La favola del giorno

Pelle d’Asino – 2

Infatti egli cercò, fra le principesse da marito, quella che poteva essere più adatta per lui. Ogni giorno gli portavano a vedere bellissimi ritratti, ma nessuno aveva le grazie della defunta regina. E’ così non si decideva mai. Per disgrazia, egli si accorse che l’Infanta, sua figlia, era non solo bella e ben fatta da incantare, ma era inoltre di molto superiore alla Regina sua madre per ingegno e gentilezza. La sua giovinezza, la splendida freschezza del suo colorito infiammarono il Re d’un fuoco così violento ch’egli non poté nasconderlo all’Infanta: le disse che aveva deciso di sposarla, dal momento che lei sola poteva scioglierlo dal suo giuramento.

La giovane Principessa, ch’era un fiore di virtù e di pudore, fu lì lì per svenire all’orribile proposta. Si gettò ai piedi del Re suo padre e lo scongiurò, con tutte le forze dell’anima sua, di non costringerla a macchiarsi d’un simile delitto.

Il Re, che si era incaponito in questo strano progetto, aveva consultato un vecchio Druido affinché tranquillizzasse la coscienza della Principessa. Questo Druido aveva più ambizione che santità, e sacrificò all’onore d’essere il confidente d’un gran re gli interessi dell’innocenza e della virtù: egli s’insinuò con tanta astuzia nell’animo del Re, gli travisò il delitto che voleva commettere fino al punto di persuaderlo ch’era un’opera meritoria lo sposare la propria figlia. Il Re, incoraggiato dai discorsi di quello scellerato, lo abbracciò riconoscente e tornò alla Corte più che mai intestato nella propria idea: ordinò dunque all’Infanta di prepararsi a ubbidirgli.

La giovane Principessa, straziata da un acerbo dolore, non vide altro scampo che quello di andarsi a consigliare con la sua madrina, la Fata dei Lillà. A questo scopo, ella partì la notte stessa in una leggiadra carrozzina tirata da un grosso montone il quale conosceva tutte le strade. Vi arrivò felicemente. La Fata, che voleva bene all’Infanta, le disse di sapere tutto ciò che lei voleva dirle, ma non doveva preoccuparsi, nulla poteva farle del male se lei avesse eseguito fedelmente le sue prescrizioni:

  • Giacché, bambina mia, – disse la Fata, – tu faresti molto male a sposare tuo padre; ma senza contraddirlo, puoi evitare la cosa; digli che, per accontentare un tuo capriccio, lui deve regalarti un vestito color dell’aria; nonostante tutta la sua potenza e il suo amore, non potrà riuscirvi.

La Principessa ringraziò la madrina, e il dì seguente chiese al Re quel che la Fata le aveva consigliato, e insisté che se non avesse avuto l’abito color dell’aria, non gli avrebbe mai detto di sì. Il Re, felice per la speranza avuta, riunì i più famosi tessitori e gli ordinò il vestito a patto che, se non fossero riusciti a farlo, li avrebbe fatti impiccare tutti. Il cielo non è d’un azzurro più bello, quando è cinto di nuvole d’oro, di quel bell’abito, quando venne spiegato. L’Infanta ne fu oltremodo afflitta e non sapeva come cavarsi d’impaccio. Il Re insisteva per venire a una conclusione. Si dovette ancora ricorrere alla madrina che, stupita per il fatto che il suo espediente non fosse riuscito, le disse di provar a chiedere un abito del colore della luna. Il Re, che non poteva rifiutarle nulla, mandò a chiamare i tessitori più provetti e ordinò loro con tale impazienza un vestito color della luna che, fra l’ordinazione e la consegna, non passarono più di ventiquattr’ore!

L’Infanta lì per lì, fu più contenta di quell’abito superbo che non di tutte le attenzioni del Re suo padre ma si afflisse poi oltre misura, non appena rimase sola con le ancelle e la nutrice. La Fata dei Lillà, che sapeva tutto, venne in soccorso della povera principessa e le disse:

  • O le sbaglio tutte, od ho motivo di credere che se domanderemo un abito color del sole, riusciremo nel nostro intento di far passare la voglia al Re tuo padre, giacché non si potrà mai riuscire a fare un simile vestito. O almeno, per male che vada, guadagneremo un po’ di tempo.

L’infante ne convenne, chiese quell’abito e il Re innamorato diede via senza rimpianti tutti i diamanti e tutti i rubini della sua corona, con l’ordine di non risparmiare alcuna cosa affinché l’abito fosse più splendente del sole. Infatti non appena fu portato alla Corte, tutti quelli che lo videro furono costretti a chiudere gli occhi, tanto ne rimasero abbagliati. E’ da quel tempo che son venuti in voga gli occhiali verdi e le lenti affumicate. Cosa divenne l’Infanta a tale vista? Non si era mai veduta cosa più bella e più artisticamente lavorata. Ella rimase senza fiato e, col pretesto di aver male agli occhi, si ritirò in camera sua ove la Fata l’aspettava, tutta piena di confusione e di vergogna. Ma quando vide l’abito color del sole fu ben peggio: si fece vermiglia per la gran collera.

  • Oh, adesso poi, bambina mia, – disse all’Infanta, – metteremo l’indegno amore di tuo padre a una ben dura prova. Vedo che non vuol togliersi dalla testa questo matrimonio e lo crede imminente, ma penso che rimarrà un po’ sbalordito dalla richiesta che ti consiglio di fargli: è la pelle dell’asino al quale lui vuole tanto bene e che provvede con tanta larghezza a tutte le sue spese; va’ da lui e digli che desideri quella pelle.

L’Infanta, felice di aver trovato ancora il modo di eludere quel matrimonio a lei odioso, pensando al tempo stesso che suo padre non avrebbe mai potuto decidersi a sacrificare il suo caro asino, andò a trovarlo e gli disse ben chiaro che voleva la pelle di quel bell’animale. Continua domani.

La favola del giorno

Pelle d’Asino

C’era una volta un re così potente, così benvoluto dal suo popolo, così rispettato dai suoi vicini ed alleati che ben si poteva dire il più fortunato di tutti i sovrani della terra. Ed era divenuto ancor più felice dopo essersi scelto come compagna una principessa bella quanto virtuosa; i più fortunati sposi vivevano in un perfetto accordo.

Dal loro casto imene era nata una figlia, dotata di tante grazie e attrattive ch’essi non rimpiangevano di non aver una più numerosa figliolanza.

Il lusso, l’abbondanza e il buon gusto regnavano nel loro palazzo; i ministri erano saggi e capaci; i cortigiani virtuosi e affezionati; i domestici fedeli e laboriosi; le scuderie spaziose e piene dei più bei cavalli del mondo, tutti ricoperti di gualdrappe ricchissime; ma ciò che più stupiva i forestieri che venivano a visitare quelle belle scuderie, era che, nel punto più in vista, un vecchio Somaro stava lì a far sfoggio delle sue grandi e lunghissime orecchie. Non era però per un capriccio se il Re lo aveva messo in quel posto così privilegiato, ma per un suo bravo motivo. Infatti la virtù di questo raro animale meritava una simile distinzione, perché madre natura lo aveva formato in modo così straordinario che, tutte le mattine, la sua lettiera, invece di esser piena di sudicerie, era ricoperta a profusione di begli scudi d’oro e di zecchini di ogni specie, che venivano raccolti appena lui si svegliava.

