La favola del giorno

Il Nano Giallo – 3

Al tempo stesso, la povere Principessa li udì arrivare con terribili ruggiti.

  • Che fine farò? – esclamò lei. – Misera me! i miei verdi anni sono destinati a finire così?

Il perfido nano la guardava e rideva sdegnosamente:

  • Avrete almeno la gloria di morire zitella! – le disse, – e di non offuscare le vostre doti preclare imparentandovi imparentandovi con un con un miserabile nano par mio.
  • Per carità, non abbiatevene a male, – gli disse la Principessa pregandolo a mani giunte: – preferirei sposare tutti i nani dell’universo piuttosto che morire in modo così spaventoso!
  • Guardatemi bene, Principessa, prima di darmi la vostra parola, – egli insisté, – giacché non pretendo passare per quello che non sono.
  • Ma vi ho guardato, vi ho guardato, – disse lei; i leoni si stanno avvicinando, mi tremano le gambe, salvatemi, salvatemi, o morirò dalla paura!

Difatti non aveva finito di dire queste parole che cadde svenuta; senza saper come, si ritrovò nel suo letto con indosso la più bella camicia da notte del mondo, i più bei nastri, e un anellino, fatto d’un unico capello rosso, e così stretto che le sarebbe stato più facile strapparsi la pelle che toglierselo dal dito.

Quando la Principessa si accorse di tutto questo e ricordò quello che era accaduto la notte, fu presa da una malinconia che stupì e preoccupò tutta la Corte; la Regina ne fu più allarmata di ogni altro; le domandava e ridomandava cosa avesse, ma lei s’intestava a nasconderle la propria avventura.

Alla fine tutti gli Stati del reame, impazienti di veder maritata la loro cara Principessa, si riunirono in consiglio e vennero quindi a trovare la Regina, per pregarla di sceglierle uno sposo il più presto possibile. Ella rispose che non domandava di meglio, ma sua figlia dimostrava a questo proposito una tale ripugnanza che consigliava loro di andare a parlarle e di rivolgerle una solenne ramanzina: non se lo fecero dire due volte. Tuttabella aveva abbassato un bel po’ la sua cresta dopo la brutta avventura col Nano Giallo; non vedeva ormai un miglior mezzo per cavarsi d’impaccio che quello di sposare un grande re, con il quale quel buffo mostriciattolo non sarebbe stato in grado di contendere una così gloriosa conquista. Le sue risposte furono dunque più favorevoli di quanto si sperava: ella diceva che si sarebbe stimata felice nel poter restare zitella tutta la vita, tuttavia poiché era necessario acconsentiva a maritarsi col Re delle Miniere d’Oro; questi era un sovrano potentissimo e molto avvenente il quale da alcuni anni l’amava con il massimo ardore e che, sino a quel giorno, non aveva avuto alcun motivo di sperare d’esser contraccambiato.

E’ facile immaginare quale fu la sua gioia nell’apprendere una così lieta notizia, e il furore di tutti i suoi rivali nel dover abbandonare per sempre una speranza che la passione alimentava! Ma Tuttabella non poteva sposare venti re; già aveva faticato un bel po’ a sceglierne uno, giacché la sua vanità non era davvero diminuita, e lei era ancora persuasa che nessuno al mondo poteva valere quanto lei.

Si fecero i preparativi per la più grande festa di tutta la terra: il Re delle Miniere d’Oro si fece venire somme di denaro così prodigiose che tutto il mare brulicava di navi destinate a portargliele; si mandò a cercare presso gli Stati più eleganti e raffinati, e specialmente in Francia, tutto quello che c’era di più raro, per poter adornare degnamente la Principessa; ella aveva bisogno meno d’un’altra di tutti quei ninnoli che mettono in valore la bellezza: la sua era così perfetta che non c’era da aggiungervi nulla; il Re delle Miniere d’Oro, sentendosi prossimo a coronare il suo sogno d’amore, non si staccava mai dall’incantevole Principessa.

Poiché aveva interesse a conoscerlo, ella incominciò a studiarlo con cura e gli scoprì tanti meriti, tanta intelligenza, sentimenti così vivi e al tempo stesso delicati, insomma, un’anima tanto bella in un corpo così perfetto, che cominciò a provare per lui qualcosa di simile a ciò ch’egli provava per lei.

Quali felici momenti per ambedue, allorquando, nel più bel giardino del mondo, essi potevano rivelarsi a loro piacimento tutta la reciproca tenerezza! Tali gioie erano spesso accompagnate dai piaceri della musica; il Re, sempre galante e innamorato, componeva versi o canzoni in onore della Principessa. Una fra queste le fu particolarmente gradita:

Questi boschi, vedendovi, si son di foglie ornati,

E questi prati splendono di graziosi colori,

Ai vostri piedi Zefiro fa sbocciar mille fiori,

Raddoppiano i gorgheggi gli uccelli innamorati:

In questi luoghi ameni

Tutto vi arride in sembianti sereni.

Alla Corte non si connetteva più della gioia. Solo i rivali del Re, disperati per il successo di lui, se ne erano tornati nei loro stati, affranti dal più vivo dolore: l’assistere alle nozze di Tuttabella era troppo per loro! Ma le dissero addio in modo così commovente ch’ella non poté fare a meno d’impietosirsi sulla loro sorte.

  • Ah, signora! – le disse il Re delle Miniere d’Oro; – che scherzi son questi? Voi accordate la vostra compassione a degli spasimanti che uno solo dei vostri sguardi ha già fin troppo ripagati delle loro pene!
  • Mi rincrescerebbe, – replicò Tuttabella, – che voi foste indifferente alla compassione che ho dimostrata a quei principi che mi perdono per sempre; le vostre parole sono una prova del vostro affetto e le considero tali, ma signore, la loro situazione, com’è diversa dalla vostra! Voi dovete esser contento di me, loro, al contrario, hanno così poco motivo d’inorgoglirsene che non è giusto spingiate più oltre la vostra gelosia!

Il Re delle Miniere d’Oro, mortificato per il modo garbato col quale la Principessa trattava una cosa che avrebbe potuto offenderla, si gettò ai piedi di lei, e baciandole le mani, le chiese mille volte perdono. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 2

La Regina lo guardò, e non fu meno terrorizzata da quell’orribile sgorbietto, di quanto già non lo fosse dai leoni; restò come trasognata e non rispondeva nulla.

  • Come? Esitate, signora? – lui gridò; – si vede proprio che vi preme poco la vita!

In quel momento, la Regina scorse i leoni in cima a una collina, che correvano verso di lei; avevano ciascuno due teste, otto piedi, quattro file di denti, la loro pelle era più dura della tartaruga e più rossa del marocchino. A tale vista, la povera Regina, più tremante della colomba quando vede il nibbio, gridò più forte che poté:

  • Illustrissimo signor Nano, Tuttabella è vostra!
  • Oh! – fece lui torcendo il naso, – Tuttabella è troppo bella, non so che farmene, tenetevela.
  • Vi prego, illustrissimo, – continuava la Regina fuori di sé, – non rifiutatela: è la più incantevole principessa dell’universo.
  • E va bene! – rispose lui, – l’accetto proprio per compassione, ma ricordatevi che me l’avete regalata!

