La favola del giorno

Pelle d’Asino – 3

Il Re rimase molto sconcertato da quel capriccio, ma non esitò a soddisfarlo. Il povero asino fu sacrificato e la pelle di lui galantemente portata all’infanta che, non vedendo più alcun mezzo di schivare la propria sciagura, era sull’orlo della disperazione, quando la madrina sopraggiunse.

  • Cosa fai, bimba mia? – disse la Fata, vedendo la Principessa che si strappava i capelli e si graffiava le belle guance; – ecco il momento più fortunato della tua vita! Avvolgiti in questa pelle; esci dal palazzo e cammina finché i piedi ti potranno portare. Per chi sacrifica tutto alla virtù gli Dèi hanno pronta la loro ricompensa. Va’! Io avrò cura che le tue robe ti seguano ovunque; in qualsiasi luogo ti fermerai, la tua cassetta, ove saranno gli abiti e i gioielli, ti verrà dietro sotto terra; eccoti qui la mia bacchetta magica; battendola in terra, tutte le volte che avrai bisogno di quella cassetta, te la vedrai apparire innanzi agli occhi; ma sbrigati a partire, e senza indugi.

L’Infante abbracciò mille volte la madrina, la pregò di non abbandonarla, s’infagottò in quella brutta pelle e, dopo essersi impiastricciata il viso di fuliggine, uscì da quel ricco palazzo senza che alcuno la riconoscesse.

La sparizione dell’Infanta suscitò un gran chiasso. Il Re, che aveva fatto preparare una magnifica festa, era disperato e inconsolabile. Spedì più di cento guardie e più di mille moschettieri alla ricerca di sua figlia; ma la Fata, che la proteggeva, la rendeva invisibile alle più minuziose ricerche: così, bisognò rassegnarsi.

Nel frattempo, l’Infanta camminava. Andava lontano, sempre più lontano, ancora più lontano, e cercava ovunque un posticino ove potesse lavorare; ma, quantunque, per carità, le dessero da mangiare, la gente la trovava così sudicia che nessuno voleva saperne di lei. Arrivò finalmente in una bella città, alle cui porte c’era una fattoria; la fattoressa aveva appunto bisogno d’una sguattera per lavare gli stracci, pulire i tacchini e il porcile. La donna, vedendo quella povera girovaga così sudicia, le propose di entrare al suo servizio; l’Infanta accettò di gran cuore, tant’era stanca d’aver camminato così a lungo. Fu confinata in un angolo appartato della cucina ove, durante i primi giorni, fu lo zimbello degli scherzi volgari del servitorame, tanto la sua pelle d’asino la rendeva sporca e disgustosa. Ma col tempo ci si abituò: era del resto così scrupolosa nel compiere il suo lavoro che la fattoressa la prese sotto la sua protezione. Portava al pascolo le pecore, le riportava nel loro chiuso, quand’era tempo; guardava anche i tacchini, e con tanta intelligenza che pareva non avesse mai fatto altro mestiere in vita sua: così ogni cosa prosperava sotto le sue belle mani.

Un giorno che era seduta presso una limpida fontana, dove spesso si recava a piangere sulla sua triste sorte, le venne in mente di specchiarvisi; l’orribile pelle d’asino che le serviva da acconciatura e da vestire la spaventò. Tutta vergognosa di trovarsi così combinata, ella si lavò il viso e le mani, che divennero più bianche dell’avorio, e il suo bell’incarnato riprese la freschezza naturale. Il piacere di vedersi così bella le diede voglia di bagnarsi, e lo fece; ma dovette rimettersi ben presto l’orribile pelle per tornarsene alla fattoria. Fortunatamente, il giorno dopo era festa; e così ebbe il tempo di far apparire la sua cassetta, di lavarsi e pettinarsi per bene, d’incipriarsi i bei capelli e indossare il bel vestito color dell’aria. La sua stanzetta era così piccola che lo strascico di quell’abito non vi entrava neppure tutto. La bella principessa si mirò e ammirò con ragione, tanto che decise, per distrarsi un po’, d’indossare ora l’uno e ora l’altro dei suoi bei vestiti, tutte le domeniche e le altre feste; non mancò di farlo. Intrecciava fiori e diamanti nei suoi bei capelli con un’arte ammirabile e spesso sospirava di non avere altri testimoni della propria bellezza che gli agnelli e i tacchini, ai quali piaceva altrettanto con l’orribile pelle d’asino di cui le avevano fatto un soprannome nella fattoria.

