La favola del giorno

Il Nano Giallo – 8

Mentre scriveva, udì una voce che suo malgrado, destò tutta la sua attenzione, e nel vedere le onde farsi sempre più grandi, egli guardava da tutte le parti, quando vide emergere una donna di straordinaria bellezza; ella non era vestita che dei suoi lunghi capelli e questi, dolcemente agitati dal vento, fluttuavano sull’onde. In una delle mani teneva un pettine, nell’altra uno specchio e una lunga coda di pesce piena di pinne terminava il suo corpo. Dinanzi a una così straordinaria visione il Re rimase senza fiato ed ella, non appena fu abbastanza vicina per farsi udire, così gli parlò:

  • Ben conosco tutta la tristezza che vi tormenta per la lontananza della vostra Principessa, e per colpa della strana passione che la Fata del Deserto ha concepita per voi; se volete, posso trarvi in salvo da questo luogo fatale ove altrimenti potrete anche languire per più di trent’anni!

Il Re, a tale proposta, non sapeva cosa rispondere; non che gli mancasse la voglia di uscire dalla sua prigionia, ma aveva paura che la Fata del Deserto avesse preso questo nuovo sembiante per trarlo in inganno. Mentre egli esitava, la Sirena, che aveva indovinato i suoi pensieri, gli disse:

  • Non crediate ch’io vi tenda un tranello, sono troppo sincera per voler favorire i vostri nemici: tutti i soprusi della Fata del Deserto e del suo Nano Giallo m’hanno esacerbata contro di loro; io vedo ogni giorno la vostra infelice Principessa: la sua bellezza e i suoi meriti mi muovono a compassione e, ve lo ripeto, se avete un poco di fiducia in me, sono disposta a salvarvi.
  • La mia fiducia in voi è così totale, – esclamò il RE, – che farò tutto ciò che mi direte; ma, poiché avete visto la mia principessa, non tardate a darmi sue notizie.
  • Non perdiamo troppo tempo in chiacchiere, – disse lei; – venite subito con me, vi condurrò al castello d’acciaio, e lascerò su questa spiaggia un fantoccio così simile a voi che la stessa fata sarà tratta in inganno.

E ammassando alcune alghe ne fece un fantoccio, poi, soffiandovi sopra per tre volte:

  • Alghe marine, amiche care, – disse, – vi ordino di starvene distese sulla sabbia, senza muovervi di qui, sino a quando la Fata del Deserto non venga a prendervi.

Le alghe si ricoprirono di pelle e presero un aspetto così simile a quello del Re delle Miniere d’oro, che egli non riusciva a credere ai suoi occhi; si rivestirono di un abito uguale al suo e presero una cera pallida e disfatta, come quella di un annegato; nel frattempo la buona Sirena invitò il principe a sedersi sulla sua coda di pesce e ambedue presero il largo con eguale soddisfazione.

Continua domani 

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 6

Ma cosa fu del principe allorché, attraversando il vasto spazio celeste, egli scorse la sua cara Principessa prigioniera in un castello tutto d’acciaio le cui mura, colpite dai raggi del sole, divenivano altrettanti specchi accecanti i quali incenerivano tutti coloro che volevano accostarvisi? Ella si trovava entro la sua cerchia, in un boschetto, distesa accanto a una fonte: aveva un braccio ripiegato sotto il capo e con l’altra mano sembrava asciugarsi le lagrime; alzando gli occhi al cielo come per chiedere soccorso, vide passare il Re insieme alla Fata del Deserto la quale allora, grazie alle sue arti magiche, apparve agli occhi della principessa come la più meravigliosa fanciulla del mondo.

  • Misera me! – ella esclamò, – non son forse abbastanza infelice in quest’inaccessibile castello, ove l’orribile Nano Giallo mi tiene prigioniera? E adesso, per colmo di disgrazia, occorre che anche il demone della gelosia mi venga a tormentare? Occorre che, grazie a una così straordinaria avventura, io venga a sapere che il Re delle Miniere d’Oro mi è infedele? Di certo egli ha creduto, non vedendomi più, di essere liberato da tutti i giuramenti che mi ha fatti. Chi mai sarà quella temibile rivale la cui bellezza è superiore alla mia?

Nel mentre che ella ragionava così, il Re innamorato provava un dolore mortale per doversi allontanare così in fretta dal caro oggetto dei suoi desideri. S’egli avesse creduto la Fata meno potente, avrebbe fatto tutto il possibile per allontanarsi da lei, vuoi cercando d’ucciderla, vuoi in qualche altro modo suggeritogli dal suo amore e dal suo coraggio: ma che poteva fare contro una creatura così potente? Soltanto il tempo e l’astuzia potevano farlo sfuggire alle sue mani.

La Fata aveva scorto Tuttabella e cercava negli occhi del Re di penetrare l’effetto che quella vista aveva prodotto sul cuore di lui.

  • Nessuno meglio di me, – egli le disse, – può dirvi quel che volete sapere: l’incontro imprevisto con un infelice principessa per la quale un tempo ho provato un certo attaccamento, prima d’innamorarmi di voi, m’ha un poco scosso; ma nel mio cuore voi siete talmente al di sopra di lei che preferirei morire piuttosto che esservi infedele.
  • Ah, Principe, – disse lei, – potrò mai illudermi di avervi ispirato sentimenti così lusinghieri per me?
  • Il tempo ve ne convincerà, signora, – lui rispose; ma se volete darmi la prova che io sono entrato nelle vostre grazie non rifiutatemi il vostro aiuto per soccorrere Tuttabella.
  • Vi rendete conto di quel che mi chiedete? – Gli disse la Fata aggrottando le sopracciglia e guardandolo per storto. – Se non mi sbaglio, voi volete che adoperi la mia scienza contro il Nano Giallo che è il mio migliore amico, dovrei togliere dalle sue mani un’orgogliosa principessa ch’io non posso considerare altrimenti che come una rivale?

Il Re sospirò e non rispose nulla; che avrebbe potuto rispondere a una persona così perspicace?

Continua domani.   

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 5

Il Re immobile, sbalordito, e al colmo della disperazione, era lì, costretto ad assistere a un così straordinario avvenimento senza poter far nulla per impedirlo, allorquando, per colmo di sventura, gli sembrò che i suoi occhi si velassero, non vide più la luce, e al tempo stesso si sentì sollevare nello spazio celeste da un essere misterioso dalla forza prodigiosa… Quante sciagure! Amore, o crudele Amore, è questo il modo di trattare quello che ti riconoscono per loro vincitore?

La perfida Fata del Deserto era venuta insieme al Nano Giallo a prestargli man forte per rapire la Principessa, ma non aveva ancora posato gli occhi sul bel Re delle Miniere d’Oro, che il suo barbaro cuore non aveva potuto resistere al fascino del giovane principe: senza pensarvi due volte lo rapì e lo portò in fondo ad un orribile spelonca ove lo legò con molte catene ch’erano attaccate alla roccia; ella sperava che la paura di una morte imminente gli avrebbe fatto presto dimenticare Tuttabella e lo avrebbe spinto ad assecondare i suoi desideri.

Arrivati alla spelonca, la fata gli rese la vista, senza però rendergli la libertà, e valendosi delle sue arti magiche per ottenere i vezzi e le bellezze che la natura le aveva negati ella gli apparve sotto il leggiadro sembiante di una ninfa capitata per caso in quei luoghi.

  • Cosa vedono i miei occhi? – ella esclamò. – Come, siete voi, amabile Principe; quale sciagura vi colpisce e vi trattiene in così triste luogo?

Il Re, ingannato da quelle mendaci apparenze le rispose:

  • Ahimè, mia bella ninfa, io non so a che cosa mira la furia infernale che mi ha condotto qui; ma, quantunque ella m’abbia tolto l’uso della vista, quando mi ha rapito, e che da allora non mi si sia mostrata, non ho esitato tuttavia a riconoscere dalla sua voce che si tratta della Fata del Deserto.
  • Ah, signore! – esclamò la falsa ninfa, – se siete caduto fra le mani di quella donna, voi non ne uscirete senza prima averla sposata; ella ha giocato un tiro simile a più di un eroe, e non esiste al mondo una persona più cocciuta nelle proprie idee.

Intanto ch’ella fingeva di prender viva parte al dolore del principe, egli scorse i piedi della ninfa, che erano simili a quelli di un grifone: era questo il segno da cui la fata si poteva riconoscere in tutte le sue varie metamorfosi; giacché, per quanto concerneva i piedi di grifone, lei non era in grado di cambiarli.

Il Re fece finta di nulla, e parlandone in tono confidenziale:

  • Io non ho nulla contro la Fata del Deserto, – disse, – ma non sopporto che ella protegga il Nano Giallo contro di me e mi tenga incatenato come un criminale. Cosa le ho fatto? Ho amato un’incantevole principessa, ma so benissimo che se la fata mi restituisce la libertà, la riconoscenza non tarderà a far sia che io dia a lei il mio amore.
  • Dite sul serio? – gli chiese la ninfa presa al laccio.
  • Certamente, – rispose il Re, – sono incapace di fingere, anzi vi confesso che una fata può lusingare maggiormente la mia vanità che non una semplice principessa; però, anche se dovessi morire d’amore per lei farei vista d’odiarla sino a quando non m’avesse ridato la libertà.

