L’Angolo della Poesia

Note alla Poesia

Soffermati: dopo aver varcato il Ticino, che segnava una barriera non solo fisica tra piemontesi e lombardi, è naturale che i nuovi Italiani si soffermino un attimo a ripensare all’impresa compiuta, per ricontrollarne la validità morale, per misurare quasi la grandezza di essa e il successivo impegno per l’avvenire.

arida sponda: i patrioti si sono inoltrati fino alla parte non più bagnata dalle acque.

tutti assorti: non la gloria o la gioia dell’impresa compiuta, ma la chiara coscienza di un dovere che resta ancora da condurre a termine e la visione delle difficoltà ancora da affrontare, determinano questo atteggiamento.

antica virtù: la virtù dei padri.

Un giuramento semplice, lineare, ovvio, che è espresso in forma epigrafa.

Il giuramento non è rimasto isolato, perché altri spiriti forti rispondevano a quel giuramento (giuro).

da fraterne contrade: da regioni abitate da altri che si sentivano ugualmente italiani e che la politica aveva divisi con confini non segnati dalla natura; non si tratta solo della Lombardia, ma anche di altre regioni; è, insomma, tutta l’Italia, almeno nella immaginazione del poeta, che si sveglia e che in un primo tempo si prepara in tutta segretezza (affilando nell’ombra le spade), fin quando viene il grande momento della lotta aperta, condotta con chiara visione dei fini da raggiungere.

levate: sguainate.

scintillano al sol: in contrasto con la preparazione condotta tutta in segreto e nella paura.

Il giuramento vien pronunciato secondo la formula tradizionale: darsi la destra, ripetere la formula resa sacra dalla volontà di sacrificio che chiama Dio a testimonio; chiarezza di finalità, senza soluzioni intermedie o di compromesso; o liberi o morti in comunità d’intenti, di azioni e di sorte.

Chi potrà… dolor: colui che potrà dividere e distinguere (scerner) le acque della duplice Dora (Dora Baltea e Dora Riparia), della Bormida che affluisce nel Tanaro, del Ticino e dell’Orba che scorre in mezzo alle selve (selvosa), dopo che queste acque si sono versate nel Po; colui che riuscirà a togliere al Po (stornargli) le acque (correnti) del Mella (rapido per la forza delle acque e per il forte declivio della sua valle) e dell’Oglio (le acque del Mella e dell’Oglio sono dette miste perché si uniscono prima di affluire nel Po); colui che potrà ritogliergli le acque che l’Adda, dopo averle ricevute da mille torrenti, ha versato nel suo letto, ebbene, costui riuscirà a spezzare e a dividere ancora (scindere) e a ridurre ancora una volta in tanti volghi degni di disprezzo, il popolo italiano risorto, ricacciandolo indietro contro la volontà dei fati e contro l’evoluzione portata dal seguito degli anni e dei secoli, riducendolo all’antico avvilimento e riportandolo ai dolori antichi (prischi).

una gente… mare: un popolo che o sarà libero tutto dalle Alpi fino al mare o sarà tutto per sempre schiavo.

In forma epigrafica vien data dal Manzoni la definizione di nazione, una definizione valida ancora oggi e che i nostri padri sentirono come dogma preciso quando dalla prima guerra d’indipendenza del 1848 fino al primo conflitto del 1915 combatterono e morirono per ridare all’Italia una realtà politica e geografica, ma soprattutto spirituale secondo la definizione manzoniana: l’unità di un popolo risulta dal concorrere della comunanza di lingua, di religione, di tradizioni, di origini, di ideali, delle quali cose l’unità delle armi è solo la conseguenza più appariscente e, nei momenti del comune pericolo, più efficace.

Viene ora descritto lo stato di avvilimento degli Italiani prima della loro resurrezione a dignità di nazione; in particolare lo sguardo si volge ad osservare lo stato dei lombardi, che ora sono insorti a rivendicare la libertà e l’unità della patria. Per l’esatta comprensione dei versi, ordina: “Il lombardo doveva stare nella sua terra con quel volto sfiduciato e avvilito, con quello sguardo volto a terra ed incerto con il quale sta un mendicante sopportato per pietà in terra straniera.

voglia: capriccio, arbitrio.

legge: precetto da osservare.