In quell’attimo il melarancio sul quale si trovava si aprì, la Regina vi si precipitò dentro ad occhi chiusi, l’albero si richiuse e i leoni rimasero a bocca asciutta.

La Regina era così turbata da non accorgersi che nell’albero c’era una porticina; finalmente la vide e l’aprì: dava su un campo di cardi e d’ortiche. Esso era circondato da un fossatello fangoso, e un po’ più in giù si vedeva una casetta bassissima, ricoperta di paglia: ne uscì fuori il Nano Giallo con un aria tutta ringalluzzita: zoccoli ai piedi, una giacchetta gialla di fustagno, niente capelli, due grandissime orecchie e un’aria da canaglia che non vi dico.

  • Signora suocera, son felice, – disse alla Regina, – che vediate il piccolo castello ove la vostra Tuttabella verrà a vivere con me; ella potrà nutrire con queste ortiche e questi cardi un asinello che la porterà a passeggio; sotto questo rustico tetto, si proteggerà dai rigori delle stagioni; berrà l’acqua di questo stagno e mangerà i ranocchi che vi trovano un lauto nutrimento; e per finire, m’avrà giorno e notte accanto a sé, bello, prestante e gagliardo come mi vedete; giacché sarei molto contrariato se la sua ombra dovesse farle più compagnia di me.

La povera Regina, considerando tutt’a un tratto la vita miserabile che il Nano prometteva alla sua cara figliola, e non potendo sopportare una così terribile idea, si sentì mancare le forze e cadde a terra lunga distesa, priva di sensi e senza aver avuto il fiato per rispondergli una sola parola; ma intanto ch’ella era così svenuta, fu trasportata con ogni riguardo nel suo letto, con in capo una bellissima cuffietta da notte, guarnita dai più sgargianti fiocchi, che mai avesse portato in tutta la sua vita. Al suo risveglio, la Regina si ricordò di quel che le era accaduto, ma le parve tutt’un sogno giacché, vedendosi nel proprio palazzo, circondata dalle sue dame e con la figlia accanto, non sembrava verosimile ch’ella fosse stata nel deserto, vi avesse corso così grandi pericoli e ne fosse stata salvata dal nano a una così dura condizione come quella di dargli Tuttabella. Però quella cuffietta di un merletto così raro, e quel nastro, la stupivano non meno del sogno che credeva di aver fatto cosicché, tormentata da questi pensieri, ella piombò in una malinconia così nera che quasi non poteva più parlare, né mangiare, né dormire.

La principessa, che le voleva un gran bene, cominciò a preoccuparsene assai; la supplicò più volte di dirle cos’aveva: ma la Regina, adducendo pretesti, le rispondeva vuoi che era tutta colpa della sua malferma salute, vuoi che qualcuno dei suoi vicini stava minacciando di farle guerra. Tuttabella vedeva bene che queste risposte erano plausibili; pensava però che, in fondo in fondo, vi doveva essere qualche altra cosa, e la Regina si studiava di nascondergliela.

Spinta da una preoccupazione che non riusciva più a dominare, ella decise d’andare a trovare la famosa Fata del Deserto, il cui sapere faceva tanto chiasso dappertutto; desiderava pure chiederle consiglio per sapere se dovesse restare zitella oppure maritarsi, giacché da ogni parte la spingevano a scegliersi uno sposo. Ella ebbe cura d’impastare personalmente la famosa torta destinata a placare il furore dei leoni; poi, una sera, fingendo di andare a letto presto, uscì servendosi di una scaletta segreta, col viso coperto da un lungo velo bianco che le cadeva fino ai piedi; così, sola soletta s’incamminò verso la grotta dove abitava la sapiente fata.

Ma giungendo presso il fatale melarancio che già conosciamo, ella lo vide così pieno di frutta e di fiori che le venne una gran voglia di coglierne; posò in paniere per terra, colse alcuni aranci e li mangiò. Ma quando si trattò di ritrovare il paniere e la torta, apriti cielo, ogni cosa era sparita! Tuttabella cerca, si affanna, si addolora e tutt’a un tratto vede accanto a sé l’orribile nanerottolo di cui abbiamo già parlato.

  • Cos’avete, bella ragazza, perché piangete? – chiese lui.
  • Povera me! Come potrei non piangere? – ella rispose; ho perduto il paniere con la torta che mi erano indispensabili per arrivare sana e salva dalla Fata del Deserto.
  • Eh! Che ci volete fare, bella ragazza? – disse il mostriciattolo; – io sono suo parente, amico suo, e per lo meno altrettanto sapiente quanto lei!
  • La Regina mia madre, – continuò la Principessa, – da qualche tempo in qua è caduta in una tristezza così terribile che mi fa temere per la sua vita; ho in mente che, forse, ne sono io la causa, giacché lei desidera ch’io mi sposi; vi confesso di non aver trovato ancora nulla che sia degno di me; per tutti questi motivi volevo parlare alla Fata.
  • Non ne vale la pena, Principessa, disse il Nano, – sono più adatto di lei a informarvi su queste cose. La Regina vostra madre è molto triste per avervi promesso in matrimonio.
  • La Regina mi ha promesso! – disse lei interrompendolo. – Ah! certamente v’ingannate, me l’avrebbe detto, e la faccenda mi riguarda troppo perché lei mi prometta a qualcuno senza il mio consenso.
  • Bella Principessa, – le disse il Nano gettandosi improvvisamente alle sue ginocchia, – mi lusingo che tale scelta non vi dispiacerà quando vi avrò detto che sono io ad essere destinato a questa felicità.
  • Mia madre vi vuole per genero! – esclamò Tuttabella indietreggiando di qualche passo. – E’ mai esistita una follia simile alla vostra?
  • Tale onore, – disse il Nano pieno di rabbia, – m’interessa ben poco: ma ecco i leoni che si avvicinano per sbranarvi, con tre morsi mi avranno vendicato del vostro ingiusto disprezzo. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo

C’era una volta una regina; aveva avuto parecchi figlioli, ma le era rimasta soltanto una figlia, che però ne valeva più di mille; la madre, essendo vedova, e non avendo nient’altro al mondo di così caro come quella principessina, aveva sempre una tale paura di perderla, che non pensava neppure a correggerla dei suoi difetti. E così, questa meravigliosa creatura, che si vedeva di una bellezza più divina che mortale e si sapeva destinata a salire sul trono, divenne talmente superba e compresa delle proprie grazie che disprezzava tutti quanti.

La Regina madre, con le sue carezze e la sua indulgenza, contribuiva a convincerla che nulla al mondo poteva essere degno di lei; ella si aggirava quasi sempre vestita come Minerva o come Diana, seguita dalle più insigni dame della Corte in abiti da ninfe; alla fine, per dare un ultimo tocco alla sua vanità, la Regina decise di chiamarla Tuttabella e, dopo averla fatta ritrarre dai più valenti pittori, ella mandò la sua effigie a parecchi re con i quali era legata da una stretta amicizia. Al vedere quel ritratto, non vi fu alcuno che potesse sottrarsi all’inevitabile potere del suo fascino: alcuni si ammalarono, altri perdettero la ragione, e i più fortunati arrivarono sani e salvi al cospetto di lei, ma non appena ella si mostrò, i poveri principi divennero suoi umili schiavi.