La Fata del Deserto, ingannata da queste parole, prese la decisione di portare il Re in un luogo altrettanto ameno quanto era tetra quella spelonca e quindi, invitandolo a salire nel suo cocchio, al quale aveva attaccato dei cigni al posto dei pipistrelli che abitualmente lo conducevano, ella si trasportò all’altro polo. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 4

Finalmente, il giorno tanto atteso e tanto desiderato arrivò: ogni cosa era pronta per le nozze di Tuttobella; pifferi e trombe annunciavano il grande avvenimento per tutta la città; le strade erano ricoperte da un tappeto di fiori; il popolo accorse sul grande piazzale dinanzi al palazzo; la Regina, felice, non aveva fatto neppure in tempo a coricarsi, che già si era alzata per impartire gli ordini necessari e scegliere i gioielli destinati ad adornare la Principessa: ella non portava che diamanti, ma ne aveva dalla testa ai piedi, perfino le sue scarpe ne erano tempestate e sul suo vestito di broccato d’argento erano ricamati una dozzina di raggi di sole che non costavano poco davvero! Era proprio il caso di dire che non vi era nulla di più brillante, e che soltanto la bellezza della giovane Principessa poteva dirsi ancora più splendente! Un ricco diadema le ornava il capo; le chiome le scendevano in belle onde fino ai piedi, e la maestà della sua persona spiccava fra tutte le dame che la scortavano. Il Re delle Miniere d’Oro non era meno elegante né sfarzoso: la gioia traspariva dal suo volto e da tutti i suoi gesti; nessuno che lo avvicinasse, si allontanava da lui senza aver ricevuto una grazia o senza un qualche ricordo della sua liberalità: difatti, egli aveva fatto sistemare attorno alla sala dei festeggiamenti mille barili pieni d’oro, e grandi sacchi di velluto ricamato di perle, destinati ad essere riempiti di zecchini sonanti; ognuno di essi poteva contenerne centomila, e lì si dava senza distinzione a tutti quelli che tendevano la mano, e così questa piccola cerimonia, che non era una delle meno utili e piacevoli della festa, vi attirò molte persone assai poco sensibili ad ogni altro divertimento.

La Regina e la Principessa, prima di raggiungere il Re ed uscire con lui, stavano attraversando una lunga galleria, quando videro entrare due grossi galli d’India, i quali si tiravano dietro una brutta scatola sconquassata; li seguiva una vecchia, la cui decrepitezza non era meno sorprendente della sua bruttezza estrema: ella si appoggiava a una stampella, portava un collare arricciato di seta nera, un cappuccio di velluto rosso, un guardinfante a brandelli; senza dire una parola fece tre giri coi suoi galli d’India, poi, fermandosi nel bel mezzo della galleria e brandendo la stampella con aria minacciosa:

  • Ehi voi, Regina, e voi, Principessa, – esclamò, – a quanto pare, credete di poter impunemente venir meno alla parola data al Nano Giallo, mio ottimo amico? Io son la Fata del Deserto; senza di lui, senza il suo melarancio, non sapete forse che i miei terribili leoni vi avrebbero sbranate? Nel regno delle fate tali offese non si sopportano: decidete subito quel che dovete fare, giacché, lo giuro per il mio cuffione, voi lo sposerete oppure la mia stampella vi darà il fatto suo!
  • Ah, Principessa, – disse la Regina esterrefatta, – cosa sento? Che mai avete promesso?
  • Ah, madre mia, – rispose piangendo Tuttabella, – e voi, allora, che avete promesso?

Il Re delle Miniere d’Oro, indignato per quel che vedeva e per il fatto che la perfida vecchia venisse a ostacolare la sua felicità, si avvicinò a lei con la spada sguainata e, puntandogliela sulla gola:

  • Disgraziata, – le disse, – allontanati per sempre da questi luoghi, oppure la tua morte mi vendicherà della tua perfidia!

Non aveva ancora detto queste parole che il coperchio della scatola si sollevò con un orribile fracasso e schizzò fino al soffitto: ne saltò fuori il Nano Giallo, a cavallo di un gatto spagnolo, il quale venne a mettersi fra la Fata del Deserto e il Re delle Miniere d’Oro.

  • Giovane temerario, – gli disse, – che non ti venga in mente di oltraggiare quest’illustrissima fata; è soltanto con me che tu hai a che fare: sono io il tuo rivale, il tuo nemico; l’infedele Principessa che adesso si vuol dare a te, diede a me la sua parola, e ricevette la mia; guarda un po’ s’ella non porta un anello fatto con uno dei miei capelli; prova a toglierglielo, e la cosa ti farà capire come il tuo potere sia di gran lunga inferiore al mio.
  • Miserabile mostro, – disse il Re, – come puoi avere la temerarietà di professarti adoratore della mia divina Principessa e di pretendere un così glorioso possesso? Ma non t’accorgi che sei un mostriciattolo, la cui odiosa figura fa venir male agli occhi, e che ti avrei già tolto la vita, se tu fossi degno di una morte così gloriosa?

Il Nano Giallo, offeso nel profondo dell’anima, appoggiò lo sperone nel ventre del gatto che si diede a miagolare in modo spaventoso, e saltando qua e là, faceva indietreggiare tutti, ad eccezione del prode Re, il quale si faceva sempre più accosto al Nano, allorché a un certo punto, questi brandì un largo coltellaccio di cui era armato, e sfidando il Re a duello, discese nel piazzale davanti al palazzo accompagnato da uno strano fragore.

Il Re, corrucciato, lo seguì a gran passi. Non appena furono uno di fronte all’altro e al cospetto di tutta la Corte affacciata ai balconi, il sole, all’improvviso, si fece rosso come se fosse stato coperto di sangue, e si offuscò a tal punto che a malapena ci si vedeva: tuoni e fulmini sembravano voler annunciare la fine del mondo; i due galli d’India apparvero a scortare il perfido Nano quali due giganti alti come montagne, e gettavano fuoco e fiamme dagli occhi e dalla bocca con tale abbondanza che li si sarebbero scambiati per una fornace ardente. Tutte queste cose non sarebbero bastate a intimorire il magnanimo cuore del nostro giovane monarca; negli sguardi e nei gesti egli si mostrava così intrepido da tranquillizzare tutti coloro che tremavano per la sua salvezza e da mettere forse in imbarazzo il Nano Giallo. Ma il suo coraggio non fu in grado di resistere alla prova, quando egli vide in quale stato era ridotta la sua cara Principessa: la Fata del Deserto, più tremenda di Tisifone, con la testa brulicante di serpenti, montata su un grifone alato e armata di una lancia, la colpì con tanta forza che la povera Principessa cadde fra le braccia della Regina, tutta bagnata del proprio sangue. La tenera madre, più crudelmente ferita di quanto non lo fosse stata sua figlia, cominciò a gridare e a straziarsi in indicibili lamenti.

Allora il senno e il coraggio abbandonarono il Re; egli lasciò il campo, e si precipitò a soccorrere la Principessa o a morire con lei; ma il Nano Giallo non gli lasciò il tempo di raggiungerla: in groppa al suo gatto spagnolo, balzò sul balcone ove lei si trovava, la strappò dalle mani della Regina e delle dame, indi, saltando sul tetto del palazzo, sparì con la sua preda. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 3

Al tempo stesso, la povere Principessa li udì arrivare con terribili ruggiti.

  • Che fine farò? – esclamò lei. – Misera me! i miei verdi anni sono destinati a finire così?

Il perfido nano la guardava e rideva sdegnosamente:

  • Avrete almeno la gloria di morire zitella! – le disse, – e di non offuscare le vostre doti preclare imparentandovi imparentandovi con un con un miserabile nano par mio.
  • Per carità, non abbiatevene a male, – gli disse la Principessa pregandolo a mani giunte: – preferirei sposare tutti i nani dell’universo piuttosto che morire in modo così spaventoso!
  • Guardatemi bene, Principessa, prima di darmi la vostra parola, – egli insisté, – giacché non pretendo passare per quello che non sono.
  • Ma vi ho guardato, vi ho guardato, – disse lei; i leoni si stanno avvicinando, mi tremano le gambe, salvatemi, salvatemi, o morirò dalla paura!

Difatti non aveva finito di dire queste parole che cadde svenuta; senza saper come, si ritrovò nel suo letto con indosso la più bella camicia da notte del mondo, i più bei nastri, e un anellino, fatto d’un unico capello rosso, e così stretto che le sarebbe stato più facile strapparsi la pelle che toglierselo dal dito.

Quando la Principessa si accorse di tutto questo e ricordò quello che era accaduto la notte, fu presa da una malinconia che stupì e preoccupò tutta la Corte; la Regina ne fu più allarmata di ogni altro; le domandava e ridomandava cosa avesse, ma lei s’intestava a nasconderle la propria avventura.

Alla fine tutti gli Stati del reame, impazienti di veder maritata la loro cara Principessa, si riunirono in consiglio e vennero quindi a trovare la Regina, per pregarla di sceglierle uno sposo il più presto possibile. Ella rispose che non domandava di meglio, ma sua figlia dimostrava a questo proposito una tale ripugnanza che consigliava loro di andare a parlarle e di rivolgerle una solenne ramanzina: non se lo fecero dire due volte. Tuttabella aveva abbassato un bel po’ la sua cresta dopo la brutta avventura col Nano Giallo; non vedeva ormai un miglior mezzo per cavarsi d’impaccio che quello di sposare un grande re, con il quale quel buffo mostriciattolo non sarebbe stato in grado di contendere una così gloriosa conquista. Le sue risposte furono dunque più favorevoli di quanto si sperava: ella diceva che si sarebbe stimata felice nel poter restare zitella tutta la vita, tuttavia poiché era necessario acconsentiva a maritarsi col Re delle Miniere d’Oro; questi era un sovrano potentissimo e molto avvenente il quale da alcuni anni l’amava con il massimo ardore e che, sino a quel giorno, non aveva avuto alcun motivo di sperare d’esser contraccambiato.

E’ facile immaginare quale fu la sua gioia nell’apprendere una così lieta notizia, e il furore di tutti i suoi rivali nel dover abbandonare per sempre una speranza che la passione alimentava! Ma Tuttabella non poteva sposare venti re; già aveva faticato un bel po’ a sceglierne uno, giacché la sua vanità non era davvero diminuita, e lei era ancora persuasa che nessuno al mondo poteva valere quanto lei.

Si fecero i preparativi per la più grande festa di tutta la terra: il Re delle Miniere d’Oro si fece venire somme di denaro così prodigiose che tutto il mare brulicava di navi destinate a portargliele; si mandò a cercare presso gli Stati più eleganti e raffinati, e specialmente in Francia, tutto quello che c’era di più raro, per poter adornare degnamente la Principessa; ella aveva bisogno meno d’un’altra di tutti quei ninnoli che mettono in valore la bellezza: la sua era così perfetta che non c’era da aggiungervi nulla; il Re delle Miniere d’Oro, sentendosi prossimo a coronare il suo sogno d’amore, non si staccava mai dall’incantevole Principessa.