Il suo destino veniva stabilito dagli altri, senza che lui, che ne era la vittima, potesse intervenire nella decisione.

servire e tacer: ogni residuo di dignità sembrava per sempre distrutto e si concretava appunto nel servire ciecamente e bestialmente.

retaggio: eredità, diritto naturale, tradizione.

strappate le tende: affrettatevi ad andar via.

Sembrò, in effetti, che i moti del ’21 stessero per determinare uno sconvolgimento definitivo, da cui dovesse nascere l’italica libertà; il poeta precorre gli eventi, che, invece, ebbero sviluppo ed esito ben diversi e contrari alle aspirazioni dei patrioti.

barbari: in questo caso barbari perché opprimono un popolo, e non perché discendenti dagli Ostrogoti.

O stranieri! … ragion: gli Austriaci nel 1814, crollato il dominio napoleonico, avevano solennemente promesso, per bocca dell’arciduca Giovanni e di altri, che avrebbero ridato agli Italiani l’indipendenza loro tolta dai Francesi: ma poi, non solo non avevano tenuto fede all’impegno, ma avevano addirittura impedito con feroce repressione ogni anelito degli Italiani alla libertà. Il Manzoni accomuna in questa strofa Austriaci e Tedeschi, sia perché erano della stessa stirpe, sia perché i secondi approvavano e appoggiavano la politica dei primi; questi stranieri, dice il poeta, si erano obbrobriosamente macchiati di tradimento, intraprendendo una iniqua tenzone con gli Italiani (e qui il poeta allude agli Austriaci); questi stranieri, nei giorni in cui avevano subito il dominio napoleonico (in quei giorni) avevano invocato altamente (a stormo) l’aiuto di Dio per scacciare i Francesi oppressori (la forza straniera), proclamando la libertà di ogni gente e condannando l’iniqua ragione della spada (e qui si tratta dei Tedeschi che avevano preso le armi contro Napoleone, sconfiggendolo a Lipsia). Ricordate che l’ode è dedicata ad un eroe di quella lotta, a Teodoro Koerner, caduto a Lipsia.

preme: copre.

vostri oppressori: i Francesi di Napoleone, uccisi a Lipsia.

estranei signori: dominatori stranieri.

tanto amara… quei dì: fu per voi tanto amara, intollerabile nel tempo in cui foste oppressi.

chi v’ha detto… genti: perché dovete ritenere che la triste condizione (lutto) degli Italiani debba rimanere sempre tale (sterile, eterno)?

Il tono persuasivo che, sin dalla strofa precedente, ha fatto un po’ calare l’impeto dell’ode, prende qui una più evidente significazione. L’argomentazione è semplice, ma anche chiaramente minacciosa: quel Dio che udì i lamenti degli stranieri quando questi erano oppressi e che consentì loro di premere il corpo del loro oppressori, non potrà essere sordo ai lamenti degli Italiani, oggi oppressi da coloro che fino a ieri invocavano il suo aiuto.

Due esempi della giustizia divina, che non potrà mai venir meno; Dio sommerse (chiuse) nelle acque del Mar Rosso (nell’onda vermiglia) il malvagio (il rio) Faraone che col suo esercito inseguiva il popolo d’Israele in fuga per sottrarsi alla schiavitù d’Egitto; Dio pose il martello (maglio) nel pugno del virile (maschia) ebrea Giale e guidò il suo colpo, quando uccise nel sonno, conficcandogli un chiodo in testa, il nemico della sua gente. Sisara, capitano del tiranno Jabin, dopo averlo attirato nella sua tenda. In quest’ultimo esempio il Manzoni vede la volontà di Dio, che arma la mano del debole perché non soggiaccia al volere del prepotente.

l’ugne: le unghie.

dovunque… servaggio: dovunque è arrivato il dolente grido della tua lunga schiavitù.

dove ancor… non è: dove non è ancora abbandonata (deserta) ogni speranza nella dignità umana (lignaggio = stirpe).

dove ancor… matura: dove in segreto i popoli oppressi si preparano a conquistare la libertà.

ha lacrime: è compianta.

Troppe volte l’Italia ha confidato nell’aiuto straniero per porre fine alle sue condizioni di schiavitù: per questo con ansiosa attesa ha sperato di vedere (spiasti) apparire un amico stendardo dalle Alpi o ha teso lo sguardo sull’Adriatico e sul Tirreno (duplice mar) dove però non s’è vista alcuna nave amica (e per questi deserti).