Ma poiché le disgrazie della vita colpiscono i re non meno dei loro sudditi e al bene si mescola sempre qualche male, il cielo permise che la Regina fosse improvvisamente colta da un fiero morbo contro il quale, nonostante tutto il sapere e la valentia dei medici, non si poté trovare alcun rimedio. La desolazione fu generale. Il Re, ancora teneramente innamorato, nonostante il famoso proverbio il quale dice che il matrimonio è la tomba dell’amore, si affliggeva a dismisura, faceva ardenti voti a tutte le divinità del regno, offriva la propria vita in cambio di quella di una sposa tanto adorata; ma gli Dèi e le Fate erano sordi a ogni preghiera. La Regina, sentendo avvicinarsi la sua ultima ora, disse al suo sposo, il quale si struggeva in un mare di lagrime:

  • Prima che io muoia, vogliate accettare ch’io esiga una cosa da voi: se vi prendesse voglia di risposarvi…

A queste parole, il Re dette in urla strazianti, prese le mani di sua moglie, le bagnò di pianto, e assicurandole ch’era superfluo parlargli d’un secondo matrimonio:

  • No, no, – finì col dire, – mia cara Regina, parlatemi piuttosto di seguirvi!
  • Lo Stato, – continuò la Regina, con una fermezza che esasperava il dolore di quel Principe, – lo Stato esige dei successori, e siccome io non v’ho dato che una femmina, vorrà da voi dei maschi che vi somiglino; ma io vi chiedo caldamente, per tutto l’amore che mi portate, di non cedere alle insistenze del vostro popolo fino a quando non abbiate trovato una principessa più bella di me, e più ben fatta; dovete giurarmelo, e allora io morirò contenta.

Si suppone che la Regina, alla quale non mancava una certa dose di vanità, avesse preteso quel giuramento, credendo che non esistesse al mondo alcuna donna che potesse eguagliarla per bellezza, perché voleva assicurarsi che il Re non si sarebbe risposato mai più. Alfine ella morì. Mai un marito ebbe un cordoglio così rumoroso: lagrime, singhiozzi notte e giorno, il cerimoniale e tutte le quisquilie inerenti alla vedovanza furono la sua unica occupazione.

Ma i grandi dolori non durano a lungo. D’altro canto i notabili dello Stato si riunirono e vennero in massa a pregare il Re di risposarsi. Questa prima proposta gli sembrò dura e gli fece versare nuove lagrime. Egli allegò il giuramento che aveva fatto alla Regina, e sfidò tutti i suoi consiglieri a trovargli una principessa più bella e più ben fatta della defunta sposa, pensando che la cosa era impossibile. Ma il consiglio disse che quella promessa era soltanto una bambinata: poco importa la bellezza, se una regina è virtuosa e capace di aver figli. Ci volevano dei principi, per la tranquillità e la pace dello Stato; a dire il vero, l’infanta avrebbe avuto tutte le qualità richieste per diventare una grande regina, ma bisognava sceglierle uno straniero come sposo e allora questo straniero l’avrebbe portata al suo paese dove, se avesse regnato con lei, i loro figli non sarebbero stati più considerati dello stesso sangue; così, non essendovi alcun principe che potesse portare il suo nome, i popoli vicini avrebbero potuto muovergli guerre tali da condurre il reame alla rovina. Il Re, colpito da queste considerazioni, promise che avrebbe pensato ad accontentarli.

Continua domani.

La favola del giorno

Enrichetto dal Ciuffo – 3

Continuò a passeggiare, ma non aveva fatto trenta passi quando Enrichetto del Ciuffo le venne incontro, sgargiante, spavaldo, proprio come un principe che stia per sposarsi.

  • Eccomi qui, Altezza, – disse lui, – puntuale alla parola data, e non ho il minimo dubbio che voi siate qui per mantenere la vostra.
  • Vi confesserò in tutta franchezza, – rispose la Principessa, – che non ho ancora preso la mia decisione in proposito, né credo di poter mai prendere quella che voi desiderate.
  • Voi mi fate stupire, Altezza, – le disse Enrichetto dal Ciuffo.
  • Lo capisco, – disse la Principessa, – e certamente s’io avessi a che fare con un uomo rozzo e senza spirito, mi sentirei molto imbarazzata. “Una principessa non può ritrattare la sua parola”, mi direste, “e dato che l’avete promesso, voi dovete sposarmi”; ma poiché l’uomo al quale parlo è, fra tutti, il più intelligente, io sono sicura che capirà le mie ragioni. Voi sapete che quando ero una povera idiota, anche allora non potevo decidermi a sposarvi; e adesso, come volete che, dopo tutto lo spirito che mi avete dato e che mi rende ancora più difficile di gusti di quanto non fossi, io prenda una decisione che a quel tempo non riuscii a prendere? Se allora pensavate di sposarmi a qualsiasi costo, avete fatto molto male a guarirmi dalla mia stupidaggine e ad aprirmi gli occhi, perché vedessi meglio di una volta.
  • Se un uomo sprovvisto di spirito, – rispose Enrichetto dal Ciuffo, – sarebbe bene accolto, stando a quel che dite, quando venisse a rimproverarvi la vostra mancanza di parola, perché mai volete, Altezza, che anch’io non mi comporti così in un’occasione che decide della felicità di tutta la mia vita? E’ forse giusto che le persone intelligenti debbano trovarsi in condizione peggiore di quelle che non lo sono? Potete pretendere questo, voi che siete così intelligente e avete tanto desiderato di esserlo? Ma veniamo al sodo, se non vi dispiace: a parte la mia bruttezza, vi è qualche altra cosa che vi dispiace in me? Non vi aggrada forse il mio rango, il mio spirito, il mio carattere, i miei modi?
  • Tutt’altro! rispose la Principessa; – tutte le cose che avete detto sono quelle che mi piacciono in voi.
  • Quand’è così, – riprese Enrichetto dal Ciuffo, – io sono felice perché starà in voi a rendermi il più avvenente degli uomini.
  • Ma come può accadere? – gli chiese la Principessa.
  • Ciò accadrà, – rispose Enrichetto dal Ciuffo, – se mi amate abbastanza per desiderare che avvenga; e affinché, Altezza, voi non ne dubitate, sappiate che la stessa fata che nel giorno della mia nascita mi fece il dono di poter rendere intelligente la persona che più mi fosse piaciuta, ha fatto anche a voi quello di poter dare la bellezza a colui che amerete e a cui vorrete fare tale favore.
  • Se le cose stanno così, – disse la Principessa, – io desidero con tutto il cuore che voi diventiate il più avvenente principe del mondo e, per quanto dipende da me, ve ne faccio volentieri il dono.

La principessa non aveva ancora finito di pronunciare queste parole che Enrichetto dal Ciuffo apparve ai suoi occhi il più bell’uomo della terra, il più aitante e simpatico che mai si sia visto. Alcuni assicurano che non furono per nulla gli incantesimi della fata ad agire, ma che solo l’amore operò tale metamorfosi. Dicono che la Principessa, avendo riflettuto sulla perseveranza dimostrata dal suo innamorato, sulla discrezione di lui e tutte le belle qualità del suo cuore e della sua mente, non vide più la deformità del suo corpo, né la bruttezza del suo viso; la gobba che lo deturpava le parve soltanto la schiena rotonda dell’uomo che bonariamente si tiene un po’ curvo; nel mentre che, fino a quel momento, le era parso che egli fosse orribilmente zoppo, le sembrò adesso che avesse un’andatura un po’ buttata da una parte, non priva di grazia e che le piaceva moltissimo. Dicono pure che i suoi occhi storti le parvero per questo più vivi e brillanti, tanto che quello strano modo di guardare sembrò a lei la dimostrazione di un amore fin troppo violento; perfino il naso di lui, grosso e rubizzo, prese ai suoi occhi qualcosa d’eroico e di marziale.