Poiché aveva interesse a conoscerlo, ella incominciò a studiarlo con cura e gli scoprì tanti meriti, tanta intelligenza, sentimenti così vivi e al tempo stesso delicati, insomma, un’anima tanto bella in un corpo così perfetto, che cominciò a provare per lui qualcosa di simile a ciò ch’egli provava per lei.

Quali felici momenti per ambedue, allorquando, nel più bel giardino del mondo, essi potevano rivelarsi a loro piacimento tutta la reciproca tenerezza! Tali gioie erano spesso accompagnate dai piaceri della musica; il Re, sempre galante e innamorato, componeva versi o canzoni in onore della Principessa. Una fra queste le fu particolarmente gradita:

Questi boschi, vedendovi, si son di foglie ornati,

E questi prati splendono di graziosi colori,

Ai vostri piedi Zefiro fa sbocciar mille fiori,

Raddoppiano i gorgheggi gli uccelli innamorati:

In questi luoghi ameni

Tutto vi arride in sembianti sereni.

Alla Corte non si connetteva più della gioia. Solo i rivali del Re, disperati per il successo di lui, se ne erano tornati nei loro stati, affranti dal più vivo dolore: l’assistere alle nozze di Tuttabella era troppo per loro! Ma le dissero addio in modo così commovente ch’ella non poté fare a meno d’impietosirsi sulla loro sorte.

  • Ah, signora! – le disse il Re delle Miniere d’Oro; – che scherzi son questi? Voi accordate la vostra compassione a degli spasimanti che uno solo dei vostri sguardi ha già fin troppo ripagati delle loro pene!
  • Mi rincrescerebbe, – replicò Tuttabella, – che voi foste indifferente alla compassione che ho dimostrata a quei principi che mi perdono per sempre; le vostre parole sono una prova del vostro affetto e le considero tali, ma signore, la loro situazione, com’è diversa dalla vostra! Voi dovete esser contento di me, loro, al contrario, hanno così poco motivo d’inorgoglirsene che non è giusto spingiate più oltre la vostra gelosia!

Il Re delle Miniere d’Oro, mortificato per il modo garbato col quale la Principessa trattava una cosa che avrebbe potuto offenderla, si gettò ai piedi di lei, e baciandole le mani, le chiese mille volte perdono. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo – 2

La Regina lo guardò, e non fu meno terrorizzata da quell’orribile sgorbietto, di quanto già non lo fosse dai leoni; restò come trasognata e non rispondeva nulla.

  • Come? Esitate, signora? – lui gridò; – si vede proprio che vi preme poco la vita!

In quel momento, la Regina scorse i leoni in cima a una collina, che correvano verso di lei; avevano ciascuno due teste, otto piedi, quattro file di denti, la loro pelle era più dura della tartaruga e più rossa del marocchino. A tale vista, la povera Regina, più tremante della colomba quando vede il nibbio, gridò più forte che poté:

  • Illustrissimo signor Nano, Tuttabella è vostra!
  • Oh! – fece lui torcendo il naso, – Tuttabella è troppo bella, non so che farmene, tenetevela.
  • Vi prego, illustrissimo, – continuava la Regina fuori di sé, – non rifiutatela: è la più incantevole principessa dell’universo.
  • E va bene! – rispose lui, – l’accetto proprio per compassione, ma ricordatevi che me l’avete regalata!

In quell’attimo il melarancio sul quale si trovava si aprì, la Regina vi si precipitò dentro ad occhi chiusi, l’albero si richiuse e i leoni rimasero a bocca asciutta.

La Regina era così turbata da non accorgersi che nell’albero c’era una porticina; finalmente la vide e l’aprì: dava su un campo di cardi e d’ortiche. Esso era circondato da un fossatello fangoso, e un po’ più in giù si vedeva una casetta bassissima, ricoperta di paglia: ne uscì fuori il Nano Giallo con un aria tutta ringalluzzita: zoccoli ai piedi, una giacchetta gialla di fustagno, niente capelli, due grandissime orecchie e un’aria da canaglia che non vi dico.

  • Signora suocera, son felice, – disse alla Regina, – che vediate il piccolo castello ove la vostra Tuttabella verrà a vivere con me; ella potrà nutrire con queste ortiche e questi cardi un asinello che la porterà a passeggio; sotto questo rustico tetto, si proteggerà dai rigori delle stagioni; berrà l’acqua di questo stagno e mangerà i ranocchi che vi trovano un lauto nutrimento; e per finire, m’avrà giorno e notte accanto a sé, bello, prestante e gagliardo come mi vedete; giacché sarei molto contrariato se la sua ombra dovesse farle più compagnia di me.

La povera Regina, considerando tutt’a un tratto la vita miserabile che il Nano prometteva alla sua cara figliola, e non potendo sopportare una così terribile idea, si sentì mancare le forze e cadde a terra lunga distesa, priva di sensi e senza aver avuto il fiato per rispondergli una sola parola; ma intanto ch’ella era così svenuta, fu trasportata con ogni riguardo nel suo letto, con in capo una bellissima cuffietta da notte, guarnita dai più sgargianti fiocchi, che mai avesse portato in tutta la sua vita. Al suo risveglio, la Regina si ricordò di quel che le era accaduto, ma le parve tutt’un sogno giacché, vedendosi nel proprio palazzo, circondata dalle sue dame e con la figlia accanto, non sembrava verosimile ch’ella fosse stata nel deserto, vi avesse corso così grandi pericoli e ne fosse stata salvata dal nano a una così dura condizione come quella di dargli Tuttabella. Però quella cuffietta di un merletto così raro, e quel nastro, la stupivano non meno del sogno che credeva di aver fatto cosicché, tormentata da questi pensieri, ella piombò in una malinconia così nera che quasi non poteva più parlare, né mangiare, né dormire.

La principessa, che le voleva un gran bene, cominciò a preoccuparsene assai; la supplicò più volte di dirle cos’aveva: ma la Regina, adducendo pretesti, le rispondeva vuoi che era tutta colpa della sua malferma salute, vuoi che qualcuno dei suoi vicini stava minacciando di farle guerra. Tuttabella vedeva bene che queste risposte erano plausibili; pensava però che, in fondo in fondo, vi doveva essere qualche altra cosa, e la Regina si studiava di nascondergliela.

Spinta da una preoccupazione che non riusciva più a dominare, ella decise d’andare a trovare la famosa Fata del Deserto, il cui sapere faceva tanto chiasso dappertutto; desiderava pure chiederle consiglio per sapere se dovesse restare zitella oppure maritarsi, giacché da ogni parte la spingevano a scegliersi uno sposo. Ella ebbe cura d’impastare personalmente la famosa torta destinata a placare il furore dei leoni; poi, una sera, fingendo di andare a letto presto, uscì servendosi di una scaletta segreta, col viso coperto da un lungo velo bianco che le cadeva fino ai piedi; così, sola soletta s’incamminò verso la grotta dove abitava la sapiente fata.

Ma giungendo presso il fatale melarancio che già conosciamo, ella lo vide così pieno di frutta e di fiori che le venne una gran voglia di coglierne; posò in paniere per terra, colse alcuni aranci e li mangiò. Ma quando si trattò di ritrovare il paniere e la torta, apriti cielo, ogni cosa era sparita! Tuttabella cerca, si affanna, si addolora e tutt’a un tratto vede accanto a sé l’orribile nanerottolo di cui abbiamo già parlato.

  • Cos’avete, bella ragazza, perché piangete? – chiese lui.
  • Povera me! Come potrei non piangere? – ella rispose; ho perduto il paniere con la torta che mi erano indispensabili per arrivare sana e salva dalla Fata del Deserto.
  • Eh! Che ci volete fare, bella ragazza? – disse il mostriciattolo; – io sono suo parente, amico suo, e per lo meno altrettanto sapiente quanto lei!
  • La Regina mia madre, – continuò la Principessa, – da qualche tempo in qua è caduta in una tristezza così terribile che mi fa temere per la sua vita; ho in mente che, forse, ne sono io la causa, giacché lei desidera ch’io mi sposi; vi confesso di non aver trovato ancora nulla che sia degno di me; per tutti questi motivi volevo parlare alla Fata.
  • Non ne vale la pena, Principessa, disse il Nano, – sono più adatto di lei a informarvi su queste cose. La Regina vostra madre è molto triste per avervi promesso in matrimonio.
  • La Regina mi ha promesso! – disse lei interrompendolo. – Ah! certamente v’ingannate, me l’avrebbe detto, e la faccenda mi riguarda troppo perché lei mi prometta a qualcuno senza il mio consenso.
  • Bella Principessa, – le disse il Nano gettandosi improvvisamente alle sue ginocchia, – mi lusingo che tale scelta non vi dispiacerà quando vi avrò detto che sono io ad essere destinato a questa felicità.
  • Mia madre vi vuole per genero! – esclamò Tuttabella indietreggiando di qualche passo. – E’ mai esistita una follia simile alla vostra?
  • Tale onore, – disse il Nano pieno di rabbia, – m’interessa ben poco: ma ecco i leoni che si avvicinano per sbranarvi, con tre morsi mi avranno vendicato del vostro ingiusto disprezzo. Continua domani.

La favola del giorno

Il Nano Giallo

C’era una volta una regina; aveva avuto parecchi figlioli, ma le era rimasta soltanto una figlia, che però ne valeva più di mille; la madre, essendo vedova, e non avendo nient’altro al mondo di così caro come quella principessina, aveva sempre una tale paura di perderla, che non pensava neppure a correggerla dei suoi difetti. E così, questa meravigliosa creatura, che si vedeva di una bellezza più divina che mortale e si sapeva destinata a salire sul trono, divenne talmente superba e compresa delle proprie grazie che disprezzava tutti quanti.

La Regina madre, con le sue carezze e la sua indulgenza, contribuiva a convincerla che nulla al mondo poteva essere degno di lei; ella si aggirava quasi sempre vestita come Minerva o come Diana, seguita dalle più insigni dame della Corte in abiti da ninfe; alla fine, per dare un ultimo tocco alla sua vanità, la Regina decise di chiamarla Tuttabella e, dopo averla fatta ritrarre dai più valenti pittori, ella mandò la sua effigie a parecchi re con i quali era legata da una stretta amicizia. Al vedere quel ritratto, non vi fu alcuno che potesse sottrarsi all’inevitabile potere del suo fascino: alcuni si ammalarono, altri perdettero la ragione, e i più fortunati arrivarono sani e salvi al cospetto di lei, ma non appena ella si mostrò, i poveri principi divennero suoi umili schiavi.

