Note alla poesia del giorno

scarna: magra.

lasso: allentato.

nel cuor… corso: sebbene non più trattenuta dalle briglie vincesti la tentazione naturale di correre e proseguisti lentamente.

con dentro… vampe: con gli occhi ancora accecati dal bagliore dell’esplosione dei colpi di fucile.

altri non osa: gli altri, se sanno, non parlano per paura della vendetta.

Note alla poesia del giorno

Torre: una tenuta dei Torlonia in Romagna. I Pascoli vivevano lì perché il padre, Ruggero, ne era amministratore.

Sussurravano… Salto: lungo il ruscello (rio) che scorreva accanto alla tenuta i pioppi mossi dal vento sembravano sussurrare.

normanni: è una razza particolarmente resistente alla fatica e di taglia robusta.

poste: i box nei quali sono alloggiati i cavalli.

frangean: spezzavano.

con rumor di croste: con lo stesso rumore che si fa quando si mastica la crosta del pane.

la cavalla era: la cavalla stava.

salsa: salata (perché bagnata dal mare).

froge: narici.

urli: il rumoreggiare del mare in tempesta.

con su… da essa: col gomito appoggiato alla mangiatoia (greppia) vicino a lei (da essa) stava mia madre.

storna: col mantello di colore nerastro macchiettato di bianco.

colui che non ritorna: il marito Ruggero Pascoli che fu ucciso il 10 agosto 1867 mentre con il calesse tirato dalla cavalla ritornava dal mercato di Cesena. Gli assassini restarono ignoti, ma forse la famiglia nutriva qualche sospetto.

Il suo detto: i suoi ordini, le sue parole.

Tu che… l’uragano: tu che ancora ti ricordi di quando vivevi libera sulla spiaggia e le onde del mare ti bagnavano i fianchi.

tu dài… mano: impara ad ubbidire, a seguire il più grande dei miei figli quando ti guida con le sue mani di bambino.

Note alla poesia del giorno

mezzo grigio e mezzo nero: il campo è solo in parte arato, pertanto una parte, quella ancora da arare, è grigia, l’altra, con le zolle rivoltate dall’aratro, è nera. E’ un immagine che dà malinconia e tristezza, così come, nel verso seguente, l’aratro abbandonato in mezzo al campo.

tra il vapor leggiero: nella leggera nebbia del mattino.

gora: canale dove le lavandaie si recano a lavare i panni.

sciabordare: il rumore dei panni agitati nell’acqua.

lavandare: lavandaie.

con tonfi … cantilene: la cantilena delle donne sembra ritmata dai tonfi, dal rumore della biancheria battuta sulla pietra. I canti dei lavoratori, in genere, servono proprio a scandire il ritmo di lavoro.

nevica la frasca: dalle foglie degli alberi cade la neve che vi si è accumulata. E’ l’inizio della cantilena delle lavandaie.

tu: la cantilena riporta il lamento di una donna che ama un uomo lontano, forse emigrato. Il dramma dell’emigrazione è spesso presente nella poesia pascoliana.

come l’aratro… maggese: l’ultimo verso si ricollega alla terzina iniziale e ne riprende il tono malinconico, di dolorosa solitudine. Il maggese è il campo che si lascia incolto per un certo periodo di tempo, in genere una stagione, perché sia di nuovo fertile, cioè perché si riproducano nella terra quelle sostanze indispensabili di cui alcune culture (per esempio il grano) la impoveriscono.

Note alla poesia del giorno

E gli sportelli… pioggia: tutti i rumori della stazione hanno un suono fastidioso, monotono e lugubre: gli sportelli chiusi violentemente, il fischio del capostazione (l’ultimo appello), lo scrosciare della pioggia sui vetri della tettoia della stazione.

Già il mostro… lo spazio: la locomotiva che si mette in moto è come un mostro dall’anima metallica.

empio: crudele, senza pietà.

traino: i vagoni agganciati l’uno dopo l’altro.

