Monumenti di Napoli

La Napoli angioina – 13

Il Saggio Roberto e l’intrigante Giovanna I – 2

Roberto non ebbe eredi maschi: per questo motivo, già un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1343, dovette affrontare il problema della sua successione. La scelta cadde sulla nipote Giovanna, figlia del duca di Calabria e di Maria di Valois, che fu data in sposa ad Andrea di Ungheria.

Molteplici furono le clausole che la futura regina dovette rispettare. Fra l’altro, la Provenza non avrebbe mai dovuto essere separata dai domini del regno, che nello stesso tempo avrebbe dovuto mantenere una sostanziale indipendenza dallo Stato pontificio recuperando il possesso della Sicilia.

Giovanna fu la prima donna a guidare il Regno di Napoli, come esponente di una dinastia che si era ormai naturalizzata nell’Italia meridionale. Il suo regno, tuttavia, venne funestato da violenze, intrighi e tradimenti, che si conclusero nel 1382 con lo strangolamento della regina, effettuato da quattro sicari.

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La Napoli angioina – 12

Il Saggio Roberto e l’intrigante Giovanna I – 1

Dopo Carlo II, morto nel 1309, fu sovrano, per trentaquattro anni, il figlio Roberto: ad eccezione del “Ghibellino” Dante, le fonti hanno trasmesso l’immagine di un sovrano saggio, di eccezionale cultura in tutti i rami dello scibile, prudente e coraggioso, apprezzato tanto dal Boccaccio, quanto dal Petrarca.

Ormai privo della Sicilia, il nuovo sovrano, con grande abilità politica, seppe rafforzare la sua posizione in Ungheria, nei paesi Balcanici e nei comuni dell’Italia centro-settentrionale, arginando di fatto le ambizioni dell’imperatore Arrigo VII. Nel 1317 stipulò una pace con Pisa; qualche mese dopo riuscì a conquistare Genova, il cui porto era di strategica importanza per il Tirreno settentrionale, nel 1325 al figlio di Roberto, Carlo duca di Calabria, fu offerta la signoria della città di Firenze, per arginare il partito imperiale nella città. Nello stesso tempo Roberto rafforzò la propria presenza nelle dipendenze orientali, in particolare in Albania, in Grecia e a Gerusalemme, della quale i sovrani angioini potevano fregiarsi da tempo del titolo di re.

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La Napoli angioina – 11

Gli ecclesiastici e gli imprenditori. – 5

Sia i fiorentini che i toscani si distinsero per l’abilità dimostrata nel condurre le attività commerciali – di cui avevano il monopolio non solo in città, ma in tutto il regno – nonché per l’apporto finanziario che seppero fornire alla Corte. Nella “Rua Cambiorum” si stanziarono i banchi di numerose compagnie, quali quelle dei Bardi, dei Frescobaldi, dei Bonaccorsi, degli Acciaiuoli, dei Peruzzi, trasformando il quartiere in baricentro economico e finanziario dell’intero regno.

Il favore concesso dalla Corte richiamò in città anche numerosi artigiani: fiorentini erano i proprietari di una manifattura per la lavorazione della lana, di un opificio situato lungo la fascia costiera e di un impianto per drappi collocato all’interno della Loggia dei Genovesi. L’aria internazionale che si respirava nella capitale del regno a partire dalla fine del XIII secolo era del resto alimentata dalla presenza di catalani, marsigliesi, provenzali, greci, bulgari, magiari, le cui comunità si erano ritagliate un proprio spazio nella topografia della città.

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La Napoli angioina – 9

Gli ecclesiastici e gli imprenditori. – 3

In città si fece sempre più consistente il numero di persone appartenenti al popolo agiato, come imprenditori, professionisti, notai, giudici, mercanti, medici. La stessa categoria degli artigiani cominciò a costituirsi in organizzazioni corporative, come quella degli orefici, che tenevano le loro botteghe nei pressi della Chiesa di Sant’Eligio, o quella dei conciatori di cuoio, presenti nel quartiere di Pistaso. Tra il XIII e il XIV secolo fu possibile assistere, all’interno delle mura cittadine, a una consistente fioritura delle arti e corporazioni, che coinvolse saponari, macellai, bottai, carradori, fabbri, ferrai, fusari, mugnai, speziali, calzolai, cimatori di panni di lana, sarti, pescatori.

