La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere – 4

Proseguì un po’ lungo la navata avvicinandosi alla porta e ricominciò a sollevare le lastre, alla ricerca di un altro giaciglio per il cadavere che portava sulla schiena. Tirò su tre o quattro lastre, le appoggiò di lato, e poi rimosse la terra con la vanga. Non lavorava da molto quando mise allo scoperto una vecchia che indosso non aveva altro che la camicia. Era più vivace del primo cadavere, infatti Teig le aveva a malapena tolta di torno un po’ di terra, che si alzò a sedere e cominciò a gridare: – Oh, tu pagliaccio! Ah, tu pagliaccio! Com’è che non ha un letto?

Il povero Teig si tirò indietro e quando la donna si accorse che non riceveva risposta, chiuse dolcemente gli occhi, perse la sua energia e ricadde calma e tranquilla sotto la terra. Teig fece con lei come aveva fatto con l’uomo – la ricoperse con la terra e vi adagiò sopra le lastre di pietra.

Riprese a scavare vicino alla porta, ma tirate su non più di un paio di palate, notò che la mano di un uomo sbucava fuori, vicino alla vanga. “Per l’anima mia, se le cose stanno così non continuerò, – disse fra sé; – a che mi serve?” E di nuovo gettò sopra la terra e sistemò le lastre come erano prima. Quindi, seppure a malincuore, lasciò la chiesa, badando di chiudere la porta, girare la chiave e lasciarla dove l’aveva trovata. Sedette su una lapide che stava vicino alla porta e cominciò a pensare. Era molto in dubbio sul da farsi. Si prese la faccia fra le mani e pianse di stanchezza e d’angoscia, poiché a questo punto era assolutamente certo che non sarebbe arrivato a casa vivo. Fece un altro tentativo di allentare le mani del cadavere che gli stavano avvinghiate attorno al collo, ma erano strette come una morsa; e più cercava di liberarsene, più strettamente si avvinghiavano. Stava per tornare a sedersi, quando le fredde, orride labbra del morto gli dissero: – Carrick-fhad-vic-Orus, – e ricordò l’ordine dei folletti di portare con sé il cadavere in quel luogo se non fosse riuscito a seppellirlo dove già aveva provato.

Si alzò e si guardò attorno. – Non conosco la strada, – disse.

Appena pronunziate quelle parole il cadavere allungò improvvisamente la mano sinistra che gli era stata serrata attorno al collo, e la tenne distesa a mostrargli la via che avrebbe dovuto seguire. Teig prese la direzione verso cui le dita erano tese e uscì dal cimitero. Si ritrovò su una strada piena di solchi e di sassi, e di nuovo si fermò, non sapendo dove andare. Il cadavere allungò una seconda volta la mano ossuta e gli indicò una strada diversa da quella per la quale era venuto alla vecchia chiesa. Teig seguì quella strada, ed ogni volta che arrivava ad un incrocio con un sentiero o con un’altra strada il cadavere sempre allungava la mano e indicava con le dita, mostrandogli la direzione da prendere.

Svoltò a molti crocicchi e percorse molti sentieri tortuosi, quando finalmente, a lato della strada, vide un vecchio camposanto; ma dentro non c’era chiesa, né cappella, né altra costruzione. Il cadavere lo strinse forte ed egli si fermò. – Seppelliscimi, seppelliscimi nel camposanto, disse la voce.

Teig proseguì verso il vecchio camposanto, e non ne era distante più di venti iarde quando, nell’alzare gli occhi, vide centinaia e centinaia di spettri – uomini, donne e bambini – seduti in cima al muro di cinta, o in piedi dentro il cimitero, o che correvano avanti e indietro, che lo segnavano a dito, e intanto poteva scorgere le loro bocche aprirsi e chiudersi come se stessero parlando, benché non si udisse parola o suono alcuno.