Son finiti, dice il poeta, quei tempi tristi: ora all’Italia daranno aiuto i suoi stessi figli, impetuosamente insorti dal suo seno stesso (dal tuo seno sboccati), stretti intorno al santo tricolore, i quali nel dolore troppo a lungo patito hanno trovato la forza d’animo necessaria e la ferma decisione a combattere.

Oggi, o forti, lampeggi (baleni) sui volti l’ardore (furor) tanto a lungo covato nel segreto degli animi (menti segrete): si combatte per l’Italia, dunque dovete vincere! Il destino d’Italia, è affidato alle vostre spade (brandi). O la vedremo risorta per merito vostro, seduta al consesso (convito) dei popoli, con dignità pari a quella delle altre nazioni, o, vinta, resterà sotto l’orribile bastone dell’oppressore (l’orrida verga), più serva, più avvilita, più disprezzata di prima.

L’angolo della Poesia

Marzo 1821 – 3

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia

chiuse il rio che inseguiva Israele,

quel che in pugno alla maschia Giaele

pose il maglio, ed il colpo guidò;

quel ch’è Padre di tutte le genti,

che non disse al Germano giammai:

va, raccogli ove arato non hai;

spiega l’ugne: l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente

grido uscì del tuo lungo servaggio;

dove ancor dell’umano lignaggio

ogni speme deserta non è;

dove già libertade è fiorita,

dove ancor nel segreto matura,

dove ha lacrime un’alta sventura,

non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spiasti

l’apparir d’un amico stendardo!

Quante volte intendesti lo sguardo

ne’ deserti del duplice mar!

Ecco alfin dal tuo seno sboccati,

stretti intorno a’ tuoi santi colori,

forti, armati de’ propri dolori,

i tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni

Il furor delle menti segrete:

per l’Italia si pugna, vincete!

Il suo fato sui brandi vi sta.

O risorta per voi la vedremo

al convito de’ popoli assisa,

o più serva, più vil, più derisa

sotto l’orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!

O dolente per sempre colui

che da lunge, dal labbro d’altrui,

come un uomo straniero, le udrà!

Che a’ suoi figli narrandole un giorno,

dovrà dir sospirando: io non c’era;

che la santa vittrice bandiera

salutata quel dì non avrà.

Alessandro Manzoni

L’angolo della Poesia

La famija poverella

Quiete, crature (1) mie, stateve quiete;

sì, fiji, zitti, ché mommò viè tata. (2)

Oh Vergine der Pianto addolorata,

provedeteme (3) voi che lo potete.

Nò, viscere mie care, (4) nun piagnete:

nun me fate morì cusì accorata. (5)

Lui quarche cosa l’averà abbuscata, (6)

e pijeremo (7) er pane, e magnerete.

Si capìssivo (8) er bene che ve vojo!…

Che dichi, Peppe? Nun vòi stà a lo scuro?

Fijo, com’ho da fa si nun c’è ojo? (9)

E tu, Lalla, che hai? Povera Lalla,

hai freddo? Ebbè, nun méttete (10) lì ar muro:

viè (11) in braccio a mamma tua che t’ariscalla. (12)

Giuseppe Gioachino Belli – dai Sonetti

L’Angolo della Poesia

Note e commento alla poesia del giorno

vedute della Roma belliana – L’atrio del portico di Ottavia – un particolare

Note

  1. “Non occorre poi molto, Monsignore”. Non si dimentichi che nello Stato Pontificio le cariche pubbliche eran tenute esclusivamente dagli ecclesiastici.
  2. “A starsene a sedere li (sullo scranno) ad emettere sentenze contro la gente”.
  3. “L’impegno più vero consiste nel vedergli il cuore”.
  4. La giustizia, vuol dire il Belli, persegue i rei in base alle loro azioni e non in base ai loro pensieri.
  5. E’ la chiara dimostrazione del pentimento, che significa già inizio di redenzione.
  6. Ecco il punto: rubare è male, ma rubare per bisogno è umano e merita compassione e comprensione.
  7. “Si dovrebbe comprendere come e quanto soffre un povero diavolo, invece di starsene lì a giudicare a pancia piena”.

