venne a sborsarlo. “Non ci si può fidare di nessuno”, disse fra sé, e alla fine gli scappò la pazienza: andò in città dal macellaio e richiese il suo denaro. Il macellaio credeva che fosse uno scherzo, ma il contadino disse: – Macché scherzo, io voglio il mio denaro; il cane grosso non vi ha portato tre giorni fa l’intera mucca macellata? – Allora il macellaio andò in collera, afferrò un manico di scopa e lo cacciò fuori. – Aspetta, – disse il contadino, – c’è ancora giustizia a questo mondo! – Andò al palazzo reale e chiese udienza. Fu condotto davanti al re, che sedeva vicino a sua figlia e gli domandò che torto gli avessero fatto: – Ah, – disse lui, – le rane e i cani mi hanno preso il mio avere, e il macellaio mi ha pagato a bastonate -. E narrò minutamente com’era andata. Allora la figlia del re scoppiò a ridere e il re gli disse: – Darti ragione non posso, ma in compenso sposerai mia figlia: in tutta la sua vita non ha mai riso, tranne appunto di te; e io l’ho promessa a colui che la facesse ridere. Puoi ringraziar Dio per la tua fortuna. – Oh, – disse il contadino, – non la voglio affatto: a casa ho una donna sola ed è già troppo; quando torno mi par che ce ne sia una per ogni angolo -. Allora il re andò in collera e disse: – Tu sei un villanzone. – Ah, Maestà, – rispose il contadino, – che cosa potete aspettarvi da un bue, se non carne di manzo? – Aspetta, – rispose il re, – avrai un altro compenso: adesso vattene, ma torna fra tre giorni; te ne saranno contati cnquecento.

Quando il contadino uscì dalla porta, la sentinella disse: – Tu hai fatto ridere la principessa e t’avran dato quel che ti spetta. – Lo credo bene, – rispose il contadino: – me ne pagheranno cinquecento. – Senti, – disse il soldato, – dammene un po’! che vuoi fartene di tutto quel denaro! – Perché sei tu, – disse il contadino, – ne avrai duecento; presentati al re fra tre giorni e fatteli contare -. Un ebreo, che era lì accanto e aveva udito la conversazione, corse dietro al contadino, lo prese per la giubba e disse: – Gran Dio, siete proprio fortunato! Voglio cambiarveli, voglio convertirveli in moneta spicciola; che ve ne fate di quegli scudi sonanti? – Giudeo, – disse il contadino, – puoi averne ancora trecento; dammeli subito in spiccioli, di qui a tre giorni sarai pagato dal re -. L’ebreo si rallegrò del piccolo guadagno e portò la somma in soldi di cattiva lega, che tre ne valgon due buoni. Passati i tre giorni, come gli era stato ordinato, il contadino si presentò davanti al re. – Toglietegli la giubba, – disse questi, – deve avere i suoi cinquecento. – Ah, – disse il contadino, – non mi spettano più: duecento li ho regalati alla sentinella e trecento me li ha scambiati l’ebreo; non ho più diritto a nulla -. Intanto entrarono il soldato e l’ebreo e richiesero quando avevano ottenuto dal contadino; e si ebbero le botte, non una di più, non una di meno. Il soldato le sopportò pazientemente, e ne sapeva già il gusto; ma l’ebreo gemeva: – Ohimè! son questi gli scudi sonanti? – Il re dovette ridere del contadino, e, perché la collera era sfumata, disse: – Siccome hai già perduto il tuo premio prima che ti fosse consegnato, voglio risarcirti: va’ nella camera del Tesoro e prenditi tutto il denaro che vuoi -. Il contadino non se lo fece dire due volte e ficcò nelle sue ampie tasche tutto quel che poté entrarci. Poi se ne andò all’osteria e contò il suo denaro.