Ebbe paura a continuare, così rimase dov’era e nell’istante in cui si fermò tutti gli spettri si calmarono e smisero di agitarsi. Allora Teig comprese che stavano cercando di impedirgli di entrare. Andò avanti per un paio di iarde e immediatamente tutta quella folla si precipitò nel punto verso cui si stavano muovendo, e vi rimase così strettamente ammassata che lui pensò non sarebbe mai riuscito ad aprirsi un varco, se pure avesse avuto intenzione di tentare: ma non aveva nessuna intenzione di farlo. Ritornò sui suoi passi abbattuto e sconsolato, e una volta giunto a un paio di iarde dal camposanto si fermò di nuovo perché non sapeva quale direzione prendere. Sentì all’orecchio la voce del cadavere che diceva: – Teampoll-Ronan, – e la mano scheletrica si allungò di nuovo ad indicargli la via.

Stanco com’era, non poteva smettere di camminare, e la strada non era né breve, né regolare. La notte era più scura che mai ed era difficile andare avanti. Molte volte gli capitò di urtare contro qualcosa e più di un livido gli si segnò sul corpo. Infine scorse in distanza, davanti a sé, Teampoll-Ronan, in mezzo al cimitero. Proseguì verso la chiesa e, vedendo che sul muro non c’erano spettri o altro, credette di essere sano e salvo e pensò che questa volta non avrebbe trovato ostacoli nello sbarazzarsi finalmente del suo carico. Si diresse verso il cancello, ma mentre lo stava attraversando, incespicò nella soglia. Prima di potersi riprendere, qualcosa che non riuscì a vedere lo afferrò per il collo, per le mani e per i piedi e lo colpì, lo scosse, lo soffocò, finché non lo ridusse quasi in fin di vita; e per ultimo fu sollevato e trasportato a più di cento iarde da lì e poi gettato in un vecchio fosso, col cadavere sempre aggrappato alla schiena.

Si alzò, contuso e dolente, ma aveva paura ad avvicinarsi di nuovo a quel luogo, perché non aveva scorto nulla prima di essere buttato a terra e trascinato via.

  • Ehi tu, cadavere, lì sulla mia schiena, – disse, – devo ritornare al cimitero? – ma il cadavere non diede risposta. – E’ segno che non vuoi che ci riprovi, – disse Teig.

Era molto in dubbio sul da farsi, quando il cadavere gli parlò all’orecchio e gli disse: – Imlogue-Fada.

  • Oh, maledizione! – disse Teig, – devo portarti là? Se mi fai camminare così ancora per molto ti avviso che cadrò sotto il tuo peso. Continua domani.

La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere – 2

Aveva appena pronunciate queste parole, quando udì il parlottare di molte voci, e un calpestio di piedi sulla strada davanti a sé. “Chi mai può andare in giro a quest’ora di notte e per una strada così solitaria!” disse fra sé.

Si fermò in ascolto e sentì le voci di molte persone che parlavano fra loro, ma non riuscì a capire cosa stessero dicendo.

  • Oh, Beata Vergine! – dice. – Chi sarà? Non parlano né irlandese, né inglese; che siano Francesi! – Avanzò per un paio di iarde e vide chiaramente alla luce della luna della gente piccola piccola che in gruppo di dirigeva verso di lui portando qualcosa di grosso e pesante. “Oh, accidenti! – dice fra sé, – non saranno mica i folletti, quelli lì!” Gli si rizzarono fin le radici dei capelli e un brivido gli passò per le ossa vedendo che stavano dirigendosi verso di lui a passo svelto.

Guardò di nuovo, e si accorse che il gruppo era formato da una ventina di ometti: non ce n’era neanche uno che fosse più alto di tre piedi, tre piedi e mezzo, ed alcuni avevano i capelli grigi e sembravano assai vecchi. Guardò ancora, ma non riuscì a scoprire che fosse quella cosa pesante che portavano, finché non giunsero vicino a lui e gli si misero tutti intorno. Gettarono il pesante fardello sulla strada e immediatamente egli vide che si trattava di un corpo senza vita.

Diventò freddo come la Morte, e non un filo di sangue gli scorreva più nelle vene quando un piccolo ometto, vecchio e grigio, si avvicinò a lui e: – Non è una fortuna, – gli disse, – che ti abbiamo incontrato, Teig O’ Kane?

