La Favola del Giorno

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La Favola del Giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura – 3

Non eran questi i patti, – disse il giovane, – il banco è mio -. L’uomo voleva respingerlo, ma il giovane non lo tollerò, gli diede un urtone e si sedette di nuovo al suo posto. Allora caddero giù altri uomini, uno dopo l’altro, andarono a prendere nove stinchi e due teschi, li rizzarono e giocarono a birilli. Ne venne voglia anche al giovane, che domandò: – Sentite, posso giocare anch’io? – Sì, se hai denaro. – Denaro ne ho, – rispose, – ma le vostre palle non sono ben rotonde -. Prese i teschi, li mise sul tornio e li arrotondò. – Così rotoleranno meglio, – disse. – Olà! Adesso ce la spasseremo -. Giocò e perdette un po’ di denaro, ma allo scoccar di mezzanotte tutto sparì davanti ai suoi occhi. Si sdraiò e si addormentò tranquillamente. La mattina dopo, il re venne a informarsi. – Com’è andata questa volta? – domandò. – Ho giocato a birilli, – rispose, – e ho perduto qualche soldo. – Non ti è venuta la pelle d’oca? – Macché! – egli rispose, – me la sono spassata. Se potessi sapere che cosa è la pelle d’oca!

La terza notte sedette di nuovo sul suo banco e diceva tutto malinconico: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – A notte inoltrata, vennero sei omaccioni che portavano una cassa da morto. Egli disse: – Ah, certo è il mio cuginetto, che è morto qualche giorno fa -. Fece un cenno col dito e gridò: – Vieni, cuginetto, vieni! – Deposero la bara per terra, ma egli si avvicinò e tolse il coperchio: dentro c’era un morto. Gli toccò il viso, ma era freddo come ghiaccio. – Aspetta, – disse, – voglio scaldarti un po’.

Si avvicinò al fuoco, si scaldò la mano e gliela posò sul viso; ma il morto restò freddo. Allora lo tirò fuori, lo portò accanto al fuoco, se lo prese sulle ginocchia e gli strofinò le braccia, perché il sangue riprendesse a circolare. Ma siccome neppur questo giovava, gli venne in mente: “Se due stanno a letto insieme, si riscaldano”. Lo portò nel letto, lo coprì e gli si stese accanto. Dopo un po’, anche il morto diventò caldo e cominciò a muoversi. Allora il giovane disse: – Vedi, cuginetto, se non ti avessi scaldato! – Ma il morto prese a dire: – Adesso ti strozzo. – Come, – disse il giovane, – è questa la mia ricompensa? Torna subito nella tua bara -. Lo sollevò, lo gettò dentro la bara e chiuse il coperchio; tornarono i sei uomini e lo riportarono via. – Non mi vuol proprio venir la pelle d’oca, – egli disse, – qui non l’imparerò mai.

Allora entrò un uomo, che era più grosso di tutti gli altri e aveva un aspetto terribile; ma era vecchio, e aveva una lunga barba bianca. – Nanerottolo, – disse, – imparerai subito cos’è la pelle d’oca, perché devi morire. – Non abbiate tanta fretta! – disse il giovane: – per morire devo esserci anch’io. – Ti piglio subito, – disse lo spirito maligno. – Piano, piano, non vantarti tanto; sono forte come te, e anche di più. – La vedremo, – disse il vecchio, – se sei più forte di me, ti lascerò andare; vieni, proviamo -. Per corridoi oscuri, lo condusse a una fucina, prese un’accetta e con un colpo cacciò in terra un incudine. – Io so far meglio, – disse il giovane, e andò all’altra incudine; il vecchio gli si mise accanto per guardare, con la barba bianca penzoloni. Il giovane afferrò l’accetta, con un colpo spaccò l’incudine e ci serrò dentro la barba del vecchio. – Ora sei nelle mie mani, – disse, – ora tocca a te morire -. Prese una stanga di ferro e percosse il vecchio, finché questi si mise a piagnucolare e lo pregò di smettere: gli avrebbe dato grandi tesori. Il giovane estrasse l’accetta e lo lasciò libero. Il vecchio lo ricondusse nel castello e gli mostrò in una cantina tre casse piene d’oro. – Di quest’oro, – disse, – una parte è dei poveri, l’altra è del re, la terza è tua -. Intanto scoccò la mezzanotte e lo spirito scomparve, sicché il giovane rimase al buio. – Me la caverò lo stesso, – disse; a tastoni trovò la strada fino alla sua stanza e là si addormentò accanto al fuoco. La mattina dopo venne il re è domandò: – Adesso avrai imparato cos’è la pelle d’oca?  – No, – rispose il giovane: – che roba è questa? E’ stato qui mio cugino morto, ed è venuto un vecchio con la barba, che mi ha fatto vedere molto denaro là sotto; ma cosa sia la pelle d’oca non me l’ha detto nessuno -. Allora il re disse: – Tu hai rotto l’incantesimo del castello e sposerai mia figlia. – Tutto questo va benissimo, – rispose il giovane, – ma io non so ancora che cos’è la pelle d’oca.

Portarono su i tesori e celebrarono le nozze; ma il giovane re, per quanto amasse la sposa e fosse contento, diceva pur sempre: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! ah, se mi venisse la pelle d’oca! – La sposa finì con lo stizzirsi. Allora la sua cameriera disse: – Ci penserò io: imparerà che cosa è la pelle d’oca -. Andò a un ruscello che scorreva nel giardino e fece attingere un secchio pieno di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane re dormiva, sua moglie dovette levargli la coperta e versargli addosso il secchio d’acqua fredda coi ghiozzi, cosicché i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora egli si svegliò e gridò: – Ah, che pelle d’oca, che pelle d’oca, moglie mia!

Si, ora lo so cos’è la pelle d’oca.

Fratelli Grimm – Le fiabe del focolare.

La Favola del Giorno

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La Favola del Giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura – 2

Anche il giovane continuò la sua strada e ricominciò a dire: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – l’udì un carrettiere che camminava dietro a lui e domandò: – Chi sei?  – Non so, – rispose il giovane. Il carrettiere domandò ancora: – di dove vieni? – non lo so. – Chi è tuo padre? – Non lo posso dire. – Che cosa continui a borbottare fra i denti? – Ah, – rispose il giovane, – vorrei farmi venire la pelle d’oca, ma non c’è nessuno che sappia insegnarmelo. – Smettila con le tue stupidaggini, – disse il carrettiere, – se tu vieni con me, vedrò di collocarti -. Il giovane andò col carrettiere e la sera giunsero a un’osteria dove volevano pernottare. Entrando egli disse ad alta voce: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! se mi venisse la pelle d’oca! – L’oste, all’udirlo, disse ridendo: – Se non vuoi altro, qui ci sarebbe una bella occasione. – Sta’ zitto, – disse l’ostessa, – troppi temerari ci han già rimesso la vita! Sarebbe proprio un peccato che quei begli occhi non dovessero rivedere la luce del giorno -. Ma il giovane disse: – Per difficile che sia, voglio impararlo una buona volta: apposta me ne sono andato da casa -. Non lasciò in pace l’oste, finché questi gli raccontò che là vicino c’era un castello incantato, dove si poteva imparare benissimo che cosa fosse la pelle d’oca, purché ci si vegliasse tre notti. A chi osasse farlo, il re aveva promesso in isposa sua figlia, la più bella fanciulla che ci fosse al mondo; inoltre nel castello si celavano gran tesori, custoditi da spiriti malvagi: diventerebbero disponibili, e di un povero potevano fare un riccone. Già molti erano entrati nel castello, ma nessuno ne era uscito. Il mattino dopo, il giovane andò dal re e disse: – Se fosse permesso, vorrei vegliare tre notti nel castello incantato -. Il re lo guardò, lo trovò simpatico e disse: – Puoi chiedermi anche tre cose e portarle nel castello con te, ma devono essere cose non vive -. Il giovane rispose: – Chiedo un fuoco, un tornio e un banco da ebanista con il suo coltello.

