La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia del primo Calender, figlio di Re. – 5

Più di ogni altra cosa, fui meravigliato dal fatto che, a questo spettacolo orribile, il re, invece di mostrarsi afflitto per il deplorevole stato in cui era il figlio, gli sputò in viso dicendo con aria indignata:

“Ecco il castigo di questo mondo; ma quello dell’altro mondo durerà in eterno.” Non si accontentò di queste parole: si tolse una pantofola e con essa percosse violentemente la guancia del figlio.

Non riesco a esprimervi, signora, quale fu il mio stupore vedendo mio zio maltrattare in questo modo il principe dopo la sua morte.

“Sire, – gli dissi, – nonostante il dolore che uno spettacolo così funesto provoca in me, non posso fare a meno di differirlo per chiedere a Vostra Maestà quale delitto può aver commesso il principe mio cugino da meritare che voi trattiate in questo modo il suo cadavere.

  • Nipote mio, – mi rispose il re, – vi dirò che mio figlio, indegno di portare questo nome, amò sua sorella fin dall’infanzia, e la sorella lo ricambiò dello stesso amore. Io non mi opposi alla loro nascente amicizia, non prevedendo il male che poteva derivarne. E chi avrebbe potuto prevederlo? Questa tenerezza aumentò con il tempo e arrivò a un punto tale che, alla fine ne temetti le conseguenze. Allora mi9 ci opposi come potevo. Non mi accontentai di prendere da parte mio figlio e rimproverarlo aspramente, facendogli vedere l’orrore della passione nella quale s’invischiava e la vergogna eterna di cui avrebbe ricoperto la mia famiglia. Esposi gli stessi argomenti a mia figlia, e la rinchiusi in modo che non potesse più comunicare col fratello. Ma la disgraziata aveva ingoiato del veleno, e tutti gli ostacoli che la mia prudenza poté mettere al loro amore servirono soltanto ad accrescerlo. Mio figlio, convinto che la sorella fosse sempre la stessa verso di lui, col pretesto di farsi costruire una tomba, fece preparare questa dimora sotterranea, con la speranza di trovare un giorno l’occasione di liberare il colpevole oggetto della sua passione e di portarlo qui. Ha approfittato della mia assenza per forzare il nascondiglio in cui si trovava la sorella; e il mio onore non mi ha permesso di render pubblica questa circostanza. Dopo un’azione così biasimevole, è venuto a rinchiudersi con lei in questo luogo che, come vedete, ha fornito di ogni sorta di provviste, al fine di poter godere a lungo di questi detestabili amori che devono fare orrore a tutti.  Ma Dio non ha voluto sopportare questo abominio e ha giustamente punito entrambi.” Dette queste parole, scoppiò a piangere e io unii le mie lacrime alle sue.

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I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia del primo Calender, figlio di Re. – 4

Gli raccontai con tutti i particolari la causa tragica del mio ritorno e dello stato in cui mi vedeva.

“Ahimè! – esclamò, – – non bastava che avessi perduto mio figlio? Dovevo anche apprendere la morte di un fratello che amavo e vedere in che deplorevole stato siete ridotto!”

Egli mi manifestò l’inquietudine cui era in preda per non aver ricevuto nessuna notizia del principe suo figlio, per quante ricerche avesse fatto svolgere e per quanta oculatezza vi avesse messo. Quell’infelice padre piangeva a calde lacrime mentre mi parlava, e mi parve così afflitto che non riuscii a resistere al suo dolore. Nonostante il giuramento fatto al principe mio cugino, mi fu impossibile mantenerlo. Raccontai al re tutto quanto sapevo. Il re mi ascoltò con una certa consolazione e, quando ebbi finito mi disse:

“Nipote mio, il vostro racconto mi dà qualche speranza. Ho saputo che mio figlio stava facendo costruire questa tomba e so più o meno in che punto si trova: col ricordo che ne avete serbato, spero di trovarla. Ma, poiché l’ha fatta costruire segretamente e ha preteso il vostro silenzio, penso che dobbiamo cercarla soltanto noi due, per evitare che se ne parli.”

Egli aveva un’altra ragione, che non mi diceva, per volere che nessuno lo sapesse. Era una ragione importantissima, come dimostrerà il seguito del mio racconto.

Ci travestimmo e uscimmo per una porta del giardino che si apriva sulla campagna. Fummo abbastanza fortunati da trovare in breve ciò che cercavamo. Riconobbi la tomba, e provai una gioia tanto maggiore in quanto l’avevo invano cercata per molto tempo. Vi entrammo e trovammo la botola di ferro chiusa sulla sommità della scala. Facemmo una certa fatica per toglierla, perché il principe l’aveva murata dall’interno con il gesso e l’acqua di cui ho parlato; ma alla fine vi riuscimmo.

Il re mio zio scese per primo. Io lo seguii e scendemmo circa cinquanta scalini. Quando giungemmo ai piedi della scala, ci trovammo in una specie di anticamera, piena di un denso fumo e di cattivo odore che offuscava la luce proveniente da un bellissimo lampadario.

Dall’anticamera passammo in una stanza vastissima, sostenuta da grosse colonne e illuminata da parecchi altri lampadari. Al centro sorgeva una cisterna, e molte qualità di provviste erano disposte da un lato. Fummo piuttosto stupiti di non vedervi nessuno. Di fronte cèera un sofà collocato su un palco piuttosto alto, al quale si accedeva grazie a qualche scalino, e sopra il quale si scorgeva un letto larghissimo con le tende tirate. Il re salì e, aperte le tende, scorse il principe suo figlio e la dama coricati insieme, ma bruciati e ridotti a carbone, come se fossero stati gettati in un gran fuoco e ritirati prima che si consumassero

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I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia del primo Calender, figlio di Re. – 3

Arrivai alla capitale dove risiedeva mio padre e, contrariamente al solito, trovai sulla porta del suo palazzo una folta schiera di guardie, le quali, mentre stavo per entrare, mi circondarono. Ne chiesi il motivo e l’ufficiale, prendendo la parola, mi rispose:

“Principe, l’esercito ha riconosciuto il gran visir al posto del re vostro padre. Egli è morto e vi faccio prigioniero per ordine del nuovo re.”

A queste parole, le guardie mi afferrarono e mi condussero al cospetto del tiranno. Giudicate, signora, la mia meraviglia e il mio dolore.

Quel visir ribelle aveva concepito contro di me un forte odio che nutriva da molto tempo. Eccone la causa: nella mia più tenera giovinezza, mi piaceva tirare di balestra; un giorno, sulla terrazza che sovrasta il palazzo, mi divertivo in questo esercizio. Vidi un uccello, lo mirai, ma lo mancai e, per caso, la freccia andò diritta contro l’occhio del visir, che stava prendendo l’aria sulla terrazza di casa sua, e glielo trafisse. Quando seppi di questa disgrazia, feci fare delle scuse al visir, e gliene feci personalmente; ma egli concepì ugualmente un vivo risentimento contro di me e me lo manifestava in ogni occasione. Quando mi ebbe in suo potere, l suo odio divampò in modo feroce. Appena mi vide, mi si avvicinò come un pazzo furioso e, affondando le dita nel mio occhio destro, lo strappò lui stesso. Ecco per quale avventura sono orbo.

