L’angolo della Poesia

Marzo 1821

Soffermàti sull’arida sponda,

volti i guardi al varcato Ticino,

tutti assorti nel novo destino,

certi in cor dell’antica virtù,

han giurato: Non fia che quest’onda

scorra più tra due rive straniere,

non fia loco ove sorgan barriere

tra l’Italia e l’Italia, mai più!

L’han giurato: altri forti a quel giuro

rispondean da fraterne contrade,

affilando nell’ombra le spade

che or levate scintillano al sol.

Già le destre hanno strette le destre;

già le sacre parole son porte:

o compagni sul letto di morte,

o fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,

della Bormida al Tanaro sposa,

del Ticino e dell’Orba selvosa

scerner l’onde confuse nel Po;

chi stornargli del rapido Mella

e dell’Oglio le miste correnti,

chi ritorgliergli i mille torrenti

che la foce dell’Adda versò,

quello ancora una gente risorta

potrà scindere in volghi spregiati,

e a ritroso degli anni e dei fati,

risospingerla ai prischi dolor:

una gente che libera tutta,

o fia serva tra l’Alpe ed il mare;

una d’arme, di lingua, d’altare,

di memorie, di sangue e di cor.

Alessandro Manzoni – continua domani

Un commento alla Poesia Il Cinque Maggio

La tragedia di Napoleone si svolge nella terra e si scioglie nell’eternità. Ma la catastrofe è presentata nel prologo già più che umano, e preparata dallo svolgimento che via via s’innalza. La storia c’è, fedele, incisa a tratti di fulmine, rispecchiata in una mente comprensiva ma è sollevata in un’altra regione: il significato della vita del Bonaparte, trasportata nel regno senza tempo, non è più quello d’un dominio vario, rapido e immenso: la storia dilegua; il significato di quella vita diventa quello dell’immutabile sorte d’ogni impero umano che, fondato sulla materia, scompare di fronte al regno indistruttibile dello spirito.

E la figura di Napoleone è tratteggiata con una così densa vigoria, che lascia poi l’anima immersa in lunghe riflessioni sulla storia rumorosa e abbagliante che affonda senza tregua nel mare dell’eternità. Ci passano dinanzi alla fantasia eccitata, Napoleone che si prepara il dominio, gli splendori della sua corte, il turbine delle battaglie, l’Europa sbigottita, insanguinata, corsa degli eserciti, le turbe osannanti e maledicenti, i poeti che lasciano il loro vituperio inutile e vile o il loro tumido inno, Napoleone che cade e risorge e soffre i giorni inerti nella solinga Sant’Elena, la terra percossa dalla notizia della sua morte: trent’anni della vita d’una gran parte del mondo, de’ suoi tempi più travagliosi, ed uno dei più forti padroni dei destini delle genti; ma intanto sentiamo che quella gran febbre è vana perché chi l’ha voluta la può troncare, e la vediamo spegnersi – più che per una forza materiale – per il destino che attende ogni cosa terrena. Poiché l’ultima sconfitta di Napoleone, che parrebbe così importante nella sua vita, è quasi sottintesa, non è accennata con nessun particolare concreto: gli uomini che lo vinsero, non sono nemmeno nominati. E sparve: nient’altro. l’Inghilterra vincitrice non entra in questo dramma: il poeta non l’ha pensata nemmeno per un istante. E’ venuto un momento che il dominio di Napoleone è caduto; ed egli l’ha desiderato ancora; ma poi ha sentito che esso era un nulla.

L’angolo della Poesia

Il Cinque Maggio

e l’avviò, pei floridi

sentier della speranza,

ai campi eterni, al premio

che i desidèri avanza,

dov’è silenzio e tenebre

la gloria che passò.

Bella Immortal! benefìca

fede ai trionfi avvezza!

scrivi ancor questo, allegrati;

ché più superba altezza

al disonor del Golgota

giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri

sperdi ogni ria parola;

il Dio che atterra e suscita

che affanna e che consola,

sulla deserta coltrice

accanto a lui posò.