Il re gli fece portare tutto nel castello quel giorno stesso. Verso sera il giovane salì al castello, si accese un bel fuoco in una stanza, vi collocò accanto il banco da ebanista e il coltello e sedette sul tornio. – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – diceva, – ma non imparerò neppur qui -. Verso mezzanotte volle attizzare il fuoco; mentre ci soffiava sopra, udì improvvisamente gridare da un angolo: – Au, miau! che freddo! – Scimuniti, – esclamò, – perché gridate? Se avete freddo, venite, mettetevi accanto al fuoco e scaldatevi -. E come l’ebbe detto, due grossi gatti neri si accostarono d’un balzo gli si posero ai lati e lo guardarono ferocemente coi loro occhi di fuoco. Dopo un po’, quando si furono riscaldati, dissero: – Camerata, vogliamo giocare a carte? – Perché no? – egli rispose, – però fatemi vedere le zampe -. Essi allungarono le grinfie. – Oh, – disse il giovane, – che unghie lunghe! aspettate prima devo tagliarvele -. Li prese per la collottola, li sollevò sul banco, e avvitò le zampe. – Vi ho tenuti d’occhio, – disse, – e mi è passata la voglia di giocare a carte -. Li ammazzò e li gettò nell’acqua. Ma quando ebbe tolto di mezzo quei due e volle sedersi di nuovo vicino al fuoco, sbucarono da ogni parte gatti neri e cani neri, attaccati a catene infocate; erano tanti e tanti che egli non sapeva più dove cacciarsi: gridavano orribilmente, gli calpestavano il fuoco, disperdevan le braci e volevano spegnerlo. Per un po’ stette a guardare tranquillamente, ma quando le cose si misero troppo male, afferrò il coltello e gridò: – Finiamola, canaglia! – e si scagliò su di loro. Alcuni balzarono via, gli altri li uccise e li buttò nello stagno. Quando tornò, riattizzò il fuoco soffiando nella brace e si scaldò. E mentre se ne stava seduto, non poteva più tener gli occhi aperti e gli venne voglia di dormire. Si guardò attorno e vide un gran letto in un angolo. – E’ proprio quel che ci vuole, – disse, e ci si coricò. Ma quando volle chiudere gli occhi, il letto cominciò a muoversi da solo e andò a spasso per tutto il castello. – Benone! – disse il giovane: – più in fretta! – Allora il letto rotolò su e giù per soglie e scale come fosse un tiro a sei; d’un tratto, hopp, hopp! ribaltò a gambe all’aria, e gli restò addosso come una montagna. Ma egli buttò via coperte e cuscini, saltò fuori e disse: – Adesso vada a spasso chi vuole, – si sdraiò accanto al fuoco e dormì fino a giorno. Al mattino venne il re e quando lo vide steso a terra pensò che gli spettri l’avessero ucciso e che fosse morto. Disse: – Peccato! Un così bel ragazzo! – Il giovane l’udì, si rizzò e disse: – Non siamo ancora a questo punto! – Allora il re si stupì e tutto contento gli domandò com’era andata. – Benissimo, – egli rispose, – una notte è passata, passeranno anche le altre due -. Quando tornò dall’oste, questi fece tanto d’occhi. – Non credevo di rivederti vivo, – disse; – hai imparato che cos’è la pelle d’oca? – No, – rispose il giovane, – è tutto inutile: se qualcuno me lo sapesse dire.

La seconda notte tornò nel vecchio castello, si mise a sedere accanto al fuoco e riprese la solita canzone: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – Verso mezzanotte, sentì un rumore e un trepestio, prima lieve, poi sempre più forte; poi un breve silenzio; infine con un grande urlo cadde dal camino un mezzo uomo e gli piombò davanti. – Olà – egli gridò: – ce ne vuole ancora mezzo; così è troppo poco -. Allora si ripeté il fracasso e l’urlo e cadde giù l’altra metà. – Aspetta, – disse il giovane, – voglio attizzarti un po’ il fuoco -. Quando ebbe finito e si guardò di nuovo attorno, i due pezzi si erano ricongiunti e un uomo orribile sedeva al suo posto. Continua e finisce domani.

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La Favola del Giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura

Un padre aveva due figli; il maggiore era intelligente e furbo e sapeva trarsi d’impaccio in ogni cosa, il minore invece era stupido, non capiva e non imparava nulla: vedendolo, la gente diceva: – sarà un bel peso per suo padre -. Se c’era un lavoro da fare, toccava sempre al maggiore; ma se il padre gli ordinava di andare a prender qualcosa di sera, o magari di notte, e la strada passava accanto al cimitero o a qualche altro luogo raccapricciante, egli rispondeva: – Ah no, babbo, non ci vado, mi vien la pelle d’oca! – perché era pauroso. Oppure, quando, la sera, davanti al fuoco, raccontavano storie da far rabbrividire, gli ascoltatori dicevano di quando in quando: – Mi vien la pelle d’oca! – Il minore se ne stava in un angolo, ascoltava e non riusciva a capire che cosa significasse. “Dicono sempre: mi vien la pelle d’oca! mi vien la pelle d’oca! A me non viene: sarà anche questa un’arte di cui non capisco nulla”.

Un bel giorno il padre gli disse: – Ascolta, tu, in quell’angolo: diventi grande e grosso, devi imparare un mestiere per guadagnarti il pane. Vedi come si dà da fare tuo fratello; ma con te si perde il ranno e il sapone. – Sì, babbo, – egli rispose, – qualcosa imparerei volentieri: anzi, se fosse possibile, vorrei imparare a farmi venire la pelle d’oca; di questo non so proprio nulla -. Il fratello maggiore rise, all’udirlo, e pensò: “Mio Dio, che stupido è mio fratello! Non se ne caverà mai nulla. Il buon dì si conosce dal mattino”. Il padre sospirò e rispose: – La pelle d’oca imparerai a conoscerla, ma con questo non ti guadagnerai il pane.