Fremea la vita… gentile: ben diverse le circostanze e lo stato d’animo in un momento d’amore del poeta per Lidia. La descrizione della persona gentile dai capelli castani e dalla tenera guancia baciata dal sole di giugno, dei sogni del poeta che l’abbracciavano più belli del sole, dell’estate fremente e della fremente vita nel divino momento dell’amore, rende ancor più doloroso il contrasto con il luogo e con la situazione presente in cui, come dirà più avanti, per tutto nel mondo è novembre.

caligine: nel senso originale latino di nebbia folta.

Note alla poesia del giorno

Oh quei fanali… fango: Il poeta accompagnava alla stazione di Bologna la donna amata che venuta a salutarlo, ora si allontanava da lui per raggiungere il marito, il colonnello Domenico Piva, trasferito a Civitavecchia col suo reggimento. Carolina Matilde De Cristoforis Piva, che nelle poesie a lei dedicate è chiamata da Carducci col nome classicheggiante di Lalage o di Lidia, fu il più grande amore del poeta, dal 1871 al 1878, influenzò la più felice stagione poetica carducciana, quella delle Rime nuove e delle Odi barbare. Questa poesia è caratterizzata da un sentimentalismo di stampo romantico che nel Carducci è raro. I primi versi ce ne danno subito la misura: i fanali del viale che conduce alla stazione, nella luce incerta dell’alba sembrano inseguirsi tristemente comunicando un senso di pigrizia (accidiosi) e di squallore con la loro luce biancastra che sembra illuminare i rami con stanchezza e noia (sbadigliando).

Flebile: lamentevole.

la vaporiera: la locomotiva a vapore.

n’è intorno: ci opprime con la sua tristezza.

Dove e a che… lontana: e queste persone, questi viaggiatori, avvolti nei propri mantelli, che si affrettano in silenzio verso i vagoni di colore scuro, dove vanno e a che scopo? verso quali misteriosi dolori o tormenti di lontane speranze?

Tu pur pensosa: anche tu come questa gente angosciata e ansiosa.

la tessera… guardia: porgi il biglietto ferroviario al controllore dell’ingresso (guardia) perché venga forato.

e al tempo… ricordi: all’amante disperato il secco taglio del biglietto dà l’impressione di uno strappo, una lacerazione. Il tempo incalza e si porterà via gli anni migliori della donna, le sue brevi gioie e gli stessi ricordi.

i vigili: i frenatori che con delle lunghe mazze colpiscono i freni e le ruote per controllare che tutto sia in regola.

i ferrei freni… lungo: il suono prodotto dai martelli sui freni per controllarli (tentati) risuona lugubremente in questa alba plumbea che fa da sfondo allo stato d’animo triste del poeta.

di fondo… pare: al lugubre rumore fa riscontro il senso doloroso della vita, l’angoscia esistenziale che si fa strada nel poeta come una trafittura dolorosa.

Note alla poesia del giorno

se ti fur cari… vetusta: se ti mossero a pietà gli occhi piangenti delle madri che con le braccia protese ti pregavano di allontanare la malaria, o dea, dal capo reclinato dei figli stroncati dalle febbri, se ti fu gradito l’altare antico (l’ara vetusta) innalzato in tuo onore sul Palatino altissimo (Palazio eccelso).

ancor lambiva… carme: ai tempi della Roma antica il Tevere scorreva ancora ai piedi del Palatino (evandrio colle, cioè il colle di Evandro, personaggio dell’Eneide di Virgilio), ed il romano che ritornava (reduce quirite), navigando a sera con la sua barca a vela (veleggiando), fra il Campidoglio e l’Aventino ammirava in alto, sul Palatino, la città quadrata, ancora illuminata (arrisa) dal sole, e intonava sottovoce (mormorava) un inno in versi saturni (il saturnio era un verso usato anticamente).

m’ascolta: esaudisci la mia preghiera.

Gli uomini… qui dorme: respingi da questo luogo, sacro per le memorie, i nuovi uomini della nuova Italia e le loro misere aspirazioni; il timore riverenziale che spira da queste superbe rovine è sacro: qui riposa la dea Roma. La grandezza del passato, nella visione del Carducci, non deve essere contaminata in alcun modo dalla miseria dell’Italietta post-risorgimentale.