Ma la crudeltà dell’usurpatore non si fermò a questo. Mi fece rinchiudere in una cassa, ordinò al boia di portarmi in queste condizioni molto lontano dal palazzo, e di abbandonarmi agli uccelli rapaci, dopo avermi tagliato la testa. Il boia, accompagnato da un altro uomo, montò a cavallo insieme con la cassa, e si fermò nella campagna per eseguire l’ordine. Ma, con le mie preghiere e le mie lacrime, riuscii a suscitare la sua compassione.

“Andate, – mi disse, – uscite subito dal regno, e guardatevi bene dal tornare perché andreste incontro alla vostra rovina, e sareste causa della mia.”

Lo ringraziai della grazia che mi faceva e, appena solo, mi consolai di aver perduto l’occhio destro, pensando di aver evitato un male peggiore.

Nello stato in cui ero, non avrei fatto molta strada. Mi ritirai in luoghi nascosti durante il giorno e camminai di notte finché le mie forze me lo consentirono. Arrivai finalmente negli Stati del re mio zio e mi recai alla sua capitale.

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I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia del primo Calender, figlio di Re. – 2

Fedele al mio giuramento, non volli saperne di più. Offrii la mano alla dama e, grazie alle indicazioni fornitemi dal principe mio cugino, la condussi felicemente, al chiarore della luna, senza sperdermi. Appena arrivati alla tomba, vedemmo apparire il principe che ci seguiva portando una piccola brocca piena d’acqua, una marra e un sacchetto pieno di gesso.

La marra gli servì a demolire il sepolcro vuoto sito al centro della tomba; tolse le pietre l’una dopo l’altra e le sistemò in un angolo. Dopo averle tolte tutte, scavò la terra e vidi una botola situata sotto il sepolcro. Egli ne sollevò il coperchio e scorsi la sommità di una scala a chiocciola. Allora mio cugino, rivolgendosi alla dama, le disse:

“Signora, ecco da dove ci si reca nel luogo di cui vi ho parlato. – A queste parole, la dama si avvicinò e scese; il principe si accinse a seguirla, ma, volgendosi prima verso di me, mi disse: – Cugino mio, vi sono infinitamente grato della pena che vi siete dato, ve ne ringrazio, addio.

  • Caro cugino, esclamai, – che significa tutto ciò?
  • Accontentatevi di questo, – mi rispose; – potete riprendere la strada di dove siete venuto.”

Non riuscii a sapere altro dal principe mio cugino, e fui costretto a congedarmi da lui. Mentre tornavo al palazzo del re mio zio, i fumi del vino mi salivano alla testa. Tuttavia, riuscii ugualmente a raggiungere il mio appartamento e a coricarmi. Il giorno dopo, al mio risveglio, mentre riflettevo su quanto mi era capitato durante la notte, e dopo aver richiamato alla memoria tutte le circostanze di un’avventura così singolare, pensai che fosse stato un sogno. Convinto di ciò, mandai a chiedere se potevo vedere il principe mio cugino. Ma, quando vennero a dirmi che non aveva dormito a casa, che non sapevano che cosa gli fosse capitato e che erano molto in pena per lui, pensai che la strana avventura della tomba era anche troppo vera. Ne fui vivamente addolorato e, sottraendomi a tutti, mi recai di nascosto al cimitero pubblico, dove c’erano un’infinità di tombe simili a quella che avevo vista quella notte. Passai la giornata ad esaminarle l’una dopo l’altra; ma non riuscii a scoprire quella che cercavo, e per quattro giorni continuai a cercarla inutilmente.

Bisogna sapere che, in questo frattempo, il re mio zio era assente: era a caccia da parecchi giorni. Io mi annoiai ad aspettarlo e, dopo aver pregato i suoi ministri di presentargli le mie scuse al suo ritorno, partii dal suo palazzo per rientrare alla corte di mio padre, da cui non avevo l’abitudine di star lontano per tanto tempo. Lasciai i ministri del re mio zio molto ansiosi di sapere che fine avesse fatto il principe mio cugino. Ma, per non violare il mio giuramento di serbare il segreto, non osai toglierli dall’inquietudine e non volli comunicare loro niente di quanto sapevo.

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Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 15

<Metteteli un poco in libertà, ma restate qui. A quelli che ci racconteranno la loro storia e la ragione che li ha condotti in questa casa, non fate del male e lasciateli andare dove vorranno; ma non risparmiate quelli che rifiuteranno di darci questa soddisfazione.>

Sire, continuò Sherazad, i tre calender, il califfo, il gran visir Giafar, l’eunuco Mesrur e il facchino erano tutti al centro della sala seduti sul tappeto, di fronte alle tre dame sedute sul sofà e agli schiavi pronti ad eseguire tutti gli ordini delle loro padrone.

Il facchino, avendo capito che per liberarsi da un così grave pericolo, bastava soltanto raccontare la propria storia, prese per primo la parola e disse:

<<Signora, oi conoscete già la mia storia e la ragione che mi ha condotto in casa vostra, Perciò quello che debbo raccontarvi sarà presto detto. La signora vostra sorella qui presente mi ha incontrato questa mattina al posto dove aspettavo, da facchino, che qualcuno richiedesse i miei servigi e mi facesse guadagnare la vita. L’ho seguita da un vinaio, da un erbivendolo, da un mercante di arance, limoncelli e limoni; poi da un venditore di mandorle, noci, nocelle e altra frutta, poi da un confettiere e da un droghiere. Dal droghiere con il mio canestro in testa carico al massimo, son venuto a casa vostra, dove avete avuto la bontà di sopportarmi finora. E’ una grazia che ricorderò eternamente. Quetsa è la mia storia.>>

Quando il facchino ebbe terminato, Zobeide soddisfatta gli disse:

<<Scappa, cammina, non farti più vedere.

  • Signora, – riprese il facchino, – vi supplico di permettermi di restare ancora. Non sarebbe giusto che, dopo aver dato agli altri il piacere di ascoltare la mia storia, non avessi anch’io quello di ascoltare le loro.>>

Dicendo ciò, prese posto in un angolo del sofà, contentissimo di vedersi fuori da un pericolo che lo aveva tanto spaventato. Dopo di lui, uno dei tre calender, prendendo la parola e rivolgendosi a Zobeide, che era la più importante e gli aveva ordinato di parlare, cominciò così la sua storia.

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Storia Del Primo Calender, Figlio Di Re.    

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Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 14

<Rispondetemi, – disse, – e ditemi chi siete, altrimenti vi resterà un solo momento di vita: Non posso credere che voi siate persone oneste, Né persone di distinzione e di autorità nel vostro paese, qualunque questo possa essere. Se così fosse, avreste avuto maggior ritegno e maggior riguardo per noi.>

Il califfo, impaziente pr natura, soffriva infinitamente più degli altri vedendo che la sua vita dipendeva dall’ordine di una dama offesa e giustamente irritata; ma cominciò a nutrire qualche speranza, quando vide che Zobeide voleva conoscere l’identità di tutti; pensò, infatti, che non l’avrebbe fatto morire, una volta informata del suo grado. Perciò disse a bassa voce al visir che gli era accanto di dichiarare subito chi era. Ma il visir, prudente e saggio, desiderava salvare l’onore del suo padrone; e, non volendo render pubblico il grande affronto che si era egli stesso attirato, rispose solamente:

<Abbiamo soltanto quello che ci meritiamo.>

Ma anche se, pr ubbidire al califfo, avesse voluto parlare, Zobeide non gliene avrebbe dato il tempo. Ella si era rivolta ai calender e, vedendoli tutti e tre monocoli, chiese loro se fossero fratelli. Uno di loro rispose in nome degli altri:

<No, signora, non siamo fratelli di sangue, lo siamo soltanto in quanto calender, osserviamo cioè le stesse regole di vita.

