L’angolo della Poesia

Lamento per il Sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie,

in queste acque annuvolate dalle nebbie. (1)

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia. (2)

Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

Più nessuno mi porterà nel sud. (3)

Oh, il sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse. (4)

Più nessuno mi porterà nel sud.

E questa sera carica d’inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore. (5)

Salvatore Quasimodo – da La vita non è sogno.

  1. Il poeta non lo dice ma non è difficile intendere che Milano è la sua nuova patria, una patria che egli ama ed odia con lo stesso ardore con cui ama e odia ad un tempo la sua terra d’origine. Le immense pianure, le acque coperte di nebbia e d’umido gli sono entrate nel cuore pur senza consolarlo del tutto della prima patria ormai perduta. Inutile chiedersi chi sia la donna del nord a cui si rivolge.
  2. Come da un mondo di favola che il cuore conobbe fanciullo emergono voci, immagini, fantasie riscaldate dal rimpianto che mostra tutto ciò che più non si ha come meravigliosamente bello: la potenza e infinità del mare, il suono lungo e profondo della conchiglia che consola la solitudine dei pastori erranti per i monti impervi, le cantilene di sapore arabo che i carrettieri sospirano lungo le polverose e assolate strade della Sicilia, il fumo delle stoppie bruciate sono segno di un amore sempre più vivo per la propria lontana terra.
  3. Questo verso che tonerà ancora è forse quello più genuinamente siciliano di Quasimodo perché in esso è la disperata e pur dignitosa coscienza di un fato contro il quale è vano lottare: il nostro poeta si volle allontanare un giorno dalla sua isola, volle uscire per cercare un nuovo mondo, e per questo non gli è consentito ritorno seppure l’amore per la terra lasciata sia cresciuto.
  4. E’ questo il brano più storicamente vero, più tragicamente sentito dal poeta: per questo la sintesi di tanti eventi, di tante dominazioni, di tante sciagure e di tante miserie si può ritrovare nelle piste (non sono neppure strade) rosse di sangue oggi come e più di ieri, come sempre.
  5. Tornare alla vita, accettarla con tutte le sue ingiustizie e contraddizioni, ripetere a sé e alla persona amata voci d’amore e di odio, d’amore senza amore, è ancora ritrovare la via di una sia pur momentanea serenità, di una provvisoria pace con se stessi e col mondo.

Salvatore Quasimodo ama e odia a un tempo la sua terra e, lontano, ne sente una struggente nostalgia che diventa anche capacità di vedere e di sintetizzare felicemente la storia intima, che è quella più vera, della Sicilia e, più in generale, del Sud d’Italia. In questo lamento la pianura lombarda, tanto diversa dalla solare e barbarica terra di Sicilia, costituisce il naturale contrasto fisico che è il segno esteriore di un altro ben più grave e ben più profondo contrasto spirituale, ma anche la condizione prima per intendere e compiangere la sorte di tante generazioni che l’ignoranza, l’oppressione, la natura stessa sembrano aver condannato a trascinare i morti in riva alle paludi di malaria e ad urlare impotenti bestemmie con l’eco dei suoi pozzi. Il motivo della nostalgia poi si fa disperato per la certezza della impossibilità del ritorno, per la fatalità che sembra aver condannato anche il poeta, come nel corso dei secoli e dei millenni ha condannato le genti che nel Sud hanno avuto la odiosamata loro patria. Così il canto assume forme nuove e apparentemente contraddittorie, diviene assurdo contrappunto di dolcezze e di furori, protesta ed atto d’amore che, particolarmente in certi momenti, tocca punte sublimi: come quello dei fanciulli che tornano sui monti e costringono i cavalli sotto coltri di stelle.

L’angolo della Poesia

Ho sceso milioni di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. (1)

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede. (2)

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue. (3)

Eugenio Montale – da Satura

  1. Non si tratta, ovviamente, di appoggio materiale: il poeta vedeva nella moglie la confidente amorosa e comprensiva che gli rendeva meno difficoltoso il cammino della vita.
  2. Ormai il poeta, costretto a proseguire da solo, non vede le ragioni stesse della vita che si mostra sotto aspetti ingannevoli e non rispondente alla realtà apparente.
  3. La signora Drusilla Tanzi, moglie del poeta, era molto miope, tanto da essere affettuosamente soprannominata “la Mosca” dal marito e dagli amici. Tuttavia era quella che riusciva a vedere meglio del poeta, nel senso che sapeva guidarlo come chi ha più discernimento. L’omaggio reso alla memoria della moglie con questa poesia è di una delicatezza commovente.