Non si era mai veduta una Corte più elegante e raffinata. Venti re, a gara si studiavano d’ingraziarsi Tuttabella, e dopo aver speso anche tre o quattro milioni, soltanto per dare una festa in suo onore, potevano ritenersi anche troppo ricompensati s’ella si degnava dir loro “com’è bello tutto ciò!” e niente di più. L’adorazione che ella suscitava rendeva felice la Regina; non passava giorno che alla Corte non arrivassero sette o ottomila sonetti ed altrettante elegie, canzoni o madrigali, spedite a quella volta da tutti i poeti dell’universo. Tuttabella era l’unico oggetto della poesia e della prosa dei suoi tempi; nessun fuoco di gioia veniva acceso altrimenti che con questi versi, i quali crepitavano e briciavano meglio delle più asciutte qualità di legname.

La principessa aveva ormai quindici anni: nessuno osava pretendere l’onore di divenire suo sposo, e nessuno non avrebbe sperato di divenirlo. Ma come fare a commuovere un cuore di tal tempra? Anche se ci si fosse fatti impiccare cinque o sei volte al giorno, a lei sarebbe parsa una cosina da nulla. I suoi spasimanti cominciavano a mormorare contro la sua crudeltà, e la povera Regina, che voleva darle marito, non sapeva da che parte voltarsi per deciderla a questo passo.

  • Perché non volete, – le diceva talvolta, – abbassare un pochino quest’insopportabile boria che vi fa considerare con disprezzo tutti i re che si presentano alla nostra corte? Io voglio darvene uno come sposo; abbiate almeno un poco di riguardo verso di me!
  • Mi trovo bene così, – le rispondeva Tuttabella, – permettetemi, Maestà, ch’io rimanga in questa beata indifferenza; se l’avessi già perduta, son sicuro che la cosa non vi sarebbe andata a genio!
  • Si, – repicava la Regina, – non mi andrebbe a genio che voi amaste qualcuno inferiore a voi; ma guardatevi attorno e osservate coloro che chiedono la vostra mano: non ne esistono altri che possano lontanamente confrontarsi a loro!

Questo era vero; ma la Principessa, infatuata dei propri meriti, credeva di valer ancora di più e a poco a poco, con quel suo incaponimento nel voler restare zitella, cominciò a dare a sua madre tanti e tali crucci che costei si pentì – ma troppo tardi! – d’essere stata tanto indulgente.

Incerta sul da farsi e preoccupata, ella si recò sola soletta a trovare una celebre fata, chiamata la Fata del Deserto; ma non era facile raggiungerla, giacché ella era guardata da terribili leoni. La Regina non avrebbe neppure rischiata l’impresa, se da tempo non avesse saputo che bastava gettare loro dei pezzi di una torta fatta con farina di miglio, zucchero candito e uova di coccodrillo; impastò da se stessa questa torta e la mise in un paniere che si infilò al braccio, poi partì.

Non essendo abituata a camminare tanto a lungo, dopo qualche tempo ch’era in viaggio, ella si sentì stanca, e sdraiatasi ai piedi di un albero per riposarsi un poco, senza accorgersene si addormentò: al suo risveglio il paniere era vuoto, la torta non c’era più, e per colmo di disgrazia, i leoni, i quali avevano fiutato la sua presenza, stavano arrivando: già si sentivano i loro ruggiti!

  • Povera me, che fine farò! – esclamò gemendo; – sarò certamente divorata viva! – Piangeva come una fontana, e non avendo la forza di muovere un passo per fuggire, si stringeva all’albero sotto il quale si era addormentata; a questo punto, le sembrò di sentire fare: “Chut, chut! Hem, hem!” Guarda di qua, guarda di là, e finalmente, alzando gli occhi, scorge in cima all’albero un omettino non più alto d’un palmo: stava mangiando delle arance e le disse:
  • Ohè, signora regina! Io vi conosco bene e so che tremate per la paura che i leoni vi mangino: come se non bastasse, siete pure rimasta senza torta!
  • Devo rassegnarmi a morire sbranata, – disse la Regina sospirando; – povera me! morirei almeno più tranquilla se mia figlia avesse già preso marito!
  • Davvero? Avete una figlia? – esclamò il Nano Giallo (lo chiamavano così per via del colore della sua pelle e del melarancio entro il quale abitava); – me ne rallegro moltissimo, giacché per l’appunto sto cercando moglie per terra e per mare; decidete voi: se me la promettete, io vi garantisco dai leoni, dalle tigri, e anche dagli orsi! Continua domani

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 13

Ma andate a vederlo voi stessi! Sarà meglio che leggere delle descrizioni! Era uno spettacolo incomparabile. Sembrava così anche ai viaggiatori, ma… lo stomaco era vuoto, il corpo stanco, e tutta la nostalgia del cuore era tesa ad un alloggio per la notte: ma come sarebbe stato? Non cercavano che questo con lo sguardo, senza curarsi della bellezza del paesaggio.

La strada attraversava un oliveto: era come passare, in Danimarca, tra salici nodosi. Ecco finalmente la locanda solitaria. Davanti vi era accampata una mezza dozzina di mendicanti sciancati: quello dall’aspetto migliore sembrava il “figlio maggiore della fame arrivato alla maggiore età”; gli altri erano ciechi o avevano le gambe ciondolanti e strisciavano sulle mani, oppure avevano le braccia rattrappite, e le mani senza dita. Era proprio la miseria in carne e ossa. – Eccellenza, miserabili – sospiravano allungando le membra malandate. L’ostessa venne in persona incontro agli ospiti, a piedi scalzi, con i capelli in disordine, e una camicia sporca sulla pelle nuda. Le porte erano legate con delle cordicelle, il pavimento della stanza era di mattoni, ma tutto rotto, dei pipistrelli volavano rasente al soffitto, e c’era un puzzo…

  • Allora è meglio apparecchiare nella stalla, – disse uno dei viaggiatori, – laggiù si sa almeno che aria si respira!

Furono spalancate le finestre perché potesse entrare un po’ d’aria fresca, ma prima ancora di questa entrarono le braccia rattrappite, e l’eterna lamentela: Miserabili, eccellenza! Le pareti erano piene d’iscrizioni, metà delle quali contro la bella Italia.

Fu portato da mangiare: era una minestra d’acqua, condita con pepe ed olio rancido, e anche l’insalata era stata condita con lo stesso olio: delle uova andate a male e delle creste di gallo fritte erano i pezzi forti del pranzo, persino il vino aveva un cattivo sapore, era un vero intruglio.

La notte le valigie furono accatastate contro la porta, e uno dei viaggiatori dovette far la guardia mentre gli altri dormivano: toccò allo studente di teologia: che aria irrespirabile lì dentro! Il caldo soffocava, le mosche ronzavano e pungevano, e fuori i miserabili piagnucolavano nel sonno.

  • Oh, sì, – sospirò lo studente, – viaggiare è bello, ma bisognerebbe non avere il corpo, e che l’anima volasse via mentre questo riposa. Dovunque io vada, c’è una miseria che fa male al cuore; vorrei avere qualcosa di meglio di quello che può dare il momento, qualcosa di più bello, la cosa più bella di tutte. Ma dove si trova? Cos’è? In fondo, so bene quello che voglio: vorrei raggiungere una méta felice, il massimo della felicità!

Appena pronunciate queste parole, si ritrovò a casa: le lunghe tendine bianche pendevano dalla finestra, e in mezzo alla stanza era posata una bara nera, dove egli dormiva un tranquillo sonno di morte: il suo desiderio era stato esaudito: il corpo riposava, mentre lo spirito era lontano, in viaggio.

“Non dichiarar nessuno felice prima che scenda nella tomba” Le parole di Solone trovavano qui una loro conferma.

Ogni cadavere è una sfinge dell’eternità; anche questa sfinge nel suo sarcofago nero non rispondeva a quel che si era domandato due giorni prima, da vivo:

                                         Morte possente, il tuo silenzio incombe

                                        sul mondo, dove l’orma dei tuoi passi

                                       non è segnata che da tombe e tombe.

                                      Unita resterà la terra al cielo?

                                         Quale sarà dell’anima la sorte?

                                        Risorger, come l’erba dopo il gelo,

                                        nel lugubre giardino della morte?

                                        Non vede il mondo, la pena maggiore:

                                        a te che fosti solo nella vita,

                                       non parrà troppo greve, sopra il cuore,

                                      il peso della terra, or che è finita.

Due figure si muovevano nella stanza, e noi le conosciamo: una era la fata del dolore e l’altra la messaggera della felicità. Entrambe si chinarono sul morto.

  • Vedi, – disse la fata del dolore, – che felicità hanno portato agli uomini le tue soprascarpe?
  • A quello che dorme qui, almeno, esse hanno procurato un bene duraturo!
  • No, – ribatté la prima, – se ne è andato spontaneamente, non è stato chiamato, e le forze spirituali che aveva in terra non sono state bastevoli a ottenergli, lassù i tesori che gli erano destinati!

Così dicendo gli tolse le soprascarpe dai piedi: subito il sonno della morte finì, e il resuscitato si sollevò dalla bara. La fata del dolore scomparve, ma scomparvero anche le soprascarpe: essa certo aveva pensato che fossero di sua proprietà.

Fine – The End

Le Fiabe di Hans Christian Andersen

Ringrazio tutti i lettori che hanno avuto la pazienza e la costanza di arrivare a questo punto.

Ringrazio oltremodo chi non ce la fatta e si è fermato per strada.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 12

Si infilò le soprascarpe e fu subito in giardino, dove c’erano un pero e un prugno. Per Copenaghen, anche un giardino piccolo come quello è un lusso.

Lo studente passeggiava in su e in giù; erano solo le sei, e dalla strada risuonò il corno di un postiglione.