Un giorno di festa, in cui Pelle d’Asino aveva indossato il vestito color del sole, il figlio del Re, al quale apparteneva la fattoria, vi si fermò per riposarvisi tornando dalla caccia. Il Principe era giovane, bello e assai ben fatto nella persona; era la gioia di suo padre, l’amore di sua madre, l’idolo del popolo. Fu offerto al giovane Principe un rustico pranzetto che lui accettò; dopo, si mise a girare per tutti i cortili e ripostigli. Girellando così da un posto all’altro, penetrò in un corridoio oscuro in fondo al quale vide una porta chiusa. La curiosità lo spinse a metter l’occhio al buco della serratura: quale non fu il suo stupore nel vedere la nostra Principessa, così bella e riccamente vestita! Il suo aspetto nobile e modesto gliela fece prendere per una dèa! La foga del sentimento ch’egli provò lo avrebbe spinto a sfondare la porta, non fosse stato il rispetto ispiratogli da quella stupenda creatura.

Uscì a malincuore da quel corridoio oscuro, ma andò subito a informarsi chi fosse la persona che abitava in quella cameretta. Gli risposero ch’era una sguattera, chiamata Pelle d’Asino, a causa della pelle di cui era vestita, una ragazza così unta e bisunta che nessuno aveva voglia di guardarla né di parlarle; l’avevano assunta per carità, per mandarla dietro alle pecore e ai tacchini.

Il Principe, poco soddisfatto di queste informazioni, ben si avvide che quella gente rozza non sapeva nulla di più e che era inutile far tante domande. Se ne tornò al palazzo del Re suo padre innamorato da non si dire, e coll’immagine fissa avanti agli occhi di quella dea che gli era apparsa attraverso il buco della serratura. Si pentì di non aver picchiato a quella porta, e si ripromise, per un’altra volta, di non lasciarsene scappare l’occasione. Ma l’agitazione del suo sangue causata dall’ardore della passione, gli mise addosso, quella stessa notte, una febbre tale che ben presto egli fu ridotto in fin di vita. La Regina sua madre, che non aveva altri figli che quello, si disperava nel vedere inutile ogni rimedio. Invano prometteva le più grandi ricompense ai medici; essi adoperavano tutta l’arte loro, ma niente guariva il Principe. Continua domani.

La favola del giorno

Pelle d’Asino – 2

Infatti egli cercò, fra le principesse da marito, quella che poteva essere più adatta per lui. Ogni giorno gli portavano a vedere bellissimi ritratti, ma nessuno aveva le grazie della defunta regina. E’ così non si decideva mai. Per disgrazia, egli si accorse che l’Infanta, sua figlia, era non solo bella e ben fatta da incantare, ma era inoltre di molto superiore alla Regina sua madre per ingegno e gentilezza. La sua giovinezza, la splendida freschezza del suo colorito infiammarono il Re d’un fuoco così violento ch’egli non poté nasconderlo all’Infanta: le disse che aveva deciso di sposarla, dal momento che lei sola poteva scioglierlo dal suo giuramento.

La giovane Principessa, ch’era un fiore di virtù e di pudore, fu lì lì per svenire all’orribile proposta. Si gettò ai piedi del Re suo padre e lo scongiurò, con tutte le forze dell’anima sua, di non costringerla a macchiarsi d’un simile delitto.

Il Re, che si era incaponito in questo strano progetto, aveva consultato un vecchio Druido affinché tranquillizzasse la coscienza della Principessa. Questo Druido aveva più ambizione che santità, e sacrificò all’onore d’essere il confidente d’un gran re gli interessi dell’innocenza e della virtù: egli s’insinuò con tanta astuzia nell’animo del Re, gli travisò il delitto che voleva commettere fino al punto di persuaderlo ch’era un’opera meritoria lo sposare la propria figlia. Il Re, incoraggiato dai discorsi di quello scellerato, lo abbracciò riconoscente e tornò alla Corte più che mai intestato nella propria idea: ordinò dunque all’Infanta di prepararsi a ubbidirgli.