Non si era mai veduta una Corte più elegante e raffinata. Venti re, a gara si studiavano d’ingraziarsi Tuttabella, e dopo aver speso anche tre o quattro milioni, soltanto per dare una festa in suo onore, potevano ritenersi anche troppo ricompensati s’ella si degnava dir loro “com’è bello tutto ciò!” e niente di più. L’adorazione che ella suscitava rendeva felice la Regina; non passava giorno che alla Corte non arrivassero sette o ottomila sonetti ed altrettante elegie, canzoni o madrigali, spedite a quella volta da tutti i poeti dell’universo. Tuttabella era l’unico oggetto della poesia e della prosa dei suoi tempi; nessun fuoco di gioia veniva acceso altrimenti che con questi versi, i quali crepitavano e briciavano meglio delle più asciutte qualità di legname.

La principessa aveva ormai quindici anni: nessuno osava pretendere l’onore di divenire suo sposo, e nessuno non avrebbe sperato di divenirlo. Ma come fare a commuovere un cuore di tal tempra? Anche se ci si fosse fatti impiccare cinque o sei volte al giorno, a lei sarebbe parsa una cosina da nulla. I suoi spasimanti cominciavano a mormorare contro la sua crudeltà, e la povera Regina, che voleva darle marito, non sapeva da che parte voltarsi per deciderla a questo passo.

  • Perché non volete, – le diceva talvolta, – abbassare un pochino quest’insopportabile boria che vi fa considerare con disprezzo tutti i re che si presentano alla nostra corte? Io voglio darvene uno come sposo; abbiate almeno un poco di riguardo verso di me!
  • Mi trovo bene così, – le rispondeva Tuttabella, – permettetemi, Maestà, ch’io rimanga in questa beata indifferenza; se l’avessi già perduta, son sicuro che la cosa non vi sarebbe andata a genio!
  • Si, – repicava la Regina, – non mi andrebbe a genio che voi amaste qualcuno inferiore a voi; ma guardatevi attorno e osservate coloro che chiedono la vostra mano: non ne esistono altri che possano lontanamente confrontarsi a loro!

Questo era vero; ma la Principessa, infatuata dei propri meriti, credeva di valer ancora di più e a poco a poco, con quel suo incaponimento nel voler restare zitella, cominciò a dare a sua madre tanti e tali crucci che costei si pentì – ma troppo tardi! – d’essere stata tanto indulgente.

Incerta sul da farsi e preoccupata, ella si recò sola soletta a trovare una celebre fata, chiamata la Fata del Deserto; ma non era facile raggiungerla, giacché ella era guardata da terribili leoni. La Regina non avrebbe neppure rischiata l’impresa, se da tempo non avesse saputo che bastava gettare loro dei pezzi di una torta fatta con farina di miglio, zucchero candito e uova di coccodrillo; impastò da se stessa questa torta e la mise in un paniere che si infilò al braccio, poi partì.

Non essendo abituata a camminare tanto a lungo, dopo qualche tempo ch’era in viaggio, ella si sentì stanca, e sdraiatasi ai piedi di un albero per riposarsi un poco, senza accorgersene si addormentò: al suo risveglio il paniere era vuoto, la torta non c’era più, e per colmo di disgrazia, i leoni, i quali avevano fiutato la sua presenza, stavano arrivando: già si sentivano i loro ruggiti!

  • Povera me, che fine farò! – esclamò gemendo; – sarò certamente divorata viva! – Piangeva come una fontana, e non avendo la forza di muovere un passo per fuggire, si stringeva all’albero sotto il quale si era addormentata; a questo punto, le sembrò di sentire fare: “Chut, chut! Hem, hem!” Guarda di qua, guarda di là, e finalmente, alzando gli occhi, scorge in cima all’albero un omettino non più alto d’un palmo: stava mangiando delle arance e le disse:
  • Ohè, signora regina! Io vi conosco bene e so che tremate per la paura che i leoni vi mangino: come se non bastasse, siete pure rimasta senza torta!
  • Devo rassegnarmi a morire sbranata, – disse la Regina sospirando; – povera me! morirei almeno più tranquilla se mia figlia avesse già preso marito!
  • Davvero? Avete una figlia? – esclamò il Nano Giallo (lo chiamavano così per via del colore della sua pelle e del melarancio entro il quale abitava); – me ne rallegro moltissimo, giacché per l’appunto sto cercando moglie per terra e per mare; decidete voi: se me la promettete, io vi garantisco dai leoni, dalle tigri, e anche dagli orsi! Continua domani

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 11

L’avventura più bella – 2

gli altri erano ciechi o avevano le gambe ciondolanti e strisciavano sulle mani, oppure avevano le braccia rattrappite, e le mani senza dita. Era proprio la miseria in carne e ossa. – Eccellenza, miserabili! – sospiravano allungando le membra malandate. L’ostessa venne in persona incontro agli ospiti, a piedi scalzi, con i capelli in disordine e una camicia sporca sulla pelle nuda. Le porte erano legate con delle cordicelle, il pavimento della stanza era di mattoni, ma tutto rotto, dei pipistrelli volavano rasente al soffitto, e c’era un puzzo…

  • Allora è meglio apparecchiare nella stalla, – disse uno dei viaggiatori, – laggiù si sa almeno che aria si respira!

Furono spalancate le finestre perché potesse entrare un po’ di aria fresca, ma prima ancora di questa entrarono le braccia rattrappite, e l’eterna lamentela: Miserabili, eccellenza! Le pareti erano piene d’iscrizioni, metà delle quali contro la bella Italia.

Fu portato da mangiare: era una minestra d’acqua, condita con pepe e olio rancido, e anche l’insalata era stata condita con lo stesso olio: delle uova andate a male e delle creste di gallo fritte erano i pezzi forti del pranzo, persino il vino aveva un cattivo sapore, era un vero intruglio.

La notte le valige furono accatastate contro la porta, e uno dei viaggiatori dovette far la guardia mentre gli altri dormivano: toccò allo studente di teologia: che aria irrespirabile lì dentro! Il caldo soffocava, le mosche ronzavano e pungevano, e fuori i miserabili piagnucolavano nel sonno.

  • Oh, sì, – sospirò lo studente, – viaggiare è bello, ma bisognerebbe non avere il corpo, e che l’anima volasse via mentre questo riposa. Dovunque io vada, c’è una miseria che fa male al cuore; vorrei avere qualcosa di meglio di quello che può dare il momento, qualcosa di più bello, la cosa più bella di tutte. Ma dove si trova? Cos’è? In fondo, so bene quello che voglio: vorrei raggiungere una mèta felice, il massimo della felicità!