  • Oh, viaggiare, viaggiare! – esclamò. – E’ certo la cosa più bella del mondo! E’ la mèta suprema dei mie desideri! Allora si placherebbe l’inquietudine che sento in me. Ma dovrei andare molto lontano! Vorrei vedere le meraviglie della Svizzera, andare in Italia…

E’ una vera fortuna che l’effetto delle soprascarpe fosse istantaneo, – altrimenti sarebbe andato a finire troppo lontano – sia per lui che per noi altri. Eccolo in viaggio. Era nel cuore della Svizzera, ma pigiato insieme ad altre otto persone, nell’interno di una diligenza. Aveva mal di capo, e la schiena gli doleva per la stanchezza; il sangue si era come arrestato nelle gambe, gonfie e strette negli stivali. Era in uno stato di dormiveglia. Nella tasca destra aveva una lettera di credito, in quella sinistra il passaporto, e sul petto un sacchetto di pelle con cuciti dentro alcuni luigi d’oro. Non faceva che sognare di aver perso l’uno o l’altro dei suoi tesori, e perciò continuava a svegliarsi di soprassalto, e il primo movimento era quello di tracciare con la mano una specie di triangolo da destra a sinistra, e poi su verso il petto, per sentire se aveva ancora tutto con sé o no. Ombrelli, bastoni e cappelli ballonzolavano nella rete sopra di lui e gli impedivano la vista che era veramente splendida; egli tentava di guardar fuori con la coda dell’occhio, mentre il suo cuore cantava quello che almeno un poeta di nostra conoscenza ha scritto in Svizzera, ma che poi non ha pubblicato, almeno sinora:

                                                         Come è bello il paesaggio!

                                                        Che splendore il Montebianco!

                                                        Finirei certo qui il viaggio

                                                       Sol che avessi dei quattrini!  

La natura all’intorno era grandiosa, solenne e cupa. I boschi di abeti sembravano erica sulle alte rocce, le cui cime si perdevano nelle nubi: cominciava a nevicare e soffiava un vento gelido:

  • Brr, – sospirò. – Fossimo già dall’altra parte delle Alpi! Allora sarebbe estate e avrei già riscosso il denaro con la mia lettera di credito. La paura di restar senza soldi non mi fa godere il paesaggio svizzero: oh, se fossi già al di là dei monti! – Ed eccolo dall’altra parte, nel cuore dell’Italia tra Firenze e Roma. Il lago Trasimeno nella luce della sera fiammeggiava come oro tra i monti scuri. Dove già Annibale aveva vinto Flaminio, ora i tralci di vite intrecciavano pacificamente le dita verdi; splendidi bambini mezzo nudi sorvegliavano un branco di maialini neri come il carbone, in un boschetto di allori profumati, al margine della strada. Era un quadro, e se potessimo riprodurlo fedelmente, tutti griderebbero felici: Italia bella. Ma non dicevano davvero così né il teologo Né alcun altro dei suoi compagni, stipati con lui nella diligenza del vetturino.

Migliaia e migliaia di mosche velenose e di zanzare entravano a volo nella carrozza, ed essi invano frustavano l’aria con dei rami di mirto, le mosche li pungevano lo stesso: nella carrozza non c’era nessuno che non avesse il viso gonfio e sanguinante per le punture. I poveri cavalli poi sembravano carogne, con sciami di mosche appiccicati sulla schiena, in grosse chiazze. Il vetturino scendeva e riusciva a raschiarle via, ma dopo un momento erano lì di nuovo. Il sole tramontava, e un breve, ma intenso brivido di freddo percorse tutta la natura. Non era affatto una sensazione gradevole, ma i monti e le nuvole all’intorno presero il più bel tono di verde, chiaro e luminoso.

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 11

  • Volavo sotto la palma verde e il mandorlo in fiore! – cantava il canarino, – volavo con i miei fratelli e le mie sorelle sui fiori meravigliosi e sul lago trasparente come il vetro, sul cui fondo si muovevano le piante. Vidi anche molti splendidi pappagalli che raccontavano delle storie divertentissime, tante storie, e lunghe lunghe.
  • Erano uccelli selvatici, – rispose il pappagallo, – senza istruzione. Ma siamo uomini! Perché non ridi? Se la padrona di casa e tutti gli ospiti ridono, potresti ben farlo anche tu. E’ un gran difetto quello di non saper gustare il lato umoristico delle cose! Ma siamo uomini!
  • Oh, ricordi le belle fanciulle che danzavano sotto le tende, vicino agli alberi in fiore? Ricordi i dolci frutti e il succo rinfrescante delle erbe selvatiche?
  • Sì, che ricordo, – rispose il pappagallo, – ma qui sto molto meglio! Ho da mangiare bene e son trattato come uno di casa: so di avere una bella intelligenza e non pretendo di più. Ma siamo uomini! Tu hai l’animo di un poeta, come si dice, e io ho solide cognizioni e spirito; tu avrai il famoso genio, ma ti manca il buon senso, ti lanci, senza pensare, negli acuti più alti, e allora ti gettano addosso qualcosa per farti star zitto. Ma con me questo non osano farlo, perché son venuto a costar loro un po’ di più. E poi metto soggezione col mio becco così tagliente!
  • Oh, mia calda terra in fiore! Gorgheggiava intanto il canarino. – Canterò dei tuoi alberi verde scuro, delle tue tranquille insenature marine, dove la chiara superfice dell’acqua è baciata dai rami degli alberi, canterò del giubilo di tutti i miei variopinti fratelli e delle mie splendenti sorelle, là dove cresce l’albero del deserto, il cactus!
  • – Ma finiscila con questi piagnistei, – brontolò il pappagallo. – Di qualche cosa che facia ridere! Il riso è l’indice del più alto livello spirituale. Guarda un po’, se un cane o un cavallo sanno ridere! No, son capaci di piangere, ma il riso è stato concesso unicamente all’uomo. Oh, oh, oh, – fece poi, ripetendo la sua spiritosaggine, – ma siamo uomini!
  • Grigio uccellino danese, –  cantò il canarino, – sei stato fatto prigioniero anche tu! Nei tuoi boschi certo fa freddo, ma c’è la libertà! Vola via! Hanno dimenticato di chiudere la tua gabbia, e l’ultima finestra è aperta: vola via!

Il copista non se lo fece dire due volte, ed eccolo fuori dalla gabbia. In quel momento la porta socchiusa, che metteva nella stanza accanto, scricchiolò, e sgusciò dentro il gatto di casa, agile, con i suoi verdi occhi lucenti, e si mise a dargli la caccia. Il canarino svolazzava nella gabbia, il pappagallo sbatteva le ali gridando: – Siamo uomini! – e il copista spaventato da morire, volò via attraverso la finestra, oltre le case e le strade. Alla fine dovette fermarsi per riposare un poco.

La casa di fronte gli sembrò familiare; c’era una finestra aperta, ed egli vi volò dentro. Era la sua camera, ed egli si posò allora sulla tavola. – Ma siamo uomini! – esclamò poi, senza pensare a quel che diceva, proprio come il pappagallo, e in quello stesso momento fu di nuovo un copista, solo che era seduto sulla tavola.

  • Dio mi assista! – esclamò: – Come ho fatto a salire sin quassù e ad addormentarmi così? Che sogni agitati ho fatto! Tutta la faccenda però non è stata che una stupidaggine!

                                                           L’avventura più bella

Il giorno dopo, nelle prime ore del mattino, mentre il copista era ancora a letto, bussarono alla sua porta. Era l’inquilino di fronte, uno studente di teologia, che entrò poi nella stanza.

  • Prestami le soprascarpe, – disse, – il giardino è tutto bagnato, ma c’è un così bel sole che vorrei proprio andarmene giù a fare una fumatina.

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 12

Subito le falde e le maniche della finanziera si unirono, formando delle ali, i vestiti si trasformarono in piume e le soprascarpe in zampine. Egli si rese ben conto di questo cambiamento e rise tra sé: “Ora sì che son sicuro di sognare! Ma non ho mai fatto un sogno così strampalato!” Volò sui rami verdi e si mise a cantare, ma nel suo canto non c’era nulla di romantico, poiché in lui la natura poetica era sparita. Le soprascarpe, come d’altronde chiunque faccia qualcosa di buono, sapevano fare solo una cosa alla volta; aveva voluto esser poeta, e così era stato, poi aveva desiderato di essere un uccellino, e lo era diventato, ma così aveva perduto le qualità avute in dono prima.

  • Questo sì che mi piace! – esclamò. – Di giorno me ne sto seduto negli uffici di polizia, tra le pratiche più reali di questo mondo, ma la notte posso sognare, e volo come un’allodola nel giardino di Frederiksberg: davvero se ne potrebbe scrivere una commedia! – Volò poi giù tra l’erba, girò il capino da tutte le parti e batté il becco sui fili d’erba che, date le sue attuali proporzioni, erano per lui come palmizi dell’Africa settentrionale.

Ma dopo un attimo calò intorno a lui la notte, e un oggetto immenso, così almeno gli sembrò, gli fu gettato sopra: era il berretto di un monello del Quartiere dei Marinai, che vi infilò poi sotto una mano e afferrò il copista per la schiena e per le ali, facendolo strillare. Nel terrore del primo momento gridò ad alta voce: monellaccio screanzato! Sono un copista degli uffici di polizia! – Ma il ragazzo sentì solo un cip, cip, cip, e, dato un colpetto sul becco dell’uccello se lo portò via.

Nel viale incontrò due scolaretti, dalla più elevata classe sociale (in quanto a livello spirituale, erano però gli ultimi della scuola). Essi comprarono l’uccello per otto soldi, e così il copista tornò a Copenaghen, presso una famiglia che abitava nella Gothersgaden.

“Fortuna che si tratta di un sogno! – pensò il copista. – Altrimenti ci sarebbe da andare in bestia! Prima ero un poeta, ora sono un’allodola! Ma già, è stata la mia natura poetica a farmi trasformare in questo uccellino! E’ un gran brutto affare, specialmente quando si cade nelle mani di qualche ragazzo. Vorrei proprio sapere come andrà a finire!”