La giovane Principessa, straziata da un acerbo dolore, non vide altro scampo che quello di andarsi a consigliare con la sua madrina, la Fata dei Lillà. A questo scopo, ella partì la notte stessa in una leggiadra carrozzina tirata da un grosso montone il quale conosceva tutte le strade. Vi arrivò felicemente. La Fata, che voleva bene all’Infanta, le disse di sapere tutto ciò che lei voleva dirle, ma non doveva preoccuparsi, nulla poteva farle del male se lei avesse eseguito fedelmente le sue prescrizioni:

  • Giacché, bambina mia, – disse la Fata, – tu faresti molto male a sposare tuo padre; ma senza contraddirlo, puoi evitare la cosa; digli che, per accontentare un tuo capriccio, lui deve regalarti un vestito color dell’aria; nonostante tutta la sua potenza e il suo amore, non potrà riuscirvi.

La Principessa ringraziò la madrina, e il dì seguente chiese al Re quel che la Fata le aveva consigliato, e insisté che se non avesse avuto l’abito color dell’aria, non gli avrebbe mai detto di sì. Il Re, felice per la speranza avuta, riunì i più famosi tessitori e gli ordinò il vestito a patto che, se non fossero riusciti a farlo, li avrebbe fatti impiccare tutti. Il cielo non è d’un azzurro più bello, quando è cinto di nuvole d’oro, di quel bell’abito, quando venne spiegato. L’Infanta ne fu oltremodo afflitta e non sapeva come cavarsi d’impaccio. Il Re insisteva per venire a una conclusione. Si dovette ancora ricorrere alla madrina che, stupita per il fatto che il suo espediente non fosse riuscito, le disse di provar a chiedere un abito del colore della luna. Il Re, che non poteva rifiutarle nulla, mandò a chiamare i tessitori più provetti e ordinò loro con tale impazienza un vestito color della luna che, fra l’ordinazione e la consegna, non passarono più di ventiquattr’ore!

L’Infanta lì per lì, fu più contenta di quell’abito superbo che non di tutte le attenzioni del Re suo padre ma si afflisse poi oltre misura, non appena rimase sola con le ancelle e la nutrice. La Fata dei Lillà, che sapeva tutto, venne in soccorso della povera principessa e le disse:

  • O le sbaglio tutte, od ho motivo di credere che se domanderemo un abito color del sole, riusciremo nel nostro intento di far passare la voglia al Re tuo padre, giacché non si potrà mai riuscire a fare un simile vestito. O almeno, per male che vada, guadagneremo un po’ di tempo.

L’infante ne convenne, chiese quell’abito e il Re innamorato diede via senza rimpianti tutti i diamanti e tutti i rubini della sua corona, con l’ordine di non risparmiare alcuna cosa affinché l’abito fosse più splendente del sole. Infatti non appena fu portato alla Corte, tutti quelli che lo videro furono costretti a chiudere gli occhi, tanto ne rimasero abbagliati. E’ da quel tempo che son venuti in voga gli occhiali verdi e le lenti affumicate. Cosa divenne l’Infanta a tale vista? Non si era mai veduta cosa più bella e più artisticamente lavorata. Ella rimase senza fiato e, col pretesto di aver male agli occhi, si ritirò in camera sua ove la Fata l’aspettava, tutta piena di confusione e di vergogna. Ma quando vide l’abito color del sole fu ben peggio: si fece vermiglia per la gran collera.

  • Oh, adesso poi, bambina mia, – disse all’Infanta, – metteremo l’indegno amore di tuo padre a una ben dura prova. Vedo che non vuol togliersi dalla testa questo matrimonio e lo crede imminente, ma penso che rimarrà un po’ sbalordito dalla richiesta che ti consiglio di fargli: è la pelle dell’asino al quale lui vuole tanto bene e che provvede con tanta larghezza a tutte le sue spese; va’ da lui e digli che desideri quella pelle.