Non di rado a capo di queste imprese artigianali figurano dei patrizi: segno di una progressiva evoluzione della mentalità nobiliare, che per tradizione non ammetteva alcun tipo di attività di tipo imprenditoriale e commerciale.

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La Napoli angioina – 8

Gli ecclesiastici e gli imprenditori. – 2

La religiosità dei sovrani transalpini ebbe modo di esprimersi anche con la realizzazione di uno spettacolare piano di edilizia religiosa che cambiò letteralmente il volto della capitale, nella quale sorse una miriade di chiese e monasteri, notevoli per monumentalità e bellezze artistiche. E’ stato sostenuto che l’edificazione di molti conventi all’interno delle mura cittadine sia dovuta anche alla necessità di arginare il potere del patriziato urbano e limitarne l’acquisizione di spazi; a tale proposito è stata ricordata la costruzione del Convento di San Lorenzo, per la cui edificazione fu abbattuto un edificio nel quale erano solito riunirsi i militi cittadini.

Non secondaria, infine, fu l’attività caritativa dei sovrani, caratterizzata da continue elemosine ai poveri e dalle frequenti visite ai luoghi di culto cittadini.

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La Napoli angioina – 7

Gli ecclesiastici e gli imprenditori.

La politica religiosa dei sovrani angioini fu larga di concessioni al corpo ecclesiastico, tanto che, secondo alcuni studiosi, mai fu così forte l’ingerenza e l’invadenza degli appartenenti al clero. Numerosi erano, nelle contrade del regno, i commissari pontifici venuti ad indagare sui casi di eresia, ai quali i sovrani garantivano la massima collaborazione e libertà di azione: confische di beni e morti violente non furono più, così, episodi isolati. Le cronache ci hanno tramandato l’orrore suscitato dalla morte del conte di Acerra, Adenolfo d’Aquino, che, accusato di eresia, fu arso vivo nel 1294. Cinque anni dopo si ha notizia di una condanna a regime durissimo per un certo Bonaventura, anch’egli accusato di eresia e per questo rinchiuso nella fortezza di Capua.

D’altra parte i sovrani favorirono l’introduzione in Italia meridionale degli ordini mendicanti, ai quali la corte dispensava di frequente laute sovvenzioni. In particolare ai Francescani e ai Domenicani fu anche consentito di tenere scuole di teologia nei conventi napoletani, che divennero in poco tempo le sedi ufficiali dell’insegnamento teologico.

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La Napoli angioina – 6

La burocrazia di Carlo II – 2

Per quanto riguarda la politica di alleanze, invece, Carlo II si accordò con Genova sottomettendo molte città del Piemonte, incorporate successivamente nella Contea di Provenza, mentre, grazie all’intervento del pontefice, Bonifacio VIII, portò sul trono ungherese il nipote Caroberto.

Con la pace di Caltabellotta, conclusa nel 1302, l’angioino riuscì inoltre a garantire alle esauste casse dello Stato un periodo di relativa tranquillità.