Poco tempo dopo venne da loro in visita il sagrestano; il padre gli confidò i suoi guai e gli raccontò che il figlio minore era un buono a nulla, non sapeva e non imparava niente. – Pensate, quando gli ho domandato come voleva guadagnarsi il pane, ha espresso il desiderio di imparare a farsi venir la pelle d’oca. – Se è tutto qui, rispose il sagrestano, – può impararlo da me; affidatemelo, che lo digrosserò -. Il padre ne fu contento, perché pensava: “Il ragazzo diventerà un po’ più sveglio”. Così il sagrestano se lo portò a casa e il giovane dovette suonar le campane. Dopo un paio di giorni, lo svegliò a mezzanotte, gli ordinò di alzarsi, di salir sul campanile e di suonare. “Imparerai che cos’è la pelle d’oca!” pensava; lo precedette di nascosto e, quando il giovane fu in cima e si voltò per afferrare la corda della campana, vide sulla scala, davanti allo spiraglio, una figura bianca. – Chi è là? – gridò, ma la figura non rispose e non si mosse. – Rispondi o vattene, – gridò il giovane, – non hai niente da fare qui, di notte -. Ma il sagrestano rimase immobile, perché il giovane lo credesse uno spettro. Il giovane gridò per la seconda volta: – Che vuoi tu qui? Parla, se sei un galantuomo, o ti butto giù dalla scala -. Il sagrestano pensò: “Non avrà intenzioni così malvage”. Non disse motto e stette fermo, come di pietra. Il giovane lo interpellò per la terza volta, invano; allora prese lo slancio e spinse giù dalla scala lo spettro, che precipitò per dieci scalini e giacque in un angolo. Poi egli suonò le campane, andò a casa, si mise a letto, senza dire una parola, e riprese a dormire. La moglie del sagrestano aspettò suo marito per un pezzo, ma quello non tornava mai. Alla fine, ella si spaventò, svegliò il giovane e domandò: – Non sai dov’è mio marito? E’ salito sul campanile prima di te. – No, – rispose il giovane, – ma c’era un tale sulla scala, davanti allo spiraglio, e siccome non voleva rispondere né andarsene, l’ho creduto un malandrino e l’ho buttato giù. Andate un po’ a vedere se per caso era lui; mi spiacerebbe -. La donna corse via e trovò il marito che giaceva in un angolo, con una gamba rotta e si lamentava.

Lo portò giù e poi corse strillando dal padre del giovane: – Che disgrazia, per colpa di vostro figlio! – gridò, – ha buttato mio marito giù dalla scala, così che si è rotto una gamba. Levateci di casa quel buono a nulla -. Il padre inorridì, accorse e strapazzò il figlio: – Queste empietà deve avertele ispirate il Maligno. – Sentite, babbo, – egli rispose, – io non ne ho colpa: se ne stava là di notte, come uno che ha cattive intenzioni. Io non sapevo chi era e tre volte gli ho detto di parlare o di andarsene. – Ah, – disse il padre, – tu mi procuri soltanto dei guai, togliti dai piedi, non voglio più vederti. – Sì, babbo, volentieri; aspettate soltanto che faccia giorno, e me ne andrò, e imparerò che cosa è la pelle d’oca, così avrò un arte che mi darà da mangiare. – Impara quel che vuoi, disse il padre, – per me fa lo stesso. Eccoti cinquanta scudi; prendili e vattene per il mondo; e non dire a nessuno di dove vieni e chi è tuo padre, perché io mi vergogno di te. – Sì, babbo, come volete; se non chiedete altro, posso ben tenerlo a mente.

Allo spuntar del giorno, il giovane si mise in tasca i suoi cinquanta scudi, se ne andò sulla grande via maestra e continuava a dire: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! Ah se mi venisse la pelle d’oca! – Lo raggiunse un uomo, che udì questo soliloquio; e quando ebbero fatto un pezzo di strada e furono in vista della forca, l’uomo gli disse: – Guarda, quello è l’albero, su cui sette uomini han sposato la figlia del funaio e adesso imparano a volare: siediti là sotto e aspetta che venga notte, e allora imparerai che cos’è la pelle d’oca. – Se è tutto qui, – disse il giovane, – è presto fatto; ma se imparo così in fretta che cos’è la pelle d’oca, tu avrai i miei cinquanta scudi: domattina presto, torna da me -. Il giovane andò sotto la forca, si mise a sedere e attese la sera. E siccome aveva freddo, accese un fuoco; ma a mezzanotte il vento soffiava così gelido, che nonostante il fuoco egli non riusciva a scaldarsi. E quando il vento spinse gli impiccati l’uno contro l’altro e li fece oscillare su e giù, egli pensò: “Tu geli qui, vicino al fuoco, chissà che freddo hanno quelli lassù! e come sgambettano!” E siccome era di buon cuore, appoggiò la scala alla forca, salì, li staccò l’uno dopo l’altro e li portò giù tutti e sette. Poi attizzò il fuoco, ci soffiò sopra e intorno ci mise i morti, che si scaldassero. Ma quelli se ne stavano immobili e il fuoco si appiccò ai loro abiti. Allora egli disse: – Fate attenzione, altrimenti vi appendo di nuovo lassù -. Ma i morti non sentivano, tacevano e lasciavan bruciare i loro stracci. Allora egli andò in collera e disse: – Se non volete fare attenzione, io non posso aiutarvi: non voglio bruciare con voi -. E li riappese l’un dopo l’altro. Poi si sedette accanto al fuoco e si addormentò; al mattino venne l’uomo che voleva i cinquanta scudi e gli disse: – Ora lo sai che cos’è la pelle d’oca? – No, – rispose, – come potrei saperlo? Quelli lassù non hanno aperto bocca, ed erano così stupidi da lasciar bruciare quei due vecchi stracci che avevano indosso -. E l’uomo vide che per quel giorno non poteva prendersi i cinquanta scudi, se ne andò e disse: – Un tipo simile non mi è mai capitato. Continua domani.

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La Favola del Giorno

Miti – Saghe e Leggende

I miti della distruzione

Mito babilonese – Il Diluvio

Gli occhi del vegliardo fissarono un punto lontano. Parve che tutti i giorni di tutti gli anni della sua vita sfilassero in processione dinanzi a lui. Poi, dopo una lunga pausa, sollevò il capo, e sorrise.

  • Gilgamesh – disse lentamente – ti svelerò il segreto: un segreto grande e sacro che nessuno

conosce, eccettuati gli dèi e io stesso.

E gli narrò la storia del diluvio universale, che gli dèi avevano mandato sulla terra nei tempi antichi: e gli disse come Ea, il dolce signore della sapienza, gli avesse fatto pervenire il suo avvertimento con una folata di vento, che aveva fatto stormire le frasche della sua capanna.

Per ordine di Ea, Utnapishtim aveva fatto costruire un’arca, e aveva chiuso ogni apertura con pece e catrame, e su di essa aveva caricato la famiglia e gli animali e aveva navigato per sette giorni e sette notti, mentre le acque salivano, le tempeste infuriavano e i fulmini guizzavano nelle tenebre. E al settimo giorno l’arca aveva approdato su una montagna agli estremi limiti della terra, ed egli aveva aperto una finestra nell’arca, e ne aveva fatto uscire una colomba, per vedere se il livello delle acque fosse sceso. Ma la colomba era tornata perché non aveva potuto trovare un luogo ove posarsi. Poi aveva fatto uscire una rondine, e anche la rondine era tornata. Infine, aveva fatto uscire un corvo, e il corvo non aveva fatto ritorno. Allora aveva condotto fuori la propria famiglia e gli animali, e aveva offerto doni di ringraziamento agli dèi. Ma, d’improvviso, il dio dei Venti era sceso dal cielo, lo aveva ricondotto nell’arca e con lui sua moglie, e ancora una volta aveva spinto l’arca sulle acque, finché non aveva raggiunto un’isola sul lontano orizzonte, dove gli dèi lo avevano condotto perché vi abitasse in eterno.