L’Infanta, felice di aver trovato ancora il modo di eludere quel matrimonio a lei odioso, pensando al tempo stesso che suo padre non avrebbe mai potuto decidersi a sacrificare il suo caro asino, andò a trovarlo e gli disse ben chiaro che voleva la pelle di quel bell’animale. Continua domani.

La favola del giorno

Pelle d’Asino

C’era una volta un re così potente, così benvoluto dal suo popolo, così rispettato dai suoi vicini ed alleati che ben si poteva dire il più fortunato di tutti i sovrani della terra. Ed era divenuto ancor più felice dopo essersi scelto come compagna una principessa bella quanto virtuosa; i più fortunati sposi vivevano in un perfetto accordo.

Dal loro casto imene era nata una figlia, dotata di tante grazie e attrattive ch’essi non rimpiangevano di non aver una più numerosa figliolanza.

Il lusso, l’abbondanza e il buon gusto regnavano nel loro palazzo; i ministri erano saggi e capaci; i cortigiani virtuosi e affezionati; i domestici fedeli e laboriosi; le scuderie spaziose e piene dei più bei cavalli del mondo, tutti ricoperti di gualdrappe ricchissime; ma ciò che più stupiva i forestieri che venivano a visitare quelle belle scuderie, era che, nel punto più in vista, un vecchio Somaro stava lì a far sfoggio delle sue grandi e lunghissime orecchie. Non era però per un capriccio se il Re lo aveva messo in quel posto così privilegiato, ma per un suo bravo motivo. Infatti la virtù di questo raro animale meritava una simile distinzione, perché madre natura lo aveva formato in modo così straordinario che, tutte le mattine, la sua lettiera, invece di esser piena di sudicerie, era ricoperta a profusione di begli scudi d’oro e di zecchini di ogni specie, che venivano raccolti appena lui si svegliava.

Ma poiché le disgrazie della vita colpiscono i re non meno dei loro sudditi e al bene si mescola sempre qualche male, il cielo permise che la Regina fosse improvvisamente colta da un fiero morbo contro il quale, nonostante tutto il sapere e la valentia dei medici, non si poté trovare alcun rimedio. La desolazione fu generale. Il Re, ancora teneramente innamorato, nonostante il famoso proverbio il quale dice che il matrimonio è la tomba dell’amore, si affliggeva a dismisura, faceva ardenti voti a tutte le divinità del regno, offriva la propria vita in cambio di quella di una sposa tanto adorata; ma gli Dèi e le Fate erano sordi a ogni preghiera. La Regina, sentendo avvicinarsi la sua ultima ora, disse al suo sposo, il quale si struggeva in un mare di lagrime:

  • Prima che io muoia, vogliate accettare ch’io esiga una cosa da voi: se vi prendesse voglia di risposarvi…

A queste parole, il Re dette in urla strazianti, prese le mani di sua moglie, le bagnò di pianto, e assicurandole ch’era superfluo parlargli d’un secondo matrimonio:

  • No, no, – finì col dire, – mia cara Regina, parlatemi piuttosto di seguirvi!
  • Lo Stato, – continuò la Regina, con una fermezza che esasperava il dolore di quel Principe, – lo Stato esige dei successori, e siccome io non v’ho dato che una femmina, vorrà da voi dei maschi che vi somiglino; ma io vi chiedo caldamente, per tutto l’amore che mi portate, di non cedere alle insistenze del vostro popolo fino a quando non abbiate trovato una principessa più bella di me, e più ben fatta; dovete giurarmelo, e allora io morirò contenta.

Si suppone che la Regina, alla quale non mancava una certa dose di vanità, avesse preteso quel giuramento, credendo che non esistesse al mondo alcuna donna che potesse eguagliarla per bellezza, perché voleva assicurarsi che il Re non si sarebbe risposato mai più. Alfine ella morì. Mai un marito ebbe un cordoglio così rumoroso: lagrime, singhiozzi notte e giorno, il cerimoniale e tutte le quisquilie inerenti alla vedovanza furono la sua unica occupazione.