Appena pronunciate queste parole, si ritrovò a casa: le lunghe tendine bianche pendevano dalla finestra, e in mezzo alla stanza era posata una bara nera, dove egli dormiva un tranquillo sonno di morte: il suo desiderio era stato esaudito: il corpo riposava, mentre lo spirito era lontano, in viaggio.

“Non dichiarar nessuno felice prima che scenda nella tomba”. Le parole di Solone trovano qui una loro conferma.

Ogni cadavere è una sfinge dell’eternità; anche questa sfinge nel suo sarcofago nero non rispondeva a quel che si era domandato due giorni prima da vivo:

Morte possente, il tuo silenzio incombe

sul mondo, dove l’orma dei tuoi passi

non è segnata che da tombe e tombe.

Unita resterà la terra al cielo?

Quale sarà dell’anima la sorte?

Risorger, come l’erba dopo il gelo,

nel lugubre giardino della morte?

Non vede, il mondo, la pena maggiore;

a te che fosti solo nella vita,

non parrà troppo greve, sopra il cuore,

il peso della terra, or che è finita.

Due figure si muovevano nella stanza, e noi le conosciamo: una era la fata del dolore e l’altra la messaggera della felicità. Entrambe si chinarono sul morto.

  • Vedi, – disse la fata del dolore, – che felicità hanno portato agli uomini le tue soprascarpe?
  • A quello che dorme qui, almeno, esse hanno procurato un bene duraturo!
  • No, – ribatté la prima, – se ne è andato spontaneamente, non è stato chiamato, e le forze spirituali che aveva in terra non sono state bastevoli a ottenergli, lassù, i tesori che gli erano destinati!

Così dicendo gli tolse le soprascarpe dai piedi: subito il sonno della morte finì, e il resuscitato si sollevò dalla bara. La fata del dolore scomparve, ma scomparvero anche le soprascarpe: essa certo aveva pensato che fossero di sua proprietà.

Hans Christian Andersen – Fiabe

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 10

L’avventura più bella

Il giorno dopo, nelle prime ore del mattino, mentre il copista era ancora a letto, bussarono alla sua porta. Era l’inquilino di fronte, uno studente di teologia, che entrò poi nella stanza.

  • Prestami le soprascarpe, disse, – il giardino è tutto bagnato, ma c’è un così bel sole che vorrei proprio andarmene giù a fare una fumatina.

Si infilò le soprascarpe e fu subito in giardino, dove c’erano un pero e un prugno. Per Copenaghen, anche un giardino piccolo come quello è un lusso.

Lo studente passeggiava in su e in giù; erano solo le sei, e dalla strada risuonò il corno di un postiglione.

  • Oh, viaggiare, viaggiare! – esclamò. – E’ certo la cosa più bella del mondo! E’ la meta suprema dei miei desideri! Allora si placherebbe l’inquietudine che sento in me. Ma dovrei andare molto lontano! Vorrei vedere le meraviglie della Svizzera, andare in Italia…

E’ una vera fortuna che l’effetto delle soprascarpe fosse istantaneo – altrimenti sarebbe certo andato a finire troppo lontano – sia per lui che per noialtri. Eccolo in viaggio. Era nel cuore della Svizzera, ma pigiato insieme ad altre otto persone, nell’interno di una diligenza. Aveva mal di capo, e la schiena gli doleva per la stanchezza; il sangue si era come arrestato nelle gambe, gonfie e strette negli stivali. Era in uno stato di dormiveglia. Nella tasca destra aveva una lettera di credito, in quella sinistra il passaporto, e sul petto un sacchetto di pelle con cuciti dentro alcuni luigi d’oro. Non faceva che sognare di aver perso l’uno o l’altro dei suoi tesori, e perciò continuava a svegliarsi di soprassalto, e il primo movimento era quello di tracciare con la mano una specie di triangolo da destra a sinistra, e poi su verso il petto, per sentire se aveva ancora tutto con sé o no. Ombrelli, bastoni e cappelli ballonzolavano nella rete sopra di lui e gli impedivano la vista, che era veramente splendida; egli tentava di guardar fuori con la coda dell’occhio, mentre il suo cuore cantava quello che almeno un poeta di nostra conoscenza ha scritto in Svizzera, ma che poi non ha pubblicato, almeno sinora:

Come è bello il paesaggio!

Che splendore il Montebianco!

Finirei certo qui il viaggio

Sol che avessi dei quattrin!

La natura all’intorno era grandiosa, solenne e cupa. I boschi di abete sembravano erica sulle alte rocce, le cui cime si perdevano nelle nubi: cominciava a nevicare e soffiava un vento gelido.

  • Brr, – sospirò. – Fossimo già dall’altra parte delle Alpi! Allora sarebbe estate e avrei già riscosso il denaro con la mia lettera di credito. La paura di restar senza soldi non mi fa godere il paesaggio svizzero: oh, se fossi già al di là dei monti! – Ed eccolo dall’altra parte, nel cuore dell’Italia, tra Firenze e Roma. Il lago Trasimeno nella luce della sera fiammeggiava come oro tra i monti scuri. Dove già Annibale aveva vinto Flaminio, ora i tralci di vite intrecciavano pacificamente le dita verdi; splendidi bambini mezzo nudi sorvegliavano un branco di maialini neri come il carbone, in un boschetto di allori profumati, al margine della strada. Era un quadro, e se potessimo riprodurlo fedelmente, tutti griderebbero felici: Italia bella! Ma non dicevano davvero così né il teologo né alcun altro dei suoi compagni, stipati con lui nella diligenza del vetturino.

Migliaia e migliaia di mosche velenose e di zanzare entravano a volo nella carrozza, ed essi invano frustavano l’aria con dei rami di mirto, le mosche li pungevano lo stesso: nella carrozza non c’era nessuno che non avesse il viso gonfio e sanguinante per le punture. I poveri cavalli poi sembravano carogne, con sciami di mosche appiccicati sulla schiena, in grosse chiazze. Il vetturino scendeva, e riusciva a raschiarle via, ma dopo un momento erano lì di nuovo. Il sole tramontava, e un breve, ma intenso brivido di freddo percorse tutta la natura. Non era affatto una sensazione gradevole, ma i monti e le nuvole all’intorno presero il più bel tono di verde, chiaro e luminoso.

Ma andate a vederlo voi stessi! Sarà meglio che leggere delle descrizioni! Era uno spettacolo incomparabile. Sembrava così anche ai viaggiatori, ma… lo stomaco era vuoto, il corpo stanco, e tutta la nostalgia del cuore era tesa ad un alloggio per la notte: ma come sarebbe stato? Non cercavano che questo con lo sguardo, senza curarsi della bellezza del paesaggio.

La strada attraversava un oliveto: era come passare, in Danimarca, tra salici nodosi. Ecco finalmente la locanda solitaria. Davanti vi era accampata una mezza dozzina di mendicanti sciancati: quello dall’aspetto migliore sembrava il “figlio maggiore della fame arrivato alla maggiore età”; continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 9      

La metamorfosi del copista – 3

Il pappagallo non rispose neppure una parola, ma continuò a dondolarsi con eleganza avanti e indietro, mentre invece un bel canarino, che era stato portato l’estate precedente dai suoi caldi paesi in fiore, cominciò a gorgheggiare.