Alessandro Manzoni

L’angolo della Poesia

Il Cinque Maggio – 3

Come sul capo al naufrago

l’onda s’avvolve e pesa,

l’onda cu cui del misero,

alta pur dianzi e tesa,

scorrea la vista a scernere

prode remote invan;

tal su quell’alma il cumulo

delle memorie scese!

ho quante volte ai posteri

narrar sé stesso imprese,

e sull’eterne pagine

cadde la stanca man!

oh quante volte, al tacito

morir d’un giorno inerte,

chinati i rai fulminei,

le braccia al sen conserte,

stette, e dei dì che furono

l’assalse il sovvenir!

e ripenso le mobili

tende, e i percossi valli,

e il lampo de’ manipoli,

e l’onda dei cavalli,

e il concitato imperio,

e il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio

cadde lo spirto anelo,

e disperò; ma valida

venne una man dal cielo,

e in più spirabil aere

pietosa il trasportò;

Alessandro Manzoni – continua

L’angolo della Poesia

Il Cinque Maggio – 2

Fu vera gloria? Ai posteri

l’ardua sentenza: nui

chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

del creator suo spirito

più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida

gioia d’un gran disegno,

l’ansia d’un cor che indocile

serve, pensando al regno;

e il giunge; e tiene un premio

ch’era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria

maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio:

due volte nella polvere,

due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,

l’un contro l’altro armato,

sommessi a lui si volsero,

come aspettando il fato;

ei fe’ silenzio, ed arbitro

s’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio

Chiuse in sì breve sponda,

segno d’immensa invidia

e di pietà profonda,

d’inestinguibil odio

e d’indomato amor.

Alessandro Manzoni

Continua

L’angolo della Poesia

IL CINQUE MAGGIO

Ei fu. Siccome immobile

dato il mortal sospiro,

stette la spoglia immemore

orba di tanto spiro,

così percossa, attonita

la terra al nunzio sta,

muta pensando all’ultima

ora dell’uom fatale;

né sa quando una simile

orma di piè mortale

la sua cruenta polvere

a calpestar verrà.

Lui folgorante in solio

vide il mio genio e tacque;

quando, con voce assidua,

cadde, risorse e giacque,

di mille voci al sonito

mista la sua non ha:

vergin di servo encomio

e di codardo oltraggio,

sorge or commosso al subito

sparir di tanto raggio;

e scioglie all’urna un cantico

che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

di quel securo il fulmine

tenea dietro al baleno;

scoppiò da Scilla al Tanai,

dall’uno all’altro mar.

Alessandro Manzoni – continua.

Arte – Cultura – Personaggi

Alessandro Manzoni

Gli Inni sacri

Il primo documento letterario della conversione manzoniana sono gli Inni sacri. Il progetto originario ne prevedeva dodici, tanti quante sono le festività dell’anno liturgico. Ma il Manzoni ne scrisse solo cinque: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione e, distanziata nel tempo e nella qualità, La Pentecoste. Al di là del loro contenuto teologico, vero tema di questi inni sono gli effetti che i momenti centrali della storia della Chiesa in essi rappresentati esercitano sul piano della storia dell’umanità tutta, e su quello psicologico-spirituale del singolo credente. Manzoni si propose con questi inni di fare una poesia insieme lirica e corale, soggettiva e oggettiva: essi vogliono trascrivere in forma di certezza per tutti, una persuasione personale; vogliono rappresentare l’esultanza dello scrittore per la conquista di verità che sono, al tempo stesso, un bene individuale e privato e un patrimonio collettivo. Cristianesimo e Romanticismo si saldano dunque nella ricerca di una poesia francamente popolare, nella quale il mediatore e il sentire del singolo si fanno interpreti del mediatore e del sentire dell’intera umanità dei credenti. Si trattava di una poesia nuovissima, la cui difficoltà di realizzazione è testimoniata dalle numerose sfasature tra contenuti e forme, presenti nei primi quattro inni. Pressoché perfetta è invece la Pentecoste che, composta più tardi e con grande lentezza, si avvantaggia di una ben diversa maturità sia ideologica che letteraria. I primi quattro inni sono pervasi da un forte pessimismo. Adesso, al tempo della Pentecoste, la visione manzoniana si è fatta più distesa e rasserenata, e la Grazia è divenuta Provvidenza, cioè realtà universale e storicamente attiva, in cui ideale e reale ritrovano una loro profonda fusione.

Questa fusione, questo coordinamento tra fede e storia, si traduce anche in una singolare compattezza espressiva. Nella Pentecoste i periodi hanno un’insolita vastità: percorrono normalmente un’intera strofa e straripano nella successiva. Ma spesso due o tre periodi sono legati in un solo ritmo, che abbraccia parecchie strofe ed ha cadenze remote che l’orecchio attende al punto dove confluiranno il pensiero, la commozione, il ritmo.