  • Voi, – riprese Zobeide rivolta in particolare ad uno dei tre, – siete monocolo dalla nascita?
  • No, signora, – rispose, – lo sono a causa di un’avventura così stupefacente che, se venisse scritta, tutti ne approfitterebbero. Dopo questa disgrazia, mi feci radere la barba e le sopracciglia, e divenni calender, prendendo l’abito che indosso.>

Zobeide rivolse la stessa domanda agli altri due calender, che le diedero la stessa risposta del primo. Ma l’ultimo che parlò soggiunse:

<Signora, affinché vi rendiate conto che non siamo persone comuni e abbiate qualche considerazione per noi, sappiate che siamo tutti e tre figli di re. Sebbene non ci fossimo mai visti prima di questa sera, abbiamo avuto, tuttavia, il tempo di conoscerci per quello che siamo; ed oso assicurarvi che i re dai quali discendiamo hanno avuto una certa fama nel mondo.

A queste parole Zobeide moderò il suo corruccio e disse agli schiavi:

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Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 13

A queste parole, Zobeide assunse un’aria fiera e, volgendosi verso il califfo, i suoi compagni e i calender, disse:

“E’ vero, signori, che l’avete incaricato di rivolgermi queste domande?” Tutti dissero di sì, fuorché il visir Giafar che non disse verbo. Dopo questa ammissione, Zobeide, con un tono che denotava quanto era offesa, disse:

“Prima dei accordarvi la grazia che ci avete chiesto di ricevervi in casa nostra, al fine di prevenire ogni occasione di biasimo contro di voi, perché noi siamo sole, vi abbiamo imposto la condizione di non parlare di quanto non vi riguardava per paura di udire cose spiacevoli per voi. Dopo avervi ricevuti e festeggiati nel miglior modo possibile, voi venite ugualmente meno alla parola data. E’ vero che ciò accade per la nostra faciloneria, ma questo non vi scusa affatto, e il vostro modo di agire non è onesto.” Dette queste parole, batté fortemente i piedi e le mani per tre volte, e gridò: “Venite subito!” Immediatamente si aprì una porta ed entrarono sette schiavi negri, forti e robusti con la sciabola in pugno; ciascuno di loro afferrò uno dei sette uomini della compagnia, li gettarono a terra, li trascinarono in mezzo alla sala, e si apprestarono a tagliare loro la testa.

E’ facile immaginarsi il terrore del califfo. Si pentì allora, ma troppo tardi, di non aver voluto seguire il consiglio del suo visir. Frattanto quel disgraziato principe, Giafar, Mesrur, il facchino e i calender erano sul punto di pagare con la vita la loro indiscreta curiosità; ma, prima che ricevessero il colpo mortale, uno degli schiavi disse a Zobeide e alle sorelle:

“Grandi, potenti e rispettabili padrone, ci ordinate di tagliar loro il collo?

  • Aspettate, – gli rispose Zobeide, debbo prima interrogarli.
  • – Signora, – interruppe il facchino atterrito, – in nome di Dio, non fatemi morire per il delitto di altri. Io sono innocente: sono loro i colpevoli. Ahimè! – proseguì piangendo, – stavamo passando il tempo così piacevolmente! Questi calender monocoli sono la causa di questa disgrazia. Non c’è città che non vada in rovina davanti a persone di così, cattivo augurio. Signora, vi supplico di non confondere il primo con l’ultimo; pensate che è meglio perdonare un miserabile come me, sprovvisto di ogni aiuto, piuttosto che schiacciarlo col vostro potere e sacrificarlo al vostro risentimento.”

Zobeide, nonostante la sua collera, non poté fare a meno di ridere fra sé delle lamentele del facchino. Ma, senza fermarsi a lui, rivolse per la seconda volta la parola agli altri:

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Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 12

“Ascoltatemi, poiché siamo sette uomini e abbiamo a che fare soltanto con tre dame, obblighiamole a darci le spiegazioni che desideriamo. Se rifiutano mdi darcele di buon grado, siamo in condizioni di costringervele.”

Il gran visir Giafar si oppose a questa proposta, e né descrisse le conseguenze al califfo, senza tuttavia rivelare l’identità di quel principe ai calender. Poi, rivolgendosi a lui come se fosse stato un mercante, disse:

“Signore, vi prego di considerare che dobbiamo salvare la nostra reputazione. Sapete a quale condizione queste dame hanno acconsentito a riceverci in casa loro; noi l’abbiamo accettata. Che si direbbe di noi se vi venissimo meno? Se ci capitasse qualche disgrazia, saremmo ancora più biasimevole. Apparentemente nulla dimostra che le dame abbiano preteso da noi questa promessa senza essere in condizioni di farci pentire se non la manteniamo.”

A questo punto il visir chiamò in disparte il califfo, e parlandogli sottovoce, proseguì:

“Signore, la notte non durerà ancora a lungo: prego Vostra Maestà di pazientare un poco. Domani mattina verrò a prendere queste dame, le condurrò davanti al vostro trono, e saprete da loro tutto quanto volete sapere.”

Sebbene il consiglio fosse molto giudizioso, il califfo lo respinse, impose il silenzio al visir dicendogli che non poteva attendere tanto a lungo e pretendeva di avere immediatamente la spiegazione che desiderava.

Ora si trattava soltanto di sapere chi di loro avrebbe fatto da portavoce. Il califfo cercò d’indurre i calender a parlare per primi, ma essi rifiutarono. Alla fine, tutti insieme convennero che avrebbe parlato il facchino. Egli si apprestava a rivolgere la fatale domanda, quando Zobeide dopo aver soccorso Amina che si era ripresa dal suo svenimento, ai avvicinò. Siccome li aveva uditi parlare a voce alta e con calore, disse loro:

“Signori, di che cosa parlate? Qual è la vostra contestazione? – Il facchino prese allora la parola e le disse: – Signora, questi signori vi supplicano di avere la bontà di spiegare loro perché, dopo aver maltrattato le vostre due cagne, avete pianto con loro, e per quale ragione la dama che è svenuta ha il seno coperto di cicatrici. Ecco, signora, le domande che mi hanno incaricato di rivolgervi.”

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Amina dopo un breve preludio per vedere se lo strumento era accordato, sonò e cantò quasi a lungo come l’altra sullo stesso argomento, ma con tale veemenza ed era così commossa, o per meglio dire così penetrata dal senso delle parole che cantava, che, quando finì, le mancarono le forze.

Zozeide volle dimostrarle la sua soddisfazione:

“Sorella mia, – disse, – avete fatto meraviglie: Si vede bene che sentite il dolore che esprimete tanto vivamente.”

Amia non ebbe il tempo di rispondere a questo complimento; in quel momento si sentì il cuore così serrato, che pensò soltanto a respirare liberamente, mostrando a tutta la compagnia una gola e un seno, non bianchi come avrebbe dovuto averli una dama come Amina, ma tutti coperti di cicatrici; il che provocò una specie di orrore fra i presenti. Nondimeno ciò non le diede alcun sollievo e non le impedì di svenire.