  • Strillone! – gli gridò la padrona di casa, gettando sulla gabbia un fazzoletto bianco.
  • Cip, cip, – sospirò quello, – che terribile nevicata! – e tacque.

Il copista, o meglio l’uccello dei campi, come lo chiamava la padrona, fu messo in una gabbietta vicino vicino al canarino, non lontano da Loreto. L’unico discorso umano che il pappagallo era capace di fare, e che suonava spesso molto buffo, era: “Suvvia, siamo uomini!” Tutte le altre cose che strillava erano altrettanto incomprensibili dei gorgheggi del canarino: naturalmente però il copista, essendo oramai un uccello, comprendeva benissimo i suoi compagni.

  • Volavo sotto la palma verde e il mandorlo in fiore! – cantava il canarino, – volavo con i miei fratelli e le mie sorelle sui fiori meravigliosi e sul lago trasparente come il vetro, sul cui fondo si muovevano le piante. Vidi anche molti splendidi pappagalli che raccontavano delle storie divertentissime, tante storie, e lunghe lunghe.
  • Erano uccelli selvatici, – rispose il pappagallo, – senza istruzione. Ma siamo uomini! Perché non ridi? Se la padrona di casa e tutti gli ospiti ridono, potresti ben farlo anche tu. E’ un gran difetto quello di non saper gustare il lato umoristico delle cose! Ma siamo uomini!
  • – Oh, ricordi le belle fanciulle che danzavano sotto le tende, vicino agli alberi in fiore? Ricordi i dolci frutti e il succo rinfrescante delle erbe selvatiche?
  • Sì, che ricordo, – rispose il pappagallo, – ma qui sto molto meglio! Ho da mangiare bene e son trattato come uno di casa: so di avere una bella intelligenza e non pretendo di più. Ma siamo uomini! Tu hai l’anima di un poeta, come si dice, e io ho solide cognizioni e spirito; tu avrai il famoso genio, ma ti manca il buon senso, ti lanci, senza pensare, negli acuti più alti, e allora ti gettano addosso qualcosa, per farti star zitto. Ma con me questo non osano farlo, perché son venuto a costar loro un po’ di più. E poi metto soggezione col mio becco che è così tagliente!
  • Oh, mia calda terra in fiore! – gorgheggiava intanto il canarino. – Canterò dei tuoi alberi verde scuro, delle tue tranquille insenature marine, dove la chiara superficie dell’acqua è baciata dai rami degli alberi, canterò del giubilo di tutti i miei variopinti fratelli e delle mie splendenti sorelle, là dove cresce l’albero del deserto, il cactus!
  • Ma finiscila con questi piagnistei, – brontolò il pappagallo. – Di’ qualche cosa che faccia ridere! Il riso è l’indice del più alto livello spirituale. Guarda un po’, se un cane o un cavallo sanno ridere! No, son capaci di piangere, ma il riso è stato concesso unicamente all’uomo. Oh, oh, oh, – fece poi, ripetendo la sua spiritosaggine, – ma siamo uomini!
  • Grigio uccellino danese, – cantò il canarino, – sei stato fatto prigioniero anche tu! Nei tuoi boschi certo fa freddo, ma c’è la libertà!  Vola via! Hanno dimenticato di chiudere la tua gabbia, e l’ultima finestra è aperta: vola via!

Il copista non se lo fece dire due volte, ed eccolo fuori dalla gabbia. In quel momento la porta socchiusa, che metteva nella stanza accanto, scricchiolò, e sgusciò dentro il gatto di casa, agile, con i suoi verdi occhi lucenti, e si mise a dargli la caccia. Il canarino svolazzava nella gabbia, il pappagallo sbatteva le ali gridando: – Siamo uomini! – e il copista, spaventato da morire, volò via attraverso la finestra, oltre le case e le strade. Alla fine dovette fermarsi per riposare un poco.

La casa di fronte gli sembrò familiare; c’era una finestra aperta, ed egli vi volò dentro. Era la sua camera, ed egli si posò allora sulla tavola. – Ma siamo uomini! – esclamò poi, senza pensare a quel che diceva, proprio come il pappagallo, e in quello stesso momento fu di nuovo un copista, solo che era seduto sulla tavola.

  • Dio mi assista! – esclamò. – Come ho fatto a salire sin quassù e ad addormentarmi così? Che sogni agitati ho fatto! Tutta la faccenda però non è stata che una stupidaggine! Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 8

La metamorfosi del copista – 2

Ma dove ho preso questa roba? Devono avermela ficcata in tasca! Ma ecco una lettera! – era una lettera della direzione del teatro; i due lavori erano respinti, e in un tono non troppo gentile.

  • Hem, hem – fece il copista, sedendo su una panchina. Si agitavano in lui molti pensieri, e la commozione gli invadeva il cuore: senza volerlo, colse uno dei fiori più vicini; era una semplice margheritina, e rivelava in un secondo quello che i professori di botanica riescono a spiegarci solo in molte conferenze: parlava del mito della sua nascita e della potenza della luce solare che aveva fatto dischiudere i suoi petali delicati e li aveva resi odorosi. Egli pensò allora alle lotte della vita, che allo stesso modo sanno risvegliare i sentimenti nel nostro petto. L’aria e la luce erano le amanti dei fiori, ma la preferita era quest’ultima, e la margheritina volgeva sempre il capo verso di lei, per raccogliere poi si suoi petali, quando essa scompariva, e addormentarsi nelle braccia dell’aria.
  • E’ la luce che mi fa bello, – diceva il fiore.
  • Ma è l’aria che ti fa respirare! – mormorò la voce del poeta.

Lì vicino un ragazzo batté con un bastone in un fosso e le gocce d’acqua schizzarono fin su tra i rami verdi. Il copista pensò allora a milioni di bestioline invisibili lanciate su in alto con ogni goccia; data la loro grandezza, il salto doveva essere per loro immenso, come per noi balzare oltre le nubi. Pensando a tutto questo e ai mutamenti sopravvenuti in lui, il copista sorrideva. – Sto dormendo e sognando! – esclamò. – Eppure, è strano come tutto sembra reale, pur sapendo che si tratta solo di un sogno. Ma se potessi ricordarmene domani, al mio risveglio! Ora mi sento proprio in vena, ho una chiara visione delle cose e sono completamente lucido, ma è certo che, anche se domani mi ricorderò qualche cosa, saran solo sciocchezze: mi è già capitato altre volte! Tutte le cose splendide e geniali che si sentono e si dicono nel sogno, sono come l’oro degli gnomi sottoterra: quando lo si vede è bello e splendido, ma alla luce del giorno non rimangono che pietre e foglie secche. Ahimè! – sospirò poi tristemente guardando gli uccelli che cantavano e saltavano felici di ramo in ramo. – Quelli stanno molto meglio di me! Saper volare, sì, è una bella cosa, beati quelli che sono nati con le ali! Se potessi cambiarmi in qualcosa vorrei diventare un’allodoletta come quella!