Ma i grandi dolori non durano a lungo. D’altro canto i notabili dello Stato si riunirono e vennero in massa a pregare il Re di risposarsi. Questa prima proposta gli sembrò dura e gli fece versare nuove lagrime. Egli allegò il giuramento che aveva fatto alla Regina, e sfidò tutti i suoi consiglieri a trovargli una principessa più bella e più ben fatta della defunta sposa, pensando che la cosa era impossibile. Ma il consiglio disse che quella promessa era soltanto una bambinata: poco importa la bellezza, se una regina è virtuosa e capace di aver figli. Ci volevano dei principi, per la tranquillità e la pace dello Stato; a dire il vero, l’infanta avrebbe avuto tutte le qualità richieste per diventare una grande regina, ma bisognava sceglierle uno straniero come sposo e allora questo straniero l’avrebbe portata al suo paese dove, se avesse regnato con lei, i loro figli non sarebbero stati più considerati dello stesso sangue; così, non essendovi alcun principe che potesse portare il suo nome, i popoli vicini avrebbero potuto muovergli guerre tali da condurre il reame alla rovina. Il Re, colpito da queste considerazioni, promise che avrebbe pensato ad accontentarli.

Continua domani.

La favola del giorno

Enrichetto dal Ciuffo – 3

Continuò a passeggiare, ma non aveva fatto trenta passi quando Enrichetto del Ciuffo le venne incontro, sgargiante, spavaldo, proprio come un principe che stia per sposarsi.

  • Eccomi qui, Altezza, – disse lui, – puntuale alla parola data, e non ho il minimo dubbio che voi siate qui per mantenere la vostra.
  • Vi confesserò in tutta franchezza, – rispose la Principessa, – che non ho ancora preso la mia decisione in proposito, né credo di poter mai prendere quella che voi desiderate.
  • Voi mi fate stupire, Altezza, – le disse Enrichetto dal Ciuffo.
  • Lo capisco, – disse la Principessa, – e certamente s’io avessi a che fare con un uomo rozzo e senza spirito, mi sentirei molto imbarazzata. “Una principessa non può ritrattare la sua parola”, mi direste, “e dato che l’avete promesso, voi dovete sposarmi”; ma poiché l’uomo al quale parlo è, fra tutti, il più intelligente, io sono sicura che capirà le mie ragioni. Voi sapete che quando ero una povera idiota, anche allora non potevo decidermi a sposarvi; e adesso, come volete che, dopo tutto lo spirito che mi avete dato e che mi rende ancora più difficile di gusti di quanto non fossi, io prenda una decisione che a quel tempo non riuscii a prendere? Se allora pensavate di sposarmi a qualsiasi costo, avete fatto molto male a guarirmi dalla mia stupidaggine e ad aprirmi gli occhi, perché vedessi meglio di una volta.
  • Se un uomo sprovvisto di spirito, – rispose Enrichetto dal Ciuffo, – sarebbe bene accolto, stando a quel che dite, quando venisse a rimproverarvi la vostra mancanza di parola, perché mai volete, Altezza, che anch’io non mi comporti così in un’occasione che decide della felicità di tutta la mia vita? E’ forse giusto che le persone intelligenti debbano trovarsi in condizione peggiore di quelle che non lo sono? Potete pretendere questo, voi che siete così intelligente e avete tanto desiderato di esserlo? Ma veniamo al sodo, se non vi dispiace: a parte la mia bruttezza, vi è qualche altra cosa che vi dispiace in me? Non vi aggrada forse il mio rango, il mio spirito, il mio carattere, i miei modi?
  • Tutt’altro! rispose la Principessa; – tutte le cose che avete detto sono quelle che mi piacciono in voi.
  • Quand’è così, – riprese Enrichetto dal Ciuffo, – io sono felice perché starà in voi a rendermi il più avvenente degli uomini.
  • Ma come può accadere? – gli chiese la Principessa.
  • Ciò accadrà, – rispose Enrichetto dal Ciuffo, – se mi amate abbastanza per desiderare che avvenga; e affinché, Altezza, voi non ne dubitate, sappiate che la stessa fata che nel giorno della mia nascita mi fece il dono di poter rendere intelligente la persona che più mi fosse piaciuta, ha fatto anche a voi quello di poter dare la bellezza a colui che amerete e a cui vorrete fare tale favore.
  • Se le cose stanno così, – disse la Principessa, – io desidero con tutto il cuore che voi diventiate il più avvenente principe del mondo e, per quanto dipende da me, ve ne faccio volentieri il dono.