Mentre Zobeide e Safia accorrevano in aiuto della sorella, uno dei calender, non poté impedirsi dal dire:

“Se avessimo immaginato di assistere a simili spettacoli, avremmo preferito dormire all’aria aperta piuttosto che entrare qui.” Il califfo che lo aveva udito, si avvicinò a lui e agli altri calender e, rivolgendosi ad essi disse:

“Che significa tutto ciò? – Quello che aveva parlato gli rispose:

  • Signore, ne sappiamo quanto voi.
  • Come! – riprese il califfo, – non siete della casa? Non potete dirci nulla di quelle due cagne nere e di questa dama svenuta e così indegnamente maltrattata?
  • Signore, – ripresero i calender, – in vita nostra non siamo mai venuti in questa casa, e ci siamo entrati soltanto qualkche momento prima di voi.”

Ciò accrebbe lo stupore del califfo:

“Forse, – replicò, – quest’uomo che è con voi ne sa qualcosa.”

Uno dei calender fece segno al facchino di avvicinarsi e gli chiese se sapeva per quale ragione le cagne nere erano state frustate, e per quale ragione il seno di Amina sembrava ferito.

“Signore, – rispose il facchino, – posso giurare sul gran Dio vivente che, se voi non sapete niente di tutto ciò, non ne sappiamo di più gli uni degli altri. E’ vero, sono di questa città, ma prima di oggi non sono mai entrato in questa casa; e, se voi siete stupiti di vedermici, io non lo sono meno di voi di trovarmi qui in vostra compagnia. La cosa che raddoppia il mio stupore, – soggiunse, – è il fatto di non vedere nessun uomo in compagnia di queste dame.”

Il califfo, i suoi compagni e i calender avevano creduto che il facchino fosse della casa e avrebbe potuto informarli su quanto desideravano sapere. Il califfo, risoluto a soddisfare la sua curiosità a qualsiasi prezzo, disse agli altri:

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Frattanto i tre calender, il califfo e i suoi compagni furono enormemente stupiti da questa esecuzione. Non riuscivano a capire perché Zobeide, dopo aver frustato con tanta foga le due cagne, animali immondi secondo la religione musulmana, piangeva poi con esse, asciugava le loro lacrime e le baciava. Ne mormoravano dentro di sé. Il califfo, soprattutto, più impaziente degli altri, moriva dal desiderio di conoscere il motivo di una azione che appariva così strana, e non cessava di far cenno al visir di parlare per informarsene. Ma il visir girava la testa da un altro lato finché, sollecitato da segni così insistenti, rispose, sempre a cenni, che non era il momento di sodisfare la sua curiosità.

Zobeide restò per qualche momento allo stesso posto, in mezzo all sala, come per riprendersi dalla fatica di aver frustato le due cagne:

“Sorella mia, – le disse la bella Safia, – volete per piacere tornare al vostro posto affinché io svolga a mia volta il mio compito?

  • Si”, rispose Zobeide.

Detto ciò, andò a sedersi sul sofà, avendo alla destra il califfo, Giafar e Mesrur e, alla sinistra, i tre calender e il facchino.

Dopo che Zobeide ebbe ripreso il suo posto, tutta la compagnia restò per qualche momento in silenzio. Infine Safia, che si era seduta sulla sedia in mezzo alla sala, disse a sua sorella Amina:

“Cara sorella, alzatevi, ve ne scongiuro; capite bene ciò che voglio dire.”

Amina si alzò e andò in uno stanzino che non era quello in cui erano state condotte le due cagne. Ne tornò portando un astuccio guarnito dei raso giallo, con un ricco ricamo in rilievo d’oro e di seta verde. Si avvicinò a Safia e aprì l’astuccio traendone fuori un liuto che le porse. Safia lo prese e, dopo aver impiegato un po’ di tempo per accordarlo, cominciò a sonare accompagnandosi con la voce. Cantò un canzone sui tormenti della lontananza, con tanta grazia che il califfo e tutti gli altri ne furono incantati. Quando ebbe finito, poiché aveva cantato con molta passione e partecipazione nello stesso tempo, disse alla bella Amina:

“Tenete, sorella mia, non ne posso più e mi manca la voce. Rallegrate la compagnia sonando e cantando al mio posto.

  • Molto volentieri”, rispose Amina avvicinandosi a Safia, che le mise il liuto tra le mani e le cedette il posto.

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“Alzatevi e preparatevi a darci una mano: un uomo come voi, che è come di casa, non deve restare inattivo.”

Il facchino aveva un po’ smaltito la sbornia; si alzò prontamente e, dopo aver legato l’orlo della veste alla cintura, disse:

“Eccomi pronto; di che si tratta?

  • Così va bene, rispose Safia; – aspettate i nostri ordini; non starete a lungo a braccia conserte.”

Poco dopo videro comparire Amina con una sedia e metterla in mezzo alla sala. Poi andò alla porta di uno stanzino e, apertala, accennò al facchino di avvicinarsi: ”venite ad aiutarmi”, gli disse.

Egli ubbidì e, dopo essere entrato insieme con lei nello stanzino, ne uscì subito dopo seguito da due cagne nere, ciascuna delle quali portava un collare attaccato ad una catena retta dal facchino, e che pareva essere state maltrattate a colpi di frusta. Egli avanzò con le due cagne al centro della sala.

Allora Zobeide, che si era seduta fra i calender e il califfo si alzò e raggiunse gravemente il facchino.

“Avanti, – disse emettendo un profondo sospiro, – facciamo il nostro dovere.” Si rimboccò le maniche fino al gomito e, presa una frusta dalle mani di Safia, disse: “Facchino, portate una di queste di cagne a mia sorella Amina, e avvicinatevi con l’altra.”

Il facchino fece quanto gli si ordinava e quando si avvicinò a Zobeide, la cagna che egli conduceva cominciò a lanciare delle grida, e si volse verso Zobeide alzando la testa in modo supplichevole. Ma Zobeide, senza badare al triste atteggiamento della cagna che faceva pietà, né alle sue grida che riempivano tutta la casa, cominciò a frustarla a perdita di fiato. Poi, quando non ebbe più la forza di continuare, gettò la frusta a terra e, prendendo la catena dalle mani del facchino, sollevò la cagna per le zampe. A questo punto Zobeide e la cagna cominciarono a guardarsi con aria triste e commovente e si misero entrambe a piangere. Infine Zobeide prese il suo fazzoletto, asciugò le lacrime della cagna, la baciò e, riconsegnandola per la catena al facchino, gli disse:

“Andate, riportatela dove l’avete presa, e portatemi l’altra.”

Il facchino riportò la cagna frustata nello stanzino e, tornando, prese l’altra dalle mani di Amina e andò a portarla a Zobeide che l’aspettava.

“Tenetela come la prima”, gli disse la dama.

Poi, ripresa la frusta, la maltrattò nello stesso modo. Infine pianse con lei, asciugò le sue lacrime, la baciò e la riconsegnò al facchino al quale la graziosa Amina risparmiò la pena di riportarla nello stanzino, perché se ne incaricò ella stessa.

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Safia andò a riferire la cosa alle sorelle; che esitarono un poco sulla risoluzione da prendere. Ma erano gentili per natura e avevano già concesso la stessa grazia ai te calender. Perciò risolsero di lasciarli entrare.