Il povero Teig non riusciva a spiccicare una sola parola né a muovere le labbra, se pure avesse trovato qualcosa da dire, e così non rispose.

  • Teig O’Kane, – ripeté l’ometto grigio, – non ti abbiamo trovato al momento giusto?

Teig non fu in grado di rispondergli.

  • Teig O’Kane, – fa ancora quello, – per la terza volta, non è una fortuna che ti abbiamo trovato al momento giusto?

Ma Teig rimaneva in silenzio, perché aveva paura a rispondere ed era come se la lingua gli si fosse attaccata al palato.

L’ometto grigio si volse ai compagni e i suoi occhietti brillanti sprizzavano gioia. – E, – dice, – ora che Teig O’Kane è senza parole, possiamo fare di lui quel che vogliamo. Teig, Teig, tu conduci una brutta vita, e noi possiamo farti schiavo. Non puoi resisterci, è inutile cercare di contendere con noi. Solleva quel cadavere.

Teig era così spaventato che riuscì soltanto a balbettare le due parole: – Non voglio; – per quanto spaventato, era infatti ostinato e caparbio come al solito.

  • Teig O’Kane non vuole sollevare il cadavere, – disse il piccolo ometto con un risolino maligno, in tutto e per tutto simile allo spezzarsi di una fascina o di ramoscelli secchi, e con una vocina aspra come il tocco di una campana fessa. – Teig O’Kane non vuole sollevare il cadavere – fateglielo sollevare; – e prima che l’ordine gli uscisse di bocca si erano tutti radunati attorno al povero Teig, chiacchierando e ridendo fra loro.

Teig cercò di scappare, ma lo seguirono e, mentre correva, un omino gli fece lo sgambetto, cosicché Teig cadde come un sacco sulla strada. Poi, prima che potesse alzarsi, i folletti lo afferrarono, chi per le mani, chi per i piedi, e lo tennero stretto, con la faccia rivolto a terra, così da impedirgli di muoversi. In sei o sette quindi alzarono il corpo inanimato, glielo tirarono sopra, e glielo sistemarono sulla schiena. Il petto del cadavere fu premuto contro la schiena e le spalle di Teig, e le braccia del morto gli vennero gettate attorno al collo. Poi gli ometti si allontanarono da lui un paio di iarde, e gli permisero di alzarsi. Teig si tirò su imprecando e con la schiuma alla bocca e si scosse con l’intenzione di scrollarsi il cadavere dalla schiena. Ma quali non furono in lui la paura e lo stupore quando s’accorse che le due braccia mantenevano stretta la presa attorno al collo e le gambe rimanevano avvinghiate saldamente ai suoi fianchi e che, per quanta forza ci mettesse, non riusciva a liberarsene più di quanto un cavallo non possa sbarazzarsi della sella. Allora una paura terribile lo colse e credette d’essere perduto. “Accidenti, è finita! – si disse. E’ stata la vita sregolata che faccio a dare al “buon popolo” questo potere su di me. Prometto a Dio e Maria, Pietro e Paolo, Patrick e Bridget che se uscirò sano e salvo da questa brutta avventura mi comporterò bene per il resto dei miei giorni, e sposerò la ragazza”.

L’ometto grigio gli si avvicinò di nuovo e gli disse: – Ora, piccolo Teig, – gli dice, – non hai sollevato il cadavere quando ti ho detto di sollevarlo, e vedi bene che ci sei stato costretto; forse anche quando ti dirò di seppellirlo non lo farai finché non ti avremo costretto!

  • Qualsiasi cosa posso fare per vostra signoria, – disse Teig, – la farò, – poiché stava diventando ragionevole, ma se non fosse stato per la gran paura che aveva non si sarebbe mai lasciato sfuggire di bocca quelle parole gentili.