Con il regno del secondo Angioino si perfezionò la struttura organizzativa dello Stato. I primi angioini ebbero a cuore soprattutto l’efficienza della burocrazia e dell’apparato fiscale come pure l’amministrazione della giustizia, che aveva il suo vertice nella Magna Regia Curia per il settore penale e nella Curia Vicaria per il settore civile. Otto ufficiali formavano la Curia Regia: portavoce del sovrano era il cosiddetto logoteta, che in alcune occasioni aveva anche l’onore di rappresentarlo, mentre il segretario del re era il protonotario, che redigeva i provvedimenti legislativi e controfirmava le concessioni feudali, i privilegi e gli atti amministrativi; l’ammiraglio era il responsabile dei porti, delle coste e della polizia marittima, oltre che ministro della Marina Reale, mentre il conestabile svolgeva funzioni militari sulla terraferma: il siniscalco era il responsabile degli affari della Casa Reale, mentre al cancelliere era delegato il compito di redigere e spedire i diplomi; Il camerario aveva incarichi relativi all’amministrazione finanziaria dello Stato e della Real Casa nonché alla manutenzione, alla fortificazione e all’approvvigionamento dei castelli reali; il giustiziere, infine, aveva l’incarico di presiedere il vertice dell’organizzazione giudiziaria.

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Monumenti di Napoli

La Napoli angioina – 5

La burocrazia di Carlo II

Morto Carlo I nel 1285, dopo tre anni di interregno del pontefice Onorio IV fu incoronato sovrano il figlio del primo Angioino, che assunse il nome di Carlo II. “Savio e colmo di virtù infinite” lo definisce la “Cronaca di Partenope, mentre di tutt’altro avviso è Dante, che con sprezzante ironia lo consegna ai posteri, a causa di una sua menomazione fisica, come “il ciotto”, ossia lo zoppo, “di Gerusalemme”.

Carlo II seppe rafforzare le sorti del regno con un’abile politica di matrimoni e di alleanze. La figlia Eleonora andò infatti in sposa, nel 1303, a Federico di Trinacria: l’anno successivo altri due figli, Roberto e Maria, sposarono Sancio e Sancia, figli di Giacomo II, mentre nel 1305 un’altra figlia, Beatrice, si unì in matrimonio al signore di Ferrara Azzo VIII d’Este.

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Monumenti di Napoli

La Napoli angioina – 4

L’ingresso in città nuova capitale del regno. – 2

Le finanze del regno furono impegnate per decenni nella riconquista della Sicilia: tuttavia la pace di Caltabellotta nel 1302 e poi quella di Catania, stipulata settant’anni dopo, sancirono il distacco dell’isola dal regno angioino.

Il destino “peninsulare” del regno era così segnato. Si fece allora ancora più organico il rapporto e il contributo che la nobiltà napoletana offrì all’amministrazione statale. I nobili di Napoli assunsero cariche nella magistratura, furono regi funzionari e amministratori delle province: un processo che fece riesplodere controversie, in certi casi anche violente, fra i vari esponenti del patriziato, ma che comunque generò un significativo rapporto tra la capitale e il resto del regno.

L’aristocrazia urbana ebbe in appannaggio soprattutto la fitta rete degli uffici periferici, per i quali erano richieste competenze tecniche di varia natura, da quelle giuridiche a quelle militari: in questo modo nacque una vasta classe di funzionari. Ad essi, inoltre, furono riconosciuti numerosi privilegi, come ad esempio la concessione di una parte dei dazi sulle attività del porto e del mercato cittadino (diritto che risaliva al tempo del duca Sergio VII, e che in epoca angioina fruttava la sessantesima parte del valore prodotto), o la facoltà di provvedere alla tutela dei fanciulli.

Non bisogna dimenticare, infine, l’apporto significativo delle casate aristocratiche francesi e provenzali (Estendart, La Gonesse, Baux, Gantelme) che nel giro di pochi anni vennero completamente “napoletanizzate”, anche grazie a una fitta politica di unioni matrimoniali con gli esponenti di spicco della società locale. Continua domani.

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La Napoli angioina – 3

La discesa di Carlo I – 3

Una partecipazione così decisa e massiccia da parte dei nobili napoletani all’iniziativa di Carlo lascia intendere che costoro avessero ben compreso le nuove opportunità, che per loro si aprivano di partecipare alla gestione dell’amministrazione del regno. Tale convergenza di intenti proseguì a lungo: i documenti coevi ci attestano numerosi prestiti e generose fideiussioni concesse alla corte francese per armare flotte e pagare cavalieri in difesa del regno.