L’angolo della Poesia

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Salvatore Quasimodo – da Ed è subito sera.

La disperata condizione umana, che si risolve nella tragica solitudine dell’individuo che cerca di vivere e di amare, ma che non ha tempo di vedere neppure quanto la vita possa offrire, è sintetizzata in modo ineguagliabile in questa che, più che una poesia, si potrebbe meglio definire una intuizione folgorante, racchiusa e quasi imprigionata nel corso di tre versi.

Le parole assumono, in questo caso, tutta una particolare concretezza e sembrano voler veramente abbracciare il mondo.

L’angolo della Poesia

La casa dei doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri

sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:

desolata t’attende dalla sera

in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri

e vi sostò irrequieto (1)

Libeccio sferza da anni le vecchie mura

e il suono del tuo riso non è più lieto: (2)

la bussola va impazzita all’avventura

e il calcolo dei dadi più non torna.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna

la tua memoria; un filo s’addipana. (3)

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana

la casa e in cima al tetto la banderuola

affumicata gira senza pietà. (4)

Ne tengo un capo; ma tu resti sola

né qui respiri nell’oscurità. (5)

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende

rara la luce della petroliera! (6)

Il varco è qui? (Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende…)

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta. (7)

Eugenio Montale – da Le Occasioni

Questa poesia è concordemente considerata una delle più belle non solo di Montale ma di tutta la poesia italiana contemporanea. C’è una casa sperduta sopra una scogliera, nella quale il poeta una volta si recava con la donna amata; ma quell’amore ora è soltanto un ricordo di lui, perché il tempo ha allontanato la donna presa nel vortice di altri ricordi. Ed al poeta il ricordo di quei momenti felici che non torneranno mai più, lascia un senso di smarrita solitudine che l’inesorabile scorrere del tempo scandisce dolorosamente.

  1. Il poeta si rivolge alla donna amata, lontana e non più memore della casa nel rialzo a strapiombo sulla scogliera nella quale una volta si rifugiava con lui; ora quella casa è desolata perché da allora, da quando cioè la donna vi entrò piena di pensieri irrequieti (lo sciame dei tuoi pensieri) attende invano il suo ritorno. Il poeta, come si vede, trasferisce a quella casa ed a quei luoghi i suoi sentimenti.
  2. Il vento sferza sempre le vecchie mura della casa solitaria e il riso della donna non vi risuona più, lieto come allora.
  3. Le immagini simboliche della bussola impazzita, che non indica cioè la direzione esatta, e dei dadi vanamente gettati alla ricerca di una soluzione favorevole, stanno ad indicare lo smarrimento e il disordine interiore del poeta in preda all’angoscia che il ricordo della felicità per sempre perduta gli procura. Nella donna il ricordo è stato frastornato, cioè cancellato da altre vicende, ed è come se dalle mani di lei sia caduto un capo del filo del ricordo, si che il filo s’addipana, si avvolge su se stesso, torna alla sua matassa.
  4. Ma l’altro capo del filo del filo è trattenuto dal poeta. Invano egli cerca di ricostruire quel momento di felicità nel suo ricordo seguendo quel filo: vede sempre più lontane la casa dei doganieri e la banderuola piantata sul tetto, annerita dagli anni, che gira senza pietà. La banderuola sta a significare lo scorrere inesorabile e impietoso del tempo.
  5. Ancora l’immagine del filo del ricordo: un capo è nelle mani del poeta, ma l’altro è caduto da quelle della donna amata, che perciò è sola e lontana, e nell’oscurità il poeta non sente il suo respiro.
  6. Anche l’orizzonte sembra perdersi in lontananza (in fuga) per il balenare intermittente delle luci di una petroliera.
  7. Occorre uscire da quel luogo e dal cerchio struggente dei ricordi Il varco è qui? Si chiede il poeta, mentre la scogliera (il frangente) schiumeggia (ripullula) sulla balza scoscesa. Ma ormai tutto è vano: la donna non ricorda più nulla di quella sera che ora appartiene solo al ricordo del poeta (questa mia sera), il quale non sa più chi va e chi resta, cioè chi sia rimasto a lui vicino e chi si sia allontanato per sempre. La solitudine, insomma, e lo smarrimento regnano ormai nel suo spirito.