Di nuovo l’ometto fece udire quella specie di risolino. – Ti stai calmando ora, Teig, – gli dice. – E scommetto che prima che abbia chiuso con te ti sarai calmato ben bene. Ascoltami adesso, Teig O’Kane, e se non mi obbedirai in tutto quello che ti dirò, te ne pentirai. Devi trasportare il cadavere che hai sulle spalle fino a Teampoll-Démus, fin dentro la chiesa. Devi alzare le lastre di pietra e rimetterle a posto nella stessa identica maniera, e poi portare la terra fuori dalla chiesa e lasciare il posto com’era quando sei arrivato, di modo che nessuno possa accorgersi che c’è stato qualche cambiamento. Ma non è tutto. Può darsi che il cadavere non possa venir sepolto nella chiesa; forse vi riposa qualcun altro e, se così è, è probabile che non sia disposto a dividere il suo letto con un estraneo. Se non ti sarà consentito seppellirlo a Teampoll-Démus, devi portarlo a Carrick-fhad-vic-Orus, e seppellirlo là, nel cimitero; e se non riesci a sistemarlo in quel posto, portalo con te a Teampoll-Ronan; e se quel cimitero ti è precluso, portalo a Imlogue-Fada; e se non puoi seppellirlo lì, non ti rimane altro da fare che portarlo a Kill-Breedya, e là lo potrai seppellire senza alcun ostacolo. Non so dirti in quale di queste chiese ti verrà concesso di mettere sotto terra il cadavere, ma so che in una o nell’altra ti sarà permesso di farlo. Se eseguirai bene questo lavoro te ne saremo riconoscenti e non avrai motivo di lamentarti; ma se ti mostrerai lento o svogliato, sta’ certo che otterremo soddisfazione. Continua domani.

La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere

Mi è stato difficile collocare questa bellissima storia di Douglas Hyde. Fra gli spettri o fra i folletti? Si trova fra i folletti in base alla considerazione che tutti questi spettri e corpi non sono affatto spettri e corpi, ma pishogues – incantesimi dei folletti. Si sente spesso di simili visioni in Irlanda. Ho incontrato un uomo che aveva condotto una vita sregolata come il protagonista della storia, sino a quando – una notte scura – non ebbe, nella contea di …, una visione non certo terribile quanto quella qui riportata, ma sufficiente a fargli cambiare idea e completamente il carattere: non vuole più uscire di notte; se gli si parla all’ improvviso trema. E’ diventato timoroso e strano. E’ andato dal vescovo a farsi benedire con l’acqua santa. “Può essere stato un avvertimento, – ha commentato il vescovo; – tuttavia i grandi teologi sono dell’opinione che nessun uomo abbia mai assistito ad una apparizione, perché nessuno vi sopravviverebbe”.

C’era una volta, nella contea di Leitrim, un giovanotto forte e allegro, figlio di un ricco fattore. Suo padre aveva molto denaro e non ne faceva certo mancare al figlio. Una volta cresciuto, il ragazzo si era perciò abituato a preferire il divertimento al lavoro e il padre, che non aveva altri figlioli, gli era talmente affezionato che gli permetteva di fare sempre il comodo suo. Il giovane non badava affatto al denaro, e spendeva e spandeva le monete d’oro come un altro avrebbe fatto con quelle di metallo. In casa lo si trovava raramente, ma se nell’arco di dieci miglia c’era un mercato, o una gara, o un raduno, potevate star certi che lui era là. Del resto era anche difficile passasse una notte in casa del padre; se ne stava sempre fuori a vagabondare e, come per shawn bwee molto tempo fa, c’era “l’amore di ogni ragazza nella sua camicia”.

Tanti sono i baci che diede e ricevette, perché era molto bello e non c’era ragazza in tutto il paese che non se ne sarebbe innamorata se solo avesse fissato su di lei il suo sguardo, ed è per ciò che qualcuno compose per lui questi versi:

Guarda lì quel briccone, è per baci che va scorrazzando,

Non fa gran meraviglia, tanto è fatto così;

Come un riccio di siepe, di notte andrà in giro arraffando

Va da un luogo ad un altro, ma poi dorme nel dì.