L’ingresso in città nuova capitale del regno.

Carlo I entrò in Napoli nel 1266, dopo aver pesantemente sconfitto le truppe sveve a Benevento.

L’ingresso del sovrano nella città fu solenne e magnifico, quasi una prefigurazione dello spostamento della capitale del regno da Palermo alla città campana. Il “grande e austero” Carlo I d’Angiò, come lo definì Benedetto Croce, mise fine alle pretese sveve sconfiggendo a Tagliacozzo Corradino, ultimo discendente di Federico. Lo Svevo, fatto prigioniero, fu portato a Napoli dove, nella piazza del Mercato, venne decapitato insieme ad alcuni suoi partigiani.

Mentre Carlo I cercava di rafforzare i suoi possedimenti anche al di fuori dei confini del regno, scoppiò nel 1282 una violenta rivolta antifrancese in Sicilia, guidata da simpatizzanti della Corona d’Aragona, che chiamarono alla guida dell’isola Pietro III d’Aragona, sposo di Costanza, figlia di Manfredi. Continua domani.

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La Napoli angioina – 2

La discesa di Carlo I – 2

L’aristocrazia napoletana, ostile al clima centralistico e burocratico instaurato dagli Svevi, si schierò fin dai primi momenti, a eccezione dei Capece, a fianco della nuova dinastia francese. D’altra parte essa conservava vivo il ricordo dell’assedio condotto contro la città da Corrado IV, che era costato non solo la distruzione delle mura, delle fortezze e di molte residenze nobiliari, ma anche l’esilio forzato degli oppositori, tra cui le casate dei Caputo, dei Griffo, dei Macedoni, degli Spinelli, dei Maramaldo, dei Filangieri.

Gli amalfitani residenti a Napoli e le famiglie nobili residenti sulla costiera si impegnarono con ingenti somme di denaro nel sostegno dell’Angioino: in particolare si distinsero i Frezza, i Del Giudice, gli Spina, i Muscettola. E’ stato fatto notare che questo sforzo finanziario dell’aristocrazia amalfitana e scalese ridusse le riserve del tessuto economico cittadino: tale indebolimento, insieme ai progressi delle altre potenze mercantili dopo la separazione della Sicilia dal regno, è stato individuato come una delle cause del declino finanziario della comunità costiera nel secolo successivo.

Durante gli anni della conquista numerosi furono gli appartenenti al patriziato cittadino che prestarono la loro opera nell’esercito francese: l’odio nei confronti della Casa di Svevia alimentò l’ardore di Tommaso Ferillo, Andrea e Pietro di Costanzo, dei Capuano, dei Caputo, tutti schierati al fianco del sovrano transalpino. Continua domani.

Monumenti di Napoli

La Napoli angioina

La discesa di Carlo I

Morto Federico II nel febbraio del 1250, l’erede naturale, il figlio Corrado IV, non ottenne il riconoscimento da parte del pontefice Innocenzo IV, che preferiva fare insediare nel Mezzogiorno una dinastia meno ostile e potente della sveva.

Fallito il tentativo di assegnare il Regno di Napoli al fratello del re d’Inghilterra, il papa riuscì a convincere ad affrontare la gravosa impresa Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia: i patti erano particolarmente onerosi per l’Angioino, che dovette impegnarsi a riconoscere formalmente la supremazia feudale del papa, versando fra l’altro un tributo annuo molto elevato e impegnandosi a prestare al pontefice trecento cavalieri e un certo numero di navi in caso di guerra.