La principessa non aveva ancora finito di pronunciare queste parole che Enrichetto dal Ciuffo apparve ai suoi occhi il più bell’uomo della terra, il più aitante e simpatico che mai si sia visto. Alcuni assicurano che non furono per nulla gli incantesimi della fata ad agire, ma che solo l’amore operò tale metamorfosi. Dicono che la Principessa, avendo riflettuto sulla perseveranza dimostrata dal suo innamorato, sulla discrezione di lui e tutte le belle qualità del suo cuore e della sua mente, non vide più la deformità del suo corpo, né la bruttezza del suo viso; la gobba che lo deturpava le parve soltanto la schiena rotonda dell’uomo che bonariamente si tiene un po’ curvo; nel mentre che, fino a quel momento, le era parso che egli fosse orribilmente zoppo, le sembrò adesso che avesse un’andatura un po’ buttata da una parte, non priva di grazia e che le piaceva moltissimo. Dicono pure che i suoi occhi storti le parvero per questo più vivi e brillanti, tanto che quello strano modo di guardare sembrò a lei la dimostrazione di un amore fin troppo violento; perfino il naso di lui, grosso e rubizzo, prese ai suoi occhi qualcosa d’eroico e di marziale.

Comunque sia, la Principessa gli promise di sposarlo subito, purché lui ne ottenesse il consenso dal Re suo padre. Il Re, avendo saputo che la figlia nutriva moltissima stima per Enrichetto dal Ciuffo, da lui ritenuto del resto un principe pieno d’intelligenza e di giudizio, lo accettò con piacere come genero.

Le nozze si fecero il dì seguente, proprio come Enrichetto dal Ciuffo aveva previsto, e secondo gli ordini che già da molto tempo egli stesso aveva dati.

Morale

Ciò che si vede in questo scrittarello

Non è un racconto in aria, ma verità patente.

In quel che amiamo tutto è buono e bello,

Tutto quello che amiamo è intelligente.

Altra morale

Davanti a un vivo oggetto ove Natura

Abbia messo bei tratti e la viva pittura

D’una tinta a cui l’Arte non saprebbe arrivare,

Tanti doni avran meno poter sul vostro cuore

Che una sola invisibile grazia, pur che l’amore

Ve la faccia trovare

Fiabe Francesi della Corte del Re Sole e del secolo XVIII  

La favola del giorno

Enrichetto dal Ciuffo – 2

La Principessa rimase di stucco e non rispose nulla.

  • Io vedo, – riprese Enrichetto dal Ciuffo, – che la mia proposta non vi piace e non me ne stupisco; ma vi concedo un anno intero per pensarvi su.

La Principessa aveva così poco spirito e al tempo stesso tanta voglia di averne che s’illuse che la fine di quell’anno non sarebbe venuta mai; quindi accettò la proposta.

Non aveva finito di promettere a Enrichetto dal Ciuffo che, dopo un anno esatto e in quello stesso giorno, lei lo avrebbe sposato, che si sentì tutta diversa da com’era stata fino a quel giorno: si ritrovò una facilità incredibile nell’esprimere tutto quel che voleva e nel saperlo dire in modo arguto, disinvolto e naturale. Fin da quel momento, ella iniziò con Enrichetto dal Ciuffo una conversazione elegante e ben condotta, e tale era il suo scilinguagnolo che Enrichetto dal Ciuffo ebbe perfino il dubbio d’averle dato più spirito di quanto non ne avesse serbato per sé!