Subito le falde e le maniche della finanziera si unirono, formando delle ali, i vestiti si trasformarono in piume e le soprascarpe in zampine. Egli si rese ben conto di questo cambiamento e rise tra sé: “Ora sì che son sicuro di sognare! Ma non ho mai fatto un sogno così strampalato!” Volò sui rami verdi e si mise a cantare, ma nel suo canto non c’era nulla di romantico, perché in lui la natura poetica era sparita. Le soprascarpe, come d’altronde chiunque faccia qualcosa di buono, sapevano fare solo una cosa alla volta; aveva voluto essere poeta, e così era stato, poi aveva desiderato di essere un uccellino, e lo era diventato, ma così aveva perduto le qualità avute in dono prima.

  • Questo sì che mi piace! – esclamò. – Di giorno me ne sto seduto negli uffici di polizia, tra le pratiche più reali di questo mondo, ma la notte posso sognare, e volo come un’allodola nel giardino di Frederiksberg: davvero se ne potrebbe scrivere una commedia! – Volò poi giù tra l’erba, girò il capino da tutte le parti e batté il becco sui fili d’erba che, date le sue attuali proporzioni, erano per lui come palmizi dell’Africa settentrionale.

Ma dopo un attimo calò intorno a lui la notte, e un oggetto immenso, così almeno gli sembrò, gli fu gettato sopra: era il berretto di un monello del Quartiere dei Marinai, che vi infilò poi sotto una mano e afferrò il copista per la schiena e per le ali, facendolo strillare. Nel terrore del primo momento gridò ad alta voce: – Monellaccio screanzato! Sono un copista degli uffici di polizia! – Ma il ragazzo sentì solo un cip, cip, cip, e, dato un colpetto sul becco dell’uccello, se lo portò via.

Nel viale incontrò due scolaretti, della più elevata classe sociale (in quanto a livello spirituale, erano però gli ultimi della scuola). Essi comprarono l’uccello per otto soldi, e così il copista tornò a Copenaghen, presso una famiglia che abitava nella Gothersgaden. “Fortuna che si tratta di un sogno! – pensò il copista. – Altrimenti ci sarebbe da andare in bestia! Prima ero un poeta, ora sono un’allodola! Ma già, è stata la mia natura poetica a farmi trasformare in quest’uccellino! E’ un gran brutto affare, specialmente quando si cade nelle mani di qualche ragazzo. Vorrei proprio sapere come andrà a finire!”

I ragazzi lo portarono in un salotto molto elegante, dove venne loro incontro sorridendo una signora molto grassa; essa non fu però affatto contenta di vedersi dentro casa quel “semplice uccelletto dei campi”, come lei chiamava l’allodola. Per qualche giorno, in ogni modo, disse che avrebbe lasciato andare, e indicò una gabbia vuota vicino alla finestra, dove avrebbero potuto metterlo. – Forse sarà contento Loreto! – aggiunse sorridendo a un grosso pappagallo verde che si dondolava pomposamente sul suo anello, in una splendida gabbia di ottone. – Oggi è il compleanno di Loreto, – dichiarò con tono stupidamente ingenuo, – e perciò il piccolo uccello dei campi viene a fare i suoi auguri. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 7

La metamorfosi del copista

Il guardiano notturno, che non abbiamo certo dimenticato, si ricordò nel frattempo delle soprascarpe che aveva trovato e portato con sé all’ospedale, e le andò a riprendere, ma né il tenente né alcuno degli abitanti della strada ne vollero sentir parlare, e così le consegnò alla polizia.

  • Sembrano proprio le mie soprascarpe! – esclamò uno dei copisti, osservando il mucchio degli oggetti smarriti, e messele vicino alle sue continuò: – Nemmeno un calzolaio sarebbe capace di distinguere un paio dall’altro.
  • Signor copista, – lo chiamò intanto un inserviente, entrando con alcune carte.

Il copista si voltò per rispondere, ma quando poi, finita la conversazione, si volse di nuovo verso le soprascarpe, rimase molto incerto, senza più sapere se le sue fossero quelle di destra o quelle di sinistra. “Devono essere quelle bagnate!” pensò poi, ma si sbagliava, perché erano invece proprio quelle della felicità. Ma perché non dovrebbe poter sbagliare anche la polizia? Se le infilò, si ficcò in tasca alcune carte, se ne mise altre sotto il braccio, per rileggerle e ricopiarle a casa, ma era una domenica mattina e il tempo era bello, e gli venne in mente che una passeggiata sino Frederiksberg gli avrebbe fatto bene, e si incamminò in quella direzione.

Trattandosi della persona più tranquilla e diligente di questo mondo, davvero non gli faremo colpa di questa passeggiatina, che non avrebbe potuto che giovargli, dopo esser rimasto tanto tempo seduto. Da principio camminò senza pensare a niente, e quindi le soprascarpe non ebbero occasione di dimostrare subito il loro magico potere. Nel viale incontrò un conoscente, un giovane poeta, che gli disse che il giorno dopo sarebbe andato in vacanza.

  • Si mette di nuovo in viaggio? – chiese il copista. – Che uomo libero e fortunato è lei! Può svolazzare dove vuole, mentre noialtri abbiamo una catena al piede.
  • Ma la catena è legata all’albero del pane! – rispose il poeta.
  • Lei non deve preoccuparsi un giorno per l’altro, e quando sarà vecchio avrà la sua brava pensione!
  • In fin dei conti, però, lei certo sta meglio di me, – rispose il copista. – Deve esser bello starsene seduti a scriver poesie! Tutti le fanno dei complimenti, e lei è il padrone di se stesso. Dovrebbe solo provare a starsene seduto in tribunale, con tutte quelle scartoffie noiose!

Il poeta scosse la testa, e anche il copista fece lo stesso; ciascuno rimase del proprio parere, e così si separarono.

  • Che strana categoria di persone, i poeti! – esclamò il copista. – Mi piacerebbe poter penetrare in una tal natura e diventare anch’io uno di loro: non scriverei certo i versi piagnucolosi di tanti altri! Oggi è proprio la giornata di primavera adatta a un poeta! L’aria è insolitamente chiara, le nubi sono così belle e c’è un tale profumo qui tra gli alberi! Sono anni che non provo tali sentimenti!

Vediamo già che era diventato un poeta: non era una cosa che saltava agli occhi, e infatti sarebbe pazzesco immaginarsi i poeti come uomini diversi dagli altri (tra gli uomini comuni possono trovarsi nature molto più poetiche di quella di un poeta famoso: l’unica differenza, sta nel fatto che quest’ultimo ha una migliore memoria spirituale e riesce a conservare l’idea e il sentimento sino a formularli chiaramente e distintamente in parole, cosa che gli altri non sono capaci di fare). Ma il passaggio da una natura comune ad una ben altrimenti dotata è sempre un salto, cosa che ora il nostro copista aveva fatto.