Ancora più gravoso fu per Carlo il divieto di fondere la Corona imperiale e quella del Regno di Napoli, come pure l’obbligo di rinunciare al privilegio della legazione apostolica, consistente nel diritto del re alla nomina degli ecclesiastici e all’esercizio di una serie di poteri su di essi. Infine Carlo d’Angiò dovette solennemente impegnarsi a non ricoprire nessun ruolo o incarico nello Stato pontificio e nei territori dell’Impero, anche se in seguito il re fu nominato senatore a Roma e i patti precedentemente stipulati col pontefice furono rivisti a suo favore. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 8

Arte e scultura tra oriente e occidente – 2

Nel Duomo è possibile poi ammirare un altro pregiato Crocifisso (datato questa volta al XIII secolo), connotato da stilemi di ascendenza franco-iberica. Il Cristo è raffigurato morto, con gli occhi e le labbra serrati, ed è cinto sui fianchi da un leggero e calligrafico perizoma, sostenuto da una corda con un grosso nodo, che mostra il sottostante modellato delle gambe.

A una matrice culturale di tipo iberico rimandano sia il Crocifisso della Chiesa di Santa Maria a Piazza (risalente al 1250 circa), con grandi occhi incavati sotto il profilo tagliente dell’arco della fronte, sia il Crocifisso, attribuito alla seconda metà del XIII secolo, conservato nell’antica Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli, caratterizzato da un accentuato grafismo.

Dell’inizio del Duecento sono due pregiati plutei della Basilica di Santa Restituta, che rappresentano un chiaro esempio di quanto ancora resta in ambito napoletano della scultura romanica. I plutei sono costituiti da lastre marmoree, una delle quali mutila, collocate alle pareti della Cappella di Santa Maria del Principio, e realizzate da due diversi maestri affini al gruppo di scultori già operanti nel chiostro di Monreale.

Uno dei plutei è costituito da pannelli raffiguranti le Storie di Giuseppe: la narrazione, che si svolge da sinistra verso destra, mostra una notevole vivacità, nonostante il linearismo calligrafico delle stoffe che attenua il risalto plastico del modellati. L’artista evidenzia la drammaticità della vicenda di Giuseppe, dal sogno narrato al padre fino alla ricerca dei fratelli, che, dopo averlo malvagiamente chiuso in una cisterna, lo vendono ai Medianiti, lasciando invece intendere al loro padre che il giovanetto era stato ucciso: di grande effetto drammatico è la scena in cui l’anziano genitore, davanti agli abiti insanguinati del figlio, si strappa le vesti. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 7

Un persistente ruolo strategico – 2

Il re svevo aveva eletto Foggia come residenza ufficiale, costruendo un palazzo nella città pugliese e trovando nel paesaggio della Capitanata le caratteristiche più adatte al suo interesse per la caccia al falcone. Palermo era stata abbandonata, in quanto troppo periferica rispetto alla vastità del regno, e anche Napoli era diventata ormai un centro secondario sotto il profilo della rappresentatività politica. Tuttavia la città costituì, durante il regno di Federico II, una delle basi militari più importanti del regno, e un notevole centro portuale, molto attivo nei collegamenti con  le città ghibelline dell’Italia centrale (soprattutto Pisa) e con la Sardegna.

Arte e scultura tra oriente e occidente

Per quanto riguarda l’arte del periodo svevo, occorre ricordare che essa è basata soprattutto sulla scultura e sulle arti minori. L’attività scultorea che si svolge a Napoli verso la fine del XII secolo è caratterizzata da apporti culturali diversi: sul substrato locale, nutrito da diretti riferimenti a fonti classiche, si innesta infatti una ferma compostezza di carattere orientale, che si fonde a sua volta con un forte espressionismo di ascendenza barbarica e con riflessi provenzali e francesi. In tale contesto è da collocare il Crocifisso ligneo (databile alla fine del XII secolo), esposto nella Chiesa di San Giorgio Maggiore, che, pur mostrando ancora caratteri iconografici arcaizzanti, denuncia un trattamento plastico più marcato e moderno. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 6

La nascita dell’Università – 4

L’inserimento nella realtà cittadina dell’importante centro di cultura lasciò comunque indifferenti i napoletani: lo “Studium” infatti non nacque da un’esigenza sentita dalla società locale, come invece era accaduto in altre realtà.