Capena: una delle porte di Roma. Attraverso questa si andava a Capena, cittadina etrusca.

Nell’ultima strofa è resa plasticamente l’immagine personificata di Roma che dorme col corpo adagiato sul Palatino, le braccia distese sul Celio e sull’Aventino e gli òmeri robusti lungo la via Appia oltre porta Capena.

Note alla poesia del giorno

Celio… Aventino: colli di Roma.

Il vento… umido: un’atmosfera di tristezza aleggia sulla pianura intorno a Roma (pian tristo), dalla quale avanza (move) il vento foriero di pioggia (umido)

A le cineree.. al tempo: una turista inglese piuttosto anziana – ha infatti i capelli bianchi (cineree trecce) – alza il velo verde che ha dinanzi al viso e cerca nella guida (libro) notizie su queste rovine delle mura romane che hanno ancora un aspetto minaccioso e sembrano voler sfidare il cielo ed il passar del tempo, al quale resistono.

versansi: si riversano.

fluttuando: spostandosi su e giù quasi a ondate.

contro… enormi: contro i due muri più alti che sembra siano rimasti a sfida più ardua.

l’augure stormo: lo stormo degli uccelli che pare trasmettere misteriosi presagi. Gli antichi traevano gli auspici anche dal volo dei corvi.

a che tentate il cielo?: a che scopo continuate a sfidare il cielo?

Laterano: la basilica di San Giovanni in Laterano.

Ed un ciociaro… non guarda: ed un ciociaro (abitante della Ciociaria, una regione che prende il nome dalle particolari calzature dei suoi abitanti dette ciocie) passa indifferente fischiando, e nemmeno guarda la possanza e la grandiosità delle mura della Città Eterna.

Febbre… presente: Febbre, io qui ti invoco, nume ancora presente fra queste rovine. La dea Febbre era invocata dai Romani per tenere lontana la malaria e le erano stati dedicati tre templi, di cui uno sul Palatino.

Note alla poesia

Mirabile descrizione paesistica in cui l’aria tersa (gemmea) e il sole così chiaro inducono a ricercare con lo sguardo gli albicocchi in fiore, come se fosse primavera, mentre in cuore si sente l’odorino amaro del biancospino (prunalbo): quell’amaro che si avverte nel cuore è già presagio di tristezza funerea pur in mezzo ad uno spettacolo che dava un’illusione di serena bellezza.

Ecco il vero aspetto della natura: secche le piante e vuoto il cielo, privo, cioè, di quei colori che il sole sfolgorante in estate sa dargli, mentre il terreno, sotto il piede che lo batte, sembra cavo come una tomba.

Unico rumore in sì squallido spettacolo è il cader fragile delle foglie al soffiar del vento: ma anche questo rumore è triste, come di morte: siamo, appunto nell’estate, fredda, dei morti.

Note e commento alla poesia del giorno

Innanzi, innanzi: il poeta rivolge a se stesso l’esortazione a procedere ed a superare l’avversità della stagione invernale. Ma è evidente che, al di là del significato letterale, l’esortazione ha un altro senso: la morte del figlio toglie al poeta la voglia di vivere, di procedere per una via segnata da orrende ombre, impedita da rami infranti, come pensier di morte desiosi: di qui l’esortazione.

ugual luce: uniformemente risplende.

Nelle giornate rigide l’alito vapora dalle nostre bocche, e sembra, appunto, che l’aer fende.

Ogni altro tace: tutto è silenzio, interrotto solo dal rumore dei passi sulla neve che, calpestata, cede e stride.

stanti: immobili.

Sembra che sul suolo gelido (informe, senza vita) si disegnino ombre paurose (orrende) al chiarore della luna che batte sopra un pino cruccioso e con i rami infranti come se desiderassero la morte: è chiaro che il poeta trasferisce all’albero i sentimenti del suo animo ferito, infranto come i rami del pino.