L’angolo della Poesia

Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto (1)

presso un rovente muro d’orto (2)

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi. (3)

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano

a sommo di minuscole biche. (4)

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi. (5)

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’e tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. (6)

Eugenio Montale – da Ossi di seppia.

  1. Meriggiare… assorto: trascorrere il pomeriggio stando assorto in una meditazione che toglie ogni vigore al corpo sì da fare impallidire.
  2. rovente: il muro dell’orto contro il quale il poeta è sdraiato è riscaldato dal sole fino a divenire rovente.
  3. La prima sensazione riguarda l’udito: il poeta ascolta, infatti, i rapidi suoni, simili a schiocchi, emessi dai merli saltellanti tra pruni e sterpi, e i fruscii di serpi guizzanti al suolo.
  4. Lo sguardo, richiamato dai suoni, indugia ora sul suolo percorso da spaccature (crepe) e punteggiato dalla veccia (che è un legume selvatico); lunghe file di formiche rosse vanno e vengono, si allontanano e si intrecciano sui mucchietti di detriti (minuscole biche) costruiti presso l’imbocco delle loro gallerie sotterranee.
  5. Ora lo sguardo si innalza e si spinge tra le fronde degli alberi, colpite dal riverbero palpitante delle onde del mare, riverbero frantumato come le scaglie d’una corazza, mentre dalle rocce (picchi) spoglie di vegetazione (calvi) arriva il tremolante suono (tremuli scricchi) delle cicale.
  6. La contemplazione è finita: ora il poeta, abbandonato il luogo d’ombra, va verso il sole abbagliante. Ma della meditazione precedente resta nell’animo un sentimento di tristezza e di meraviglia sulla sorte dei mortali: la vita, infatti, appare come il travaglio affannoso di chi invano cerca di superare una muraglia con cocci di bottiglia sulla cima.

La poesia è una di quelle che meglio manifestano il profondo, disperato pessimismo di Montale nei confronti della vita e del senso dell’esistenza umana.

L’angoscioso senso di vuoto che avverte chi è nato per scoprirvi sconfitto (cioè tutta l’umanità) viene reso anche con il linguaggio scarno, ridotto all’essenziale, fino ad apparire oscuro.

La fatica del vivere è resa felicemente dalla struttura stilistica del componimento, nel quale trovi un infinito in ogni periodo (meriggiare, ascoltare, spiare, osservare, sentire); ciò determina una pesante monotonia ritmica nelle notazioni del paesaggio che riempiono disordinatamente le tre quartine iniziali: notazioni rapide, secche, aride, come arida e rapida è la vita dell’uomo.

E l’ultima strofa dà un senso compiuto alla premessa descrittiva: non resta che una triste meraviglia in chi per tutta la vita è condannato a seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Nel pensiero di Montale questa muraglia rappresenta l’impossibilità per il poeta, e per tutti gli uomini, di superare i limiti posti dal destino al desiderio di raggiungere l’infinito.

Miti – Saghe e Leggende

Miti della vegetazione

La sensibilità degli antichi, capace di vivere nella natura meglio di quanto non sappiamo fare noi, aveva avvertito, fin da tempi lontanissimi, la presenza degli alberi, delle erbe, dei fiori, come una forza misteriosa che agiva lungo le strade della Terra per animare un universo misterioso, inaccessibile agli uomini.

Il mondo vegetale che muore e rinasce ogni anno in armonia con i ritmi segreti delle stagioni, le piante miracolosamente efficaci contro i mali fisici e morali. I fiori così splendidi e perfetti nella loro fragilità, parvero essere creature sacre, in esse potevano nascondersi gli dèi benevoli o malevoli, erano, insomma, certo vicinissimi alla divinità, se non divine esse stesse.

Molti sono i miti che parlano di uomini mutati in alberi, e sono quasi sempre racconti di pietà, dolore, pianto come se, per assumere la vita vegetale fosse necessario guadagnarla, purificarsi dalle scorie umane, diventare migliori attraverso la pena e la sofferenza. Mutandosi in albero, l’uomo ne assume un riflesso di quella eternità, potrà morire e rinascere ogni anno, parteciperà finalmente del ritmo universale da cui la natura lo ha escluso chiudendolo fra due date ben precise: nascita e morte.