Mito greco – Il Diluvio di Deucalione

Ritornato sull’Olimpo col cuore greve di disgusto (per la malvagità degli uomini), Zeus scatenò una grande alluvione sulla Terra che avrebbe dovuto distruggere il genere umano. Ma Deucalione, re di Ftia, avvertito da suo padre Prometeo il Titano, che si era recato a trovare nel Caucaso, costruì un’arca, la riempì di vettovaglie e vi salì con sua moglie Pirra, figlia di Epimeteo. Quando il vento del sud cominciò a soffiare, cadde la pioggia ed i fiumi si precipitarono con fragore verso il mare che, gonfiatosi con velocità sorprendente, spazzò via le città della costa e della pianura, finché tutto il mondo fu sommerso, salvo poche vette di monti, e tutte le creature mortali parvero perdute, salvo Deucalione e Pirra. L’arca navigò per nove giorni e infine, quando la furia delle acque si placò, andò a posarsi sul monte Parnaso o, come altri dicono, sul monte Etna o sul monte Athos, o sul monte Otri in Tessaglia. Si dice che Deucalione fu rassicurato da una colomba che aveva mandato ad esplorare in volo la regione lì attorno.

……….

Tuttavia, come si seppe poi, Deucalione e Pirra non furono gli unici sopravvissuti al diluvio, poiché Megaro, figlio di Zeus, fu strappato dal sonno dalle grida di certe gru che gli raccomandavano di riugiarsi sulla vetta del monte Gerania, che infatti non fu sommerso dalle acque. Un altro scampato fu Cerambo del Pelio che, trasformato in scarabeo dalle Ninfe, volò sulla vetta del Parnaso.

Mito africano – Ribellione e Diluvio

Ci fu un tempo in cui la terra e tutto quel che c’è sopra si ribellò all’uomo. Allora la terra e tutto quel che c’è sopra aveva la favella come gli uomini: soltanto le pietre non potevano parlare. La terra si rifiutava di produrre erba e frutti, sebbene piovesse molto. Le vacche si rifiutavano di dar latte, l’acqua non voleva lasciarsi bere, il legno non voleva lasciarsi tagliare, e neppure potevano gli uomini spander acqua ed emettere gli escrementi, perché la terra si rifiutava, e diceva: “Se lo fai, ti ammazzo”.

Allora uno degli uomini andò a parlare con Dio e gli raccontò della ribellione della terra: “Perché, disse, ci hai tu creati, se ora ci lasci perire? Perché ci hai dato occhi ed orecchi come hai tu? Perché ci hai fatto simili a te, se ora tutti ci sono contro e non ci obbediscono?”.

Iddio allora ordinò alla terra di ubbidire all’uomo e di produrre erba e frutta, e a tutte le altre cose che sono sulla terra impartì lo stesso comandamento, alle vacche, all’acqua e al legno. Ma nessuno ubbidì.

La Terra si mise a ridere, e disse: “Chi è Dio? Comandi pure. A noi non può comandare. Nessuno può camminare su di me, io non farò crescere l’erba”. Le vacche, l’acqua e il legno dissero altrettanto.

Allora Iddio si adirò, e mandò molta acqua e la terra scomparve sotto l’acqua, e anche le grandi rupi furono sommerse. Ma l’uomo che aveva parlato con Dio fabbricò una casa che stava sopra l’acqua e sotto il cielo, e così fu salvo. Ma fu il solo che si salvò.

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Il galletto gambegialle

E’ bravo quello lì a fare lo spaccone, sì si. Ma andrà a finire come il galletto gambegialle, se non sta attento.

Che razza di storia è questa, chiedi? Beh, è una che mi raccontava sempre mio nonno quand’ero un mocciosetto.

Il galletto gambegialle viveva nell’aia con suo padre, il vecchio gallo bianco, e il gallo rosso viveva dall’altra parte dell’aia, vicino al granaio. E un giorno, mentre il vecchio gallo cantava in cima al pilastro del cancello, il galletto saltò su e cominciò a cantare anche lui.

  • Chicchirichiiiiiii! – diceva il vecchio gallo. – Chiiiii, chiiiii! – faceva il galletto: non

sapeva ancora cantare bene, perché era troppo piccolo. – Chiudi il becco, – disse il gallo padre, che non sopportava di sentirlo gracidare così, – chiudi il becco, adesso anche le pulci hanno la tosse -. E così il galletto, che credeva di fare un chicchirichi di prim’ordine, dovette scendere dal pilone e tornare dalle galline e dagli altri pulcini. E il vecchio gallo continuava a cantare a pieni polmoni, finché il gallo rosso attraversa l’aia per venire a vedere che succede. Ma quando vide chi è a fare tutto quel fracasso, dice che era passato di lì per caso, così per ammazzare il tempo, e in ogni modo adesso doveva proprio fare un salto fino al porcile a vedere se i porci avevano abbastanza da mangiare, e se magari c’era qualche rimasuglio con cui nutrire l’ultima covata della gallina nera. E se ne torna buono buono nel suo lato di cortile.

Ma il giorno dopo, mentre il vecchio gallo è in giro con una pollastrella che cerca nido, il galletto salta di nuovo sul pilone, sbatte le ali e comincia a strillare finché le galline son tutte assordate. Arriva una a dirgli di scendere, e poi un’altra, ma non c’è niente da fare: era così preso ad ascoltare se stesso che non dava retta a nessun altro. Comunque, proprio quando cominciava a pensare di farlo bene come suo padre, o magari, anche un po’ meglio, arriva il gallo rosso con le piume del collo ritte, e dice al galletto: – Mi sembrava di averti sentito, ieri, ed eri proprio tu; vieni un po’ giù -. E prima che il galletto avesse il tempo di fare un altro chicchì, lo tirò giù dal cancello, e in un lampo lo finì. Quando il vecchio gallo tornò in cortile, fece ancora in tempo a vedere i maiali che si sgranocchiavano le gambette gialle, e sentì il gallo rosso cantare a più non posso. – Povero me, – disse con un gran sospiro, – lo sapevo che andava a finire così, se non se ne stava tranquillo. Beh, voi altri pulcini ricordatevi la lezione, e non cantate finché non vi saranno cresciuti gli speroni.

Fiabe popolari inglesi

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La Favola del Giorno

Il bastimento a tre piani – 2

Arrivarono a un’isola tutta rocce altissime che calavano a picco sul porto. – Che carico portate? – gridarono di lassù.

  • Carogne putrefatte!
  • Buone! – dissero. – E’ quello che fa per noi, – e grandi ombre nere calarono sulla nave.

Era l’isola degli Avvoltoi, abitata tutta da quegli uccelli rapaci. Scaricarono la nave portandosi via le carogne a volo, e in cambio dissero che al richiamo: “Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi!”, sarebbero sempre accorsi in loro aiuto.

Dopo altri mesi di navigazione, arrivarono all’isola dov’era prigioniera la figlia del Re d’Inghilterra. Sbarcarono, attraversarono una lunga caverna, e sbucarono davanti a un palazzo, in un giardino. Venne loro incontro un nano. – E’ qui la figlia del Re d’Inghilterra? – Domandò il giovane.

  • Venite a domandarlo alla Fata Sibiana,  – disse il nano, e li introdusse nel palazzo dal pavimento d’oro e dalle pareti di cristallo. La Fata Sibiana era seduta su un trono di cristallo e d’oro.
  • Sono venuti re e principi con tutti i loro eserciti, – disse la Fata Sibiana, – per liberare la Principessa, e tutti sono morti.
  • Io ho solo la mia volontà e il mio coraggio, – disse il giovane.
  • Ebbene, – disse la Fata, – dovrai passare tre prove. Se non ci riuscirai non farai più ritorno. Vedi questa montagna che mi nasconde il sole? Domattina quando mi sveglio voglio avere il sole in camera. Devi riuscire ad abbattere la montagna entro questa notte.

