Le grandi malattie che hanno formato l’umanità attuale. – 3

Se quelle descritte fin qui furono le più grandi epidemie della storia, vi sono anche altri bacilli – che colpirono più localmente – meritevoli di menzione. A cominciare dal tifo, che decimò la grande armata napoleonica ancor prima che arrivasse a Mosca. La stessa malattia sterminò gli eserciti nel periodo della prima guerra mondiale (tra il 1917-21, si contarono 25 milioni d’infetti e 3 milioni di morti); e gli eserciti rivoluzionari russi furono tanto falcidiati dalle febbre tifoidi, che Lenin dichiarò anticomunisti i pidocchi che le trasmettevano!

Microbi ormai innocui in Europa, invece, fecero strage tra le popolazioni amerinde del XVI secolo, che si erano sviluppate geneticamente lontane da ogni malattia del Vecchio mondo.

I Conquistadores, aiutati da vaiolo, morbillo, tifo e influenza, trasformarono la conquista delle Americhe nel più grande genocidio che l’umanità abbia conosciuto. Già nel 1518 il vaiolo aveva fatto strage sull’isola di Hispaniola (oggi Haiti), nel 1520 aveva cominciato a colpire in Messico. Ma il suo effetto fu particolarmente grave sul morale degli Aztechi i quali, vedendo che gli spagnoli sopravvivevano alla malattia, si convinsero che erano protetti dagli dei e rinunciarono ad ogni tipo di resistenza. Prima degli arrivi degli europei, il Messico era abitato da circa 30 milioni di persone. Nel 1568 ne erano rimaste 3 milioni, nel 1620 1 milione e 600 mila.

Ma anche l’America donò una malattia: la sifilide, un’infezione sessuale che si diffuse ampiamente in Europa dagli inizi del XVI secolo, pur non portando con sé devastazioni analoghe a quelle del vaiolo nel Nuovo Mondo. Una curiosità: la responsabilità per un’infezione tende sempre essere addossate ai cattivi vicini … e questo si dimostrò particolarmente vero per la sifilide, che fu chiamata dagli italiani “il mal franzese”, dai francesi “male napoletano”, dagli olandesi “il male spagnolo”, dai russi “il male polacco” e dai turchi “il mal dei cristiani”.

L’impiego di malattie infettive in guerra è antichissimo. Già dal V secolo a.C. si utilizzavano corpi di uomini o animali vittime di pestilenze per inquinare le riserve idriche nemiche (come le fontane veneziane, contaminate dai bizantini nel 1172).

Nel 400 a.C., gli arcieri sciiti immergevano le frecce nei corpi dei cadaveri per infettare l’avversario. Nel 1347 i Tartari ebbero l’idea di appestare il nemico catapultando corpi infetti da peste bubbonica oltre le mura della città di Caffa (l’attuale Feodosija, in Crimea), avamposto genovese nel Mar Nero. Alcuni storici sostengono che questo episodio fu la causa dell’epidemia di peste che colpì l’Europa medievale. Nel 1710, durante la guerra russo-svedese, pare che i generali mandassero i propri soldati appestati a morire tra le guarnigioni nemiche. Un altro sistema per diffondere malattie infettive è stato quello di utilizzare abiti e coperte contaminate. Nel 1763, Sir Jeffrey Amherst, un generale inglese, per liberarsi dei pellerossa, fece regalare alle tribù coperte infettate col virus del vaiolo, che sterminò l’intero popolo. Un’azione simile fu condotta contro i Maori in Nuova Zelanda, quando gli inglesi mandarono loro prostitute affette da sifilide.

E se, prima o poi, tornassero?

La spagnola, la peste, il colera, la difterite, la poliomielite… potrebbero colpirci ancora? Colera e peste potrebbero tornare ma non diffondersi. La peste è stata sconfitta dall’igiene e il colera dal trattamento delle acque nere. La Yersinia pestis, il batterio della peste, viene diffuso da una pulce che con un salto passa dai ratti infetti all’uomo. Ma i ratti non frequentano abitualmente cucine e camere da letto, e non sono molti gli europei che indossano abiti infestati da pulci. E comunque a battere la peste basterebbero gli antibiotici.