  • Che aria deliziosa! – esclamò. – Come mi ricorda le violette della zia Lone! Ero piccolo allora! Dio mio, quanto tempo è che non ci ho pensato! La buona, vecchia zitellona! Abitava dietro alla borsa. Teneva sempre in un vaso un rametto o qualche germoglio verde, per quanto freddo facesse l’inverno. Sento ancora il profumo delle viole, di quando appoggiavo contro i vetri gelati della finestra i soldini di rame riscaldati, per poi guardare fuori attraverso i tondi che vi si formavano. Che bella vista! Nel canale gelato c’erano molti battelli chiusi tra il ghiaccio, abbandonati dai marinai, con solo una cornacchia gracchiante per tutto l’equipaggio. Ai primi venti della primavera, però, c’era un gran daffare: i lastroni di ghiaccio venivano segati tra canti e grida di evviva, i battelli venivano incatramati e riattrezzati, per prender poi il largo verso terre straniere. Io, invece, sono rimasto qui, e sempre dovrò restarci, sempre seduto negli uffici di polizia, a veder gli altri ritirare i passaporti per andare all’estero: che destino il mio! Ahimè! – sospirò profondamente, e si fermò di colpo. – Dio mio, che cosa mi succede! Non ho mai avuto prima pensieri e sentimenti del genere. Sarà la primavera! Che strano misto di piacere e di angoscia! – Afferrando poi le carte che aveva in tasca, esclamò: – Questi mi faranno pensare a ben altro! – e scorse con l’occhio il primo foglio. – La Signora Sigbrith, tragedia originale in cinque atti, – lesse. – Ma che roba è questa? – si chiese poi subito. – Eppure, è proprio la mia calligrafia. Avrei scritto una tragedia? “Intrigo sui bastioni, ovvero il giorno della preghiera. Vaudeville”. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 6

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario. – 2

La poesia fu recitata molto bene e il dicitore ebbe un gran successo. Tra gli spettatori c’era anche il dottorino dell’ospedale, che sembrava aver dimenticato la sua avventura della notte precedente; ai piedi aveva le soprascarpe, perché nessuno era venuto a ritirarle, e dato che c’era molto fango per la strada, potevano fargli comodo.

La poesia gli piacque molto.

Fu poi colpito non poco dall’idea, e desiderò di possedere un paio di occhiali come quelli: a saperli usare bene, avrebbe potuto vedere sino in fondo al cuore degli uomini, e questo era certo più interessante, pensava, che vedere cosa sarebbe avvenuto l’anno seguente: questo si sarebbe venuti a saperlo lo stesso, a suo tempo, mentre il cuore umano non lo si conosce mai.

“Figurarsi tutti i signori e le signore della prima fila! Se potessi scrutare il loro cuore, vedrei come un luogo aperto, una specie di bottega. E in quella bottega, girerei lo sguardo da tutte le parti. Nel cuore di quella signora troverei certo un gran negozio di mode! La bottega di quello là è certo vuota, e una bella pulizia non guasterebbe davvero. Potrei anche trovare delle botteghe rispettabili? Oh, sì, – sospirò, – ne conosco una rispettabile sotto ogni aspetto, ma dentro c’è già un garzone, e questa è l’unica cosa che non va in tutta la bottega. Davanti a più d’una si sentirebbe gridare: “vengano avanti, per favore!” Oh, volesse il cielo che io potessi entrarci, traversare i cuori come un breve pensiero!”

Ce n’era abbastanza per le soprascarpe: il dottorino divenne sempre più piccolo e iniziò un viaggio del tutto insolito attraverso i cuori degli spettatori della prima fila. Il primo cuore che attraversò fu quello di una signora, ma egli pensò subito di trovarsi alla clinica ortopedica, come si chiama la casa dove i dottori raddrizzano la gente e la rimettono a posto. Era certo nella stanza più brutta, dove sono appesi alle pareti i calchi di gesso delle membra anormali, con la sola differenza che nella clinica i calchi sono presi quando i pazienti entrano, mentre in quel cuore erano stati presi, per esser conservati tali e quali, all’uscita delle persone; erano i calchi delle amiche, con tutti i loro difetti fisici e morali.

Passò poi subito in un altro cuore femminile, e questo gli sembrò una grande chiesa consacrata, con le bianche colombe dell’innocenza che volavano intorno all’altar maggiore. Si sarebbe inginocchiato volentieri, ma doveva proseguire il suo viaggio, ed entrò perciò nel cuore successivo, mentre ancora udiva il suono dell’organo e si sentiva lui stesso una persona nuova e migliore, degno di penetrare nel santuario vicino. Questo era un povero abbaino dove si trovava una madre ammalata, ma dalla finestra aperta entrava il dono divino del sole, e delle splendide rose rosse oscillavano al vento nella cassetta di legno sul tetto, mentre due uccellini cantavano di gioia sentendo la madre invocare la benedizione sulla sua figliola.

Camminò carponi attraverso una macelleria piena zeppa; non c’era che carne, niente altro che carne: era il cuore di un ricco e distinto signore, di cui si può senza dubbio trovare il nome nel “Chi è?”

Entrò poi nel cuore della moglie: era una vecchia piccionaia in rovina, con il ritratto del marito che serviva da banderuola segnavento, ed era legato alle porte di modo che esse si aprivano e si chiudevano ogni volta che lui si girava.

Poi giunse in un gabinetto di specchi, simile a quello che c’è al castello di Rosenborg, ma con gli specchi che ingrandivano in modo inverosimile. In mezzo al gabinetto era accovacciato per terra, simile a un Dalai-Lama, lo scialbo io del proprietario, assorto nella contemplazione della propria grandezza. Subito dopo, pensò di essere capitato in uno stretto agoraio, pieno di aghi appuntiti: “E’ certo il cuore di una vecchia zitella”, pensò involontariamente, ma non era così: si trattava di un giovane militare pluridecorato, di quelli che si dicono uomini di cuore e di spirito.

Stordito, il dottorino uscì dall’ultimo cuore della fila con la testa che gli girava, incapace di riordinare le idee, dando la colpa di tutto alla fantasia troppo vivace, che gli aveva preso la mano.

“Mio Dio, – sospirò, – devo certo aver tendenza alla pazzia! Qui dentro fa anche un caldo insopportabile e il sangue mi sale alla testa”. In quel momento si ricordò di quello che gli era successo la sera prima, quando il capo gli era rimasto stretto tra le sbarre della cancellata dell’ospedale. “Ecco la ragione di tutto questo! – pensò, – è meglio trovar subito un rimedio. Un bagno russo mi farebbe sicuramente bene. Se potessi già esser là dentro, sdraiato sulla panca più alta!”

Ed eccolo sdraiato nel bagno russo, in mezzo al vapore, sulla panca più alta, ma con tutti i vestiti addosso; e in più gli stivali e le soprascarpe, con le gocce d’acqua bollente che gli cadevano dal soffitto sul viso.

Con un grido balzò giù dalla panca per fare una doccia; nel vedersi lì dentro un uomo vestito di tutto punto, anche il bagnino gettò uno strillo.