Il nano portò un piccone e condusse il giovane ai piedi della montagna. Il giovane diede un colpo di piccone e il ferro si ruppe. “Come faccio a scavare?”, si disse e gli vennero in mente i topi dell’isola. – Topi, bei topi, – chiamò, – aiutatemi voi!

Non aveva finito di dirlo che una marea di topi si mise a brulicare sulle pendici della montagna, e la ricoperse tutta fin sulla cima, e tutti scavavano e rodevano e zampettavano via la terra, e la montagna si sfaldava, si sfaldava…

L’indomani la Fata Sibiana si svegliò ai primi raggi del sole che entravano nella sua camera. – Bravo, – disse al giovane, – ma non basta -. E lo condusse nei sotterranei del palazzo. In mezzo al sotterraneo, in una sala alta come una chiesa c’era un immenso mucchio di piselli e lenticchie tutti mischiati. – Bisogna che entro stanotte mi dividi i piselli dalle lenticchie, facendo due mucchi separati. E guai se lasci una lenticchia nel mucchio dei piselli, o un pisello nel mucchio delle lenticchie.

Il nano lasciò un lucignolo di candela, e se ne andò con la Fata.

Il giovane rimase di fronte al gran mucchio, col lucignolo che stava per spegnersi e mentre si domandava come avrebbe mai potuto un uomo compiere un lavoro così minuto, gli vennero in mente le formiche dell’isola. – Formiche, belle formiche, – chiamò, – aiutatemi voi!

Appena pronunciate queste parole, tutto l’enorme sotterraneo formicolò di quelle minuscole bestioline, che si disposero attorno al mucchio e, con ordine e pazienza, le une trasportando i piselli, le altre le lenticchie, ammucchiarono due cumuli divisi delle due specie.

  • Non sono ancora vinta, – disse la Fata quando vide il lavoro compiuto. – Ora ti aspetta una prova ben più difficile. Entro domani all’alba devi portarmi un barile pieno dell’acqua di lunga vita.

La sorgente dell’acqua di lunga vita era in cima a un’altissima montagna, popolata di bestie feroci. Impossibile pensare di salirci, e più impossibile ancora andarci con un barile. Ma il giovane chiamò: – Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi! – E il cielo fu nero d’avvoltoi che scendevano a larghi giri. Il giovane attaccò al collo di ciascuno un’ampolla e gli avvoltoi volarono in lunghissimo stormo fino alla sorgente sull’alta montagna, riempirono ognuno la sua ampolla, e rivolarono fino dal giovane a rovesciare le ampolle nel barile che egli aveva preparato.

Quando il barile fu riempito, si sentì un galoppo di cavalli: la Fata Sibiana fuggiva, e dietro le correvano i suoi nani, e dal palazzo saltò fuori felice la figlia del Re d’Inghilterra dicendo: – Finalmente sono salva! M’avete liberata!

Con la figlia del Re e il barile dell’acqua di lunga vita, il giovane tornò sulla nave dove il vecchio marinaio l’aspettava per levar l’ancora.

Il Re d’Inghilterra scrutava ogni giorno il mare col cannocchiale, e quando vide avvicinarsi un bastimento con la bandiera inglese, corse al porto tutto contento. Il Tignoso, quando vide il giovane sano e salvo con la figlia del Re, per poco non morì di rabbia. E decise di farlo assassinare.

Mentre il Re festeggiava il ritorno della figlia con un grande pranzo, due tristi figuri vennero a chiamare il giovane, dicendo d’una questione urgente. Il giovane senza capire li seguì; giunti nel bosco, i due figuri, che erano sicari del Tignoso, trassero i coltelli e lo scannarono.

Intanto, al pranzo, la figlia del Re stava in pensiero perché il giovane era uscito con quei tristi figuri e non tornava. Andò a cercarlo e, arrivata nel bosco, trovò il suo cadavere pieno di ferite. Ma il vecchio marinaio aveva portato con se il barile dell’acqua di lunga vita e vi immerse il cadavere del giovane: lo videro saltar fuori più sano di prima, e così bello, che la figlia del Re gli gettò le braccia al collo.

Il Tignoso era verde dalla bile. – Cosa c’è in quel barile? Domandò.

  • Olio bollente, – gli rispose il marinaio.

Allora il Tignoso si fece preparare un barile di olio bollente e disse alla Principessa: – Se non amate me mi uccido -. Si trafisse col pugnale e saltò nell’olio bollente. Restò bruciato, sull’istante, e nel salto gli volò via la parrucca nera e si scoperse la testa tignosa.

  • Ah! Il Tignoso! disse il Re d’Inghilterra. – il più crudele dei miei nemici. Finalmente ha trovato la sua fine. E allora tu, valoroso giovane, sei il mio figlioccio! Tu sposerai mia figlia ed erediterai il mio regno! E così avvenne.

(Riviera ligure di ponente)

La Favola del Giorno

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La Favola del Giorno

Il bastimento a tre piani

C’erano marito e moglie poveri, che stavano in campagna. Nacque loro un bambino ma non avevano nessuno nel vicinato che gli facesse da padrino. Andarono in città, ma non conoscevano nessuno, e senza padrino non lo potevano far battezzare. Videro un uomo avvolto in un mantello nero sulla porta della chiesa e gli dissero: – Buon uomo, ci fate da padrino a questo figlio? – L’uomo disse di sì e il battesimo fu fatto.

Usciti di chiesa, lo sconosciuto disse: – Ora devo fare il regalo al mio figlioccio. Ecco questa borsa; servirà per allevare il bambino e dargli un’istruzione. E qui c’è una lettera che gli darete quando saprà leggere -. Il padre e la madre rimasero stupiti, e prima che trovassero parole per ringraziare l’uomo e chiedergli chi era, egli se n’era digià andato.

La borsa era piena di monete d’oro e servirono a mandar a scuola il bambino. Quando ebbe imparato a leggere, i genitori gli diedero la lettera; ed egli lesse:

Caro figlioccio

Torno a riprendere possesso del mio trono dopo un lungo esilio e ho bisogno d’un erede. Appena letta questa lettera mettiti in viaggio e vieni a trovare il tuo caro padrino, il Re d’Inghilterra.

Post scriptum: In viaggio, guardati bene dall’accompagnarti con un losco, uno zoppo ed un tignoso.

Il giovane disse: – Padre, madre, addio, devo andare a trovare il mio padrino, – e si mise in viaggio. Dopo aver camminato qualche giorno, incontrò un viandante che gli disse: – Bel giovane, dove andate?

  • In Inghilterra.
  • Anch’io: viaggeremo insieme.

Il giovane lo guardò negli occhi; aveva un occhio che guardava levante e uno ponente, ed egli pensò che era il losco da cui doveva guardarsi. Si fermò con un pretesto e cambiò strada.

Trovò un altro viandante seduto su una pietra. – Andate in Inghilterra? Faremo il viaggio insieme, – disse e alzatosi cominciò a zoppicare appoggiandosi al bastone. “Questo è lo zoppo”, pensò il giovane, e cambiò strada ancora.