I ragazzi lo portarono in un salotto molto elegante, dove venne loro incontro sorridendo una signora molto grassa; essa non fu però affatto contenta di vedersi dentro casa quel semplice “uccelletto dei campi”, come lei chiamava l’allodola. Per qualche giorno, in ogni modo, disse che avrebbe lasciato andare, e indicò una gabbia vuota vicino alla finestra, dove avrebbero potuto metterlo. – Forse sarà contento Loreto! – aggiunse, sorridendo a un grosso pappagallo verde che si dondolava pomposamente sul suo anello, in una splendida gabbia di ottone. – Oggi è il compleanno di Loreto, – dichiarò con tono stupidamente ingenuo, – e perciò il piccolo uccello dei campi viene a fare i suoi auguri.

Il pappagallo non rispose neppure una parola, ma continuò a dondolarsi con eleganza avanti e indietro, mentre invece un bel canarino, che era stato portato l’estate precedente dai suoi caldi paesi in fiore, cominciò a gorgheggiare.

  • Strillone! – gli gridò la padrona di casa, gettando sulla gabbia un fazzoletto bianco.
  • Cip, cip, – sospirò quello, – che terribile nevicata! – e tacque.

Il copista, o meglio l’uccello dei campi, come lo chiamava la padrona, fu messo in una gabbietta vicino vicino al canarino, non lontano da Loreto. L’unico discorso umano che il pappagallo era capace di fare, e che suonava spesso molto buffo, era: “Suvvia siamo uomini!” Tutte le altre cose che strillava erano altrettanto incomprensibili dei gorgheggi del canarino: naturalmente però il copista, essendo ormai un uccello, comprendeva benissimo i suoi compagni.

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 11

  • Che aria deliziosa! – esclamò. – Come mi ricorda le violette della zia Lone! Ero piccolo allora! Dio mio, quanto tempo è che non ci ho pensato! La buona, vecchia zitellona! Abitava dietro alla Borsa: Teneva sempre in un vaso un rametto o qualche germoglio verde, per quanto freddo facesse l’inverno. Sento ancora il profumo delle viole, di quando appoggiavo contro i vetri gelati della finestra i soldini di rame riscaldati, per poi guardare fuori attraverso i tondi che vi si formavano. Che bella vista! Nel canale gelato c’erano molti battelli chiusi tra il ghiaccio, abbandonati dai marinai, con solo una cornacchia gracchiante per tutto equipaggio. Ai primi venti della primavera, però, c’era un gran daffare: i lastroni di ghiaccio venivano segati tra canti e grida di evviva, i battelli venivano incatramati e riattrezzati, per prendere poi il largo verso terre straniere. Io, invece, sono rimasto qui, e sempre dovrò restarci, sempre seduto negli uffici di polizia, a veder gli altri ritirare i passaporti per andare all’estero: che destino il mio! Ahimè! – sospirò profondamente, e si fermò di colpo. – Dio mio, che cosa mi succede! Non ho mai avuto prima pensieri e sentimenti del genere. Sarà la primavera! Che strano misto di piacere e di angoscia! – Afferrando poi le carte che aveva in tasca, esclamò: – Queste mi faranno pensare a ben altro! – e scorse con l’occhio il primo foglio. – La Signora Sigbrith, tragedia originale in cinque atti, – lesse, – lesse. – Ma che roba è questa? – si chiese poi subito. – Eppure, è proprio la mia calligrafia. Avrei scritto una tragedia? “Intrigo sui bastioni, ovvero il giorno della preghiera. Vaudeville”. Ma dove ho preso questa roba? Devono avermela ficcata in tasca! Ma ecco una lettera! – Era una lettera della direzione del teatro; i due lavori erano respinti, e in tono non troppo gentile.
  • Hem, Hem, – fece il copista, sedendo su una panchina. Si agitavano in lui molti pensieri, e la commozione gli invadeva il cuore: senza volerlo colse uno dei9 fiori più vicini; era una semplice margheritina e rivelava in un secondo quello che i professori di botanica riescono a spiegarci solo in molte conferenze: parlava del mito della sua nascita e della potenza della luce solare che aveva fatto dischiudere i suoi petali delicati e li aveva resi odorosi. Egli pensò allora alle lotte della vita, che allo stesso modo sanno risvegliare i sentimenti nel nostro petto. L’aria e la luce erano le amanti del fiore, ma la preferita era quest’ultima, e la margheritina volgeva sempre il capo verso di lei, per raccogliere poi i suoi petali quando essa scompariva, e addormentarsi nelle braccia dell’aria.
  • E’ la luce che mi fa bello, – diceva il fiore.
  • Ma è l’aria che ti fa respirare! – mormorò la voce del poeta.

Lì vicino un ragazzo batté con un bastone in un fosso e le gocce d’acqua schizzarono fin su tra i rami verdi. Il copista pensò allora a milioni di bestioline invisibili lanciate su in alto con ogni goccia: data la loro grandezza, il salto doveva essere per loro immenso, come per noi balzare oltre e nubi. Pensando a tutto questo e ai mutamenti avvenuti in lui, il copista sorrideva. – Sto dormendo e sognando! – esclamò. – Eppure, è strano come tutto sembra reale pur sapendo che si tratta solo di un sogno. Ma se potessi ricordarmene domani, al mio risveglio! Ora mi sento proprio in vena, ho una chiara visione delle cose, e sono completamente lucido, ma è certo che, anche se domani mi ricorderò qualche cosa, saranno solo sciocchezze: mi è già capitato altre volte! Tutte le cose splendide e geniali che si sentono e si dicono nel sogno, sono come l’oro degli gnomi sottoterra: quando lo si vede è bello e splendido, ma alla luce del giorno non rimangono che pietre e foglie secche. Ahimè! – sospirò poi tristemente guardando gli uccelli che cantavano e saltavano felici di ramo in ramo. – Quelli stanno molto meglio di me! Saper volare, sì, è una bella cosa, beati quelli che sono nati con le ali! Se potessi cambiarmi in qualcosa vorrei diventare un’allodoletta come quella!

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 10

                                 La metamorfosi del copista

Il guardiano notturno, che non abbiamo certo dimenticato, si ricordò nel frattempo delle soprascarpe che aveva trovato e portato con sé all’ospedale, e le andò a riprendere, ma né il tenente né alcuno degli abitanti della strada ne vollero sentir parlare, e così le consegnò alla polizia.

  • Sembrano proprio le mie soprascarpe! – esclamò uno dei copisti, osservando il mucchio degli oggetti smarriti, e messele vicino alle sue continuò: – Nemmeno un calzolaio sarebbe capace di distinguere un paio dall’altro.
  • Signor copista, – lo chiamò intanto un inserviente, entrando con alcune carte.

Il copista si voltò per rispondere, ma quando poi, finita la conversazione, si volse di nuovo verso le soprascarpe, rimase molto incerto, senza più sapere se le sue fossero quelle di destra o quelle di sinistra. “Devono essere quelle bagnate!” pensò poi, ma si sbagliava, perché erano invece proprio quelle della felicità. Ma perché non dovrebbe sbagliare anche la polizia? Se le infilò si ficcò in tasca alcune carte, se ne mise altre sotto il braccio, per rileggerle e ricopiarle a casa, ma era una domenica mattina e il tempo era bello, e gli venne in mente che una passeggiata sino a Frederiksberg gli avrebbe fatto bene, e si incamminò in quella direzione.

Trattandosi della persona più tranquilla e diligente di questo mondo, davvero non gli faremo colpa di questa passeggiatina, che non avrebbe potuto che giovargli, dopo esser rimasto tanto tempo seduto. Da principio camminò senza pensare a niente, e quindi le soprascarpe non ebbero occasione di dimostrare subito il loro magico potere. Nel viale incontrò un conoscente, un giovane poeta, che gli disse che il giorno dopo sarebbe andato in vacanza.

  • Si mette di nuovo in viaggio? – chiese il copista. – Che uomo libero e fortunato è lei! Può svolazzare dove vuole, mentre noi altri abbiamo una catena al piede.
  • Ma la catena è legata all’albero del pane! – rispose il poeta. – Lei non deve preoccuparsi un giorno per l’altro, e quando sarà vecchio avrà la sua brava pensione!
  • In fin dei conti, però, lei certo sta meglio di me, – rispose il copista. – Deve esser bello starsene seduti a scriver poesie! Tutti le fanno dei complimenti, e lei è padrone di se stesso. Dovrebbe solo provare a starsene seduto in tribunale, con tutte quelle scartoffie noiose!

Il poeta scosse la testa, e anche il copista fece lo stesso; ciascuno rimase del proprio parere, e così si separarono.

  • Che strana categoria di persone, i poeti! – esclamò il copista. – Mi piacerebbe poter penetrare in una tal natura e diventare anch’io uno di loro: non scriverei certo i versi piagnucolosi di tanti altri! Oggi è proprio la giornata di primavera adatta ad un poeta! L’aria è insolitamente chiara, le nubi sono così belle e c’è un tale profumo qu tra gli alberi! Sono anni che non provo tali sentimenti!

Vediamo già che era diventato un poeta: non era una cosa che saltava agli occhi, e infatti sarebbe pazzesco immaginarsi i poeti come uomini diversi dagli altri (tra gli uomini comuni possono trovarsi nature molto più poetiche di quella di un poeta famoso: l’unica differenza sta nel fatto che quest’ultimo ha una migliore memoria spirituale e riesce a conservare l’idea e il sentimento sino a formularli chiaramente e distintamente in parole, cosa che gli altri non sono capaci di fare). Ma il passaggio da una natura comune ad una ben altrimenti dotata è sempre un salto, cosa che ora il nostro copista aveva fatto.

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 9

Il primo cuore che attraversò fu quello di una signora, ma egli pensò subito di trovarsi alla clinica ortopedica, come si chiama la casa dove i dottori raddrizzano la gente e la rimettono a posto. Era certo nella stanza più brutta, dove sono appesi alle pareti i calchi di gesso delle membra anormali, con la sola differenza che nella clinica i calchi sono presi quando i pazienti entrano, mentre in quel cuore erano stati presi, per esser conservati tali e quali; all’uscita delle persone; erano i calchi delle amiche, con tutti i loro difetti fisici e morali.