Comunque sia, la Principessa gli promise di sposarlo subito, purché lui ne ottenesse il consenso dal Re suo padre. Il Re, avendo saputo che la figlia nutriva moltissima stima per Enrichetto dal Ciuffo, da lui ritenuto del resto un principe pieno d’intelligenza e di giudizio, lo accettò con piacere come genero.

Le nozze si fecero il dì seguente, proprio come Enrichetto dal Ciuffo aveva previsto, e secondo gli ordini che già da molto tempo egli stesso aveva dati.

Morale

Ciò che si vede in questo scrittarello

Non è un racconto in aria, ma verità patente.

In quel che amiamo tutto è buono e bello,

Tutto quello che amiamo è intelligente.

Altra morale

Davanti a un vivo oggetto ove Natura

Abbia messo bei tratti e la viva pittura

D’una tinta a cui l’Arte non saprebbe arrivare,

Tanti doni avran meno poter sul vostro cuore

Che una sola invisibile grazia, pur che l’amore

Ve la faccia trovare

Fiabe Francesi della Corte del Re Sole e del secolo XVIII  

La favola del giorno

Enrichetto dal Ciuffo – 2

La Principessa rimase di stucco e non rispose nulla.

  • Io vedo, – riprese Enrichetto dal Ciuffo, – che la mia proposta non vi piace e non me ne stupisco; ma vi concedo un anno intero per pensarvi su.

La Principessa aveva così poco spirito e al tempo stesso tanta voglia di averne che s’illuse che la fine di quell’anno non sarebbe venuta mai; quindi accettò la proposta.

Non aveva finito di promettere a Enrichetto dal Ciuffo che, dopo un anno esatto e in quello stesso giorno, lei lo avrebbe sposato, che si sentì tutta diversa da com’era stata fino a quel giorno: si ritrovò una facilità incredibile nell’esprimere tutto quel che voleva e nel saperlo dire in modo arguto, disinvolto e naturale. Fin da quel momento, ella iniziò con Enrichetto dal Ciuffo una conversazione elegante e ben condotta, e tale era il suo scilinguagnolo che Enrichetto dal Ciuffo ebbe perfino il dubbio d’averle dato più spirito di quanto non ne avesse serbato per sé!

Quand’ella fu tornata al palazzo, tutta la Corte non sapeva cosa pensare di un cambiamento così subitaneo e impensato; giacché per quante insulsaggini ella aveva detto in passato, altrettanto erano adesso le cose spiritosissime e piene di buonsenso che uscivano dalla sua bocca. Tutta la Corte se ne rallegrò in modo estremo; soltanto la sorella minore non ne fu troppo contenta, giacché non avendo più sulla maggiore la superiorità dell’intelligenza, ella ormai non sembrava, a suo confronto, che una brutta scimmietta piuttosto antipatica.

Il Re ora si lasciava guidare da lei; qualche volta andava perfino a tener consiglio nelle sue stanze. Quando la notizia di tale cambiamento si fu sparsa in giro, tutti i giovani principi degli stati vicini fecero a gara per conquistare il suo amore e quasi tutti la chiesero in sposa; ma lei non trovava nessuno che fosse abbastanza intelligente, e li ascoltava tutti senza impegnarsi con alcuno. Ne venne tuttavia uno così potente, ricco, intelligente e ben fatto che lei non poté fare a meno di sentirsi bendisposta nei suoi confronti. Il Re suo padre, essendosene accorto, le disse che la lasciava libera di scegliersi uno sposo di suo gusto e che le bastava far conoscere la propria volontà. Siccome più si è intelligenti e più accade che si esiti nel prendere una stabile risoluzione in questioni del genere, lei chiese, dopo aver ringraziato il padre suo, che le si desse un po’ di tempo per riflettere.

Andò per caso a passeggiare nello stesso bosco ove un giorno aveva incontrato Enrichetto dal Ciuffo, per pensare più comodamente alla risoluzione da prendere. Intanto che passeggiava, immersa nei propri pensieri, udì sotto i suoi piedi un rumore soffocato, come di molte persone che vadano, vengano e si diano da fare. Tese l’orecchio con più attenzione, e sentì qualcuno che diceva: “Portami quella pignatta!”, e un altro: “Passami quella caldaia!”, e un terzo: “Metti la legna sul fuoco” Al tempo stesso la terra si aprì, ed ella vide, al disotto di sé, come un’immensa cucina tutta piena di cuochi, sguatteri e ogni sorta di gente affaccendata ad allestire uno splendido banchetto. Ne uscì fuori una squadra di venti o trenta rosticceri, tutti con la loro brava leccarda in mano e la coda di volpe sull’orecchio, i quali andarono a piazzarsi attorno a una lunghissima tavola e si misero a lavorare a tempo di musica, sul motivo d’una canzone armoniosa.

La Principessa stupita da tale spettacolo, chiese loro per chi fosse tutto quel lavorio.

  • Lavoriamo, signora, – le rispose quello che sembrava il più importante, – per il principe Enrichetto dal Ciuffo, le cui nozze avverranno domani.

La Principessa, sempre più meravigliata e ricordandosi tutt’a un tratto come un anno prima, e in quello stesso giorno, ella avesse promesso di sposare il principe Enrichetto dal Ciuffo, fu lì lì per cadere svenuta. La ragione per cui non aveva ricordato quella promessa, era che, quando l’aveva fatta, ella era ancora completamente sciocca e che poi, nel prendere tutto lo spirito datole dal Principe, lei aveva dimenticato le sue precedenti stupidaggini. Continua domani.

La favola del giorno

Enrichetto dal Ciuffo

C’era una volta una regina, la quale mise al mondo un figlio così brutto e deforme, da far dubitare per un pezzo se avesse fattezze umane. Una fata, che era presente alla sua nascita, assicurò che egli sarebbe riuscito molto simpatico grazie alla sua intelligenza; aggiunse inoltre che, per virtù di un dono da lei fattogli, lui avrebbe potuto comunicare un’egual dose d’intelligenza alla persona a cui avrebbe voluto più bene.

Tutto questo consolò un pochino la povera regina, ch’era molto afflitta per aver messo al mondo un così orribile marmocchio. E’ vero però, che non appena il bambino ebbe incominciato a parlare, se ne usciva in mille cose graziose e che in tutto il suo modo di fare c’era qualcosa di così vivo e intelligente che ognuno n’era conquistato. Dimenticavo di dire ch’egli era nato con un ciuffettino di capelli dritto sulla testa, il quale gli aveva valso il soprannome di Enrichetto dal Ciuffo, dato che Enrichetto era il nome datogli dalla famiglia.

In capo a sette o ott’anni, la regina d’uno stato vicino diede alla luce due figlie. La prima di esse era più bella del sole; la Regina ne fu così felice da far persino temere che la troppo grande contentezza potesse nuocerle alla salute. La medesima fata che aveva assistito alla nascita del piccolo Enrico era presente, e per attenuare la gioia della Regina, le dichiarò che la piccola principessa non avrebbe avuto neppure un briciolo di spirito e sarebbe stata tanto stupida quant’era bella. A sentir questo, la Regina rimase molto male, ma ella ebbe, qualche attimo dopo, un ben maggiore dispiacere, quando vide che la seconda bambina venuta al mondo era così brutta da far paura.