Ma il dottorino ebbe tanta presenza di spirito da sussurrargli: – Si tratta di una scommessa! – Appena fu arrivato in camera sua, però, la prima cosa che fece fu di applicarsi sulla schiena due grandi fogli di carta senapata, uno più su e uno più giù, per vedere di far uscire la pazzia dal corpo.

La mattina dopo aveva la schiena tutta insanguinata: ecco che cosa aveva ottenuto con le soprascarpe della felicità. Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 5

Come ho detto, il cadavere fu portato all’ospedale: prima di lavarlo, gli tolsero, per cominciare, le soprascarpe, e allora l’anima dové tornare indietro, e si diresse verso il cadavere che riacquistò in un attimo la vita. Il guardiano dichiarò che quella era stata la notte più terribile di tutta la sua vita, e che non avrebbe voluto tornare a passare quello che aveva passato neanche per due scudi.

Egli fu dimesso dall’ospedale in giornata, ma le soprascarpe rimasero lì.                   

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario.

Tutti gli abitanti di Copenaghen conoscono bene l’ingresso dell’ospedale di Federico, ma dato che probabilmente leggeranno questa storia anche alcune persone che non abitano nella nostra città, è meglio darne una breve descrizione.

L’ospedale è separato dalla strada da una cancellata abbastanza alta, le cui grosse sbarre di ferro son così lontane l’una dall’altra che, a quanto si racconta, dei dottorini di guardia molto sottili sono riusciti a infilarsi tra l’una e l’altra per le loro scappate fuori di ospedale. La parte più difficile da passare è la testa; anche in questo caso, come del resto spesso nel mondo, i più fortunati erano quelli con la testa piccina. Ma tanto basti come introduzione.

Uno dei dottorini che aveva una gran zucca, senza però essere uno zuccone, doveva una sera esser di guardia; pioveva anche a dirotto, ma le due cose non gli impedivano di voler uscire, assolutamente. Per un quarto d’ora solo, gli sembrava, non valeva la pena di confidarsi col portiere, dato che si poteva sgusciare attraverso le sbarre. Viste le soprascarpe che il guardiano aveva dimenticato, se le infilò, senza assolutamente pensare che potessero essere quelle della felicità: con quel tempo, erano proprio quel che ci voleva per lui. Restava ora da vedere se gli sarebbe riuscito di sgusciare attraverso le sbarre, cosa che tentava di fare per la prima volta. ed eccolo lì, alle prese con la cancellata.

“Dio volesse che avessi già il capo fuori!” esclamò tra sé, e quello passò subito felicemente tra le sbarre, per quanto fosse grande e grosso; merito delle soprascarpe, si capisce, ma adesso doveva passare il resto del corpo: era un vero problema.

“Ahimè, sono troppo grasso! – si disse. – Avevo pensato che la cosa più difficile sarebbe stata la testa, e invece non ci riesco lo stesso!”

Cercò di tirare subito indietro il capo, ma senza riuscirci. Tutto quel che poteva fare, era muovere comodamente il collo in su e in giù. In un primo momento andò in bestia, poi cadde in una profonda depressione. Le soprascarpe della felicità lo avevano posto in una situazione terribile, e purtroppo non gli venne in mente di desiderare di esser libero: invece di desiderare, agiva, e così restava lì. La pioggia cadeva a torrenti e per la strada non si vedeva anima viva. Il campanello era troppo lontano; come fare a svincolarsi? C’era il caso che gli toccasse di rimaner lì sino al mattino, lo sapeva bene, e allora poi avrebbero dovuto mandare a chiamare un fabbro per segare le sbarre, ma non sarebbe stata una faccenda tanto semplice, e prima sarebbero sfilati lì davanti tutti gli orfanelli vestiti di blu della scuola di fronte, sarebbero arrivati tutti i marinai che abitavano lì vicino per vederlo stare lì alla berlina. Che affluenza di gente ci sarebbe stata! Molto maggiore di quanta era corsa l’anno prima a vedere l’agave gigante. “Oh, il sangue mi monta alla testa, da farmi impazzire. Impazzisco davvero. Volesse il cielo che potessi liberarmi, allora mi passerebbe tutto!”

Se lo avesse pensato prima sarebbe stato meglio: non aveva infatti ancora finito di esprimere il suo desiderio che il capo gli uscì dalle sbarre, ed egli tornò in camera di corsa, fuori di sé per lo spavento che gli avevano procurato le soprascarpe della felicità.

Ma non bisogna credere che tutto fosse finito: il peggio era ancora da venire.

Passò la notte, passò tutto il giorno seguente senza che nessuno mandasse a ritirare le soprascarpe.

Nel piccolo teatro in via dei Canonici quella sera c’era spettacolo. La sala era gremita: tra i numeri del programma c’era anche una nuova poesia intitolata:

Gli occhiali della nonna

Mia nonna “vede”, già tutti lo sanno;

nel Medioevo l’avrebber bruciata,

e certo stato sarebbe un gran danno

perché conosce la vita passata,

e come niente indovina il futuro,

e indaga i fatti dell’anno venturo.

Cosa accadrà,

essa lo sa,

ma nol dirà.

Che cosa ci accadrà l’anno venturo?

Mi piacerebbe tanto di ascoltare

quel che la nonna vede nel futuro,

ma lei non me lo vuole raccontare.

L’ho tormentata un’intera giornata,

e alla fine ha ceduto disperata.

Non disse no,

e mi spiegò

quel che dirò.

Devi per questa volta esser contento,

ecco gli occhiali mettili sul naso,

e poi va’ pure dove mena il vento,

lasciati trasportar solo dal caso.

La gente che vedrai, giuro che è vero,

per te più non sarà, certo, un mistero.

Gli occhiali avrai,

saper potrai,

quel che vorrai!

Le dissi grazie e son qui per vedere

(del teatro non v’è luogo migliore)

se qualche cosa riuscirò a sapere

quando vi scruterò tutti nel cuore.

Sarà come facessi a voi le carte!

Non tutti, certo, ne conoscon l’arte.

Non ve ne andate,

non protestate,

solo ascoltate!

E’ proprio come la nonna ha detto,

se poteste venir quassù anche voi

tutto vedreste, e in modo perfetto,

e come ridereste, certo, poi!

Una dama di picche, grande e grossa,

al bel fante di quadri fa una mossa.

Vedo quadri e fiori,

vedo picche e cuori

e molti ori!

Ma sul teatro non voglio indagare

Per non inimicarmi il direttore.

Del mio futuro è meglio non parlare:

le cose proprie stanno troppo a cuore.

Chi sarà il più felice? A che svelarlo?

Chi più a lungo vivrà? Meglio non dirlo!

Quel che accadrà,

ognun vedrà

quando avverrà!

Ma vedo bene quello che pensate,

anche per questo, sono in imbarazzo;

non mi è nascosto quello che sperate,

quasi quasi, vorreste fossi pazzo!

Ma il pubblico, si sa, non ha mai torto,

e tacerò come se fossi morto.

Godrà allor

ogni cuor

senza timor!

Continua domani.