Passò poi subito in un altro cuore femminile, e questo gli sembrò una grande chiesa consacrata, con le bianche colombe dell’innocenza che volavano intorno all’altar maggiore. Si sarebbe inginocchiato volentieri, ma doveva proseguire il suo viaggio, ed entrò perciò nel cuore successivo, mentre ancora udiva il suono dell’organo e si sentiva lui stesso una persona nuova e migliore, degna di penetrare nel santuario vicino. Questo era un povero abbaino dove si trovava una madre ammalata, ma dalla finestra aperta entrava il dono divino del sole, e delle splendide rose rosse oscillavano al vento nella cassetta di legno sul tetto, mentre due uccellini cantavano di gioia sentendo la madre invocare la benedizione sulla sua figliola.

Camminò carponi attraverso una macelleria piena zeppa; non c’era che carne, nient’altro che carne: era il cuore di un ricco e distinto signore, di cui si può senza dubbio trovare il nome nel “Chi è?”

Entrò poi nel cuore della moglie: era una vecchia piccionaia in rovina, con il ritratto del marito che serviva da banderuola segnavento, ed era legato alle porte di modo che esse si aprivano e si chiudevano ogni volta che lui si girava.

Poi giunse in un gabinetto di specchi, simile a quello che c’è al castello di Rosenborg, ma con gli specchi che ingrandivano in modo inverosimile. In mezzo al gabinetto era accovacciato per terra, simile a un Dalai Lama, lo scialbo io del proprietario, assorto nella contemplazione della propria grandezza. Subito dopo, pensò di essere capitato in uno stretto agoraio, pieno di aghi appuntiti: “E’ certo il cuore di8 una vecchia zitella”, pensò involontariamente, ma non era così: si trattava di un giovane militare pluridecorato, di quelli che si dicono uomini di cuore e di spirito.

Stordito, il dottorino uscì dall’ultimo cuore della fila con la testa che gli girava, incapace di riordinare le idee, dando la colpa di tutto alla fantasia troppo vivace, che gli aveva preso la mano.

“Mio Dio, – sospirò, – devo certo aver tendenza alla pazzia! Qui dentro fa anche un caldo insopportabile e il sangue mi sale alla testa”. In quel momento si ricordò di quello che gli era successo la sera prima, quando il capo gli era rimasto stretto tra le sbarre della cancellata dell’ospedale. “Ecco la ragione di tutto questo! – pensò, – è meglio trovar subito un rimedio. Un bagno russo mi farebbe sicuramente bene. “Se potessi già esser là dentro, sdraiato sulla panca più alta!”

Ed eccolo sdraiato nel bagno russo, in mezzo al vapore, sulla panca più alta, ma con tutti i vestiti addosso; e in più gli stivali e le soprascarpe, con le gocce di acqua bollente che gli cadevano dal soffitto sul viso.

Con un grido balzò giù dalla panca per fare una doccia; nel vedersi lì dentro un uomo vestito di tutto punto, anche il bagnino gettò uno strillo.

Ma il dottorino ebbe tanta presenza i spirito da sussurrargli: – Si tratta di una scommessa! – Appena fu arrivato in camera sua, però, la prima cosa che fece fu di applicarsi sulla schiena due grandi fogli di carta senapata, uno più su e uno più giù, per vedere di far uscire la pazzia dal corpo.

La mattina dopo aveva la schiena tutta insanguinata: ecco che cosa aveva ottenuto con le soprascarpe della felicità.

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 8

“Dio volesse che avessi già il capo fuori!” esclamò tra se, e quello passò subito felicemente tra le sbarre, per quanto fosse grande e grosso per merito delle soprascarpe, si capisce, ma adesso doveva passare il resto del corpo: era un vero problema.

“Ahimè, sono troppo grasso! – si disse. – Avevo pensato che la cosa più difficile sarebbe stata la testa, e invece non ci riesco lo stesso!”

Cercò di tirare subito indietro il capo, ma senza riuscirci. Tutto quello che poteva fare, era muovere comodamente il collo in su e in giù. In un primo momento andò in bestia, poi cadde in una profonda depressione. Le soprascarpe della felicità l’avevano posto in una situazione terribile, e purtroppo non gli venne in mente di desiderare di esser libero: invece di desiderare, agiva, e così restava lì. La pioggia cadeva a torrenti e per la strada non si vedeva anima viva. Il campanello era troppo lontano; come fare a svincolarsi? C’era caso che gli toccasse di rimaner lì sino al mattino, lo sapeva bene, e allora poi avrebbero dovuto mandare a chiamare un fabbro per segare le sbarre, ma non sarebbe stata una faccenda tanto semplice, e prima sarebbero sfilati lì davanti tutti gli orfanelli vestiti di blu della scuola di fronte, sarebbero arrivati tutti i marinai che abitavano lì vicino per vederlo stare lì alla berlina. Che affluenza di gente ci sarebbe stata! Molto maggiore di quanta era corsa l’anno prima a vedere l’agave gigante. “Oh, il sangue mi monta alla testa, da farmi impazzire. Impazzisco davvero. Volesse il cielo che potessi liberarmi, allora mi passerebbe tutto!”

Se lo avesse pensato prima sarebbe stato meglio: non aveva infatti ancora finito di esprimere il suo desiderio che il capo gli uscì dalle sbarre, ed egli tornò in camera di corsa, fuori di sé per lo spavento che gli avevano procurato le soprascarpe della felicità.

Ma non bisogna credere che tutto fosse finito: il peggio era ancora da venire.

Passò la notte, passò tutto il giorno seguente senza che nessuno mandasse a ritirare le soprascarpe.

Nel piccolo teatro in via dei Canonici quella sera c’era spettacolo. La sala era gremita: tra i numeri del programma c’era anche una nuova poesia intitolata:

                                                           Gli occhiali della nonna

                                                         Mia nonna “vede”, già tutti lo sanno;

                                                        ………………………………………………………..

La Poesia fu recitata molto bene e il diciore ebbe un gran successo: tra gli spettatori c’era anche il dottorino dell’ospedale, che sembrava aver dimenticato la sua avventura della notte precedente: ai piedi aveva le soprascarpe, perché nessuno era venuto a ritirarle, e dato che c’era molto fango per la strada, potevano fargli comodo.

La poesia gli piacque molto.

Fu poi colpito non poco dall’idea, e desiderò di possedere un paio di occhiali come quelli: a saperli usare bene, avrebbe potuto vedere fino in fondo al cuore degli uomini, e questo era certo più interessante, pensava, che vedere cosa sarebbe avvenuto l’anno seguente: questo sì sarebbe venuto a saperlo lo stesso, a suo tempo, mentre il cuore umano non lo si conosce mai.

“Figurarsi tutti i signori e le signore della prima fila! Se potessi scrutare il loro cuore, vedrei come un luogo aperto, una specie di bottega. E in quella bottega, girerei lo sguardo da tutte le parti. Nel cuore di quella signora troverei certo un gran negozio di mode! La bottega di quello là è certo vuota, e una bella pulizia non guasterebbe davvero. Potrei anche trovare delle botteghe rispettabili? Oh, sì, – sospirò, – ne conosco una rispettabile sotto ogni aspetto, ma dentro c’è già un garzone, e questa è l’unica cosa che non va in tutta la bottega. Davanti a più d’una si sentirebbe gridare: “Vengano avanti, per favore!” Oh, volesse il cielo che io potessi entrarci, traversare i cuori come un breve pensiero!”

Ce n’era abbastanza per le soprascarpe: il dottorino divenne sempre più piccolo e iniziò un viaggio del tutto insolito attraverso i cuori degli spettatori della prima fila.

Continua domani

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 7

Era rimasto seduto su un gradino, senza vita, e l’insegna del mestiere, la bacchetta con su una stella di latta, gli era caduta di mano, e stava lì, con gli occhi rivolti alla luna, alla ricerca dell’anima onesta che era fuggita lassù.

  • Guardiano, che ora è? Gli chiese un passante: Lui non rispose, e allora quello gli dette un buffetto sul naso, e il corpo, perso l’equilibrio, rotolò a terra lungo disteso: l’uomo era morto. Il passante che gli aveva dato il buffetto fu colto allora da una grande paura: era morto non c’era niente da fare. Fu data la notizia, e se ne parlò molto, e nelle prime ore del mattino il corpo fu portato all’ospedale.

Che bello scherzo sarebbe stato per l’anima, al suo ritorno, se, come è logico, fosse andata a cercarlo nella Ostergade, dove naturalmente non l’avrebbe trovato. Allora per prima cosa sarebbe dovuta correre dalla polizia, poi all’ufficio informazioni, per farlo mettere nell’elenco degli oggetti smarriti, e, alla fine, all’ospedale: ma possiamo star tranquilli: l’anima quando è sola, è intelligentissima: è il corpo che la rende ottusa.

Come ho detto, il cadavere fu portato all’ospedale: prima di lavarlo, gli tolsero, per cominciare, le soprascarpe, e allora l’anima dové tornare indietro, e si diresse verso il cadavere che riacquistò in un attimo la vita. Il guardiano dichiarò che quella era stata la notte più terribile di tutta la sua vita, e che non avrebbe voluto tornare a passare quello che aveva passato neanche per due scudi.

Egli fu dimesso dall’ospedale in giornata, ma le soprascarpe rimasero lì.

                                                Storia di una testa – Recita

                                                Viaggio straordinario

Tutti gli abitanti di Copenaghen conoscono bene l’ingresso dell’ospedale di Federico, ma dato che probabilmente leggeranno questa storia anche alcune persone che non abitano nella nostra città, è meglio darne una breve descrizione.

L’ospedale è separato dalla strada da una cancellata abbastanza alta, le cui grosse sbarre di ferro son così lontane l’una dall’altra che, a quanto si racconta, dei dottorini di guardia molto sottili sono riusciti ad infilarsi tra l’una e l’altra per le loro scappate fuori di ospedale. La parte più difficile da passare è la testa; anche in questo caso, come del resto spesso nel mondo, i più fortunati erano quelli con la testa piccina. Ma tanto basti come introduzione.