Un persistente ruolo strategico

All’indomani della sua incoronazione, Federico II aveva fatto redigere lo statuto De novis edificiis deruendis per ripristinare il sistema difensivo. Fu disposto, in particolare, che tutte le strutture fortificate realizzate dopo la morte di Guglielmo II venissero distrutte dalle fondamenta, oppure tornassero nelle condizioni in cui si trovavano al tempo di quel re. Alla nuova dominazione furono acquisite le strutture difensive di maggior importanza strategica, mentre altre furono costruite ex novo.

In tal modo fu ricostituita sul territorio un’adeguata maglia difensiva. Tra le fortezze da sottoporre a restauro furono inclusi il Castel Capuano e il Castel dell’Ovo, per la cui ristrutturazione vennero impiegati “homines Neapolis et casalium eius”. La cinta muraria, ormai diroccata, fu invece ricostituita da papa Innocenzo IV intorno al 1253, utilizzando le strutture preesistenti, costituite da grandi blocchi di tufo integrati con nuove pietre più piccole o – come ad esempio nelle vicinanze di Santa Maria del Popolo – realizzando tratti più avanzati. Il perimetro murario della città, comunque, a parte alcuni piccoli ampliamenti a occidente e a nord, ricalcò sostanzialmente quello ereditato dalla città ducale dell’XI secolo. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 5

La nascita dell’Università – 3

Lo “Studium” doveva inoltre conferire maggiore prestigio al regno, qualificando e preparando un nutrito stuolo di funzionari e giuristi da impiegare in compiti di governo. L’Università, comunque, non era autorizzata a rilasciare l’abilitazione per l’esercizio delle professioni, prerogativa che il sovrano decise di conservare per sé.

L’Università federiciana ebbe grandissimo successo tra i giovani del regno, che vi accorsero numerosi: deludente fu invece la risposta da parte degli studiosi stranieri, che alla severità dello statuto napoletano preferirono il regime più liberale e partecipativo degli atenei dell’Italia centro-settentrionale.

Purtroppo i programmi di insegnamento non sono pervenuti fino a noi, ma pare che nello “Studium” napoletano si insegnasse il diritto civile e canonico, la teologia, la filosofia, la grammatica e l’ars dictandi.

La storia dell’ateneo registra un inizio molto difficile. Alla morte dell’imperatore esso fu infatti trasferito a Salerno, e fu poi riportato in città e riformato da re Manfredi. E’ stato fatto notare, inoltre, che nel corpo accademico non vi fu nessuna personalità culturale di rilievo: la vera gloria dell’Università fu quella di aver accolto tra i propri allievi il grande filosofo e teologo Tommaso d’Aquino. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 2

Federico II, i mercanti e i forestieri – 2

Nel contempo la città assunse un ruolo preminente dal punto di vista militare: fu dotata di funzionali approdi per le navi e di un’ottima darsena, costruita su suggerimento dell’ammiraglio Spinola, ben difesa e in grado di ospitare dalle sei alle otto navi. Lo stesso Castel dell’Ovo, all’imboccatura del porto, fu ampliato e rafforzato. In effetti all’imperatore il porto di Napoli sembrò il miglior approdo per la sua flotta e per quella dei suoi alleati, uno strumento indispensabile per il collegamento con i territori dell’entroterra e con le città dell’Italia centro-settentrionale. Non bisogna dimenticare che il rafforzamento delle opere portuali favorì lo sviluppo dei cantieri navali, nei quali furono costruite numerose imbarcazioni, tra cui, nel 1240, la nave dello stesso Federico II.