Commento

E’ il solito motivo della povera gente che spesso ruba non per vizio o per malanimo, ma perché costretta dal bisogno e dalla fame: è, purtroppo, questo l’assurdo necessario della legge, la quale deve spesso punire, anche se, umanamente, il giudice dovesse esser convinto che egli stesso, trovandosi nello stesso caso, agirebbe come il reo che sta giudicando.

Il discorso che in questo sonetto viene tenuto dal “povero ladro” ha tanta sincerità di toni e sembra veramente fatto da chi è sinceramente pentito del suo errore e perciò redento; per questa ragione il contrasto fra chi giudica a pancia piena e il ladro indotto a rubare dalla fame, perde ogni carattere polemico ed iroso e diviene una onesta, timida voce che invoca aiuto e comprensione e indulgenza: il miracolo per cui le ragioni della giustizia si possono incontrare e possano convivere con quelle della umanità, non può operarlo altri che il giudice.

L’angolo della Poesia

Er povero ladro

Nun ce vò mica tanto, Monsignore, (1)

de stà li a sède a sentenzià la gente, (2)

e de dì: questo è reo, quest’è innocente.

Er punto forte è de vedéje er core. (3)

Sa quanti rei de drento hanno più onore

che chi de fòra nun ha fatto gnente? (4)

Sa lei che chi fa er male e se ne pente,

è mezz’angelo e mezzo peccatore?

Io so’ ladro, lo so e me ne vergogno: (5)

però l’obbrigo suo sarìa de vede

sì ho rubbato pè vizzio o pe’ bisogno. (6)

S’averìa de capì quer che se pena

da un pover’omo, in cammio de stà a sede,

sentenzianno la gente a panza piena. (7)

Giuseppe Gioachino Belli – dai Sonetti

L’angolo della Poesia

Note e commento alla poesia del giorno

Note

  1. “In questo nostro paese tutti i pensieri, tutte le loro carità cristiane sono per i morti; e appena muore un cane, gli si sciolgono tutte le cinture (cioè, si dà via libera ad ogni sfogo premuroso)”.
  2. Ed ecco cosa spetta ai morti: “E bare e candele e incensieri e benedizioni solenni e recita di preghiere e campane a morto e messe e catafalchi e mance e indulgenze ed epitaffi e cimiteri!…”.
  3. “Per contro per i vivi, poverini, tasse, ghigliottine, documenti, limitazioni, prigioni e torture. E dire che, via, i vivi, buoni o cattivi che siano, restano sempre qualcosa di meglio che i morti: non per altro, almeno, per il fatto di esser vivi”. La Mano Regia consisteva in un privilegio procedurale contro i debitori morosi, i quali, se entro tre giorni non saldavano i debiti, venivano privati di ogni avere mediante pignoramento ed espropriazione.

Commento

E’ uno dei più amari sonetti del Belli, che compone i suoi versi sotto l’urgenza dell’indignazione più viva. La falsa pietà di chi si mostra pietoso verso coloro che, morti, non possono più nuocerci o opporsi alle nostre malefatte, appare al poeta in tutta la sua sostanziale empietà. La vera pietà, infatti, non consiste nei riti esteriori, nelle manifestazioni rumorose o nelle parate ufficiali, ma nell’onesta vita e nella capacità di giovare al prossimo. E invece, generalmente, ci si contenta delle esteriorità di cui proprio i morti sono l’oggetto, se non le vittime.

L’angolo della Poesia

L’amore de li morti

A sto paese tutti li pensieri,

tutte le lòro carità cristiane

so’ pe’ li morti; e appena more un cane,

je se smoveno tutti li braghieri. (1)

E cataletti e moccoli e incensieri

e asperge e uffizi e musiche e campane

e messe e catafarchi e bonemane

e indurgenze e pitaffi e cimiteri!… (2)

E intanto pe’ li vivi, poveretti!,

gabbelle, ghijottine, passaporti,

manoreggie, galere e cavalletti.