  • Non state a rattristarvi troppo, Maestà, – le disse la Fata, – la vostra figlia sarà ricompensata da un altro punto di vista e sarà così intelligente che quasi non ci si accorgerà della bellezza che le manca.
  • Lo voglia Iddio! – rispose la Regina; – ma non ci sarebbe modo di far avere un po’ di spirito alla maggiore, che è così bella?
  • Non posso far nulla per lei quanto allo spirito, Maestà, ma posso far tutto per quel che riguarda la bellezza; e poiché voglio fare il possibile per accontentarvi io le darò il dono di rendere bello o bella la persona che più le piacerà.

A mano a mano che le due principesse diventavano grandi le loro doti crescevano in proporzione e dappertutto non si parlava che della bellezza della maggiore e dell’intelligenza della più piccola. Bisogna dire che anche i loro difetti aumentavano con l’età. La minore s’imbruttiva a vista d’occhio e la più grande diveniva ogni giorno più sciocca: quando le si chiedeva qualcosa non rispondeva nulla, oppure soltanto stupidaggini. E non basta: era anche così impacciata nel muoversi da non saper mettere in fila quattro porcellane sul caminetto senza romperne almeno una, né bere un bicchier d’acqua senza versarne la metà sui vestiti.

La bellezza è un grande vantaggio per una giovinetta, ma la sorella minore aveva sempre più successo dell’altra in società e in tutte le conversazioni. Dapprincipio, si andava verso la più bella per poterla vedere e ammirare; ma ben presto la si lasciava per recarsi accanto a quella ch’era più intelligente, per sentirle dire mille cose simpatiche; non c’era da stupirsi se, in meno d’un quarto d’ora, la maggiore non aveva più alcuno accanto a sé mentre tutti si stringevano attorno alla più giovane. La sorella più grande, nonostante la propria stupidaggine, se ne accorse benissimo, e avrebbe quindi dato senza rimpianti tutta la propria bellezza pur di avere la metà dello spirito di sua sorella. La Regina, quantunque fosse prudente, non poté fare a meno di rimproverarle più volte la sua storditaggine, e la povera principessa fu lì lì per morirne di dolore.

Un giorno che si era rifugiata in un bosco, per piangere la propria disgrazia, ella vide venirsi incontro un omettino assai sgraziato, ma sfarzosamente vestito. Era il giovane principe Enrichetto dal Ciuffo che, essendosi innamorato di lei dopo aver visto i suoi ritratti i quali andavano in giro per il mondo intero, era partito dal reame di suo padre per avere il piacere di vederla e poterle parlare. Felice d’incontrarla in quel luogo solitario, egli s’avvicinò a lei con tutto il rispetto e la gentilezza immaginabili. Avendo notato, dopo i soliti complimenti d’uso, ch’ella sembrava alquanto malinconica, le disse:

  • Io non capisco, Altezza, come una persona bella quanto voi possa essere così triste come sembrate; giacché, sebbene io possa vantarmi d’aver veduto un’infinità di belle donne, debbo anche dire di non averne trovata una sola la cui bellezza si avvicini alla vostra.
  • Se lo dite voi, signore, – gli rispose la Principessa, e questo fu tutto.
  • La bellezza, riprese Enrichetto dal Ciuffo, – è un così grande pregio che può tener luogo di  tutto il resto; e quando la si possiede, non vedo come vi possa essere qualcosa che riesca ad affliggervi molto.
  • Preferirei, – disse la Principessa, – essere brutta quanto voi e avere dello spirito, piuttosto che avere tanta bellezza ed essere così stupida come sono.
  • Non c’è nulla, Altezza, che denoti meglio un’intelligenza quanto il credere di non averne; è proprio di questa dote il fatto che più se ne ha e più si crede di non averne.
  • Io non so nulla di queste cose, – disse la Principessa; – ma so benissimo di essere una sciocca, ed è proprio questo che mi farà morire dal dolore.
  • Se è questo solo che vi tormenta, Altezza, io posso facilmente por fine al vostro dolore.
  • Come farete? – chiese la Principessa.
  • Io ho il potere, Altezza, – rispose Enrichetto dal Ciuffo, – di dare tutta l’intelligenza che si può desiderare alla persona che amerò più di ogni altra; e poiché questa persona siete voi, Altezza, dipenderà da voi sola il possedere tanto spirito quanto se ne può avere, a patto che siate contenta di sposarmi. Continua domani.

La favola del giorno

Pollicino – 3

L’orco aveva sette figliole, che erano ancora bambine. Queste piccole orchesse avevano tutte una bellissima carnagione, perché, come il padre, si nutrivano di carne viva; ma avevano certi occhietti grigi e rotondi, il naso a becco e la bocca larga larga con lunghi denti molto aguzzi e distanti uno dall’altro. Non erano ancora molto cattive, ma già promettevano bene perché mordevano i bambini per succhiarne il sangue.

Le avevano mandate a dormire di buon’ora e se ne stavano tutt’e sette in un grande letto, ciascuna con la sua brava coroncina d’oro sul capo. Nella stessa camera c’era un altro letto della medesima grandezza: fu in questo letto che la moglie dell’Orco mise a dormire i sette ragazzini; quindi andò a coricarsi accanto a suo marito.

Pollicino, che aveva notato come le figlie dell’Orco avessero sul capo delle corone d’oro e temeva che l’Orco si pentisse di non averli sgozzati quella sera stessa, si alzò verso la mezzanotte, e, prese il suo berretto e quello dei fratelli, andò pian piano a metterli in testa alle sette figlie dell’Orco, dopo aver loro tolto le coroncine d’oro, che mise sul suo capo e su quello dei fratelli, affinché l’Orco li scambiasse per le proprie figlie e scambiasse le figlie per i ragazzi che voleva sgozzare. Le cose andarono proprio così: l’Orco infatti, dopo essersi svegliato, si pentì di aver rimandato al dì seguente quel che poteva fare subito; e perciò saltò giù improvvisamente dal letto, ed afferrando il coltellaccio:

  • Andiamo un po’ a vedere, – disse, – come stanno quelle canaglie, e facciamola finita una volta per tutte.

Salì a tentoni nella camera delle bambine, e si avvicinò al letto dove erano i nostri maschietti, i quali dormivano tutti, tranne Pollicino che credette di morire dalla paura, quando sentì la mano dell’Orco che gli tastava la testa, come già aveva tastato quella degli altri fratelli. L’Orco, sentendo le coroncine d’oro:

“Davvero davvero; – si disse, – stavo per farne una bella! Si vede proprio che ho bevuto troppo, iersera!”

Andò poi verso il letto delle sue figliole, e avendo sentito sotto le dita i berretti dei ragazzi:

  • Eccoli qui! – disse, – questi monellacci! Su, facciamo una rcosa svelta.

Nel dir così, senza esitare, tagliò la gola alle sue sette figliole. Poi, soddisfatto dell’impresa, tornò a coricarsi accanto alla moglie. Non appena Pollicino sentì russare l’Orco, svegliò subito i fratelli, disse loro di vestirsi in fretta e di seguirlo. Scesero pian piano giù in giardino e scavalcarono il muro di cinta. Corsero quasi tutta la notte, sempre tremando e senza sapere dove andavano.

Quando l’Orco si svegliò disse alla moglie:

  • Va’ un po’ a sistemare quei monelli di iersera.