Giunse infine a condurre una vita del tutto sregolata e senza freni. In casa del padre non lo si vedeva mai, né di giorno, né di notte; era sempre a zonzo o se ne andava per i suoi giri notturni di luogo in luogo e di casa in casa, tanto che i vecchi scuotevano il capo e dicevano fra loro: – Non ci vuol molto a indovinare che ne sarà della terra una volta morto il vecchio; suo figlio la farà fuori in un anno; sarà anzi la terra a non reggerlo tanto a lungo.

Era sempre a giocare d’azzardo o a carte e a bere, ma il padre non faceva mai caso alle sue brutte abitudini e non lo puniva mai. Un giorno però il vecchio venne a sapere che il figlio aveva rovinato la reputazione di una ragazza dei dintorni. Si arrabbiò molto, chiamò a sé il figlio e gli disse con tono calmo e ragionevole: – Figlio mio, – dice, – tu sai che fino ad ora ti ho voluto molto bene, e che non ti ho mai impedito di fare di testa tua, di qualunque cosa si trattasse. Ti ho dato denaro in abbondanza e ho sempre sperato di poter lasciare a te la casa e la terra e tutto quello che mi appartiene, dopo che me ne sarò andato; ma oggi ho sentito sul tuo conto una storia che mi ha fatto indignare. Non immagini neppure che dolore ho provato nel venire a sapere di te una cosa simile, e ora ti dico chiaro e tondo che se non sposi quella ragazza lascerò la casa, la terra e ogni altro avere al figlio di mio fratello. Non potrei mai lasciarli a uno che ne facesse un uso cattivo come ne fai tu, che inganni le donne e insidi le ragazze. Decidi dunque se vuoi sposare la ragazza e avere insieme a lei la mia terra in eredità, o se preferisci rifiutarti di sposarla e rinunciare a tutto quello che ti era destinato; e fammi sapere domani mattina quale delle due soluzioni hai scelto.

  • Ach! Dannazione! Padre, non puoi dirmi una cosa del genere! A me che sono un così buon figliolo. Chi ti ha raccontato che non voglio sposare la ragazza? – fa lui.

Ma il padre se ne era già andato e il giovanotto sapeva fin troppo bene che avrebbe mantenuto la parola; era, in cuor suo, molto preoccupato perché, per quanto suo padre fosse una persona tranquilla e gentile, non si era mai rimangiato la parola una volta data, e non c’era uomo in tutto il paese che fosse più duro di lui da piegare.

Il ragazzo non sapeva che decisione prendere. Era sinceramente innamorato della ragazza e desiderava sposarla, prima o poi, ma avrebbe preferito rimanere così ancora per un po’, e continuare con le sue vecchie abitudini – a bere, a spassarsela e a giocare a carte; inoltre era seccato che suo padre gli avesse ordinato di sposarsi e che l’avesse minacciato nel caso non lo avesse fatto.

“Non è uno stupido, mio padre? – diceva fra sé, – io ero ben disposto a sposare Mary, anzi, ero fin troppo impaziente; e adesso che mi minaccia, accidenti, ho una gran voglia di lasciar perdere ancora per un po’”.

La sua mente era in un tale tumulto che non sapeva decidersi su cosa gli convenisse fare. Alla fine uscì nella notte per calmare il sangue che gli ribolliva e andò fino alla strada. Si accese la pipa e siccome la notte era bella, continuò a camminare finché l’andatura veloce non cominciò a fargli dimenticare il suo cruccio. La notte era luminosa e si era al primo quarto di luna. Non tirava un alito di vento e l’aria era calma e mite. Andò avanti per quasi tre ore, quando improvvisamente, s’accorse che era notte tarda e doveva rincasare. – Accidenti! Devo aver perso la nozione del tempo, – dice; sarà già quasi mezzanotte. Continua domani.