Uno dei dottorini che aveva una gran zucca, senza però essere uno zuccone, doveva una sera esser di guardia; pioveva anche a dirotto, ma le due cose non gli impedivano di voler uscire, assolutamente. Per un quarto d’ora solo, gli sembrava, non valeva la pena confidarsi col portiere, dato che si poteva sgusciare attraverso le sbarre. Viste le soprascarpe che il guardiano aveva dimenticato, se le infilò, senza assolutamente pensare che potessero essere quelle della felicità: con quel tempo, erano proprio quel che ci voleva per lui. Restava ora da vedere se gli sarebbe riuscito di sgusciare attraverso le sbarre, cosa che tentava di fare per la prima volta. Ed eccolo lì, alle prese con la cancellata.

 Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 6

Per quel che ci riguarda, conosciamo quasi tutti la velocità provocata dal vapore acqueo; l’abbiamo sperimentata noi stessi in treno e traversando il mare su un battello, eppure essa è come l’avanzare di un tardigrado e la marcia di una lumaca in paragone alla velocità della luce, che corre diciannove milioni di volte più rapidamente del più celere corsiero: ma l’elettricità è ancora più veloce. La morte non è che una scossa elettrica che ci colpisce al cuore, e l’anima liberata vola via sulle ali della velocità. In otto minuti e pochi secondi la luce solare compie un viaggio di più di venti milioni di miglia: trasportata dall’elettricità, l’anima ha bisogno di un numero ancora minori di minuti per lo stesso percorso. Lo spazio tra i corpi celesti non è per essa più grande di quel che sia per noi, che abitiamo in città, la distanza tra la nostra casa e quella dei nostri amici, sia pur questa minima. Questa scossa elettrica ci toglie in ogni modo l’uso del nostro corpo mortale, a meno che noi non abbiamo ai piedi, come il nostro guardiano, le soprascarpe della felicità.

In pochi secondi il guardiano aveva percorso le cinquantaduemila miglia che ci separano dalla luna, che, come tutti sanno, è composta da una materia molto più leggera di quella terrena, ed è soffice diremmo noi, come la neve appena caduta. Egli si trovò su uno di quei crateri che conosciamo dalla grande carta della luna del Dottor Madler; l’hai vista anche tu, non è vero?

Le pareti interne del cratere scendevano a picco formando una conca per circa un miglio danese. Sul fondo c’era una città, tale e quale al chiaro d’uovo in un bicchier d’acqua, molle, con torri, cupole, balconi a forma di vela, trasparenti e fluttuanti nell’aria leggera. La nostra terra si librava sulla sua testa, simile a un grande globo incandescente.

C’erano molti esseri viventi, tutti della specie che noi chiameremmo umana, ma diversissimi da noi nell’aspetto. Sapevano anche parlare, ma chi potrebbe pretendere che l’anima del guardiano comprendesse quello che dicevano? Eppure era proprio così.

Egli capiva benissimo la lingua degli abitanti della luna; essi stavano discutendo della nostra terra, e si domandavano se potesse esser abitata. Secondo loro l’aria era troppo pesante, perché degli esseri lunari ragionevoli potessero abitarvi. Solo la luna, secondo loro, era abitata da esseri viventi: essa era il corpo celeste per eccellenza, e l’unico abitato sin dall’antichità.

Ma ritorniamo giù nell’Ostergade e vediamo un po’ cosa era intanto capitato al corpo del guardiano.

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 5

Se fossi ricco!

Se fossi ricco! Un giorno mi son detto

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Sì queste sono le poesie che si scrivono quando si è innamorati, ma se si ha un po’ di buon senso ci si guarda bene dal pubblicarle. Il grado di tenente, la povertà e l’amore formano un triangolo, o meglio, una metà del dado spezzato della felicità. Il tenente lo sapeva bene e perciò, appoggiando la testa al davanzale della finestra, sospirò profondamente e disse tra sé:

“Quel povero guardiano notturno giù per la strada è molto più felice di me; Non immagina neppure ciò di cui sento la mancanza! Ha una casa, una moglie e dei bambini che piangono con lui del suo dolore e si rallegrano della sua gioia. Sarei più felice di quello che sono se potessi subito cambiarmi in tutto e per tutto con lui, che è certamente più fortunato di me!”

In quello stesso momento il guardiano tornò ad essere guardiano; era divenuto tenente per merito delle soprascarpe della felicità, ma, come si è visto, era subito stato ancor meno contento di rima e aveva desiderato di essere quello che poi era in realtà. Così il guardiano tornò di nuovo ad essere guardiano.

“Che brutto sogno! – si disse. – Ma era anche strano in fondo! Mi sembrava di essere il tenente, quello che abita lì su, ma non ero davvero soddisfatto di esserlo! Sentivo la mancanza di mia moglie e dei marmocchi, che son sempre pronti a soffocarmi di baci”.

Si sedette di nuovo, con la testa penzoloni; il sogno non gli si levava dalla mente, e aveva ancora le soprascarpe ai piedi. In quel mentre il cielo fu solcato da una stella filante.

  • E’ caduta, – esclamò il guardiano, – ma ce ne sono ancora tante lassù! Mi piacerebbe veder quelle cose più da vicino, specialmente la luna, perché quella non può davver sgusciar tra le dita! Quando moriremo, ha detto a mia moglie lo studente al quale lei fa i servizi, voleremo da una stella all’altra. E’ certo una bugia, ma sarebbe bello se fosse così. Se potessi solo fare un salto lassù, non mi importerebbe di lasciare il corpo qui sulle scale!

Ma bisogna esser molto prudenti nel formulare certi desideri, e tanto più cauti bisogna essere quando si hanno ai piedi le soprascarpe della felicità. Guardate un po’, infatti, cosa capitò al guardiano!

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 4

Il consigliere vide chiaramente davanti a sé un lampione bene acceso, con dietro una palazzina che riconobbe subito, come anche le altre case vicine: era la Ostergade: quante belle luci, e quanta vita! Che effetto terribile ha avuto quell’unico bicchiere di ponce!.

Due minuti dopo sedeva in carrozza, diretto a Christianshavn. Ripensando alla paura e alla angoscia che aveva provato, lodava di tutto cuore la felice realtà, il nostro tempo, che con tutte le sue manchevolezze era certamente molto migliore di quello in cui si era trovato poco prima. Non possiamo davvero dire che ora non fosse un uomo ragionevole.

Le avventure del guardiano notturno

  • Ma guarda un po’, – esclamò il guardiano notturno, – un paio di soprascarpe! Appartengono certo al tenente che abita qui sopra: son proprio qui davanti alla sua porta!

Il brav’uomo avrebbe voluto suonare il campanello, per riconsegnarle al proprietario, dato che dentro vedeva ancora luce, ma vi rinunciò per non svegliare gli altri inquilini.

“Che bel calduccio devono dare ai piedi due così come questi, – si disse. – E che pelle morbida!” Gli andavano proprio a pennello.

“Come è strano il mondo continuò. – Lui ora potrebbe andarsene a letto e non lo fa! Eccolo lì invece che passeggia su e giù per la stanza! Che uomo fortunato! Non ha né moglie né figli, e va tutte le sere in società. Se fossi io al suo posto, sarei certo un uomo felice!”

Non aveva ancora terminato di formulare questo desiderio, che le soprascarpe, che si era infilate, produssero il loro effetto, ed egli prese le sembianze ed il modo di pensare del tenente.

Si trovò così a camminare su e giù per la stanza, con un foglietto rosa tra le dita, dove era scritta una poesia composta dal signor tenente in persona. Non c’è nessuno che non si sia sentito, almeno una volta in vita sua, in vena poetica, e allora basta trascrivere il proprio pensiero, ed ecco i versi belli e fatti. C’era scritto così:

Continua domani.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 3

  • E’ lui il nostro primo stampatore, – confermò l’uomo. La conversazione continuò così discretamente bene: uno dei bravi cittadini presenti parlò poi di una grave pestilenza che aveva infuriato qualche anno prima: lui intendeva quella del 1984, ma il consigliere pensò si trattasse del colera, e così la conversazione continuò senza impacci. La guerra corsara del 1490 era finita da poco ed era inevitabile che se ne parlasse; quelli dissero che i corsari inglesi si erano impadroniti delle navi ancorate nella rada, e il consigliere, che conosceva a menadito gli avvenimenti del 1801, fu pienamente d’accordo con loro nel parlar male degli inglesi. Il resto della conversazione non filò però altrettanto bene, e il tono solenne degli interlocutori non faceva che complicar le cose. Il buon baccelliere era troppo ignorante, e le più semplici affermazioni del consigliere gli sembravano troppo audaci e fantastiche. Si guardavano l’un con l’altro, e quando le cose andavano troppo male il baccelliere si metteva a parlar in latino, sperando così di esser capito meglio, ma ciò non serviva a nulla.
  • Come sta ora? – chiese la padrona tirando il consigliere per la manica. Egli tornò subito in sé: nella foga della conversazione si era completamente dimenticato di tutto quello che gli era accaduto.
  • Dio mio! Dove mai mi trovo? – Esclamò, e solo a pensarci gli girava la testa.
  • Voglio del chiaretto! – gridò uno dei clienti. – Idromele e birra di Brema mescolati insieme, e voi dovete bere con noi!

Vennero allora due ragazze; una aveva una cuffia a due colori. Mentre esse versavano da bere, facendo degli inchini, il consigliere sentì un brivido di freddo per la schiena.

“Che roba è mai questa! Che roba è mai questa!” Borbottava tra sé, ma dovette per forza bere con gli altri che lo afferrarono senza più lasciarlo andare; lui era disperato, e quando lo accusarono di essere ubriaco, fu il primo a crederci, e li pregò di volergli solo procurargli una carrozzella, ma tutti pensarono che parlasse russo.

Non si era mai trovato in una compagnia così rozza e ordinaria: “ci sarebbe da credere di esser tornati ai tempi del paganesimo, – pensava. – Questo è il momento più terribile della mia vita!” Ma in quel momento gli venne l’idea di scivolare sotto la tavola e di raggiunger così a carponi la porta, per vedere di svignarsela, ma prima che ci fosse riuscito, gli altri compresero la sua intenzione e lo afferrarono per le gambe; allora, per sua fortuna, le soprascarpe gli sfuggirono dai piedi, e con esse fuggì tutto l’incantesimo.

Continua domani.