Le strutture portuali favorirono senza dubbio una vivace attività mercantile, che d’altra parte poteva contare su una tradizione ben radicata. L’afflusso di merci nei due approdi napoletani serviva a soddisfare le esigenze della popolazione urbana e a rifornire i mercati delle altre località del regno. La lunga tradizione artigiana napoletana nel campo del lino e della lavorazione della seta alimentava una consistente esportazione; venivano invece importate grandi quantità di lino grezzo, di seta filata sottile, di lana d’oltre mare, e, tra i generi alimentari, noci, mandorle, formaggi e diversi generi di frutta. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi

Federico II, i mercanti e i forestieri

Napoli divenne in questo periodo un baluardo antisvevo, e per tale motivo nel 1191 subì per tre mesi un assedio, peraltro senza esito, da parte delle truppe imperiali. Solo tre anni dopo, nel 1194, i napoletani decisero di offrire la loro obbedienza all’imperatore, il quale volle comunque punirli per l’orgogliosa resistenza di qualche anno prima ordinando che venissero distrutti alcuni versanti delle mura cittadine.

Dopo la morte del figlio del Barbarossa, la città fino all’avvento di Federico II, visse un periodo di relativa floridezza e autonomia: essa poteva fra l’altro contare su un proprio esercito, diretto da Goffredo di Montefuscolo, parente del conestabile Cottone, che seppe dimostrare la propria efficienza in più di un’occasione.

La situazione cambiò radicalmente a partire dal 1220, quando Federico II, incoronato imperatore, ebbe la possibilità di stabilizzare anche il proprio dominio in Italia meridionale. Il ristabilimento dell’autorità centrale, senza alcuna concessione di sorta alle varie realtà locali, costituì il fine principale della politica sveva: Napoli vide progressivamente abolite le proprie prerogative e le antiche consuetudini, e anche il privilegio concesso da Tancredi nel 1190 fu completamente ignorato dall’imperatore. Continua domani.

Monumenti di Napoli

San Giovanni Unica Chiesa Normanna – 2

Degna di rilievo è la presenza di un doppio transetto: il primo, sopraelevato su tre gradini, è coperto da tre volte a crociera impostate su pilastri a sezione quadrata, ed è dotato di archi di accesso in piperno di epoca sveva; il secondo, realizzato probabilmente nel XIII secolo,  è ornato da tre cappelle a pianta quadrata, con archi d’ingresso realizzati tra il XIV e il XV secolo, di cui quello centrale, ribassato, è di chiaro stile catalano-durazzesco, mentre gli altri due, laterali e ogivali, sembrano appartenere a un’esecuzione più tarda.

AL TEMPO DEGLI SVEVI

Federico II, i Mercanti e i Forestieri

Guglielmo II, re di Sicilia, morto senza successori, aveva dato in sposa la sorella, Costanza d’Altavilla, a Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa. A causa di questa scelta l’Italia meridionale visse, per circa un ventennio, in una condizione di grande instabilità politica, in quanto buona parte della nobiltà feudale e varie città si opposero alla nomina di Enrico VI.

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Monumenti di Napoli

San Giovanni Unica Chiesa Normanna

Tra le fabbriche ecclesiastiche realizzate durante la denominazione normanna l’unica testimonianza sopravvissuta è costituita dalla Chiesa di San Giovanni a Mare, nella via omonima, fondata dai Gerosolomitani, che a fianco dell’edificio fecero costruire un ospedale per il ricovero dei reduci dalle Crociate. Della struttura originaria, databile alla seconda metà del XII secolo, restono alcuni elementi visibili, nonostante le radicali trasformazioni che hanno compresso la fabbrica tra gli edifici circostanti.

La basilica, articolata in tre navate di modeste dimensioni, presenta un antico nucleo centrale, caratterizzato da una sequenza di archi su colonne di spoglio che ricorda modelli cassinesi. Sopravvivono elementi di accento bizantino nell’impiego di abachi e nelle volte impostate su slanciati peducci pensili dal grande effetto ascensionale. Interessante è l’adozione di archi acuti dal profilo tagliente che richiamano gli spigoli vivi delle crociere di tipo arabo, segno della fusione tra apporti bizantini e caratteri stilistici musulmani.

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