Il califfo, il suo gran visir e il capo dei suoi eunuchi introdotti dalla bella Safia, salutarono le dame e i calender molto compitamente. Le dame li ricevettero nello stesso modo credendoli mercanti: e Zobiede, essendo la più autorevole delle tre, disse con aria grave e seria che ben kle si addiceva:

“Siate i benvenuti; ma, prima di ogni cosa, non giudicateci male se vi chiediamo una grazia.

  • Eh! quale grazia, signora? – chiese il visir. – Si può forse rifiutare qualche cosa a dame così belle?
  • Quella, – riprese Zobiede, – di aver soltanto occhi e niente lingua; di non farci domande su qualunque cosa possiate vedere e di non parlare di cose che non vi riguardano, per timore di udire cosa che non vi sia affatto gradita.
  • Sarete ubbidita, signora, – riprese il visir. – Noi non siamo né censori né curiosi indiscreti; è già molto se facciamo attenzione a ciò che ci riguarda, senza immischiarci di cose che non ci riguardano.” A queste parole, ciascuno prese posto, si cominciò a conversare e si riprese a bere alla salute dei nuovi venuti.

Mentre il visir Giafar intratteneva le dame, il califfo non poteva stancarsi di ammirare la loro straordinaria bellezza, la loro buona grazia, il loro umore allegro e il loro spirito. D’altra parte, niente gli pareva più stupefacente dei calender, tutti e tre orbi dell’occhio destro. Si sarebbe volentieri informato di questa singolarità; ma la condizione imposta a lui e ai suoi amici gli impedì di parlarne. Inoltre quando rifletteva sulla ricchezza dei mobili, sulla loro disposizione accurata e sull’eleganza della casa, non riusciva a convincersi che non vi fosse qualche incantesimo.

La conversazione era caduta sui divertimenti e le diverse maniere di rallegrarsi. I calender si alzarono e danzarono alla loro moda una danza che accrebbe la buona opinione che le dame si erano già fatta di essi, e che attirò loro la stima del califfo e dei suoi amici.

Quando i tre calender ebbero terminata la loro danza, Zobeide si alzò e, prendendo Amina per mano, le disse: “Sorella mia, alzatevi; i nostri ospiti non ci giudicheranno male se agiremo liberamente, e la loro presenza non ci impedirà di fare ciò che abbiamo l’abitudine di fare.”

Amina che capì ciò che la sorella voleva dire, si alzò e portò via i piatti, la tavola, le bottiglie, le coppe e gli strumenti usati dai calender.

Safia non restò senza far niente: scopò la sala, mise al suo posto tutto quanto era in disordine, smoccolò le bugie, e vi applicò altro legno di aloe ed altra ambra grigia. Fatto ciò, pregò i calender di prender posto su un lto del sofà e il califfo e i suoi compagni sull’altro. quanto al facchino, ella gli disse:

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Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad – 8

Era dunque il gran visir Giafar che aveva bussato alla porta delle dame, per ordine del califfo, che non voleva essere riconosciuto. Safia aprì; il visir notando alla luce di una bugia che ella reggeva che si trattava di una dama di grande bellezza, recitò alla perfezione il suo personaggio. Le fece una profonda riverenza e, con aria rispettosa, le disse:

“Signora, siamo tre mercanti di Mosul, arrivati da circa dieci giorni con ricche mercanzie che abbiamo in deposito in un Khan, (Khan o caravanserraglio: edificio che, nell’oriente, serve da magazzino o da locanda ai mercanti; le carovane vi sono accolti a prezzi modici.) dove alloggiamo. Oggi siamo stati da un mercante di questa città che ci aveva invitati in casa sua. Egli ci ha offerto un pranzo e, poiché il vino ci aveva messo di buon umore, ha fatto venire un gruppo di danzatrici. Era già notte e, mentre gli strumenti suonavano e le danzatrici danzavano, e mentre la compagnia faceva molto chiasso, è passata la ronda e si è fatto aprire. Alcuni sono stati arrestati. Quanto a noi siamo stati abbastanza fortunati da fuggire scavalcando un muro; , ma, soggiunse il visir , essendo stranieri, e oltre a tutto un po’ alticci, temiamo di incontrare un’altra ronda o la stessa, prima di arrivare al nostro Khan, che è lontano da qui. E poi vi andremmo inutilmente perché la porta è già chiusa e sarà aperta soltanto domani mattina qualunque cosa possa accadere. Per questa ragione, signora, avendo udito nel passare un suono di strumenti e di voci, abbiamo pensato che eravate ancora in piedi e ci siamo presi la libertà di bussare per supplicarvi di darci asilo fino all’alba. Se vi sembriamo degni di partecipare al vostro divertimento, cercheremo di contribuirvi come potremo, per farci perdonare di averlo interrotto. Altrimenti fateci soltanto la grazia di permetterci di passare la notte al coperto nel vostro vestibolo.”

Mentre Giafar parlava, la bella Safia ebbe il tempo di esaminare il visir e le due persone che egli definiva mercanti come lui; e, giudicando dal loro aspetto che non si mtrattava di gente comune, disse loro di non essere la padrona e, se volevano avere un momento di pazienza, sarebbe tornata a portare loro la risposta.

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Esse accettarono l’offerta con gioia. La bella Safia si alzò per andare a prendere gli strumenti. Tornò un momento dopo portando un flauto del paese, un flauto persiano e un tamburello. Ogni calender ricevette da lei lo strumento scelto, e tutti e tre cominciarono a sonare un’aria. Poiché le dame conoscevano le parole di quell’aria, che erano delle più gaie, l’accompagnarono con le loro voci; ma, di tanto in tanto, s’interrompevano a causa delle grandi risate provocate dalle parole. Nel bel mezzo di questo divertimento, e quando la compagnia era al colmo dell’allegria, bussarono alla porta. Safia smise di cantare e andò a vedere chi era.

A questo punto Sherazad disse al sultano:

Sire, è bene che Vostra Maestà sappia per quale ragione bussavano così tardi alla porta delle dame; eccone la ragione. Il califfo Harun-al-Rashid aveva l’abitudine di andare in giro molto spesso, di notte, in incognito, per vedere personalmente se tutto era tranquillo in città, e se non vi fossero disordini.

Quella notte il califfo era uscito di buon ora, accompagnato dal suo gran visir Giafar, (Giafar il Barmecida. Harun-al-Rashid gli diede in moglio la sorella Abbasa a condizione che essi non sperimentassero i piaceri dell’amore. L’ordine fu ben presto dimenticato. Essi ebbero un figlio che fecero segretamente allevare alla Mecca. Il califfo ne venne a conoscenza e Giafar perdette il favore del suo signore e poco dopo la vita.), e da Mesrur, capo degli eunuchi del suo palazzo: tutti e tre erano travestiti da mercanti. Passando per la via delle tre dame, il principe udendo il suono degli strumenti e delle voci e il fragore delle risate, disse al visir:

“Andate, bussate alla porta di questa casa dove si fa tanto chiasso; voglio entrarvi e scoprirne la ragione.”

Il visir ebbe un bel fargli presente che si trattava di donne che quella sera offrivano un banchetto; che evidentemente il vino aveva riscaldato le loro teste, e che non doveva esporsi a ricevere qualche insulto da loro; che non era ancora un’ora sconveniente e non si doveva turbare il loro divertimento.