Cingimi, o bruma… forti: o nebbia invernale (bruma), avvolgimi ed acqueta le onde tempestose (i frangenti che tempestan forti) del mio sentimento (interno senso).

naufrago: abbattuto e sgomento.

Il sentimento di pietà verso i morti è qui rivolto, in particolare, al figlioletto Dante.

Questo sonetto ha lo stesso motivo d’ispirazione di quello di ieri. Scritto un mese e mezzo dopo la morte dell’unico figlio maschio del poeta, esprime l’angoscia del padre ferito nell’affetto più intimo, più tenero. Il fosco paesaggio invernale trova una sotterranea rispondenza nello stato d’animo, che sembra restar sospeso nel vuoto pauroso della domanda conclusiva: che fanno giù ne le lor tombe i morti?.

Note e commento alla poesia del giorno

fiorita collina tosca: il fratello Dante era sepolto su la fiorita collina tòsca, cioè a Santa Maria a Monte, un paesello in collina presso San Miniato, e vicino alla sua era pure la tomba del padre, il dottor Michele Carducci, morto il 15 agosto 1858.

pur ora: poco fa.

romita: solitaria.

grande e santo nome: il fratello e il figlio del poeta avevano lo stesso nome dell’Alighieri, il grande poeta venerato (santo) dai posteri e dallo stesso Carducci.

che a te fu amara tanto: al fratello la vita riuscì insopportabile, al punto di indurlo al suicidio. Si noti il contrasto che viene messo in evidenza da quell’ ahi no! che introduce i versi seguenti: al bimbo la vita non era amara, e solo il crudele destino volle strapparlo alle vision leggiadre che gli sorridevano.

pinte: dipinte dei colori dei vari fiori.

l’ombra: della morte.

vostre rive: le rive del regno dei morti.

lo spinse: anche questa espressione serve a mettere in risalto la crudeltà della morte, che strappò il bimbo alla vita contro la sua volontà.

adre: nere, buie (dal latino ater).

Si avverte in questa angosciosa espressione finale il disperato dolore del padre, che non si rassegna al pensiero che il bimbo rimanga al buio, senza il dolce sole, e privo della carezza della madre invocata vanamente con la sua gentil voce di pianto.

Il 9 novembre 1870 moriva di meningite l’unico figlio maschio del Carducci, il piccolo Dante, che era nato il 21 giugno 1867. Nel darne notizia al fratello Valfredo, il poeta, fra l’altro, scriveva “Io per me sento che quest’altro pezzo di esistenza mi sarà molto triste. A febbraio la mia povera mamma; ora il mio bambino; il principio e la fine della vita e degli affetti. La sua povera mamma è stata 14 giorni con la morte sugli occhi: figurati. Ora lo veste e gli fa la ghirlanda per mandarlo nella fossa accanto alla sua nonna. Povero il mio bambino! Pare a sentir certuni, che la morte di un bambinetto sia miseria leggera e facilmente comportabile. Non è vero, non è vero”.

Non è difficile comprendere da quale stato d’animo sia nata questa poesia, scritta probabilmente lo stesso giorno in cui il poeta vide morire il bambino; il titolo è tratto dal verso famosissimo di Virgilio “abstulit atra dies et funere mersit acerbo” (Eneide, VI, 429), dove è detto, appunto, a proposito delle anime dei bambini che piangono nell’aldilà pagano: “li rapì la nera giornata (della morte) e li sommerse in una tomba precoce”.

Il Carducci rivolge il suo canto accorato al fratello morto, che portava lo stesso nome del suo bimbo e che si era ucciso poco più che ventenne il 4 novembre 1857; gli chiede di accoglierlo nel regno dei morti, perché non rimanga solo e al buio mentre invoca la luce e la mamma perduta.