E li vivi poi poi, boni o cattivi,

so’ quarche cosa mejo de li morti:

nun fuss’antro pe’ questo che so vivi. (3)

Giuseppe Gioachino Belli – dai Sonetti

Note e commento alla poesia del giorno

Note alla poesia del giorno

  1. orloggio: orologio. Si noti come la trascrizione popolare romanesca faccia sparire la vocale che precede l’accento tonico e raddoppi la consonante che ad esso segue.
  2. Pe’ questo… ghetti: per questa ragione occorre fare tutto questo chiasso… Ghetti erano i quartieri, e a Roma ce n’era uno popolosissimo, dove erano costretti a vivere, in una specie di odioso isolamento, gli ebrei, i quali vi tenevano mercato e perciò facevano molto chiasso gridando la loro merce.
  3. Re-d’-uccelli: espressione popolare per dire “cosa o persona rarissima ed eccezionale”.
  4. La madre prima punta sulla pietà e sulla carità cristiana per cui anche i ladri, poveri peccatori, debbono proprio per questo essere amati come fratelli e redenti, poi pone una domanda un po’ cattiva, tentando di porre sotto accusa tutta la società.
  5. L’accusa si fa concreta e investe coloro cui è consentito di rubare veramente, cento volte più del povero ladruncolo, e a cui la società fa tanto di cappello: si striscia loro dinanzi riverenti e si pagano loro pure le spese.
  6. Nel tirar fuori i suoi argomenti in difesa del figlio, la povera donna non è certo molto abile: in fondo, per lei, il difetto del figlio non sta nel rubare, ma solo nel rubare poco e stupidamente: se Checco avesse rubato un milione sarebbe oggetto di venerazione e sarebbe quasi considerato un santo da raffigurare con un giglio, segno di purezza, in mano.

Commento alla Poesia del giorno

“Borzaroletto” significa letteralmente “piccolo borsaiolo”, borsaiolo da pochi soldi: un povero sciagurato, uno dei tanti poveri diavoli che, nella carriera poco onorevole del furto, si sono fermati al primo gradino, il più basso. E’ ovvio che per una madre il figlio, anche il peggiore, sia un povero ragazzo contro il quale si accanisce la società; altrettanto ovvio è che una madre chiami ingiusta una società che colpisce con tanta sicurezza il piccolo ladruncolo mentre è tanto lenta e forse mal disposta e, a volte, incapace di colpire i grandi ladri, quelli più qualificati e più titolati. E questa non è solo la maniera di pensare e di sentire di una madre, ma di tutto il popolo.

Immagini della Roma Belliana – Piazza di Spagna particolare.

L’angolo della Poesia

La madre der borzaroletto

I h che ha rubbato poi? Tre o quattr’ombrelli,

quarch’orloggio (1) e quer po’ de fazzoletti.

Pe’ questo s’ha da fa tutti sti ghetti, (2)

com’avessi ammazzato er Re-d’-uccelli?! (3)

Be’ è ladro; ma li ladri, poveretti,

nun s’hanno da tiené più pe’ fratelli?

Si Checco è un lupo, indòve so’ l’agnelli?

Nun c’è ch’er solo Iddio senza difetti. (4)

Tant’e tanti, Eccellenza, a sto paese

Arrùbbeno pe’ cento de mi’ fijo,

e so’ strisciati e je se fa le spese!… (5)

Io sempre je l’ho dato sto consijo:

“Checco, arrubba un mijone; e pe’ le chiese

Sarai san Checco e t’arzeranno un gijo”. (6)

Giuseppe Gioacchino Belli – dai Sonetti

L’angolo della Poesia

Er caffettiere filosofo

L’ommini de sto monno so’ l’istesso (1)

che vaghi (2) de caffè ner macinino:

ch’uno prima, uno doppo e un antro (3) apresso,

tutti quanti però vanno a un distinto.

Spesso muteno sito e caccia spesso

er vago grosso er vago piccinino, (4)

e s’incàrzeno (5) tutti in su l’ingresso

der ferro che li sfragne (6) in porverino.

E l’ommini accussì viveno ar monno,

misticati pe’ mano de la sorte,

che se li gira tutti in tonno in tonno; (7)

e movènnose ognuno o piano o forte,

senza capillo mai, càleno a fonno, (8)

pe’ cascà ne la gola de la morte.