Ciparisso, fanciullo piangente la morte del suo cerbiatto, veglierà per sempre nel cipresso sul silenzio dei cimiteri, sarà la buia eppur consolante preghiera delle tombe dimenticate; Adone, amante dal tragico destino, rifiorirà sempre bello e giovane nell’anemone; Narciso, sorriso stellato della primavera, continuerà a specchiarsi, vanitoso e gentile nelle acque dei ruscelli montani; Dafne, amata dal dio della gloria, sarà l’alloro che incoronerà le fronti dei Grandi.

La fantasia luminosa degli antichi splende nei miti vegetali, fra i più belli del patrimonio leggendario del mondo, testimoniando la grandezza di quelle civiltà, lontane nel tempo, ma che insegnano ancora a vivere la poesia in cui siamo immersi, ad essere in armonia con l’universo.

Arte – Cultura – Personaggi

Umberto Saba

Nato a Trieste nel 1883 da padre ariano e da madre ebrea. Umberto Saba ebbe un’infanzia tormentata e difficile: il padre, il cui cognome era Poli, aveva abbandonato la moglie prima ancora che nascesse il piccolo Umberto, che crebbe tra stenti e privazioni, e prese il cognome di Saba (che in ebraico significa “pane”) per rispetto e devozione verso la madre, quando pubblicò le sue prime poesie.

Seguì, ma non portò a compimento studi commerciali, finché si imbarcò come mozzo su una nave mercantile.

Nel 1908 si arruolò volontario in un reggimento di fanteria e prestò servizio a Salerno. Sposatosi si stabilì nella sua Trieste, tutto dedito alla famiglia e al lavoro di libraio. Viaggiò spesso, finché per sottrarsi alle discriminazioni razziali volute dai fascisti, tentò invano di dimorare stabilmente in Francia. Tornato in Italia stette nascosto a Roma durante l’occupazione tedesca del 1943-44, finché dopo la liberazione, poté tornare a Trieste. Morì a Gorizia nel 1957.

La maggior parte delle poesie di Saba è raccolta oggi nel Canzoniere, ordinato dallo stesso autore.

Arte – Cultura – Personaggi

Dante Alighieri

La vita

Dante nacque a Firenze tra il 15 maggio e il 15 giugno del 1265 da un Alighiero di Bellincione, guelfo, e da una donna Bella. La famiglia aveva origini nobili, che il poeta sottolineò con compiacimento.

Nel 1277 il padre lo vincolò per contratto a sposare una Gemma della potente famiglia Donati; ignota è la data del matrimonio, che dovette, secondo l’uso, avvenire assai presto, e da cui nacquero più figli. Ebbe un’educazione che fu certo accurata; presto, mentre intanto partecipava a fatti d’arme – prese parte alla battaglia di Campaldino e alla resa del castello di Caprona, nel 1289 -, iniziò la sua attività di poeta e strinse relazioni con letterati e poeti del tempo: notevole influsso ebbero su lui Brunetto Latini, celebrato poi nell’Inferno quale maestro, e Guido Cavalcanti. E certo cantò, nei modi ormai tradizionali, più donne, anche se poi, tutto impegnato nella “loda” di Beatrice, sminuì la parte che esse avevano avuto nella sua vita e nei suoi scritti giovanili.

Intanto, entrò nella vita pubblica, e quando nel 1295 un emendamento apportato agli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella consentì la partecipazione alle cariche pubbliche solo a chi fosse iscritto a un’”arte”, Dante si iscrisse a quella dei “medici e degli speziali”, probabilmente per il legame che allora univa filosofia e medicina. Ebbe incarichi vari e sedé più volte nei Consigli del Comune. La sua attività cominciò ad avere un significato politico preciso quando, con il 1300, la città si divise nuovamente, all’interno del gruppo guelfo, in due fazioni, l’una delle quali, capeggiata dai Donati, ebbe il nome dei Neri, mentre l’altra, che si stringeva soprattutto intorno alla famiglia dei Cerchi, si disse dei Bianchi. Dante fu vicino ai Bianchi, che intendevano mantenere integri gli ordinamenti comunali e si opponevano tanto all’ingerenza del papa Bonifacio VIII nelle faccende della città e della Toscana, quanto alla trasformazione di Firenze in una signoria più o meno larvata.