“Non importa, – replicò il califfo, – bussate, ve l’ordino.”

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Non fanno caso al posto che gli offriremo, purché sia al coperto; si accontenteranno di una scuderia. Sono giovani e di aspetto piuttosto bello, sembrano anche molto spiritosi; ma non posso pensare senza ridere al loro volto buffo ed uniforme. – A questo punto Safia s’interruppe e si mise a ridere di così buon cuore, che le altre due dame ed il facchino non poterono impedirsi di ridere a loro volta. – Mie buone sorelle, – riprese Safia, – volete lasciarli entrare? E’ impossibile che con persone come quelle che vi ho descritto non si finisca la giornata ancora meglio di quanto l’abbiamo iniziata. Ci divertiranno molto e non ci saranno a carico, poiché ci chiedono asilo soltanto per questa notte, ed è loro intenzione lasciarci appena sarà giorno.”

Zobeida e Amina ebbero qualche difficoltà ad accordare a Safia quello che chiedeva, ed ella stessa ne sapeva bene la ragione; ma la sorella mostrò un tale desiderio di ottenere da loro questo favore, che non poterono rifiutarglielo.

“Andate, – le disse Zobeide, – fateli entrare, dunque. Ma non dimenticate di avvertirli di non parlare di cose che non li riguardano e di far leggere loro quanto è scritto sopra la porta:” A queste parole, Safia corse con gioia ad aprire la porta e, dopo poco, ritornò accompagnata dai tre calender.

I tre calender, entrando, s’inchinarono profondamente davanti alle dame che si erano alzate per riceverli. Esse dissero loro cortesemente che erano i benvenuti, che erano molto liete dell’occasione di far loro un piacere e di contribuirli a ristorarli dalla stanchezza del viaggio, e conclusero invitandoli a sedersi accanto a loro. La magnificenza del luogo e la gentilezza delle dame, diedero ai calender un’alta idea di quelle belle ospiti; ma, prima di prender posto, avendo per caso volto gli occhi sul facchino, e vedendolo vestito pressappoco come altri calender con i quali erano in controversia su parecchi punti della loro disciplina, e che non si radevano la barba e le sopracciglia, uno di loro prese la parola e disse:

“Ecco, a giudicare dall’apparenza, uno dei nostri fratelli arabi rivoltosi.”

Il facchino, mezzo addormentato e con la testa riscaldata dal vino che aveva bevuto, fu urtato da queste parole; e, senza alzarsi dal suo posto, rispose ai calender, guardandoli con fierezza:

“Sedetevi e non interessatevi di cose che non vi riguardano. Non avete letto l’scrizione che si trova sopra la porta? Non pretendete di costringere il mondo a vivere secondo il vostro costume: vivete voi secondo il nostro.

  • Buon uomo, riprese il calender che aveva parlato, – non andate in collera; ci dispiace molto avervene dato il minimo motivo e siamo, anzi, pronti a ricevere i vostri ordini.” La discussione si sarebbe protratta se le dame non fossero intervenute sistemando ogni cosa.

Quando i calender si furono seduti a tavola, le dame servirono loro da mangiare, e l’allegra Safia, in particolare, si prese cura di versar loro da bere.

Dopo che i calender ebbero mangiato e bevuto a discrezione, dissero alle dame che sarebbero stati lieti di dare un concerto per loro, se esse avevano gli strumenti e volevano farli portare.

Continua domani.

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Amina prese ancora una volta le parti del facchino.

“Sorelle mie, – disse, – ha ragione. Gli sono grata per la sua richiesta. Egli ci ha molto divertite. Se volete starmi a sentire, o meglio se mi amate tanto come credo, lo tratteremo qui affinché passi la serata con noi.

  • Sorella mia, – disse Zobeide, – non possiamo rifiutare nulla alla vostra preghiera. Facchino, – continuò rivolgendosi a lui, – vi concediamo volentieri anche questa grazia; ma vi poniamo una nuova condizione. Qualunque cosa faremo in vostra presenza, riguardo a noi stesse o ad altre cose, guardatevi bene dall’aprire soltanto la bocca per chiedercene la ragione, perché, rivolgendoci delle domande su cose che non vi riguardano affatto, potreste udire qualcosa di non gradito. Fate attenzione, e non vi salti in mente di essere troppo curioso, desiderando approfondire i motivi delle nostre azioni.
  • Signora, – replicò il facchino, – vi prometto di osservare questa condizione così rigorosamente che non avrete motivo di rimproverarmi per avervi disubbidito, e ancor meno di punire la mia indiscrezione. In questa occasione, la mia lingua sarà immobile e i miei occhi saranno uno specchio, che non conserva niente delle immagini ricevute.
  • Per farvi vedere, – riprese Zobeide in tono molto serio, – che quanto vi chiediamo non l’abbiamo stabilito in questo momento, alzatevi e andate a leggere ciò che è scritto sopra la nostra porta, dalla parte interna.”

Il facchino andò fino alla porta e vi lesse queste parole, scritte in grossi caratteri d’oro:

Chi parla di cose che non lo riguardano, ode ciò che non gli piace.

Ritornò dalle tre sorelle e disse loro:

“Signore, vi giuro che non mi udrete parlare di nessuna cosa che non mi riguarda e che vi concerne.”

Una volta stabilita questa convenzione, Amina portò la cena; e, dopo aver illuminato la sala con un gran numero di bugie preparate con legno di aloe e ambra grigia, che emanarono un piacevole odore e crearono una bella luce, si sedette a tavola con le sorelle e il facchino. Ricominciarono a mangiare, a bere, a cantare e a recitare versi. Le dame si divertivano a inebriare il facchino, col pretesto di farlo bere alla loro salute. Insomma erano tutti del miglior umore possibile, quando udirono bussare alla porta.

Le tre dame si alzarono contemporaneamente per andare ad aprire; ma Safia, alla quale spettava in particolare questo compito, fu la più svelta, le altre due vedendosi precedute, rimasero ad attendere che ella venisse a comunicare chi poteva arrivare in casa loro così tardi.

Safia ritornò e disse:

“Sorelle mie, si presenta una bella occasione per passare una parte della notte molto piacevolmente; se siete del mio stesso parere, non ce la lasceremo sfuggire. Alla nostra porta vi sono tre calender, almeno a giudicare dai loro abiti mi sembrano tali; ma certamente vi meraviglierà il fatto che sono tutti e tre orbi dell’occhio destro, e hanno la testa, il viso e le sopracciglia rasi. Sono appena arrivati, dicono, a Bagdad, dove non sono mai venuti prima; e poiché è notte e non sanno dove andare ad alloggiare, hanno bussato per caso alla nostra porta e ci pregano, per l’amor di Dio, di avere la carità di riceverli.

Continua domani.

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  • Dette queste parole, fece per restituire il denaro che aveva ricevuto; ma la seria Zobeide gli ordinò di tenerlo.
  • Quello che è uscito una volta dalle nostre mani, – disse, – per ricompensare coloro che ci hanno reso servigio, non vi rientra più. Acconsentendo che voi restiate con noi, vi avverto che, non soltanto lo facciamo a condizione che voi serbiate il segreto che esigiamo da voi; pretendiamo anche che osserviate strettamente le regole della convenienza e dell’onestà.”