Giuseppe Gioachino Belli – dai Sonetti

  1. L’isteso: la stessa cosa.
  2. vaghi: chicchi (dal latino vacuum).
  3. un antro: un altro.
  4. il chicco più grosso spinge quello più piccolo, credendo di essere scaltro, e non pensa che così altro non fa che affrettare la sua tristefine.
  5. s’incàrzeno: si incalzano.
  6. sfragne: frange, molisce, riduce in polvere.
  7. E l’ommini… in tonno: e gli uomini così vivono al mondo, mescolati (misticati) per opera del destino, che li fa vagare menandoli in giro (in tonno in tonno).
  8. A fonno: in fondo.

L’Angolo della Poesia

Versione della poesia di oggi

13 In campagna poi il caso è differente:

venisse il Papa, pranzano tutti con lei.

La lei si adatta anche con la gente bassa,

se si dà il caso va a braccetto col cancelliere:

tutto il peggio che là le possa capitare

è quello di lasciarsi dar la baia da uno spiritoso.

14 Del resto, ridere e fare il grullo, non contraddire,

non passare il limite nel rispondere,

a tavola che si è lasciarsi servire,

non fare l’ingordo, non allungare le mani nei piatti,

non sbattere la bocca, non sgangherarla,

non mettersi a parlare prima di vuotarla.

15 Tenere giù i gomiti, non inzuppare il pane,

non frugarsi nei denti con i coltelli,

non asciugarsi il sudore con il tovagliolo,

insomma nessuna affatto delle porcherie

che lor signori sono tanto facili a lasciar correre,

come se il mondo fosse tutto loro”

16 “Quello che raccomando loro più che posso

è quella pulizia benedetta,

che si ricordino che con il tanfo indosso

di sudore di ascelle e di pedule,

e con quelle unghie orlate di velluto,

si acquisteranno del porco e niente di più.

17 Certi capelli lendinosi sulle spalle, certi collari

che paiono fatti di pelle di salame,

certi colli di camicie, di farsetti,

non sono cose da portare al cospetto delle dame:

uomo avvisato, si suol dire, è mezzo salvato

ho parlato chiaro e mi avranno inteso”.

L’angolo della Poesia

La nomina del Cappellan – 4

13 In campagna poeù el cas l’è different:

vegniss el Pappa, disnen tucc con lee.

Là la se adatta anch con la bassa gent,

magara la va a brazz col cangelee;

tutt quell de pesc che là ghe possa occor

l’è quell de lassass god d’on sojador.

14 Del rest, rid e fa el ciall, no contraddì,

no passà la stacchetta in del rispond,

a tavola che s’è lassass servì,

no fa l’ingord, no slongà i man suj tond,

no sbatt la bocca, no desgangarella,

né mettes a parlà denanz vojalla.

15 Tegnì giò i gombet, no fa pan moin,

no rugass i di dent cont i cortij,

no sugass el sudor cont el mantin,

infin nessuna affatt di porcarij

che hint ant fazil lor sciori a lassà corr,

comme el mond el fudess tutt so de lor.

16 Quell che ghe raccomandi pù che poss

l’è quella polizia benedetta,

che se regorden che col tanf indoss

de sudor de sott sella e de soletta,

e con quij ong con l’orlo de vellù,

se quistaran del porch e nient de pù.

17 Certe lenden suj spall, cert collarin

che paren faa de foeudra de salamm,

certi coll de camis, de gipponin,

hin minga coss de portà innanz ai damm;

omm visaa, se soeul dì, l’è mezz difes,

hoo parlaa ciar, e m’avaran intes.

Carlo Porta

L’angolo della Poesia

Versione della poesia di oggi:

9 Qui ora, sentendo che un patto così essenziale

era quello di saper giocare a tarocchi,

ce ne sono stati cinque o sei che hanno infilato le scale,

e tra gli altri (peccato!) un certo don Rocco,

gran giocatore di primiera fin da ragazzo,

che gioca le esequie un mese prima di farle.

10 (E quello tira avanti) “Portare i biglietti,

fare ambasciate, fare provviste, prendersi anche dietro,

alle volte, qualche fagotto, qualche pacchetto,

correre dal sarto, dalle modiste, dal parrucchiere,

menare a spasso la cagnetta e se occorre

scrivere un conto, una lettera al fattore”.