La favola del giorno

La cena del prete

Persone che dovrebbero intendersene di queste cose affermano che il “buon popolo”, o i folletti, sono angeli cacciati dal paradiso e approdati su questa terra, mentre gli altri angeli loro compagni, che una colpa più grave trascinava verso il basso, sono precipitati più giù, verso un luogo peggiore. Vero o falso che sia, c’era una allegra combriccola di folletti che danzava e si abbandonava agli scherzi più pazzi in una chiara sera di luna, verso la fine di settembre. Il luogo di questi svaghi non era molto distante da Inchegeela, nella parte occidentale della contea di Cork – un villaggio povero, anche se vi si trovava una caserma per i soldati; ma alte montagne e rocce aride, come quelle che lo circondano bastano a portare la miseria dovunque: ad ogni modo, siccome i folletti possono avere tutto quello che vogliono, solo che ne esprimano il desiderio, la miseria non li spaventa molto, e la loro unica preoccupazione sta nello scovare angoli poco frequentati e posti dove è difficile che qualcuno possa arrivare a guastare il loro divertimento.

Questi piccoli esserini stavano su un bel tappeto d’erba verde presso la riva del fiume e danzavano in cerchio più vispi che mai: ad ogni balzo i loro berretti rossi si agitavano al chiarore della luna e i loro salti erano così leggeri che le gocce di rugiada, pur tremando sotto i loro piedi, non erano disturbate da tutte quelle capriole. Erano dunque intenti ai loro giochi e giravano su se stessi, facevano piroette e inchini, si dileguavano e provavano ad assumere ogni forma possibile, finché uno di essi cinguettò:

Basta, basta tamburellare,

Non possiamo più giocare;

Dall’odore

Posso dire

Un prete sta per arrivare!

E tutti i folletti sgattaiolarono via più in fretta che poterono, nascondendosi sotto le verdi foglie della digitale, dove, se per caso i piccoli cappucci rossi fossero spuntati, sarebbero solo sembrate le campanelle cremisi della pianta; e altri si nascosero dietro il lato ombroso delle pietre e dei rovi e altri sotto la sponda del fiume, e in nicchie e fessure d’ogni genere.

Il folletto che aveva dato l’allarme non si era sbagliato; infatti, lungo la via che si scorgeva dal fiume, veniva, sul suo pony, Padre Horrigan, e fra sé pensava che, essendo così tardi, avrebbe posto fine al suo viaggio alla prima capanna cui fosse arrivato. Seguendo questo proposito, si fermò all’abitazione di Dermod Leary, sollevò il chiavistello, ed entrò con un: – La mia benedizione a tutti.

Non è il caso di dire che Padre Horrigan era dovunque un ospite gradito, poiché nessun uomo era più pio e più amato in tutto il paese. Dermod era perciò molto dispiaciuto di non avere nulla di saporito da offrire per cena al reverendo assieme alle patate, che la “vecchia” (così Dermod chiamava la moglie, anche se questa non aveva di molto superato i vent’anni) aveva messo in una pentola a bollire sul fuoco. Gli venne in mente la rete che aveva teso nel fiume, ma l’aveva gettata solo da poco e non c’erano molte probabilità che un pesce vi si fosse impigliato. “Non fa niente, – pensò Dermod, – fare un salto giù a vedere non può certo far male; e, dato che desidero il pesce per la cena del prete, forse quello sarà lì ancor prima di me”.

Dermod andò giù alla riva del fiume e nella rete trovò il più bel salmone che mai avesse guizzato nelle luccicanti acque del “frondoso Lee”; ma, mentre stava per tirarlo fuori, la rete gli fu strappata di mano, non seppe dire come o da chi, e il salmone se ne scappò via, nuotando felice nella corrente come se niente fosse accaduto.

Dermod rimase a fissare pieno di tristezza la scia che il pesce aveva lasciato sull’acqua, splendente come un filo d’argento al chiaro di luna, quindi, con un moto rabbioso della mano destra, pestando un piede, diede sfogo ai suoi sentimenti borbottando:

  • Che la cattiva sorte ti possa seguire notte e giorno, dovunque tu vada, maledetto furfante di un salmone! Dovresti vergognarti di te, se sei capace di provar vergogna, scivolarmi via in questo modo! E sono ben convinto che farai una brutta fine, perché è stata qualche forza cattiva ad aiutarti – non ho forse sentito tirare la rete dall’altra parte con tanta violenza che pareva il diavolo in persona?
  • E’ falso quello che dici, – disse uno dei piccoli folletti che erano fuggiti all’avvicinarsi del prete, dirigendosi verso Dermod Leary con un’intera schiera di compagni alle calcagna;
  • Eravamo soltanto noi, una dozzina e mezzo, a tirare dall’altra parte.