Incontrò un altro viaggiatore, che gli occhi li aveva sani, le gambe anche, e quanto a tigna, aveva la più folta e netta testa di capelli neri che si fosse mai vista. Così, siccome era anche lui in via per l’Inghilterra, viaggiarono insieme. A sera si fermarono in una locanda e vi presero alloggio. Ma il giovane, che non si fidava, consegnò la borsa col suo denaro e la lettera per il Re al locandiere perché gliela custodisse. Nella notte, mentre il giovane dormiva, il compagno s’alzò, andò dal locandiere e si fece dare la borsa, la lettera e il cavallo. Al mattino, il giovane si trovò solo, senza un soldo, senza la lettera e appiedato.

  • E’ venuto stanotte il vostro servitore, – gli disse il locandiere, – a prendere tutta la vostra roba. Ed è partito…

Il giovane si mise in strada a piedi. A una svolta, vide il suo cavallo legato a un albero in un prato. Andò a prenderlo ma da dietro all’albero saltò fuori il compagno della sera prima armato di pistola. – Se hai cara la vita, – disse, – devi farmi da servitore e fingere che sia io il figlioccio del Re d’Inghilterra -. E in così dire si tolse la parrucca nera: il suo cranio era tutto ricoperto di tigna.

Partirono, il tignoso a cavallo e il giovane a piedi, e così arrivarono in Inghilterra. Il Re accolse a braccia aperte il tignoso credendolo il suo figlioccio, mentre il vero figlioccio fu assegnato alle scuderie, come mozzo di stalla. Ma il tignoso non vedeva l’ora di disfarsene e un giorno che il Re gli disse: – Se potessi liberare mia figlia, prigioniera di un incantesimo in un’isola, te la darei per sposa; ma tutti quelli che sono partiti per liberarla sono morti, – lui gli propose: – Provate a mandarci il mio servitore, lui certo sarà capace di liberarla.

Il Re fece chiamare subito il giovane e gli chiese: -Tu sei capace di liberare mia figlia?

  • Vostra figlia? – disse il giovane. – Ditemi dov’è, Maestà!

E il Re: – Guarda che se tornerai senza averla liberata ti farò tagliar la testa.

Il giovane andò al molo, e guardava le navi partire e non sapeva come raggiungere l’isola della Principessa. Gli si avvicinò un vecchio marinaio con la barba fino ai ginocchi: – Sta’ a sentire, – gli disse, – fatti fare una nave a tre piani.

Il giovane andò dal Re e si fece armare una nave a tre piani.

Quando la nave fu in porto pronta a salpare, ricomparve il vecchio marinaio: – Adesso, – disse, – fa’ caricare un piano di croste di formaggio, un altro piano di briciole di pane, e il terzo di carogne putrefatte.

Il giovane fece fare i tre carichi.

  • Adesso, – disse il vecchio, – quando il Re ti dirà: “ Scegli quanti marinai vuoi”, tu dì: “Me ne basta solo uno”, e sceglierai me -. Così fece e tutta la cittadinanza era a veder salpare la nave con quello strano carico e con un equipaggio composto d’un solo uomo, e per di più vecchio cadente.

Navigarono tre mesi, e dopo tre mesi, nella notte, videro un faro e entrarono in un porto. Non si vedeva nulla a riva: case basse basse, un muoversi come di nascosto, e finalmente una voce disse: – Che carico portate?

  • Croste di formaggio, – rispose il vecchio marinaio.
  • Buono, – dissero da terra, – è quel che fa per noi.

Era l’isola dei Topi, e tutti topi erano i suoi abitanti. Dissero: – Compriamo tutto il carico, ma danari per pagare non ne abbiamo. Però ogni volta che avrete bisogno di noi, non avrete che da dire: “Topi, bei topi, aiutatemi voi!” e noi arriveremo subito ad aiutarvi.

Il giovane e il marinaio buttarono la passerella e i topi vennero a scaricare velocissimi le croste di formaggio.

Partiti di là, arrivarono di notte a un’altra isola. Nel porto non si vedeva nulla, peggio che in quell’altra. Non c’era né casa né albero che si alzasse da terra. – Che carico avete? – sentirono dire, dal buio.

  • Briciole di pane, – disse il marinaio.
  • Buono! – Risposero. – E’ quel che fa per noi!

Era l’isola delle Formiche, e tutte formiche erano ii suoi abitanti. Neanche loro avevano danaro per pagare, ma dissero: – Quando avrete bisogno di noi, basta che diciate: “Formiche, belle formiche aiutatemi voi!” perché noi accorriamo dovunque voi siate.

E si misero a scaricare le briciole di pane, avanti e indietro per le funi di ormeggio. Poi la nave ripartì. Continua domani.

La Favola del Giorno

Iniziano i racconti di Sherazad

Prima notte

Il mercante e il genio

Sire, c’era una volta un mercante che possedeva molti beni, sia in poderi, sia in mercanzie e denaro contante. Egli aveva molti commessi, fattori e schiavi; di tanto in tanto, era costretto a compiere viaggi per incontrarsi con i suoi corrispondenti. Un giorno che un affare importante lo chiamava in una località piuttosto lontana da quella in cui abitava, montò a cavallo e partì portando con sé una valigia nella quale aveva messo una piccola provvista di biscotti e di datteri, dovendo attraversare un paese deserto, dove non avrebbe trovato di che vivere. Arrivò senza incidenti dove aveva da sbrigare i suoi affari e, compiuta la cosa che lo aveva richiamato in quel luogo, rimontò a cavallo per far ritorno a casa.

Il quarto giorno di viaggio, si sentì a tal punto oppresso dall’ardore del sole che deviò dalla sua strada per andare a rinfrescarsi sotto degli alberi che aveva scorto nella campagna. Ai piedi di un grande albero di noce, trovò una fontana che gettava acqua chiarissima e corrente. Scese a terra, legò il cavallo a un ramo dell’albero e si sedette accanto alla fontana, dopo aver tirato fuori dalla valigia qualche dattero e qualche biscotto. Mangiando i datteri ne gettava i noccioli a diritta e a manca. Terminato il frugale pasto, da buon musulmano qual era, si lavò mani, viso e piedi e recitò la sua preghiera.

Non l’aveva ancora terminata ed era ancora in ginocchio, quando vide apparire un genio tutto canuto per la vecchiaia e di enorme grandezza, il quale, avanzando verso di lui con la spada in pugno, gli disse con un terribile tono di voce:

“Alzati affinché io ti uccida come tu hai ucciso mio figlio. – Accompagnò queste parole con un grido spaventoso. Il mercante, atterrito dall’orribile aspetto del mostro e dalle parole che gli aveva rivolte, gli rispose tremando:

  • Ahimè! Mio buon signore, di quale delitto posso essere colpevole verso di voi, per meritare che voi mi togliate la vita?
  • Io voglio, – riprese il genio, – ucciderti come tu hai ucciso mio figlio.
  • Oh! buon Dio! – replicò il mercante, – come avrei potuto uccidere vostro figlio? Non lo conosco neppure e non l’ho mai visto.
  • Arrivando qui, – replicò il genio, – non ti sei forse seduto? Non hai tirato dei datteri fuori dalla tua valigia e, mangiandoli, non hai gettato i noccioli a destra e a sinistra?
  • Ho fatto quanto voi dite, – rispose il mercante, – non posso negarlo.
  • Stando così le cose, – riprese il genio, – ti dico che hai ucciso mio figlio, ed ecco in che modo: mentre tu gettavi i noccioli passava mio figlio, ne ha ricevuto uno nell’occhio ed è morto. Perciò debbo ucciderti.
  • Ah monsignore, perdono! – esclamò il mercante.
  • Nessun perdono, – rispose il genio, – nessuna misericordia. Non è giusto uccidere colui che ha ucciso?
  • Sono d’accordo con voi, – disse il mercante, – ma certamente non ho ucciso vostro figlio e, anche se così fosse, l’avrei fatto soltanto molto innocentemente. Perciò vi supplico di perdonarmi e di risparmiare la mia vita.
  • No, no! – disse il genio persistendo nella sua risoluzione, – debbo ucciderti, poiché tu hai ucciso mio figlio” A queste parole, afferrò il mercante per il braccio, lo gettò con la faccia a terra e alzò la spada per tagliargli la testa.