Note alla poesia

Il coro di Ermengarda di Alessandro Manzoni da Adelchi

  1. Sparsa le trecce… lenta le palme… rorida di morte il bianco aspetto: accusativi di relazione; intendi perciò: con le trecce sparse… con le palme abbandonate… col bianco volto irrorato da un sudore mortale.
  2. la pia: Ermengarda, detta, più sotto, gentil, mesta, tenera: attraverso tali epiteti traspare l’affettuosa comprensione soffusa di tenerezza che il Manzoni riversa su questo personaggio.
  3. tremolo: lo sguardo tremolante per le fatiche fisiche e per i travagli dello spirito.
  4. cercando il ciel: più che un atteggiamento fisico, quello di Ermengarda morente che rivolge lo sguardo al cielo è un atteggiamento spirituale, l’atteggiamento, cioè, di chi intravede nella luce celeste il termine del lungo martirio e di chi si sente prossimo a penetrare il mistero dell’aldilà.
  5. Cessa il compianto: sin qui le suore hanno consolato Ermengarda, compiangendo le sue sventure; ora il compianto cede alle preghiere che si recitano per i moribondi.
  6. Il poeta ora interviene direttamente, rivolgendosi ad Ermengarda perché si liberi dei terrestri ardori che rendono ansiosa la sua mente, e rivolga ogni suo pensiero a Dio: nell’aldilà, infatti, è posta la fine (il termine) del lungo martirio che l’ha travagliata sino ad ora.
  7. sempre… chiedere: di chiedere sempre un obblio.
  8. Tal della mesta… patir: il destino irremovibile (il fato immobile) dell’afflitta (mesta) Ermengarda era questo: cercar sempre, ma invano, di dimenticare, e ascendere al regno dei Cieli santificata, purificata dai suoi stessi patimenti.
  9. Comincia la parte centrale del coro in cui è stupendamente rievocato il cumulo delle memorie che si abbatte sull’’animo della sventurata donna: sono i giorni felici trascorsi vicini all’uomo amato, pieni di velate dedizioni e di amabili terrori, spensierati e improvidi di un avvenir mal fido; e quanto più quei ricordi sono pieni di pace, di allegrezza, di gioia di vivere, tanto più oggi, con la loro presenza nella sventura, sono terribili, disperati, tragici.
  10. tenebre: notti.
  11. claustri: i chiostri del monastero.
  12. Vergini: le suore.
  13. Presso gli altari, ai quali si accostava supplice.
  14. irrevocati di: giorni che tornano alla mente non chiamati.
  15. quando ancor… fido: quando ancora amata (da Carlo), inconsapevole (improvida) del futuro mal fido che l’attendeva.
  16. L’ebbrezza della donna felice è, in un certo senso, alimentata dall’aria nuova, vivida, che respira all’arrivo in Francia, dove ha inizio, appunto, una nuova vita che la rende invidiata, per la sorte toccatale, tra le spose (nuore) franche. (Saliche perché discendenti dai salii, una delle tribù franche).
  17. aereo: alto.
  18. Altro accusativo di relazione: con i biondi capelli ingemmati.
  19. discorrere: correre qua e là.
  20. la caccia: tutti coloro che prendevano parte alla battuta di caccia.
  21. sulle sciolte redini: a briglie sciolte.
  22. il chiomato sir: Carlo, secondo l’uso dei Franchi, portava i capelli lunghi.
  23. corridor fumanti: i cavalli fumanti per il sudore.
  24. veltri ansanti: i cani affannati.
  25. Il dardo (stral) infallibile del re coglie il cinghiale appena uscito dalla macchia; la fiera si abbatte sulla polvere battuta dai cani: cessato il pericolo per l’uomo amato, Ermengarda, che ha seguito la scena da un poggio aereo, si volge alle sue donne, pallida d’amabile terror per la scena cruenta che si è appena conclusa.
  26. Un altro tenero ricordo di vita coniugale, diverso dal precedente tempestoso e pauroso: alle sorgenti termali di Aquisgrana, presso la Mosa, fiume dal corso sinuoso (errante). Carlo s’era fatto costruire un palazzo; spesso vi si recava, e, deposta l’orrida maglia guerresca, detergeva dal suo corpo il sudore, nobile perché originato dalle fatiche guerresche (del campo). Orrida l’armatura potrebbe essere anche perché ad Ermengarda incuteva spavento, come simbolo della crudeltà della guerra e dei pericoli che il suo uomo correva. Comunque, quelli erano momenti di serenità, perché poteva rimanere vicino al marito.