Mentre così parlava, la bella Amina si tose l’abito di città, sollevò la veste legandola alla cintura per agire più liberamente, e preparò la tavola. Ella servì parecchie qualità di cibi, e mise sopra una credenza bottiglie di vino e coppe d’oro. Fatto ciò, le dame presero posto e fecero sedere accanto a loro il facchino, soddisfatto oltre ogni dire nel vedersi a tavola con tre persone di così straordinaria bellezza.

Dopo il primo boccone, Amina, che si era seduta accanto alla credenza, prese una bottiglia e una coppa, si versò da bere, e bevve per prima secondo il costume arabo. Poi versò alle sorelle, che bevvero l’una dopo l’altra; infine, riempendo per la quarta volta la stessa coppa, la offrì al facchino. Questi, nel prenderla, baciò la mano di Amina e, prima di bere, cantò una canzone il cui senso diceva che come il vento porta con se il buon odore dei luoghi profumati per i quali passa, così il vino che stava per bere, venendo dalla mano di Amina, aveva un gusto più squisito del solito. Questa canzone rallegrò le dame, che cantarono a loro volta. La compagnia fu, insomma, di ottimo umore per tutto il pranzo, che durò molto a lungo e fu accompagnato da tutto quanto poteva renderlo piacevole.

Sul finire del giorno, Safia, prendendo la parola in nome delle tre dame, disse al facchino:

“Alzatevi e andatevene: è ora di ritirarvi. – Il facchino, non potendo risolversi a lasciarle, rispose:

  • Eh! signore, dove volete che vada nello stato in cui sono? Sono fuori di me, a furia di vedervi e di bere: non ritroverò mai la strada di casa. Lasciate ch’io resti qui per tutta la notte affinché abbia il tempo di tornare in me: la passerò dove vorrete; ma non mi occorre minor tempo per tornare nello stato in cui ero quando sono entrato in casa vostra; e, anche con ciò, son sicuro che ci lascerò la parte migliore di me stesso.”

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  • Signore, – riprese il facchino, – mi è bastato il vostro aspetto per farmi giudicare che siete persone di rarissimo merito; e mi accorgo di non essermi sbagliato. Sebbene la fortuna non mi abbia elargito beni sufficienti per elevarmi a una professione superiore alla mia, ho ugualmente coltivato il mio spirito come ho potuto, con la lettura di libri di scienze e di storia; e permettetemi, vi prego, di dirvi che ho anche letto una massima di un altro autore che ho sempre felicemente praticato: “Noi nascondiamo il nostro segreto, essa dice, soltanto a quelle persone riconosciute da tutti per indiscrete, che abuserebbero della nostra fiducia; ma non abbiamo nessuna difficoltà a svelarlo ai saggi, perché siamo convinti che saprebbero serbarlo.” Il segreto è con me così sicuro come se fosse in un gabinetto la cui chiave fosse andata perduta, e la cui porta fosse ben sigillata.”

Zobeide riconobbe che il facchino non mancava di spirito; ma, pensando che volesse partecipare al banchetto che esse volevano offrirsi, replicò sorridendo:

  • “Voi sapete che ci apprestiamo a banchettare; ma sapete anche che abbiamo fatto una spesa considerevole, e non sarebbe giusto che voi foste della partita senza contribuirvi. – La bella Safia sostenne l’opinione della sorella.
  • Amico mio, – disse al facchino, – non avete mai udito dire quel che si dice abbastanza comunemente? “Se portate qualche cosa, sarete qualche cosa con noi; se non portate niente, ritiratevi con niente!”.

Il facchino, nonostante la sua retorica, sarebbe forse stato costretto a ritirarsi imbarazzato, se Amina, prendendo risolutamente le sue parti, non avesse detto a Zobeide e a Safia:

“Care sorelle, vi scongiuro di permettergli di restare con noi: non c’è bisogno di dirvi che ci divertirà; vedete bene che ne è capace. Vi assicuro che, senza la sua buona volontà, la sua agilità e il suo coraggio nel seguirmi, non sarei riuscita a fare tante compere in così breve tempo. D’altra parte, se vi ripetessi tutti i complimenti che mi ha rivolto durante il percorso, il fatto che io lo protegga non vi stupirebbe molto.”

A queste parole di Amina, il facchino, in un impeto di gioia, si lasciò cadere sulle ginocchia, baciò la terra ai piedi di quella graziosa dama, e rialzandosi le disse:

“Mia amabile signora, oggi avete dato inizio alla mia felicità; ora la portate al colmo con un’azione così generosa. Noin posso manifestarvi come vorrei la mia riconoscenza. D’altronde, signore, – soggiunse rivolgendosi alle tre sorelle, – poiché mi fate un così grande onore, non crediate che io ne abusi e pensi di meritarlo. No, mi considererò sempre come il più umile dei vostri schiavi.

Continua domani.

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La dama che aveva condotto il facchino si accorse del turbamento cui era in preda il suo animo, e del soggetto che lo causava. Questa scoperta la divertì; e provava tanto piacere ad esaminare il contegno del facchino, da non badare alla porta aperta.

“Entrate, dunque, sorella mia, – le disse la bella portinaia. – Non vedete che questo pover’uomo è così carico da non poterne più?”

Quando la prima dama fu entrata insieme con il facchino, la dama che aveva aperto la porta la richiuse; e tutti e tre, dopo aver attraversato un bel vestibolo, passarono in una corte piuttosto ampia, circondata da una loggia a trafori, che comunicava con parecchi appartamenti situati sullo stesso piano, e di somma magnificenza. In fondo a questa corte c’era un sofà riccamente ornato, al centro del quale sorgeva un trono di ambra, sostenuto da quattro colonne di ebano (arricchite di diamanti e perle di straordinaria grossezza), guarnite di raso rosso con ricami in rilievo di un merletto d’oro delle Indie, di mirabile fattura. In mezzo alla corte, c’era una vasca orlata di marmo bianco e piena di acqua limpidissima che sgorgava in abbondanza dal muso di un leone di bronzo dorato.

Il facchino, per quanto fosse carico, non tralasciava di ammirare la magnificenza di questa casa e l’eleganza che dappertutto vi regnava; ma ciò che attirò particolarmente la sua attenzione fu una terza dama, che gli parve ancora più bella della seconda, che stava seduta sul trono di cui ho parlato. Scorgendo le due prime dame, la terza discese dal trono e avanzò verso di loro. Dai riguardi che le altre dame avevano verso quest’ultima, il facchino giudicò che si trattasse della più importante: in ciò non si sbagliava. Questa dama aveva nome Zobeide; quella che aveva aperto la porta si chiamava Safia; e Amina era il nome di quella che aveva fatto le provviste.

Zobeide, avvicinandosi alle due dame, disse loro:

“Sorelle mie, non vedete che questo brav’uomo soccombe sotto tanto peso? Che aspettate a scaricarlo?”

Allora Amina e Safia presero il paniere, l’una davanti, l’altra dalla parte posteriore. Anche Zobeide vi mise mano e tutte e tre lo posarono a terra. Cominciarono a vuotarlo e, quand’ebbero finito, la graziosa Amina prese del denaro e pagò generosamente il facchino.