Nelle vicende tumultuose che impegnarono Firenze tra il maggio del 1300 e il novembre del 1301, Dante ebbe una parte di rilievo; priore fra il 15 giugno e il 15 agosto del 1300, sancì la condanna al confino dei capi dei due partiti, fra i quali era anche il Cavalcanti; nell’ottobre del ‘301 andò a Roma, membro di un’ambasceria a Bonifacio VIII.

Era sulla via del ritorno, quando apprese a Siena, nel gennaio del 1302, la sentenza che lo condannava al confino per due anni, all’esclusione dai pubblici uffici, a una multa: l’accusa era non solo politica, ma anche di baratteria, a infamare l’avversario sconfitto. Non essendosi Dante presentato la pena gli fu commutata in quella capitale. Cominciò così un lungo esilio che ebbe fine solo con la morte: dapprima Dante si unì ai fuoriusciti che tentavano di rientrare in patria con le armi; ma, dopo la sconfitta della Lastra (1304), abbandonò i compagni di esilio e fece parte per se stesso. Continua domani.

L’angolo della Poesia

Alle donne gentili

Donne ch’avete intelletto d’amore,

i’ vo’ con voi de la mia donna dire,

non perch’io creda sua laude finire,

ma ragionar per isfogar la mente.

Io diche che pensando il suo valore,

Amor sì dolce mi si fa sentire,

che s’io allora non perdessi ardire,

farei parlando innamorar la gente.

E io non vo’ parlar sì altamente,

ch’io divenisse per temenza vile;

ma tratterrò del suo stato gentile

a respetto di lei leggeramente,

donne e donzelle amorose, con vuoi,

ché non è cosa da parlarne altrui.

Angelo clama in divino intelletto

e dice: “Sire, nel mondo si vede

maraviglia ne l’atto che procede

d’un’anima che ‘nfin qua su risplende”.

Lo cielo, che non have altro difetto

che d’aver lei, al suo segnor la chiede,

e ciascun santo ne grida merzede.

Solo Pietà nostra parte difende,

che parla Dio, che di madonna intende:

“Diletti miei, or sofferite in pace

che vostra spene sia quanto me piace

là ‘vè alcun che perder lei s’attende,

e che dirà ne lo inferno: – O mal nati,

io vidi la speranza de beati – “.

Dante Alighieri – continua domani

Privato del saluto di Beatrice, Dante ha deciso di cantare solo per lei. Comincia così il dolcestilnuovismo dantesco. La canzone che chiude il capitolo apre il gruppo delle poesie della lode.

Avvenne poi che passando per un cammino lungo lo quale sen gìa uno rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontade di dire, che io cominciai a pensare lo modo ch’io tenesse; e pensai che parlare di lei non si convenia che io facesse, se io non parlasse a donne in seconda persona, e non ad ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femmine. Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa, e disse: Donne ch’avete intelletto d’amore. queste parole io ripuosi ne la mente con grande letizia, pensando di prenderle per mio cominciamento; onde poi, ritornato alla sopraddetta cittade, pensando alquanti die, cominciai una canzone con questo cominciamento, ordinata nel modo che si vedrà di sotto ne la sua divisione. La canzone comincia: Donne ch’avete.

(metro: strofe di quattordici endacasillabi secondo lo schema ABBC, ABBC, CDD, CEE).

Arte – Cultura – Personaggi

Francesco Petrarca

La vita

La vita del Petrarca fu caratterizzata da una instabile mobilità e, nello stesso tempo, dalla mancanza di avvenimenti decisivi che determinassero svolte brusche e profonde.

Nato ad Arezzo nel 1304 da Eletta Canigiani e dal fiorentino ser Petracco, un notaio esiliato nel 1302, nel 1312 fu condotto dai genitori ad Avignone, sede dal 1305 della curia papale e diventata perciò un centro cosmopolita e importante. Il padre lavorò in curia, il figlio visse con la madre a Carpentras, dove studiò con il grammatico Convenevole da Prato; fu poi a Montpellier, dove studiò diritto, e passò nel 1320, assieme al fratello Gherardo, a Bologna, per tornare ad Avignone nel ’26 dopo la morte del padre.