Dermod fissò con sorpresa il minuscolo interlocutore, il quale proseguì: – Non darti alcun pensiero per la cena del prete; se tornerai da lui a chiedergli una cosa da parte nostra, in men che non si dica si troverà apparecchiata davanti la più bella cena mai messa in tavola.

  • Non voglio aver niente a che fare con voi, – rispose Dermod con tono deciso; e dopo una pausa aggiunse: – Vi sono molto obbligato per la vostra offerta, signore, ma mi guardo bene dal vendermi a voi, o ad altri della vostra specie, per una cena; e inoltre, so che Padre Horrigan tiene tanto in considerazione la mia anima da non volere che io la impegni per sempre, qualunque cosa possiate mettergli davanti; e con questo la faccenda è chiusa.

Il piccolo folletto, con una ostinazione che i modi di Dermod non riuscivano a vincere, continuò: – Vuoi fare una cortese domanda al prete per noi?

Dermod stette un po’ a pensare, e aveva ben ragione a farlo, ma decise che a nessuno poteva venire del male per aver posto una cortese domanda. – Non ho niente in contrario a eseguire quanto mi chiedete, signori, – disse Dermod, – ma non voglio avere nulla a che fare con la vostra cena finché vivrò – badate bene.

  • Allora, – disse il piccolo folletto che parlava, mentre gli altri si affollavano dietro di lui da tutte le parti, – vai e chiedi a Padre Horrigan di dirci se le nostre anime saranno salvate il giorno del giudizio, come le anime dei buoni cristiani; e, se ci sei amico, torna a riferirci quanto ti dirà, senza indugiare.

Dermod se ne andò alla capanna dove trovò che le patate erano state versate sul tavolo e la sua buona moglie porgeva a Padre Horrigan la più grossa, un bel pomo rosso ridente, fumante come un cavallo sotto sforzo in una notte di gelo.

  • Scusate, Reverendo, – disse Dermod, dopo qualche esitazione, – posso avere l’ardire di farvi una domanda?
  • Cosa mai può essere? – chiese PadreHorrigan.
  • Ecco, allora, scusandomi con voi, Reverendo padre, per la libertà che mi prendo, la domanda è: le anime del “buon popolo” saranno salvate il giorno del giudizio?
  • Chi ti ha detto di farmi questa domanda, Leary? – disse il prete fissandolo molto severamente. Dermod, che non sapeva resistere al suo sguardo, rispose: – Non dirò bugie su questa storia e nient’altro che la verità in vita mia. Sono stati i folletti che mi hanno mandato a farvi questa domanda, e ce ne sono a migliaia giù alla riva del fiume, ad aspettare che ritorni con la risposta.
  • Ritorna senz’altro, – disse il prete, – e di che vengano loro stessi qui da me, se lo vogliono sapere, ed io risponderò a questa e a qualsiasi altra domanda desiderino rivolgermi col più grande piacere al mondo.

Dermod ritornò dunque dai folletti che si radunarono a frotte attorno a lui per sentire la risposta che il prete aveva dato; e Dermod, da quell’uomo coraggioso che era, parlò chiaro davanti a loro: ma quando sentirono che avrebbero dovuto andare dal prete fuggirono via, chi di qua, chi di là, chi da una parte, chi dall’altra, guizzando accanto al povero Dermod così velocemente e in tal numero, che egli ne fu del tutto disorientato.

Quando si riprese, e ce ne volle un bel po’, fece ritorno alla capanna e mangiò le sue patate asciutte assieme a Padre Horrigan, il quale non dava alcuna importanza alla cosa; ma Dermod non poteva fare a meno di pensare che era una faccenda assai strana che il Reverendo padre, le cui parole avevano il potere di scacciare i folletti tanto in fretta, non avesse niente di saporito per cena, e che il bel salmone che aveva nelle reti gli fosse stato strappato via in quel modo.

Fiabe popolare irlandese.