Quand’ella fu tornata al palazzo, tutta la Corte non sapeva cosa pensare di un cambiamento così subitaneo e impensato; giacché per quante insulsaggini ella aveva detto in passato, altrettanto erano adesso le cose spiritosissime e piene di buonsenso che uscivano dalla sua bocca. Tutta la Corte se ne rallegrò in modo estremo; soltanto la sorella minore non ne fu troppo contenta, giacché non avendo più sulla maggiore la superiorità dell’intelligenza, ella ormai non sembrava, a suo confronto, che una brutta scimmietta piuttosto antipatica.

Il Re ora si lasciava guidare da lei; qualche volta andava perfino a tener consiglio nelle sue stanze. Quando la notizia di tale cambiamento si fu sparsa in giro, tutti i giovani principi degli stati vicini fecero a gara per conquistare il suo amore e quasi tutti la chiesero in sposa; ma lei non trovava nessuno che fosse abbastanza intelligente, e li ascoltava tutti senza impegnarsi con alcuno. Ne venne tuttavia uno così potente, ricco, intelligente e ben fatto che lei non poté fare a meno di sentirsi bendisposta nei suoi confronti. Il Re suo padre, essendosene accorto, le disse che la lasciava libera di scegliersi uno sposo di suo gusto e che le bastava far conoscere la propria volontà. Siccome più si è intelligenti e più accade che si esiti nel prendere una stabile risoluzione in questioni del genere, lei chiese, dopo aver ringraziato il padre suo, che le si desse un po’ di tempo per riflettere.

Andò per caso a passeggiare nello stesso bosco ove un giorno aveva incontrato Enrichetto dal Ciuffo, per pensare più comodamente alla risoluzione da prendere. Intanto che passeggiava, immersa nei propri pensieri, udì sotto i suoi piedi un rumore soffocato, come di molte persone che vadano, vengano e si diano da fare. Tese l’orecchio con più attenzione, e sentì qualcuno che diceva: “Portami quella pignatta!”, e un altro: “Passami quella caldaia!”, e un terzo: “Metti la legna sul fuoco” Al tempo stesso la terra si aprì, ed ella vide, al disotto di sé, come un’immensa cucina tutta piena di cuochi, sguatteri e ogni sorta di gente affaccendata ad allestire uno splendido banchetto. Ne uscì fuori una squadra di venti o trenta rosticceri, tutti con la loro brava leccarda in mano e la coda di volpe sull’orecchio, i quali andarono a piazzarsi attorno a una lunghissima tavola e si misero a lavorare a tempo di musica, sul motivo d’una canzone armoniosa.

La Principessa stupita da tale spettacolo, chiese loro per chi fosse tutto quel lavorio.

  • Lavoriamo, signora, – le rispose quello che sembrava il più importante, – per il principe Enrichetto dal Ciuffo, le cui nozze avverranno domani.

La Principessa, sempre più meravigliata e ricordandosi tutt’a un tratto come un anno prima, e in quello stesso giorno, ella avesse promesso di sposare il principe Enrichetto dal Ciuffo, fu lì lì per cadere svenuta. La ragione per cui non aveva ricordato quella promessa, era che, quando l’aveva fatta, ella era ancora completamente sciocca e che poi, nel prendere tutto lo spirito datole dal Principe, lei aveva dimenticato le sue precedenti stupidaggini. Continua domani.

La favola del giorno

Il Gatto con gli stivali

Il Re volle che egli salisse nella sua berlina e proseguisse con loro la passeggiata. Il Gatto, felice nel  vedere che il suo piano cominciava a riuscire, corse avanti, e avendo incontrato alcuni contadini che falciavano in un prato, disse loro:

  • Brava gente che falciate, se non dite al Re che questo prato appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re non tardò a chiedere ai falciatori di chi fosse il prato che stavano falciando.

  • E’ del signor Marchese di Carabas, – risposero ad una voce, perché la minaccia del Gatto li aveva molto impauriti.
  • Avete una bella proprietà, – disse il Re al Marchese di Carabas.
  • Come dite voi, Maestà, – rispose il Marchese, – infatti è una prateria che ogni anno non manca di fruttarmi un buon raccolto.