L’Orchessa fu assai meravigliata della bontà di suo marito pensando che con quelle parole lui volesse dire che doveva vestirli e non cucinarli! Salì su, ove rimase di sasso quando scorse le sue sette figliole sgozzate e immerse nel loro stesso sangue.

Per prima cosa svenne (giacché questo è il primo espediente al quale quasi ogni donna ricorre in circostanze del genere). L’Orco, temendo che la moglie mettesse troppo tempo a far quello che le aveva ordinato, salì su anche lui per darle una mano e non fu meno sconcertato di lei al vedere l’orribile spettacolo.

  • Ah! che ho mai fatto? – gridò. – Ma me la pagheranno, quei disgraziati, e immediatamente!

Senza perdere tempo, gettò una brocca d’acqua sul naso della moglie e dopo averla fatta tornare in sé:

  • Dammi i miei stivali delle sette leghe, – le disse, – affinché corra ad acchiapparli.

Si mise in viaggio, e dopo aver corso qua e là egli imboccò finalmente la strada che avevano preso i nostri poveri bambini, i quali ormai non erano che a cento passi dalla casa paterna. Videro l’Orco che passava da una montagna all’altra e attraversava i fiumi con la stessa facilità che se fossero stati dei rigagnoli. Pollicino, poco distante, scorse una roccia incavata, vi fece nascondere i sei fratelli, e vi si ficcò per ultimo, continuando a spiare quel che l’Orco avrebbe fatto. L’Orco che cominciava a sentirsi molto stanco per la molta strada inutilmente percorsa (giacché gli stivali delle sette leghe sono molto stancanti per chi li porta) volle riposarsi e, così per caso, andò a sedersi proprio sulla roccia dove i ragazzi si erano nascosti.

Non potendone più dalla stanchezza, dopo un poco che si fu seduto, si addormentò e cominciò a russare così fragorosamente che i poveri fanciulli non furono meno impauriti di quando lui aveva afferrato il coltellaccio per tagliargli la gola. Pollicino fu quello che ebbe meno paura e disse ai suoi fratelli di scappare verso casa a gambe levate approfittando del fatto che l’Orco dormiva così forte e di non stare in pensiero per lui. Essi ubbidirono al suo consiglio e in pochi minuti arrivarono a casa.

Pollicino, dopo essersi avvicinato all’Orco, piano piano gli sfilò gli stivali dai piedi e se li mise immediatamente. Gli stivali erano molto lunghi e molto larghi, ma essendo fatati, avevano il dono di ingrandirsi o impiccolirsi a seconda del piede che li calzava; e così gli andarono a pennello come se fossero stati fatti apposta per lui.

Andò difilato alla casa dell’Orco, ove trovò la moglie di lui che piangeva accanto ai corpi delle figlie sgozzate.

  • Vostro marito, – le disse Pollicino, – si trova in grande pericolo, giacché è stato preso da una banda di ladri i quali hanno giurato d’ammazzarlo se lui non dà tutto l’oro e l’argento che possiede. Proprio nel momento in cui gli stavano appoggiando il pugnale sulla gola lui mi ha visto e mi ha pregato di venire ad avvertirvi delle misere condizioni in cui si trova, e di dirvi di consegnare a me tutto il valsente che ha in casa, senza tenervi nulla, perché se no lo ammazzeranno senza misericordia. Siccome la cosa è molto urgente, egli ha voluto che calzassi i suoi stivali delle sette leghe, come vedete, perché io vada più in fretta e anche perché voi non crediate ch’io sia un imbroglione.

La brava donna, piena di spavento, gli consegnò immediatamente tutto quello che aveva, giacché quest’orco, in fin dei conti, era per lei un buon marito, quantunque fosse ghiotto di bambini. Pollicino, carico di tutte le ricchezze dell’Orco, tornò a casa di suo padre, ove fu accolto con grandissima allegria.

Molte persone non sono d’accordo su quest’ultimo episodio: esse pretendono che Pollicino non abbia mai commesso tale furto ai danni dell’Orco, e che, se si arrischiò a rubargli gli stivali delle sette leghe, fu soltanto perché l’Orco se ne serviva per correre dietro ai bambini. Le stesse persone dicono di sapere queste cose da fonte sicura e perfino per essersi trovate a bere e a mangiare nella capanna stessa del taglialegna.

Assicurano dunque che, quando Pollicino ebbe calzato gli stivali delle sette leghe, egli se ne andò alla Corte, ove sapeva che si era assai in pensiero per un esercito che stava combattendo a duecento leghe di lì, e in grande ansia per l’esito di tale battaglia. Egli andò, così dicono, a parlare col Re e a proporgli che, se lui voleva, poteva portargli notizie di quell’esercito, prima che finisse la giornata. Il Re gli promise una grossa somma di denaro se lui vi riusciva: la sera stessa, il nostro pollicino tornò con le notizie; fattosi conoscere con questa sua prima commissione, egli poté guadagnare tutto ciò che voleva; il Re difatti lo pagava profumatamente perché portasse i suoi ordini al fronte, e un infinità di belle dame gli davano tutto quel che chiedeva pur di ricevere notizie dei loro innamorati; anzi, fu proprio questo il suo maggior guadagno.

Veramente, si dava anche che alcune mogli lo incaricassero di lettere per i mariti, ma poi lo pagavano così male e il profitto di queste spedizioni era così insignificante che lui non si degnava neppure di segnare nel suo libro degli utili le entrate pervenutegli a questo titolo.

Dopo aver fatto per qualche tempo il mestiere di corriere ed aver messo insieme una bella fortuna, egli fece ritorno da suo padre, ove non è possibile immaginare la gioia che si provò nel rivederlo.

Diede l’agiatezza a tutta la sua famiglia; ottenne per il padre e per i fratelli delle cariche create apposta per loro; li sistemò per bene tutti quanti e lui, dal canto suo, continuò a far l’uomo di corte.

Morale

Non c’è da amareggiarsi di aver figlioli molti,

Quando sian tutti belli e ben fatti e splendenti

Di salute nei volti.

Ma se l’un di essi è debole, si cela anche ai parenti

L’esistenza del misero, lo si sprezza e deride.

E tuttavia qualche volta si vide

Essere alla fin fine quel reietto

Da tutta la famiglia benedetto.

Fine.

Fiabe francesi della corte del Re Sole e del secolo XVIII

La favola del giorno

Pollicino – 2

Per quanto segretamente concertassero la cosa, non riuscirono ad evitare che Pollicino li udisse anche stavolta; egli pensò di cavarsi d’impaccio nello stesso modo della prima volta; ma alzatosi di buon mattino per andare a prendere i sassolini, non poté far nulla perché trovò la porta di casa sprangata e chiusa a doppia mandata. Non sapeva come fare, quando la donna diede ad ognuno dei figli un pezzo di pane per la colazione; allora gli venne l’idea di servirsi di quel pane al posto dei sassolini, sminuzzandolo lungo la strada che avrebbero fatto e seminandone le briciole per tutto il percorso; invece di mangiarselo, prese quindi il pane e se lo ficcò in tasca.

Padre e madre li condussero nel punto più folto e più buio della foresta; non appena furono lì, infilarono una scorciatoia e li lasciarono. Pollicino non se ne diede troppo pensiero, sicuro com’era di ritrovare facilmente la strada con l’aiuto delle briciole seminate per via, ma quale non fu il suo stupore, quando non poté ritrovarne neppure una: gli uccelli erano venuti e si erano mangiati ogni cosa!