Arte – Cultura – Personaggi

Alessandro Manzoni

Le idee e la poetica

Con Manzoni la parabola del neoclassicismo romantico si attenua e si esaurisce, e al suo posto si affermano ideali letterari decisamente, riconoscibilmente romantici. Anche Manzoni, nei suoi anni giovanili, aveva scritto le sue “grazie”, il poemetto Urania, celebrante, come le Grazie foscoliane, la Bellezza, l’Armonia, la Poesia. Ma al momento della conversione, questo tipo di poesia, aristocratica nei contenuti e raffinatissima nella forma, non lo soddisfa più. Il neoclassicismo aveva rappresentato certamente un prezioso strumento per comporre e superare i profondi dissidi che l’età napoleonica- nella sua contraddittorietà – veniva suscitando. Ma comportava pericoli di evasione e di disimpegno da cui lo stesso Foscolo non sempre aveva saputo guardarsi. Manzoni – più giovane di Foscolo e quindi più di lui esposto agli influssi del nascente Romanticismo, grazie prima di tutto al soggiorno francese, e poi all’ambiente d’origine, Milano – punta presto a una letteratura che risponda alla crisi morale contemporanea attraverso l’impegno morale: a una letteratura che si affidi non tanto a forme perfette ma vuote, quanto a contenuti sodi e sostanziosi: cioè alla meditazione e al sentimento. Il ritorno alla fede, la conversione, mentre chiarisce e risolve i problemi di Manzoni uomo, approfondisce e precisa il programma di Manzoni letterato. Sulla conversione manzoniana gravita tuttora una cert’aria di mistero, anche perché Manzoni fu sempre molto controllato sull’argomento. Ma probabilmente è una conversione misteriosa proprio perché priva di colpi di scena, di sorprese, di impennate mistiche.

Manzoni si convertì perché nel cattolicesimo si accorse di poter conciliare la propria educazione illuministica e le nuove esigenze romantiche sorte in lui dopo la crisi degli ideali giovanili. Milano, per la cultura che rappresentava, non soltanto era il centro italiano in cui il Romanticismo più rapidamente si era affermato: era anche l’ambiente in cui più direttamente si faceva sentire l’eredità della cultura illuministica e l’illuminista Beccaria era nonno di Manzoni. Romanticismo e Illuminismo, più che scontrarvisi, vi si susseguono in sostanziale continuità. Il ritorno manzoniano alla fede è indubbiamente un gesto romantico, compiuto proprio per sanare le contraddizioni cui la cultura illuministica era andata incontro. Ma è un gesto che non contraddice l’educazione illuministica dello scrittore, ma piuttosto la completa e la perfeziona. Gli ideali di razionalità, di giustizia e di democrazia che l’illuminismo aveva bandito sono, per Manzoni, più che scoperte, riscoperte; sono verità che il Vangelo già aveva proclamato e che solo alla luce del Vangelo e nel quadro della fede, e non della pura Ragione, gli uomini possono tornare a far proprie. Continua 2

L’angolo della poesia

La Pentecoste – 3

Discendi Amor; negli animi

l’ire superbe attuta:

dona i pensier che il memore

ultimo di non muta:

i doni tuoi benefica

nutra la tua virtude;

siccome il sol che schiude

dal pigro germe il fior;

che lento poi sull’umili

erbe morrà non colto,

né sorgerà coi fulgidi

color del lembo sciolto,

se fuso a lui nell’etere

non tornerà quel mite

lume, dator di vite,

e infaticato altor.

Noi T’imploriam! Né languidi

pensier dell’infelice

scendi piacevol alito,

aura consolatrice:

scendi bufera ai tumidi

pensier del violento;

vi spira uno sgomento

che insegni la pietà.

Per Te sollevi il povero

al ciel, ch’è suo, le ciglia,

volga i lamenti in giubilo,

pensando a cui somiglia:

cui fu donato in copia,

doni con volto amico,

con quel tacer pudico,

che accetta il don ti fa.

Spira de’ nostri bamboli

nell’ineffabil riso;

spargi la casta porpora

alle donzelle in viso;

manda alle ascose vergini

le pure gioie ascose;

consacra delle spose

il verecondo amor.