E il colera? Tutti gli anni importiamo come gli altri Paesi europei, 4-5 casi di colera, ma l’epidemia non si sviluppa. E basta la reidratazione per via venosa e orale per superare la fase acuta. Quanto alla polio, i vaccino l’hanno sconfitta quasi quarant’anni fa, e la difterite si riscontra in rarissimi casi, per lo più d’importazione. Per il morbillo, che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sarebbe dovuto essere stato sconfitto già nel 2013, in Italia siamo ancora a livelli infamanti con migliaia di casi all’anno e numerosi decessi. Anche perché, per esempio, solo il 60% dei nati nel 1996 furono vaccinati e più o meno l’andazzo è stato lo stesso negli anni a seguire.

L’unica, comunque che potrebbe ancora tornare e fare gravi danni è l’influenza come per esempio nel maggio del 1997 a Hong Kong comparve nel mercato del pollame un nuovo ceppo di influenza degli uccelli capace di infettare le persone, con una mortalità del 33% (Aviaria). fine

Le grandi malattie che hanno formato l’umanità attuale. – 2

La peste del ‘300 ebbe anche importanti riflessi sulla vita sociale. La paura del contagio e l’impotenza della medicina, che consigliava salassi e inutili purificazioni con erbe aromatiche, favorirono per esempio la fuga verso la campagna, come testimonia il Decameron di Boccaccio, o addirittura nei conventi. E contribuirono allo scatenarsi delle persecuzioni contro ebrei, maghi e streghe.

Con la diminuzione della popolazione e l’aumento di elementi geneticamente refrattari, l’incidenza della peste pian piano diminuì. La fase devastante si esaurì nel giro di 50 anni, da allora in poi la peste rimase in forma endemica in Europa, alternandosi con epidemie di vaiolo. Una nuova esplosione avvenne intorno alla prima metà del XVII secolo, durante la guerra dei Trent’anni: quella descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi (il romanzo, infatti, era ambientato nel 1630). Questa seconda ondata di peste fu determinante nel far passare il testimone del predomio politico europeo a Francia e Inghilterra, lasciando un ruolo secondario alla Spagna, falcidiata dalla malattia.

Nei secoli successivi, a occupare la scena furono soprattutto le malattie intestinali – chiamate all’epoca flussi di ventre, che colpivano soprattutto in situazioni di sovraffollamento e cattive condizione d’igiene, per esempio nelle città assediate. A volte favorendo sfacciatamente una fazione contro quella opposta.

La Rivoluzione francese, per esempio, non fu soffocata dall’esercito prussiano di Brunswick nel 1792 proprio a causa della terribile epidemia di dissenteria – chiamata dai francesi “coulée prussienne” – che aveva colpito duramente le truppe tedesche.

Ben più devastante, però, fu il colera proveniente dall’Asia, che colpì il mondo occidentale a partire dal XIX secolo. Comparve nell’Europa orientale, nel 1830, per poi spostarsi verso ovest. Già nel 1832 infuriava a Parigi – dove alcuni innocenti furono linciati dalla folla perché ritenuti untori – e ben presto attraversò l’oceano per arrivare negli Stati Uniti.

Il suo impatto (fra i 30 e i 40 milioni di morti nel mondo fu una delle cause principali della disgregazione dell’impero asburgico, e in generale delle grandi potenze. Meno colpite furono le popolazioni di lingua slava, magiara, e soprattutto italiana…. che in meno di 30 anni riuscirono ad ottenere l’indipendenza dall’Austria.

Dopo la I guerra mondiale, nel biennio 1918-19, in tutto il mondo si diffuse un altro grande flagello epidemico chiamato la “spagnola” denominazione dovuta al fatto che si credeva che i primi casi si fossero manifestati nella penisola iberica. Le condizioni di vita precarie dovute alla guerra favorirono il diffondersi del morbo, che era una forma influenzale molto violenta.

In tre ondate successive, la malattia fece tra i 21 e i 22 milioni di morti (più di tutte le vittime della I guerra mondiale) contagiando oltre un miliardo di persone, soprattutto maschi tra i 20 e i 40 anni.

Con gravi conseguenze sul piano sociale ed economico. In primo luogo, come sempre, la caccia all’untore: negli Usa vennero addirittura fucilati medici ed infermieri militari accusati di aver iniettato il morbo nei soldati americani per favorire i tedeschi. L’alta mortalità rallentò inoltre le comunicazioni e le città rimasero sempre più isolate e abbandonate alle loro scarse risorse, visto che l’agricoltura quasi si fermò. Per fortuna la spagnola scomparve senza lasciare traccia nel giro di tre anni. Continua – 2

Le grandi malattie che hanno formato l’umanità attuale.