Questi, molto sodisfatto, doveva prendere il suo paniere e ritirarsi; ma non poté risolversi a farlo: si sentiva, suo malgrado, trattenuto dal piacere di vedere tre bellezze così rare, che gli sembravano ugualmente affascinanti. Infatti anche Amina si era tolta il velo, ed egli non la giudicava meno bella delle altre. Non riusciva a capire perché in quella casa non si vedesse nessun uomo. Nondimeno la maggior parte delle provviste ch’egli aveva portato, come i frutti secchi e le diverse qualità di paste e di marmellate, si addicevano soltanto a persone che volessero bere e godere.

Zobeide pensò dapprima che il facchino si fermasse per prender fiato. Ma, vedendo che restava troppo a lungo, gli disse:

“Che aspettate? Non siete stato pagato a sufficienza? Sorella mia, – soggiunse rivolta ad Amina, – dategli ancora qualcosa, che vada via contento.

  • Signora, – rispose il facchino, – non è questo che mi trattiene; sono stato pagato anche troppo per il mio lavoro. Capisco di aver commesso un atto ineducato restando qui più di quanto dovevo; ma spero che abbiate la bontà di perdonarlo poiché è dovuto al mio stupore di non vedere nessun uomo con tre dame di così poco comune bellezza. Una compagnia di donne senza uomini è, tuttavia, una cosa triste, come una compagnia di uomini senza donne.” A queste parole soggiunse altre cose divertenti per provare quanto aveva detto. Non dimenticò di citare quanto si diceva a Bagdad: che non si sta bene a tavola se non si è in quattro; e insomma, finì concludendo che, poiché esse erano tre, avevano bisogno di un quarto.

Al ragionamento del facchino, le dame si misero a ridere. Dopo di che, Zobeide gli disse in tono serio:

“Amico mio, voi spingete un po’ troppo oltre la vostra indiscrezione; ma, sebbene non meritiate ch’io scenda con voi in particolari, voglio tuttavia dirvi che siamo tre sorelle, e facciamo i nostri affari così segretamente che nessuno ne sa niente. Abbiamo una ragione troppo valida da temere di comunicarli a degli indiscreti; e un buon autore che abbiamo letto dice: “Mantieni il tuo segreto e non rivelarlo a nessuno: chi lo rivela non ne è più padrone. Se il tuo cuore non può più contenere il tuo segreto, come potrà contenerlo quello di colui al quale lo avrai confidato?” Continua domani.

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I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia dei tre Calender, (ordine di dervisci, monaci musulmani di vita austera) figli di re, e di cinque dame di Bagdad

Sire, disse Sherazad rivolgendo la parola al sultano, sotto il regno del califfo (nome dato al alcuni signori maomettani. Questa parola significa, in arabo, successore, rispetto a Maometto.) Harun-al-Rashid. (Harun-al-Rashid, quinto califfo della stirpe degli abbasidi, era contemporaneo di Carlo Magno. Morì l’anno 800 dell’era cristiana e il ventritreesimo del suo regno. Più rispettato dei suoi predecessori, egli seppe farsi obbedire fino in Spagna e nelle Indie; ridiede splendore alle scienze, fece fiorire le arti belle e utili, attirò gli uomini di lettere, compose versi, e fece succedere nei suoi vasti domini la civiltà alla barbarie. Sotto di lui, gli Arabi che adottavano già i numeri indiani, li diffusero in Europa. In Germania e in Francia si conobbe il movimento degli astri proprio per mezzo degli stessi Arabi. La parola almanacco ne è da sola la migliore testimonianza.) c’era a Bagdad, dove risiedeva, un facchino che, nonostante la sua professione umile e penosa, era ugualmente uomo di spirito e di buon umore. Una mattina, mentre come al solito stava in piazza con un gran paniere traforato accanto, in attesa di qualcuno che avesse bisogno dei suoi servigi, una giovane dama dalla bella figura, coperta da un gran velo di mussolina, gli si avvicinò e gli disse con aria graziosa:

“Sentite, facchino, prendete il vostro paniere e seguitemi.”

Il facchino, incantato da quelle poche parole pronunciate in un tono così gradevole, prese subito il paniere, se lo mise in testa, e seguì la dama dicendo:

“O giorno felice! O giorno di buon incontro!”

Prima di tutto la dama si fermò davanti a una porta chiusa e bussò. Un cristiano, venerando per una lunga barba bianca, aprì. La dama gli mise del denaro in mano senza dirgli una sola parola. Ma il cristiano, il quale sapeva che cosa voleva la dama, rientrò e poco dopo portò una grossa brocca di un vino eccellente.

“Prendete questa brocca, – disse la dama al facchino, – e mettetela nel vostro paniere.”

Fatto ciò, gli ordinò di seguirla; poi riprese a camminare e il facchino ricominciò a dire:

“O giorno di felicità! O giorno di piacevole novità e di gioia!”

La dama si fermò alla bottega di un fruttivendolo-fioraio, dove scelse parecchie qualità di mele albicocche, pesche, cotogne, limoni, arance, mirto, basilico, gigli, gelsomini e altre varietà di piante e di fiori profumati. Disse al facchino di mettere tutto nel paniere e seguirla. Passando davanti alla vetrina di un beccaio, si fece pesare venticinque libbre della migliore carne che avesse, e ordinò al facchino di mettere anche questa nel paniere. In un’altra bottega comprò capperi, dragoncello, cetriolini, finocchi marini ed altre verdure, tutte sott’aceto; in un’altra acquistò pistacchi, noci, nocelle, pinoli, mandorle ed altri frutti del genere; poi passò ancora in un’altra bottega dove comprò ogni sorta di paste di mandorla. Il facchino metteva tutte queste cose nel paniere e, notando ch’esso stava riempendosi, disse alla dama:

“Mia buona signora, dovevate avvertirmi che avreste fatto tante provviste, avrei preso un cavallo o piuttosto un cammello per portarle. Se continuerete a fare acquisti, il mio paniere si riempirà più del consentito.” La dama rise di questa facezia, e gli ordinò ancora una volta di seguirla.

Entrò da un droghiere, dove si rifornì di ogni sorta di acque profumate, di chiodi di garofano, di noce moscata, di zenzero, di un grosso pezzo d’ambra grigia e di molte altre spezie delle Indie: il che finì di riempire il paniere del facchino al quale ella disse di seguirla ancora.

Camminarono finché giunsero ad un magnifico palazzo, la cui facciata era ornata da belle colonne e aveva una porta d’avorio. Vi si fermarono, e la dama batté un colpetto.

Mentre aspettavano che la porta del palazzo venisse aperta, il facchino faceva mille riflessioni. Era stupito che una dama come quella si occupasse personalmente delle provviste; perché, insomma, egli si rendeva ben conto che non si trattava di una schiava: osservava che aveva un’aria troppo nobile da lasciar pensare che non fosse libera e che si trattasse di una persona di distinzione. Le avrebbe rivolto volentieri qualche domanda per informarsi sulla sua condizione; ma, mentre si accingeva a parlarle, un’altra dama, venuta ad aprire la porta, le parve così bella che né restò estasiato, o meglio fu così vivacemente colpito dallo splendore delle sue attrattive, che per poco non lasciò cadere il suo paniere con tutto quanto conteneva, a tal punto la vista di quella dama l’aveva messo fuori di sé. Non aveva mai visto una bellezza paragonabile a quella che aveva sotto gli occhi. Continua domani.