11 Anche qui se la sono svignata in sette o otto,

uno per quella ragione della cagnetta,

un secondo per ragione di quei fagotti,

e gli altri cinque o sei hanno spazzato il campo

per non intrigarsi con le penne, coi calamai,

e rischiare di sporcare le dita consacrate. (…)

12 (E quello tira innanzi) “Quanto al pranzare,

di solito c’è il posto della padrona,

salvo giusto che non venga a capitare

un pranzo di etichetta, o una persona

di alto bordo o di impegno, ché in questo caso

mangiamo tra noi, con le cameriere e con me.

Continua domani

L’angolo della Poesia

La nomina del Cappellan – 3

9 Chi mò sentend che on patt inscì essenzial

l’eva quell de savè giugà a taracc,

ghe n’è staa cinqu o ses che han ciappaa i scal,

e tra i olter (peccaa) on certo don Rocch,

gran primerista fina de bagaj,

ch’el giuga i esequi on mes prima de faj.

10 (E quell el tira innanz) Portà bigliett,

fa imbassad, fa provist, toeuss anca adree

di voeult on quaj fagott, on quaj pacchett,

corr dal sart, daj madamm, dal perucchee,

mennà a spass la cagnetta e se l’occor

scriv on cunt, ona lettera al fattor.

11 Anca chi el n’è sblusciaa de on sett o vott,

vun per quella reson de la cagnetta,

on segond per reson de quij fagott,

e I olter cinqu o ses han faa spazzetta

per no infesciass coj penn, coj carimaa,

e ris’cià de sporcà i dit consacraa…

12 (E quell el tira innanz) Quant al disnà

de solit el gh’è el post con la patrona,

via giust che no vegna a capità

on disnà de etichetta, o ona persona

d’alto bordo o de impegn, chè in sto cas chì

mangem tra nun, cont i donzell e mì

Carlo Porta – Continua domani

L’angolo della Poesia

Versione della poesia di oggi

Versione

5 Dopo quel po’ di silenzio naturale

  che viene di séguito a una intemerata,

  vedendo questo ambasciatore del temporale

  che non c’è intorno un’anima che fiata,

  muta voce, ammorbidisce la ciera,

    e così seguita il discorso:

6 “Se poi, anche prima di parlare con lei,

  alle volte avessero a genio di sentire

  quali sono le obbligazioni del loro mestiere,

  senza fare tante chiacchiere, eccole qui:

  così chi vuol stare sta, chi non vuol stare

  ci fa la grazia di dismorbarci la casa.

7 Punto primo: quanto all’obbligo della messa

  o festa o no non ci sono mai ore fisse di dirla;

  chi è via a servire non occorre che abbia fretta:

  le ore sono quelle in cui lei vuol sentirla:

  se li facesse restare parati due, tre quattro ore,

  amen, pazienza, rimettiamoci al Signore

8 La messa poi, s’intende, piuttosto cortina,

  un quarto d’oretta, venti minuti il più:

  due volte alla settimana la dottrina

  per le cameriere e per la servitù,

  di sera sempre la sua terza parte (di rosario),

  al meno che al tarocco non ci mancasse il quarto”.

L’angolo della Poesia

La nomina del Cappellan – 2

5 Dopo quell poo de citto natural

  che ven de seguit d’ona intermerada,

  vedend sto ambassador del temporal

  che nol gh’ha intorna on’anima che fiada,

  el muda vos, el morbidiss la ciera,

  e el seguita el discors in sta manera.

6 Se poeù anche de prima de parlà con lee

  di vocult gh’avessen gènni de sentì

  quaa hin i obbligazion del so mestee,

  senza fa tante ciaccer, eccoj chi;

  inscì chi voeur stà stà, chi no voeur stà

  el ghe fa grazia a desfesciagh la cà.

7 Punt primm: in quant a l’obbligh de la messa

  o festa o no gh’è mai or fiss de dilla;

  chi è via a servì n’occor che l’abbia pressa;

  i or hin quij che lee la voeur sentilla;

  se je fass stà paraa do, trè, quattr’or,

  amen, pascienza, offrighela al Signor.

8 La messa poeù, s’intend, piuttost curtina…

  on quardoretta, vint minutt al pù:

  do voeult la settimana la dottrina

  per i donzell e per la servitù,

  de sira eemper la soa terza part,

men che al tarroch no ghe callass el quart.