Frattanto il mercante, tutto in lacrime e protestando la sua innocenza, rimpiangeva la moglie e i figli, e diceva le cose più commoventi del mondo. Il genio, sempre con la spada sollevata, ebbe la pazienza di attendere che il disgraziato avesse finito di lamentarsi, ma non ne fu affatto impietosito.

“Tutti questi rimpianti sono superflui, – esclamò. – Anche se le tue lacrime fossero di sangue, ciò non mi impedirebbe di ucciderti come tu hai ucciso mio figlio.

  • Come! – replicò il mercante, – niente riesce a commuovervi? Volete assolutamente togliere la vita a un povero innocente?
  • Si, – replicò il genio, – lo voglio.” Così dicendo…

A questo punto, Sherazad, accorgendosi che era giorno e sapendo che il sultano si alzava di buon mattino per recitare le sue preghiere e tenere consiglio, smise di parlare.

“Buon Dio! sorella mia, – disse allora Dinarzad, – che racconto meraviglioso!

  • Il seguito è ancora più stupefacente, – rispose Sherazad, – e sareste d’accordo con me, se il sultano volesse lasciarmi vivere ancora per oggi e darmi il permesso di raccontarvelo la prossima notte.”

Shahriar, che aveva ascoltato con piacere Sherazad, disse tra sé: “Aspetterò fino a domani; la farò pur sempre morire, ma dopo aver ascoltato la fine del suo racconto.” Avendo dunque stabilito di non far morire Sherazad per quel giorno, si alzò per recitare le sue preghiere e recarsi al consiglio.

Frattanto il gran visir era preda di una crudele inquietudine. Invece di gustare la dolcezza del sonno, aveva trascorso la notte a sospirare e a compiangere la sorte della figlia della quale egli doveva essere il carnefice. Ma se in questa triste attesa temeva la vista del sultano, fu piacevolmente stupito quando vide il principe entrare in consiglio senza dargli il funesto ordine che attendeva.

Il sultano, come era sua abitudine, trascorse la giornata a regolare gli affari del suo impero e, quando scese la notte, si coricò di nuovo con Sherazad. Il giorno dopo, prima del sorgere del sole, Dinarzad non dimenticò di rivolgersi alla sorella e dirle:

“Cara sorella, se non dormite, vi supplico, mentre aspettiamo l’alba che spunterà tra breve, di continuare il racconto di ieri. – Il sultano non aspettò che Sherazad gli chiedesse il permesso.

  • Terminate il racconto del genio e del mercante, – le disse, – sono curioso di udirne la fine.”

Sherazad prese allora la parola, e continuò il suo racconto in questi termini.

Dalle Mille e una notte. Continua con la seconda notte. Alla prossima.

La Favola del Giorno

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La Favola del Giorno

Barbablù – 2

  • Bisogna morire, signora, – le disse, – e senza indugi.
  • Dato che devo morire, – ella rispose guardandolo con gli occhi pieni di lagrime, – datemi almeno un po’ di tempo per raccomandarmi a Dio.
  • Vi accordo un mezzo quarto d’ora, – rispose Barbablù, – ma non un minuto di più.

Rimasta sola, ella chiamò sua sorella e le disse:

  • Anna, – era questo il suo nome, – Anna, sorella mia, sali, ti prego, sali in cima alla torre per vedere se i nostri fratelli, per caso, non stiano arrivando; mi avevano promesso di venire a trovarmi quest’oggi, e se li vedi, fa’ loro segno di affrettarsi.

La sorella Anna salì in cima alla torre e la povera infelice le gridava di quando in quando:

  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?

E la sorella Anna le rispondeva:

  • Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia.

Intanto Barbablù, brandendo un coltellaccio, gridava a sua moglie, con quanto fiato aveva in corpo:

  • Scendi giù subito, o salgo su io!
  • Ancora un momentino, per piacere, – gli rispose la moglie: e, subito dopo, riprese con voce soffocata:
  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?

E la sorella Anna rispondeva:

  • Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia.
  • Scendi giù subito, – gridava Barbablù, – o salgo su io!
  • Adesso vengo, – rispondeva la moglie; e poi gridava:
  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?
  • Vedo… – rispondeva la sorella Anna, – vedo un gran polverone che viene da questa parte.
  • Sono i nostri fratelli?
  • Ahimè no! sorella mia! E’ soltanto un branco di pecore!
  • Insomma, vuoi scendere o no? – sbraitava Barbablù.
  • Ancora un momento – rispondeva la moglie; e poi gridava:
  • Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?
  • Vedo… – rispose la sorella, – vedo due cavalieri che vengono da questa parte, ma sono ancora molto lontani… Dio sia lodato! – esclamò un attimo dopo, – sono proprio i nostri fratelli! Faccio loro tutti i segni che posso, perché si sbrighino a venire.

Barbablù si mise a gridare così forte da far tremare la casa. La povera donna scese giù da lui e, tutta piangente e scarmigliata, andò a gettarsi ai suoi piedi.

  • Inutile far tante storie! – disse Barbablù, – dovete morire!

Poi afferrandola con una mano per i capelli, e con l’altra brandendo in aria il coltellaccio, si accinse a tagliarle la testa. La povera donna, volgendosi verso di lui e guardandolo con lo sguardo annebbiato, lo pregò di concederle un ultimo istante per potersi raccogliere

  • No, – lui disse, – e raccomandati a Dio! – Poi, alzando il braccio…

A questo punto, bussarono così forte alla porta di casa che Barbablù si fermò interdetto. Fu aperto, e subito si videro entrare due cavalieri che, sguainando la spada, si gettarono su Barbablù.

Lui riconobbe ch’erano i fratelli di sua moglie, uno dragone, l’altro moschettiere, e allora si diede a fuggire per mettersi in salvo; ma i due fratelli gli corsero dietro così lesti che lo acciuffarono prima ancora che avesse potuto raggiungere la scala. Lo passarono da parte a parte con le loro spade e lo lasciarono morto. la povera donna era anche lei quasi morta come il marito e non aveva la forza di alzarsi per abbracciare i suoi fratelli.

Si scoperse che Barbablù non aveva eredi: così la moglie diventò padrona di ogni suo avere. Ne adoperò una parte a maritare la sorella Anna con un giovane cavaliere che l’amava da molto tempo; un’altra parte a comperare il grado di capitano ai fratelli; e il rimanente, a maritarsi con un galantuomo che le fece dimenticare i brutti giorni che aveva passati con Barbablù.

Morale

Quella curiosità che tanto spesso

costa dolori e gravi pentimenti

è un futile piacere (non spiaccia al gentil sesso)

che, una volta raggiunto, finisce immantinenti.