Eccoli dunque in mille angustie, giacché più camminavano e più si smarrivano nella foresta. Sopraggiunse la notte e si levò un gran vento che faceva loro moltissima paura. Credevano di udire da ogni lato gli ululati dei lupi che accorrevano per mangiarli. Non osavano quasi parlarsi, né voltarsi indietro. Venne poi una gran pioggia che li bagnò fino alle ossa; a ogni passo scivolavano e cadevano nella mota, e quando si rialzavano tutti infangati, non sapevano dove mettere le mani.

Pollicino si arrampicò in cima a un albero per vedere se potesse scoprire qualche via di salvezza: guardando da tutte le parti, scorse un lumicino, come una luce di candela, ma lontano lontano, al di là della foresta. Scese dall’albero, ma quando fu a terra non vide più nulla, e ne fu desolato. Però, dopo aver camminato per qualche tempo insieme ai fratelli, nella direzione dove avevano visto la luce, la rivide nuovamente uscendo fuori dal bosco.

Finalmente arrivarono alla casa dove si vedeva quel lume, non senza aver provato grandi strette di cuore, perché spesso l’avevano perduta di vista, soprattutto ogni volta che scendevano in qualche valletta. Bussarono alla porta e una brava donna venne ad aprire. Chiese loro cosa volessero. Pollicino le disse ch’erano dei poveri ragazzi i quali si erano smarriti nella foresta e le chiedevano da dormire per carità. La donna, nel vederli tutti così graziosi, scoppiò a piangere e disse loro:

  • Ahimè! miei poveri bambini, dove siete mai capitati? Non sapete che questa è la casa d’un orco che mangia tutti i bambini?
  • Ahimè, signora, – le rispose Pollicino che tremava come una foglia non meno degli altri fratelli, – che possiamo fare? Se non ci fate entrare in casa vostra, è sicuro che stanotte i lupi ci mangeranno. E in tal caso, preferiamo che sia il padron di casa a mangiarci; forse avrà compassione di noi, se lo pregherete di risparmiarci.

La moglie dell’Orco pensò che forse avrebbe potuto nasconderli al marito fino al mattino dopo e li lasciò entrare, li portò a scaldarsi accanto a un buon fuoco, giacché vi era un intero montone infilzato in uno spiedo per la cena dell’Orco.

Mentre incominciavano a scaldarsi si sentirono bussare tre o quattro fortissimi colpi alla porta: era l’Orco che rincasava. In un baleno la moglie li nascose tutti sotto il letto e andò ad aprire la porta. L’Orco chiese subito se la cena era pronta, se il vino era stato portato su dalla cantina e, senza perder tempo, si mise a tavola. Il montone era ancora al sangue, ma questo glielo fece sembrar più gustoso. Intanto però andava fiutando a destra e a manca, dicendo che sentiva odore di carne viva.

  • Certamente, – gli disse la moglie, – è quel vitello che ho sbuzzato or ora a farvi sentire quest’odore.
  • Sento odore di carne viva, te lo ripeto, – riprese l’Orco, guardando sua moglie di traverso; – e qui c’è qualcosa che non capisco.

Nel dir questo, egli si alzò da tavola e si diresse difilato verso il letto.

  • Ah! – disse, – mi volevi prendere in giro, maledetta strega! Non so cosa mi tiene dal non mangiare anche te: ringrazia Iddio che sei una bestia vecchia! Ecco qui della selvaggina che vien giusto a proposito, per offrire un bel pranzo a tre orchi miei amici i quali devono venire a trovarmi uno di questi giorni.

Li tirò fuori di sotto il letto uno dopo l’altro. I poveri bambini si misero in ginocchio, chiedendogli perdono; ma essi avevano a che fare col più crudele di tutti gli orchi, il quale, ben lungi dal provare compassione per loro, se li divorava già con gli occhi e diceva alla moglie che sarebbero stati una pietanza davvero squisita, specialmente se li avesse serviti in una buona salsa.

Andò a prendere un coltellaccio e, avvicinandosi ai poveri bambini, lo affilava su una lunga pietra che teneva nella mano sinistra. Ne aveva già agguantato uno quando la moglie gli disse:

  • Che ne volete fare a quest’ora? Non avrete abbastanza tempo domani?
  • Sta’ zitta, – rispose l’Orco, – così saranno più frolli.
  • Ma abbiamo ancora tanta di quella carne, – continuò la moglie: – ecco lì un vitello, due montoni e la metà di un maiale.
  • Hai ragione, – disse l’Orco; – rimpinzali bene, che non dimagriscano, e portali a dormire.

La brava donna tirò un sospiro di sollievo e tutta contenta, portò ai ragazzi una bella cena; ma loro non poterono mangiare, perché avevano avuto troppa paura. Quanto all’Orco, si rimise a bere, felice di avere di che soddisfare i suoi amici. Bevve una dozzina di bicchieri più del solito, il che gli diede un poco alla testa, e lo costrinse ad andarsene a letto. Continua domani.

La favola del giorno

Pollicino

C’era una volta un taglialegna e una taglialegna, marito e moglie, i quali avevano sette figli, tutti maschi. Il maggiore aveva dieci anni, il minore sette. Ci si domanderà come mai questo taglialegna avesse avuto tanti figli in così poco tempo, ma è che sua moglie era una donna molto sbrigativa e non ne dava alla luce meno di due per volta.

Erano poverissimi, e questi sette figli davano loro un gran pensiero, perché nessuno di loro era ancora in grado di guadagnarsi il pane.

Un’altra cosa che li tormentava era che l’ultimo nato era molto gracile e non parlava mai; essi scambiavano per stupidaggine quello che era un segno invece della bontà del suo carattere. Egli era piccolissimo e quando era venuto al mondo non superava la grandezza di un dito pollice, perciò lo avevano chiamato Pollicino.

Il povero bambino era la vittima della casa, gli davano sempre torto, eppure era il più scaltro e il più avveduto di tutti i fratelli, e se parlava poco, sapeva però ascoltare molto bene.

Capitò un’annata assai brutta, e la carestia si fece tanto sentire che quei poveri sposi decisero di disfarsi dei loro figlioli.

Una sera che i ragazzi erano a letto e il taglialegna se ne stava accanto al fuoco insieme alla moglie, egli le disse, col cuore stretto dal dolore:

  • Come vedi, non possiamo più dar da mangiare ai nostri figlioli; non ho cuore di vedermeli morire di fame davanti agli occhi, perciò mi son deciso a condurli domani nel bosco e ad abbandonarli; non sarà difficile: intanto che loro si divertiranno a raccogliere fascine, non avremo che da scappar via senza che se ne accorgano.
  • Ah! – esclamò la moglie, – come troverai il coraggio di abbandonare tu stesso i tuoi bambini?

Il marito ritornò a parlarle della loro miseria, ma lei non riusciva ad acconsentire: era povera, ma era madre. Tuttavia, dopo aver riflettuto a qual dolore avrebbe provato nel vederseli morire di fame, finì col dire di sì e andò a dormire piangendo.

Pollicino aveva sentito tutti i loro discorsi; infatti, avendo capito, dal letto dov’era, che loro parlavano di faccende serie, egli si era alzato pian piano ed era scivolato fin sotto lo sgabello di suo padre, per ascoltarli senz’essere veduto.

Tornato a letto, non chiuse occhio per tutto il resto della notte, pensando a quello che doveva fare. Si alzò di buon mattino, andò in riva a un ruscello, si riempì ben bene le tasche di sassolini bianchi, poi tornò a casa. Partirono tutti alla volta del bosco, e Pollicino non disse nulla ai suoi fratelli di tutto quello che sapeva.