Le grandi malattie hanno condizionato la storia dell’uomo: se esistiamo è perché i nostri avi sono sopravvissuti.

La prima fu forse la sconosciuta malattia che devastò Atene 4 secoli prima di Cristo, minando le basi della supremazia greca. Era il 430 a.C. quando Atene, al culmine della sua potenza, fu colpita da un’epidemia che la mise in ginocchio. Forse fu vaiolo, forse tifo o un altro virus. Ma Diodoro Siculo narra che uccise 1 persona su 3.

In un certo senso siamo tutti figli delle grandi epidemie del passato, perché i nostri progenitori – cioè i sopravvissuti – appartenevano tutti (o quasi) ai ceppi geneticamente più resistenti. Ma le epidemie hanno modificato la storia umana anche in altri modi: provocando svolte politiche, drastiche variazioni demografiche, addirittura facendo crollare imperi millenari.

Perfino l’augurio “salute” nasce nel Medioevo, durante uno di questi tragici periodi: uno starnuto, infatti, poteva essere il primo segno che una persona aveva contratto la peste, una malattia che era in grado di uccidere nel giro di 24 ore.

Le prime “pesti” di cui si abbia notizia sono quelle descritte in testi egizi del II millennio a.C., e ci sono notizie di gravi malattie contagiose fra gli Ittiti, in Mesopotamia e in Cina. Ma la prima descritta con una certa accuratezza è la peste di Atene del 430 avanti Cristo, che infuriò in città per più di 2 anni.

Proveniente forse dall’Asia, la malattia intaccò in modo grave la società ateniese, economicamente e socialmente, provocando la decadenza di quella che all’epoca era la città più potente del Mediterraneo. E non c’è da stupirsene se, come sostiene lo storico Diodoro Siculo, Atene perse in quei due anni un terzo dei suoi abitanti.

Ancora oggi non sappiamo con precisione quale morbo colpì la città tanto duramente: forse il vaiolo o forse una forma di tifo esantematico o, ancora, una malattia oggi scomparsa. Si sa soltanto che il morbo si manifestò improvvisamente durante un assedio e che, nonostante la dedizione dei medici, decine di migliaia di abitanti morirono per le strade, spesso abbandonati dalle proprie famiglie che temevano il propagarsi del contagio. Ai fuochi che bruciavano cumuli di cadaveri si aggiungevano le invocazioni religiose e le musiche delle feste di chi cercava di dimenticare la malattia nell’abbandono dei costumi morali.

Senza questa crisi, la società greca si sarebbe lasciata superare così facilmente, nei secoli a venire, da quella romana?

Se l’età di Pericle fu sconvolta dal tifo o dal vaiolo, il morbo che flagellò maggiormente i secoli successivi fu invece la peste nera. Indotta dal bacillo di Yersin, endemica in certe regioni (cioè presente tra la popolazione, ma con un basso indice di diffusione) diventa talvolta epidemica, assumendo la forma bubbonica (letalità tra il 60 e 80% dei casi) e la forma polmonare (letalità di quasi il 100%). Della sua rapida trasmissione sono responsabili le pulci o, tra esseri umani, la saliva.

La peste nera, chiamata anche orientale, perché il focolaio iniziale era in Asia, arrivò a Messina nel settembre del 1347 e in circa cinque anni si propagò in tutta Europa estendendosi fino alla Russia e alla Scandinavia, alla velocità di circa 75 km al giorno, ovvero 3 km all’ora.

Favorita dalla forte densità demografica e dalla promiscuità dei grandi centri, l’epidemia raggiunse livelli di mortalità paragonabili a quella di una guerra atomica su scala mondiale. In Provenza morì tra il 50 e il 75% della popolazione, in Inghilterra il 58%. Siena passò da 100.000 a 13.000 abitanti. In 3 o 4 anni l’Europa perse da un terzo a metà della popolazione.

Le conseguenze economiche furono impressionanti: prima di tutto un brusco rialzo dei salari, che costrinse molti governi ad aumentare il prelievo fiscale. Inoltre, i prezzi agricoli crollarono e l’area mediterranea cominciò a cedere il passo ai porti del Nord Europa. Continua.