Il bravo Gatto, che continuava a far da battistrada, incontrò dei mietitori e disse loro:

  • Brava gente che mietete, se non dite che tutto questo grano appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re, che passò subito dopo, volle sapere a chi appartenessero tutti i campi di grano che vedeva.

  • Al signor Marchese di Carabas, – risposero i mietitori, e il Re si rallegrò nuovamente col Marchese. Il Gatto, che correva sempre avanti alla berlina, continuava a dire la stessa cosa a tutti coloro che incontrava; e il Re rimaneva meravigliato degl’immensi possedimenti del Marchese di Carabas.

Il bravo gatto arrivò finalmente davanti a un bel castello il cui padrone era un orco, il più ricco che mai si sia veduto; infatti, tutte le terre che il Re aveva attraversate erano alle dipendenze di quel castello. Il Gatto cercò subito di sapere chi era quell’orco e che cosa faceva e, saputolo, chiese di parlargli, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello, senza aver l’onore di venirlo ad ossequiare.

L’Orco lo ricevette con tutta la cortesia che può avere un orco, e lo fece accomodare.

  • M’hanno assicurato, – disse il Gatto, – che voi avete il dono di cambiarvi in ogni specie di animali, e potete, per esempio, trasformarvi in leone o in elefante.
  • E’ verissimo! – rispose l’Orco bruscamente, – e per darvene una prova, mi vedrete diventare leone.

Il Gatto fu così spaventato di vedersi un leone davanti agli occhi che raggiunse al più presto le grondaie, non senza fatica né pericolo per via degli stivali che, per camminare sulle tegole, non valevano proprio nulla.

Di lì a poco, il Gatto, avendo visto che l’Orco aveva ripreso il suo primo sembiante, scese giù dal tetto e confessò di aver avuto una bella paura.

  • Mi hanno assicurato, – disse il Gatto, – ma non riesco a crederlo, che avete anche il potere di prendere la forma dei più piccoli animali, per esempio, di cambiarvi in un topo, o in un sorcetto; vi confesso che la cosa mi sembra assolutamente impossibile.
  • Impossibile? – rispose l’Orco, – adesso lo vedrete!

Nel dir così, si trasformò in un sorcio che cominciò a correre per la stanza. Il Gatto, non appena l’ebbe scorto, gli si gettò addosso e lo mangiò.

Intanto il Re, che passando vide il bel castello dell’Orco, volle entrare a visitarlo. Il Gatto, udendo il rumore della berlina che passava sul ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse:

  • La maestà vostra sia la benvenuta nel castello del signor Marchese di Carabas.
  • Ma come, Marchese! – esclamò il Re, – anche questo castello è roba vostra! Nulla è più bello di questo cortile e di tutti i fabbricati che lo circondano; si può vederlo dentro, se vi aggrada?

Il Marchese dette la mano alla giovane principessa, e seguendo il Re che era salito per primo, entrarono in un salone ove trovarono imbandita una splendida merenda che l’Orco aveva fatto preparare per certi suoi amici; essi dovevano venirlo a trovare proprio in quel giorno ma, sapendo che il Re vi si trovava, non avevano osato entrare. Il Re, entusiasta delle belle doti del signor Marchese di Carabas, così come sua figlia n’era pazza, e vedendo i grandi possedimenti di lui, gli disse, dopo aver bevuto quattro o cinque bicchieri:

  • Signor Marchese, se volete diventare mio genero, dipende solo da voi!

Il Marchese, con mille riverenze, accettò l’onore che il Re gli faceva e quel giorno stesso sposò la Principessa. Il Gatto divenne un gran signore e seguitò ad andare a caccia di topi solo per divertimento.

Morale

Certamente è una gran comodità

Godere di una ricca eredità

Che da padre discende e a figlio viene.

Ma ai giovani più giova esercitare

L’industria e il saper fare

Che usar d’un bene avuto senza pene.

Altra morale

Se il figlio di un mugnaio così rapidamente

Può d’una principessa acquistar cuore e mente,

Sì da avere da lei le più languide occhiate,

E’ che l’abito e il fior di giovinezza

Sono, per ispirar la tenerezza,

L’armi meglio temprate.

Fiaba popolare francese