Carlo Porta – continua domani

L’Angolo della Poesia

Versione della poesia di oggi

L’angolo della Poesia

La nomina del Cappellan

1 Ecco che intanto arriva la grande mattina,

  ecco il palazzo tutto quanto in movimento,

  preti in corte, preti sulle scale, preti in cucina

  piene le anticamere dell’appartamento.

  Ci sono i preti dei feudi, ci sono i còrsi, ci sono i nostri,

  pare un volo di corvi che vada ad appostarsi.

2 Il gran rimbombo delle vòlte, il subbuglio

  della mormorazione che ci fanno sotto,

  lo strusciamento dei piedi, dei ferri da mulo

  che hanno sotto le ciabatte quei sacerdoti,

  fanno tutt’assieme un ghetto, uno strepito

  che pare accoppino il Romanticismo.

3 Abbaia la Lilla, abbaia la Marchesa,

  tutt’e due svegliate dal gran baccano;

  i preti che sono soliti a vociare anche in chiesa

  ce la danno dentro senza rispetto umano,

  quando un lacchè di camera, dolce come un orso,

  accorre a strozzar loro tutti i discorsi.

4 “Siamo in piazza, per Dio, o dove siamo?

  Sangue del diavolo, che discrezione è questa!

  Alto là, zitti: quei due là in fondo… andiamo…

  ché la Marchesa ha tanto di testa!

  Son pur anche grandi e grossi, e un po’ di creanza

  In nome di Dio, sarebbe ora di averla!”

Continua domani

Carlo Porta

L’angolo della Poesia

La nomina del Cappellan

1 Ecco che riva intant la gran mattina,

   ecco el palazz tutt quant in moviment,

  pret in cort, pret suj scal, pret in cusina,

  pienn I anticamer de l’appartament,

  gh’è i pret di feud, el gh’è i Còrs, gh’è i nost,

  par on vol de scorbatt che vaga a post.

2 El gran rembomb di vòlt, el cattabuj

  de la mormorazion che ghe fan sott,

  el strusament di pee, di ferr de muj

  che gh’han sott ai sciavatt quij sacerdott,

  fan tutt insemma on ghett, on sbragalismo,

 ch’el par che coppe nel Romanticismo.

3 Baja la Lilla, baja la Marchesa

  tutt e do dessedaa del gran baccan;

  i pret che hin solit a sbraggià anca in gesa

  ghe le dan dent senza rispett uman,

  quand on camerleccaj dolz come on ors

  el corr a strozzagh lì tucc I discors.

4 Semm in piazza, per Dio, o indove semm?

  Sangue de dì, che discrezion l’è questa!

  Alto là, citto: quij duu in fond… andemm…,

  che la Marchesa la gh’ha tant de testa!

  Hin mò anch grand e gross, e on poo de quella,

  per Dio sacrato, el sarav temp de avella!

Continua domani

Carlo Porta

La Festa della Mamma

Auguri a tutte le mamme

E un commosso ricordo a quelle che non ci sono più

Chi ten’ ‘a mamma è ricche ‘e nun ‘o sape;

Chi ten’ ‘a mamma è felice e nun l’afferra

Pecchè l’ammore e mamma è ‘na ricchezza

È comme ‘o mae ca’ nun furnesce maje

E l’ommo cchiu triste è malandatoo

 È ancora bbuono si vo’ bbene ‘a mamma

‘a mamma tutto te daà

Niente te cerca

E si te vere e chiagnere

Senza sape ‘o pecchè

T’ ‘a stregne  mpiette

E chiagne ‘nzieme a tè!

L’angolo della Poesia

‘A preghiera a’ Madonna

Mamma d’  ‘e grazie, guardace sti figlie,

tiene na mana ‘ncapa a sti ccriature,

dalle nu sguardo Tu, dàlle cunziglie,

nunn’  ‘e fa’ cammenà pe’ strade oscure.

Prutieggele d’  ‘a droga, ‘e figlie nuoste,

lievale ‘a mez’  ‘a via, chisti guagliune

miettele a faticà, trovale ‘e puoste;

si Tu ‘e ddifiende nun ce po’ misciuno.

Dalle n’aiuto pe’ truvà ‘a fatica,

tiene luntana ‘a brutta cumpagnia.

Tu ca, pe’ nnuje, si mamma, sora, amica,

prutièggece d’  ‘o mmale: E così sia.

V. Fasciglione