Tempra de’ baldi giovani

il confidente ingegno;

reggi il viril proposito

ad infallibil segno;

adorna le canizie

di lieve voglie sante;

brilla nel guardo errante

di chi sperando muor.

Alessandro Manzoni – fine

Arte – Cultura – Personaggi

Alessandro Manzoni

La vita

Nacque a Milano nel 1785 da Giulia Beccaria (figlia di Cesare Beccaria, autore del famoso trattato Dei delitti e delle pene) e dal conte Pietro Manzoni. Studiò in collegio, prima presso i Somaschi poi presso i Barnabiti. Uscito nel 1801 dal collegio milanese del Longone, rimase fino al 1805 nella città natale, conducendovi per qualche tempo vita mondana e dissipata, ma cimentandosi anche nei primi tentativi letterari e manifestando sentimenti accesamente democratici e anticlericali.

Nel 1805 moriva il conte Carlo Imbonati, l’uomo con il quale Giulia Beccaria, dopo la separazione dal marito, conviveva a Parigi. Subito il giovane Alessandro raggiungeva la madre nella capitale francese, restandovi con qualche interruzione, fino al 1810, anno della cosiddetta “conversione” al cattolicesimo (in realtà si trattò di un ritorno alla fede delle origini, ritorno maturato attraverso i contatti avuti con l’ambiente intellettuale francese, e favorito dal matrimonio – contratto nel 1809 – con la calvinista Enrichetta Blondel, successivamente convertitasi lei pure alla religione cattolica e, per questo motivo, sicuramente corresponsabile del ritorno alla fede dello scrittore).

La conversione impresse all’attività letteraria manzoniana un ritmo e un carattere completamente nuovi. Nel 1812 Manzoni componeva il primo degli Inni Sacri, la Resurrezione (seguiranno, nel 1813, Il nome di Maria e il Natale; nel 1814-15, La Passione; nel 1822, La Pentecoste, iniziata però nel 1817). Tra il 1816 e il 1820 portava a termine la sua prima tragedia, Il Conte di Carmagnola, mentre nel Biennio 1820-22 scriveva la tragedia Adelchi. Intanto aveva messo mano a uno scritto di meditazione religiosa, le Osservazioni sulla morale cattolica (1819) e poco dopo componeva due celebri odi ispirate a eventi contemporanei, Marzo 1821, suggerita dai moti liberali scoppiati allora in Piemonte, e il Cinque Maggio (1821), occasionata dalla morte di Napoleone. Tutto questo mentre intorno a lui si svolgeva una vita intellettuale fervidissima e esplicitamente orientata in senso romantico. Al Romanticismo nascente – o almeno da poco introdotto in Italia – Manzoni dette pronta adesione anche con importanti considerazioni teoriche. Intanto nel 1821 lo scrittore metteva mano alla prima stesura del suo grande romanzo (il cosiddetto Fermo e Lucia), portata a termine del 1823. Insoddisfatto, ne iniziava subito una seconda redazione, pubblicata poi nel 1827 con il titolo definitivo di Promessi sposi (anche se fino all’ultimo Manzoni era intenzionato a intitolarla Gli sposi pro

messi). Ma neppure questa seconda stesura rispondeva appieno agli intendimenti manzoniani, soprattutto dal punto di vista linguistico, e allora lo scrittore si rimetteva pazientemente al lavoro, non senza essersi prima recato per qualche tempo in Toscana, a Firenze, per “risciacquare i panni in Arno”, ossia per dare al suo romanzo la veste linguistica definitiva, improntata al fiorentino usato dalle persone colte. I Promessi sposi quali noi li conosciamo, uscirono nel 1840-42, a dispense.

Dopo il 1827 si aprirono per Manzoni, ormai famoso e celebrato, anni difficili sul piano umano e infecondi su quello artistico. Molti i lutti che ne amareggiarono l’esistenza: la scomparsa di Enrichetta (1833), la morte, in un breve giro di anni, di sei degli otto figli avuti da lei, la morte della madre (1841) e quella della seconda moglie (1861), Teresa Borri Stampa, sposata nel 1837. Sebbene non direttamente partecipe delle vicende risorgimentali, Manzoni ne seguì con profondo fervore gli sviluppi, parteggiando per la causa italiana (nel 1861 fu nominato senatore del giovanissimo Regno e nel 1872 accettò la cittadinanza onoraria di Roma divenuta capitale). Si spense a Milano il 22 maggio del 1873. Continua domani.