L’ebreo gli era andato dietro quatto quatto e lo sentì brontolare fra sé: –  Quel briccone di un re mi ha menato per il naso! Non poteva darmelo lui il denaro? Almeno saprei quel che ho: come posso sapere se è giusto quel che ho intascato a casaccio! – “Dio ci guardi! – disse tra sé l’ebreo: – costui parla con disprezzo del nostro re: corro a denunciarlo, così mi becco un premio e per giunta costui sarà punito”. Quando il re seppe dei discorsi del contadino, andò in collera e ordinò all’ebreo di andare a prendere il colpevole. L’ebreo corse dal contadino: – Dovete venir subito da sua Maestà senza por tempo in mezzo. – So meglio di voi quel che si conviene, – rispose il contadino: – prima mi faccio fare una giubba nuova; credi forse che un uomo che ha tanto denaro in tasca debba andarci nei suoi vecchi stracci? – L’ebreo, quando vide che senza un’altra giubba il contadino non si muoveva, temendo che, se l’ira del re fosse sfumata, egli ci avrebbe rimesso il premio e il contadino la punizione, disse: – Per questo po’ di tempo v’impresterò io una bella giubba, per pura amicizia: che cosa non si fa quando si vuol bene! – Il contadino accettò, indossò la giubba dell’ebreo e andò con lui dal re. Il re rinfacciò al contadino le male parole che gli aveva riferito l’ebreo. – Ah, – disse il contadino, – quel che dice un ebreo è sempre falso; non gli esce di bocca una parola sincera; questa birba ha il coraggio di dire che io ho indosso la sua giubba. – Come sarebbe a dire? – gridò l’ebreo: – non è mia la giubba? Non ve l’ho imprestata per pura amicizia, perché poteste presentarvi a sua Maestà? – Il re disse all’udirlo: – Qualcuno l’ebreo l’ha ingannato di certo; o me, o il contadino -. E gli fece ancora sborsar qualche scudo. Ma il contadino se ne tornò a casa con la sua brava giubba e il suo bravo denaro in tasca e disse: “Stavolta l’ho imbroccata”.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare.

La favola del giorno

Miti – Saghe e Leggende

Le Costellazioni

Molte leggende correvano intorno ad Orione, cacciatore emulo di Artemide e dai suoi strali ucciso. Dopo questo, si diceva fosse stato trasformato nella costellazione di Orione, quella che appare sul nostro orizzonte dal solstizio d’estate (21 giugno) al cominciare dell’inverno (21 dicembre).

Nel fatto i miti stessi hanno la loro spiegazione nei fenomeni relativi a detta costellazione; così l’apparire di Orione nell’estate al primo mattino nel cielo d’oriente ed il suo improvviso impallidire al sorgere del sole, destò l’immagine dell’amore di Eos (l’Aurora) per lui; invece al principio dell’inverno, al suo levarsi di sera e l’essere visibile tutta la notte, splendido fra gli altri gruppi di astri, diede luogo alla leggenda del terribile cacciatore notturno, emulo di Artemide.

Lo si figurava come un enorme gigante che a volte cammina nel mezzo del mare e leva la testa fino alle stelle armato di una spada d’oro. Il cane del cacciatore Orione era la brillante stella Sirio, la cui comparsa annunciava la stagione canicolare, ossia la stagione più calda dell’anno.

Anche la costellazione delle Pleiadi fu oggetto di racconti mitologici. Essa si leva a metà maggio annunciando la prossima raccolta e sparisce in autunno quando è la stagione del seminare. Sono in tutto sette stelle che erano dette figlie di Atlante. La più vecchia e la più bella era Maia che diede a Zeus un figlio, Ermes (Mercurio). I latini le chiamavano “primaverili” per il loro rapporto con la primavera.

Non meno celebri erano le Iadi, la costellazione delle piogge e delle tempeste marine. Secondo una leggenda erano cinque sorelle le quali tanto piangevano per la morte di un loro fratello Iade che gli dei, per compassione, le mutarono in stelle. Alcuni fanno derivare il loro nome da un verbo greco che vuol dire piovere, altri, ricordando che dai Latini erano dette “porcellini”, lo connettevano col nome che significa “porco” e pensavano che la costellazione celeste fosse stata immaginata come una mandria di porcellini, simbolo di fecondità.

Infine è da notare l’”Orsa” detta anche il “Carro”. La leggenda la identificava con Callisto, una ninfa arcade del seguito di Artemide, amata da Zeus però perseguitata da Diana (Artemide) per avere offeso la legge della castità, perciò portata da Zeus in cielo. I latini chiamavano questo gruppo “i sette buoi aratori” perché il girare che fanno queste stelle intorno al centro polare aveva destato l’immagine dei buoi che arino un campo girando in tondo.

Sull’altare di Pergamo si trovano rappresentate alcune stelle come combattenti dalla parte di Zeus contro i Giganti, artificio a cui si ricorse per riempire in qualche modo il largo spazio che veniva a rimanere vuoto dalla parte del cielo.