Entrarono così in una foltissima foresta dove, a distanza di dieci passi, non ci si vedeva l’uno con l’altro. Il tagliaboschi si mise a far legna e i ragazzi a raccoglier fuscelli per farne delle fascine. Padre e madre, vedutoli intenti nel loro lavoro, si allontanarono in punta di piedi e poi se la svignarono per un sentiero fuori mano.

Quando i bambini si videro soli cominciarono a piangere e a gridare con tutte le forze. Pollicino lasciava che strillassero, ben sapendo come avrebbe fatto a farli tornare a casa giacché, cammin facendo egli aveva lasciato cadere lungo la via i sassolini bianchi che aveva in tasca. Perciò disse loro:

  • Non abbiate paura, fratelli miei, i nostri genitori ci hanno lasciato qui, ma vi condurrò io a casa: venitemi tutti dietro.

Essi gli andarono dietro e lui li ricondusse a casa per lo stesso sentiero che li aveva portati nella foresta. Al principio non osarono entrare, ma misero tutti l’orecchio alla porta di casa per ascoltare quel che il padre e la madre dicevano fra loro.

Proprio nel momento in cui il taglialegna e sua moglie erano rientrati in casa, il signore del villaggio aveva fatto consegnare loro dieci scudi che da gran tempo gli doveva. Questo era bastato per ridargli la vita, giacché quella povera gente moriva di fame. Così il taglialegna aveva subito mandato la moglie dal macellaio, e poiché da molto tempo essi non avevano mangiato, la donna comperò tre volte più carne di quanta non ne occorresse per il pranzo di due sole persone. Quando si furono sfamati, la moglie cominciò a dire:

  • Poveri noi! Dove saranno adesso i nostri bambini? Chissà che festa avrebbero fatto a questa grazia di Dio! Ma tant’è, Guglielmo, sei stato proprio tu a volerli abbandonare; te l’avevo detto io, che ci saremmo pentiti. Cosa faranno adesso in quella foresta? Ahimè, mio Dio, i lupi li avranno forse mangiati! Sei stato proprio senza cuore, a lasciare così le tue creature!

Il tagliaboschi finì col perdere la pazienza, giacché la moglie aveva ripetuto più di cento volte che lui se ne sarebbe pentito e che lei l’aveva previsto. Minacciò di picchiarla se non la smetteva.

Ciò non vuol dire che il taglialegna non fosse forse anche più addolorato di sua moglie, ma lei dàgli e dàgli, lo aveva seccato, e lui rassomigliava a tanti altri, a cui piacciono moltissimo le donne che ti dànno ragione, ma non possono soffrire quelle che dicono di aver sempre previsto tutto.

La moglie del taglialegna si scioglieva in lagrime e continuava:

  • Ahimè, dove saranno i miei bambini, i miei poveri bambini?

Alla fine lo disse così forte che i bambini, i quali erano dietro la porta di casa, la sentirono e si misero a gridare tutti insieme:

  • Siamo qui! Siamo qui!

Lei corse lesta ad aprire la porta e disse loro abbracciandoli:

  • Che piacere di rivedervi, miei cari figlioli! Chissà che stanchezza avrete addosso e che fame! e tu, Pierino, mamma mia come ti sei conciato! vieni qui che ti pulisca un po’.

Questo Pierino era il figlio maggiore, quello che la madre preferiva a tutti gli altri, perché era un po’ rosso di capelli, come lei.

Si misero a tavola e mangiarono con un appetito che allargava il cuore al padre e alla madre, ai quali essi raccontarono, parlando quasi tutti in una volta, la paura che si erano presi restando soli nella foresta. Quella brava gente era tutta contenta di rivedersi in casa i figlioli, e questa contentezza durò finché durarono i dieci scudi. Ma quando il denaro fu andato, essi ripiombarono nelle angustie di prima e decisero di abbandonarli nuovamente: anzi, per non sbagliare il colpo, pensarono di condurli più lontano della prima volta. Continua domani.

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 4

Qualche tempo dopo, il Re partì per andare a combattere l’imperatore di Cantalabutta, suo vicino. Lasciò la reggenza alla Regina sua madre e le raccomandò caldamente la moglie e i figlioli. Avrebbe dovuto rimanere in guerra tutta l’estate; non appena fu partito, la Regina-madre mandò nuora e nipoti in una casa di campagna in mezzo ai boschi, per poter più facilmente soddisfare le sue orribili voglie. Qualche giorno dopo vi andò anche lei, e una sera disse al suo capocuoco:

  • Domani a pranzo mi voglio mangiare la piccola Aurora.
  • Ah, Maestà! – disse il cuoco.
  • Voglio così, – disse la Regina (e lo disse con un tono da orchessa che voglia mangiare carne tenera), – e la voglio mangiare in salsa Robert.

Il pover’uomo, ben vedendo che non era il caso di scherzare con un’orchessa, prese un coltellaccio e salì in camera della piccola Aurora: ella aveva allora quattro anni; ridendo e saltando gli gettò le braccia al collo e gli chiese uno zuccherino. Lui si mise a piangere, il coltello gli cadde di mano, e corse giù nel cortile a sgozzare un agnellino, accompagnandolo con una salsa così buona, che la sua padrona gli dichiarò di non aver mangiato mai nulla di tanto squisito. Nel frattempo lui aveva portato via con sé la piccola Aurora e l’aveva affidata a sua moglie affinché la nascondesse nel loro quartierino in fondo al cortile. Otto giorni dopo, la perfida Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi a cena il piccolo Sole.

Lui non batté ciglio, deciso a ingannarla come la prima volta. Andò a cercare il piccolo Sole, e lo trovò che tirava di fioretto con una grossa scimmia; eppure non aveva che tre anni! Lo portò a sua moglie, che lo nascose insieme alla piccola Aurora e cucinò al posto del piccolo Sole, un caprettino molto tenero, che l’orchessa trovò delizioso.

Sin qui tutto era andato benissimo: ma una sera, la malvagia Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi la Regina mia nuora, cucinata con la stessa salsa dei suoi figlioli.

Fu qui che il povero capocuoco disperò di poterla nuovamente ingannare. La giovane regina aveva ormai vent’anni suonati, senza contare i cent’anni che aveva dormito; la sua pelle era un po’ spessa, quantunque bianca e liscia: come trovare, in tutte le stalle un animale così duro! Per salvare la propria vita, il cuoco prese la decisione di tagliarle la gola e salì nella camera di lei, col proposito di non pensarci due volte. Cercava di eccitare il proprio furore ed entrò nella stanza della giovane regina col pugnale in mano; però non volle prenderla di sorpresa e le riferì, con molto rispetto, l’ordine ricevuto dalla Regina.

  • Fate, fate pure, – disse lei, porgendogli il collo; – eseguite l’ordine che v’hanno dato; andrò a rivedere i miei bambini, i mei poveri bambini che ho tanto amato.

Li credeva morti, da quando glieli avevano portati via senza dirle nulla.

  • No, no, Maestà! – le rispose il povero cuoco tutto intenerito, – voi non morirete, né per questo dovrete rinunciare a vedere i vostri figli; ma li vedrete in casa mia, dove li ho nascosti, e ancora una volta ingannerò la Regina madre, facendole mangiare una giovane cerca al vostro posto.