Altra morale

Chiunque sia del mondo un po’ informato

subito vede che il racconto nostro

non è che storia del tempo passato.

Oggi, dove trovarlo un tale mostro

di marito che vuole l’impossibile?

Per malcontento e geloso che sia,

oggi il marito si mostra impassibile

al fianco della moglie, e tira via.

E di qualunque tinta sia tinto il suo barbone,

è difficile dire chi dei due sia il padrone.

Fiabe popolari francesi

La Favola del Giorno

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La Favola del Giorno

Barbablù

C’era una volta un uomo che aveva case bellissime in città e in campagna, vasellame d’oro e d’argento, suppellettili ricamate e berline tutte d’oro; ma, per sua disgrazia, quest’uomo aveva la barba blu e ciò lo rendeva così brutto e spaventoso che non c’era ragazza o maritata, la quale, vedendolo non fuggisse per la paura.

Una sua vicina, dama molto distinta, aveva due figliole belle come il sole. Egli ne chiese una in matrimonio, lasciando alla madre la scelta di quella che avesse voluto dargli. Ma nessuna delle due ne voleva sapere, e se lo rimandavano l’una all’altra, non potendo risolversi a sposare un uomo il quale avesse la barba blu.

Un’altra cosa poi a loro non andava proprio a genio: era che egli aveva già sposato parecchie donne, e nessuno sapeva che fine avessero fatto.

Barbablù, per fare meglio conoscenza, le condusse, insieme alla madre, a tre o quattro delle loro migliore amiche, e ad alcuni giovanotti del vicinato, in una delle sue ville in campagna, ove rimasero per otto giorni interi. Non si fecero che passeggiate, partite di caccia e di pesca, balli, festini e merende: non si dormiva neppure più, perché si passava tutta la notte a farsi degli scherzi l’uno con l’altro; insomma, tutto andò così bene che la minore delle due sorelle cominciò a trovare che il padron di casa non aveva più la barba tanto blu, ed era in fondo una gran brava persona. Non appena furono tornati in città, il matrimonio fu concluso.

In capo a un mese, Barbablù disse a sua moglie che egli era costretto ad intraprendere un viaggio di almeno sei settimane, per un affare assai importante; la pregava di stare allegra durante la sua assenza: invitasse pure le sue amiche più care, le portasse in campagna, se voleva, insomma, pensasse sempre a passarsela bene.

  • Ecco qui, le disse, – le chiavi delle due grandi guardarobe; ecco quelle del vasellame d’oro e d’argento che non si adopera tutti i giorni; ecco quelle delle mie casseforti dove tengo tutto il mio denaro, quelle delle cassette dove sono i gioielli, ed ecco infine la chiave comune che serve ad aprire ogni appartamento. Quanto a questa chiavetta qui, è quella che apre lo stanzino in fondo al grande corridoio al pianterreno: aprite pure tutto, andate pure dappertutto, ma quanto allo stanzino, vi proibisco di mettervi piede, e ve lo proibisco in modo tale che, non sia mai vi entraste, dalla mia collera vi potete aspettare ogni cosa!

Lei promette d’ubbidire scrupolosamente agli ordini avuti e lui, dopo averla abbracciata, sale in carrozza e parte per il suo viaggio.

Le vicine e le amiche del cuore non aspettarono che le si mandasse a chiamare per venire a trovare la sposina, tant’erano impazienti di vedere tutte le ricchezze della casa di lei, e non avendo osato di venirvi quando c’era il marito, sempre per via di quella barba blu che tanto le spaventava. Eccole subito a correre per tutte le sale, una più bella e ricca dell’altra. Salirono poi alle guardarobe dove non avevano occhi abbastanza per ammirare la quantità e la bellezza degli arazzi, dei letti, dei divani, degli stipi, dei tavolinetti, delle tavole grandi e degli specchi, dove ci si poteva specchiare dalla punta dei piedi fino ai capelli e le cui cornici, alcune di cristallo, altre d’argento o d’argento dorato, erano le più ricche e splendide che mai si fossero vedute. Non la finivano più di portare alle stelle e invidiare la fortuna della loro amica, ma questa non provava alcun piacere nel vedere tutte quelle ricchezze, perché non vedeva l’ora di andare ad aprire lo stanzino a pianterreno.

La curiosità la spinse a un punto che, senza considerare quanto fosse sconveniente di lasciare lì, su due piedi, le amiche, ella vi andò, scendendo per una scaletta segreta e con una precipitazione tale che, due o tre volte, fu lì lì per rompersi l’osso del collo. Giunta dinanzi alla porta dello stanzino, esitò un momento prima d’entrarci, pensando alla proibizione del marito e considerando che la propria disubbidienza avrebbe potuto attirarle qualche guaio; ma la tentazione era così forte che non poté vincerla; prese la chiavetta e aperse con mano tremante la porta dello stanzino.

Dapprincipio ella non vide nulla, perché le finestre erano chiuse; ma a poco a poco cominciò ad accorgersi che il pavimento era tutto coperto di sangue rappreso, nel quale si rispecchiavano i corpi di parecchie donne morte e appese lungo le pareti. (Erano tutte le donne che Barbablù aveva sposato e che aveva sgozzato una dopo l’altra). Per poco non morì dalla paura, e la chiave dello stanzino, che ella aveva ritirato dalla serratura, le cadde di mano. Dopo essersi un tantino riavuta, raccolse la chiave, richiuse la porta e salì nella sua camera per riflettere un poco, ma non le riusciva tant’era la sua agitazione.

Essendosi accorta che la chiave dello stanzino era macchiata di sangue, la ripulì due o tre volte, ma il sangue non se ne andava via; allora la lavò e perfino la strofinò con la rena e col gesso: il sangue era sempre lì, perché la chiave era fatata, e non c’era mezzo di pulirla per bene: se si levava il sangue da una parte, rispuntava dall’altra.

La sera stessa Barbablù tornò dal suo viaggio; disse che per strada aveva ricevuto una lettera, dove gli si diceva che l’affare per il quale era partito, era stato già concluso in modo vantaggioso per lui. La moglie fece tutto il possibile per dimostrargli che ella era felice del suo pronto ritorno.

Il dì seguente egli le chiese le chiavi, lei le consegnò ma con una mano così tremante, che lui indovinò senza fatica tutto l’accaduto.

  • Come mai, – le chiese, – la chiavetta dello stanzino non si trova qui, insieme alle altre?
  • Forse, – lei rispose, – l’ho lasciata in camera, sul mio tavolino.
  • Non tardate a restituirmela, – disse Barbablù.

Dopo qualche inutile indugio, non si poté fare a meno di portare la chiave. Barbablù, dopo averla ben guardata, disse alla moglie:

  • Come mai c’è del sangue su questa chiave?
  • Non ne so nulla, – rispose la poverina, più pallida della morte.
  • Non ne sapete nulla? – replicò Barbablù, – ma io lo so benissimo! Siete voluta entrare nello stanzino! Ebbene, signora, adesso vi tornerete e prenderete posto accanto a quelle dame che avete visto lì dentro.

Ella si gettò ai piedi del marito piangendo e chiedendogli perdono, con tutti i segni di un sincero pentimento per la sua disubbidienza. Bella e addolorata com’era, avrebbe intenerito un macigno; ma Barbablù aveva un cuore più duro di un macigno. Continua domani.