Furono, questi, anni di studi ma anche di mondanità e di galanterie, continuate ad Avignone, dove si legò con la potente famiglia romana dei Colonna; aveva preso intanto gli ordini minori che potevano aprirgli la via a cariche e a benefici. Fino al ’44 al centro della sua vita furono Avignone e il borgo vicino di Valchiusa, anche se queste dimore furono interrotte da viaggi frequentissimi in Francia, in Germania, a Roma; e la sua vita si andò sempre più raccogliendo intorno agli studi e all’attività letteraria: cominciò molte opere latine, compose liriche volgari, ricercò e scoprì scritti classici. Questi stessi anni furono segnati da tre avvenimenti fondamentali: la conoscenza e l’amore per Laura, vista per la prima volta il 1327 in una chiesa di Avignone; l’inizio di una crisi interiore; l’incoronazione poetica, per la quale aveva ricevuto contemporaneamente l’invito da Roma e da Parigi, e per la quale scelse Roma. Essa ebbe luogo la Pasqua del 1341, dopo che il poeta si era sottoposto a Napoli a un pubblico esame tenuto da re Roberto d’Angiò

Il decennio 1343-1353, pur vedendolo impegnato nei soliti viaggi e in rapide dimore ad Avignone e in più centri italiani, parve raccogliersi intorno alla sua dimora a Parma presso i Correggio. Intanto, mentre continuava nella sua indefessa attività di scopritore di classici e di scrittore, fu colpito dalla monacazione del fratello Gherardo (1343), che rafforzò nel poeta la crisi religiosa iniziatasi anni prima. Altro fatto importante di questi anni fu il suo accostarsi a Cola di Rienzo, del quale parve condividere gli ideali di restaurazione democratica e classica; ma poi, nella seconda fase dell’attività del tribuno, il Petrarca si allontanò da lui. Nel 1348, mentre era a Parma, ebbe notizia della morte di Laura, avvenuta ad Avignone.

Nel 1353 si stabilì definitivamente in Italia. Prese dapprima dimora a Milano, presso il cardinale Giovanni Visconti, tra la meraviglia scandalizzata degli amici repubblicani fiorentini, fra i quali era il Boccaccio, conosciuto nel 1351, quando era venuto a lui per offrirgli, a nome del Comune di Firenze, la restituzione dei beni confiscati al padre e una cattedra nello Studio fiorentino. Presto però riprese la vita errabonda e inquieta che gli era congeniale: fu a Praga (1356); a Padova; a Venezia (dal ’62), in un palazzo concessogli dal Senato a condizione che lasciasse alla Repubblica la propria biblioteca; si ristabilì (1368) a Padova; prese infine dimora ad Arquà sui colli Euganei, dove nel 1374 morì.

Nota saliente della vita del Petrarca pare essere una mobilità irrequieta, nella quale, però, stranamente, riaffioravano sempre i medesimi temi, quasi che egli non riuscisse mai a portare a risoluzione le sue crisi. Per questo la critica ha insistito sulla sua instabilità, sulla sua indecisione e su una sua immobilità sostanziale, fino a definirlo, erroneamente, un uomo e un poeta senza storia, immobile, nella sua perplessità, dal principio alla fine. Continua.

Arte – Cultura – Personaggi

Thomas Stearns Eliot

La vita

Thomas Stearns Eliot nasce a Saint Louis – Missouri – nel 1888, da famiglia inglese. Laureatosi ad Harvard nel 1910, si trasferì l’anno successivo in Europa, perfezionando i suoi studi prima a Parigi poi a Oxford. Nel 1915 si stabilì a Londra e dopo un periodo trascorso come insegnante e poi come impiegato di banca, si dedicò definitivamente alla letteratura. Nel 1917 esordì come poeta con la raccolta Prufrock e altre osservazioni, seguita poi da altri volumi di versi – importante l’aiuto dato a Eliot dall’amico e poeta americano Ezra Pound, che oltre a guidarlo nella formazione culturale, ne favorì la notorietà nell’ambiente londinese -. Nel 1922 compose infine il poemetto La terra desolata, smarrita constatazione dello sfacelo del mondo contemporaneo e uno dei vertici della poesia eliotiana. Nel 1927 il poeta ottiene la cittadinanza inglese e aderisce alla religione anglicana. Frutto della conversione religiosa è il poemetto Mercoledì delle ceneri (1930). Datosi successivamente anche al teatro (Assassinio nella cattedrale, 1935; Cocktail Party, 1950; L’impiegato di fiducia, 1954; Il grande statista, 1959), Eliot ci lascia come sua ultima raccolta di versi i Quattro quartetti (1943). Autore anche di acuti saggi critici ed estetici (Il bosco sacro, 1920), fu insignito del premio Nobel nel 1948. Morì a Londra nel 1965.