La portò subito in casa sua, dove la lasciò affinché potesse abbracciare i suoi figli quando voleva e piangere con loro, e lui andò a cucinare una cerva, che la Regina si mangiò per cena, e con lo stesso appetito che se fosse stata sua nuora. Ella era assai contenta della propria crudeltà, e si preparava a dire al Re, quando fosse tornato, che dei lupi affamati avevano divorato la Regina sua moglie e i suoi bambini.

Una sera che, secondo il solito, andava vagando pei cortili e le corti di servizio, allo scopo di fiutarvi l’odore della carne cruda, ella udì in una stanza al pianterreno il piccolo Sole che piangeva, perché la mamma gliele voleva dare in punizione di qualche marachella; sentì pure la piccola Aurora che interveniva a chiedere perdono per il fratellino. L’orchessa riconobbe la voce della Regina e quella dei suoi figli; furibonda per essere stata ingannata, ella ordinò, con voce così terribile da far tremare tutti, che l’indomani mattina si portasse in mezzo al cortile una gran vasca, ch’ella fece riempire di vipere, rospi, bisce e serpenti, per farvi buttare dentro la Regina, i suoi figli, il capocuoco con la moglie e la serva di casa; aveva dato ordine di portarli tutti con le mani legate dietro la schiena. Essi erano lì, e i carnefici già si preparavano a gettarli nella vasca, quando il Re, che non ci si aspettava tornasse così presto, entrò nel cortile, a cavallo; era arrivato di gran carriera e chiese, tutto stupito, cosa voleva dire quell’orribile spettacolo. Nessuno osava parlare, quando l’orchessa, pazza dalla rabbia nel vedere quel che vedeva, si gettò da se stessa a testa in giù nella vasca e in un attimo venne divorata da tutte quelle bestiacce messe lì per suo ordine. Il Re non mancò di addolorarsene: era sua madre; ma ben presto se ne consolò con sua moglie e con i suoi bambini.

Morale

Attendere un pezzetto per avere uno sposo

Ricco, ben fatto, gentile, amoroso,

E’ cosa naturale.

Ma attendere cent’anni sempre dormendo è un fatto

Davvero eccezionale,

Né più si trova donna ch’abbia un sonno siffatto…

Poi la favola sembra voler dire altra cosa:

Che i bei nodi d’Imene, anche se ritardati,

Posson render la vita deliziosa,

E che, per aspettar, non van sciupati.

Ma le donne ci metton tanto ardore

A desiar la fede coniugale,

Che a me manca la forza e manca il cuore

Di predicare lor questa morale.

Fiabe francesi della Corte del Re Sole e del secolo XVIII

fine

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 3

Entrò così in un grande cortile, ove tutto quel che vide per prima cosa sarebbe bastato a impietrirlo dallo spavento. C’era un silenzio che metteva paura: l’immagine della morte era ovunque presente; non si vedevano che corpi distesi in terra di uomini e di animali, che sembravano morti. Si accorse tuttavia, dai nasi rubizzi e dalle gote vermiglie dei guardaportoni, ch’essi erano solo addormentati; e i loro bicchieri, dov’erano ancora qualche goccia di vino, dicevano chiaro che si erano addormentati bevendo. Il Principe attraversa un grande cortile lastricato di marmo; sale la scala, entra nella sala delle guardie, che erano tutte schierate in fila, con la carabina in spalla e russavano a più non posso. Attraversa parecchie sale gremite di cavalieri e di dame, tutti addormentati, alcuni in piedi, altri seduti. Entra in una stanza tutta dorata, e vede sopra un letto, i cui cortinaggi erano rialzati da ogni lato, il più sublime spettacolo che mai avesse veduto: una principessa che sembrava avere quindici o sedici anni e la cui splendente bellezza aveva qualcosa di luminoso e di divino! Si avvicinò tremante per l’ammirazione e cadde in ginocchio accanto a lei. E qui, poiché la fine dell’incantesimo era arrivata, la Principessa si svegliò, e guardandolo con occhi più teneri di quanto un primo incontro non sembri permetterlo:

  • Siete voi, mio Principe, – gli disse. – Vi siete fatto molto aspettare!

Il Principe incantato da queste parole e più ancora dal modo nel quale erano proferite, non sapeva come dimostrarle la sua gioia e la sua riconoscenza; le assicurò che l’amava più di se stesso. I discorsi di lui erano un po’ sconnessi e per questo piacquero di più: poco eloquenza, molto amore. Egli era più impacciato di lei, né c’è da farsene meraviglia: la Principessa aveva avuto tutto il tempo di pensare a quello che avrebbe dovuto dirgli; giacché è plausibile (la storia però non ne dice nulla) che la buona fata, durante un sonno così lungo, le avesse procurato sogni piacevoli. Insomma erano già quattro ore che i due si parlavano e non si erano ancora detti la metà delle cose che avevano da dirsi.

Intanto tutto il palazzo si era svegliato con la Principessa: ognuno aveva ripreso le proprie faccende; e siccome non tutti erano innamorati, avevano una fame da morire. Una dama d’onore, desiderosa di mangiare non meno degli altri, si spazientì e disse ad alta voce alla Principessa che il pranzo era servito. Il Principe aiutò la Principessa ad alzarsi dal letto; ella era già tutta vestita, e assai splendidamente; ma lui si guardò bene dal farle osservare che era vestita come la sua bisnonna e aveva un colletto che le arrivava fino agli orecchi; non per questo era meno bella. Passarono nel salone degli specchi, e vi cenarono, serviti dagli ufficiali della Principessa. Gli oboe e i violini suonarono sinfonie antiche, ma molto belle, quantunque fossero ormai quasi cent’anni che non le si eseguiva; dopo cena senza perder tempo, il primo cappellano celebrò le loro nozze nella cappella del castello, e la dama d’onore tirò le cortine del loro letto. Dormirono poco: la Principessa non ne aveva un gran bisogno, e il Principe la lasciò di buon mattino per tornarsene in città, dove suo padre doveva essere in pensiero per lui. Il Principe gli disse che, andando a caccia, egli si era perduto nella foresta ed aveva dormito nella capanna di un carbonaio, il quale gli aveva dato da mangiare pane nero e formaggio. Il Re suo padre, ch’era un buon uomo, lo credette, ma la madre non ne fu persuasa; e vedendo che quasi tutti i giorni il figlio se ne andava a caccia e aveva sempre bell’e pronta qualche scusa, quando era stato fuori due o tre notti, fu sicura che doveva esserci di mezzo qualche passioncella amorosa. In tal modo egli visse con la Principessa per più di due anni e ne ebbe due figli: il primo, che fu una femminuccia, si chiamava Aurora, il secondo, un maschietto, fu chiamato Sole perché sembrava ancora più bello della sorellina.

La Regina, per farlo parlare, disse più volte a suo figlio che ognuno a questo mondo è padrone di fare il proprio comodo; ma lui non osò mai confidarle il suo segreto: le voleva bene, ma ne aveva una certa paura, perché veniva da una famiglia di orchi e il Re l’aveva sposata soltanto a causa delle sue grandi ricchezze. Anzi si sussurrava a corte ch’ella aveva istinti da orchessa e che, vedendo passare qualche bambino, faticava un mondo a trattenersi dall’avventarglisi addosso: ecco perché il Principe non le disse mai nulla! Ma quando il Re morì, cosa che accadde due anni dopo, e lui si vide padrone del regno, rese pubblicamente noto il suo matrimonio e si recò con gran pompa al castello a prendere la Regina sua moglie. Le fu preparato un ingresso solenne nella capitale ove ella entrò in mezzo ai suoi due bambini. Continua domani.