  27. Comincia qui la famosa doppia similitudine che si sviluppa in quattro strofe: “Come la rugiada, posandosi sul cespite del erba inaridita, fa rifluire di notte la vita fresca negli steli (calami) riarsi che si rizzano nuovamente verdi, nel calore temperato dell’alba, così il ristoro di una parola di conforto (amica) discende tra i pensieri di Ermengarda che si sono affaticati dalla crudele (empia) forza dell’amore per Carlo, e indirizza (diverte) il cuore di lei ai sereni gaudii dell’amore per Dio. Ma, come il sole, che, tornando a levarsi (reduce), percorre l’erta infocata del cielo e incendia con la sua implacabile (assidua) vampa l’aria non ventilata (immobile), abbatte nuovamente bruciandoli i gracili steli d’erba che erano appena risorti (per effetto della rugiada), così dopo il debole oblìo torna subito in Ermengarda l’amore invincibile (immortale) che si era sopito per poco, assale l’anima impaurita e richiama all’abituale dolore i ricordi dei tempi felici per poco dimenticati (le sviate immagini)”. Questa doppia similitudine rende efficacemente, seppure un po’ freddamente, il continuo dramma dell’infelice Ermengarda, sempre alla ricerca di un oblìo che le saria negato: la similitudine, sapientemente costruita con quattro distinte parti (nelle prime due strofe l’effetto delle parole di conforto simile a quello della rugiada sull’erba inaridita, nelle altre due il brusco richiamo alla realtà simile al dannoso effetto della calura sull’erba appena risorta), ha anche la funzione di una pausa nell’esortazione che il poeta rivolge direttamente all’infelice donna: subito dopo essa riprende, con le stesse parole con cui era cominciata (Sgombra, o gentil…), ma con ben diverso sviluppo; infatti, mentre sin qui il poeta ha rievocato le vicende della vita terrena di Ermengarda, ora il canto s’innalza per celebrare il motivo altissimo della provida sventura.
  28. nel suol che… impallidir: in questo suolo che ricoprirà la tua delicata spoglia mortale, sono seppellite (dormono) altre donne infelici, uccise dal dolore: spose private dei mariti dalle spade degli oppressori, vergini che si fidanzarono inutilmente perché i loro promessi furono uccisi, madri che videro impallidire i loro figli, trafitti dagli uomini della tua razza.
  29. Sono queste le due strofe essenziali di tutto il coro; esse chiariscono un fondamento del mondo morale manzoniano e ne colgono un momento assai significativo. Il concetto è questo: “La provvida sventura collocò fra gli oppressi te discendente di quella colpevole razza (rea progenie) di uomini oppressori che furono valorosi solo se numerosi (e perciò vili), che giudicarono giusto opprimere i soggetti e un diritto ucciderli (e perciò prepotenti), che a titolo di gloria menarono vanto della loro spietatezza (perciò empi); la provvida sventura, collocando te fra gli oppressi, dandoti cioè le sofferenze  che altri hanno patito per colpa della tua spietata razza, ha fatto si che ti redimessi, accomunandoti nel dolore a tutte le sventurate e cancellando così odi e risentimenti; puoi morire, perciò non esecrata, non odiata (come meriteresti perché longobarda) ma compianta e senza rimorsi, perché, infelice tra infelici, nessuno insulterà le tue ceneri che non hanno colpa alcuna (incolpate)”. Insomma, la Provvidenza si serve anche del dolore e della sventura per trarre il bene dal male, per consentire ai malvagi di redimersi, per preparare il trionfo del bene che premi coloro che si sono trincerati dietro lo scudo della fede. Questo concetto sarà ampiamente sviluppato ne I Promessi Sposi.
  30. Consolata dalla certezza della redenzione, Ermengarda ricomporrà il suo volto nella pace della morte, dopo tante sofferenze, con l’espressione di serenità che aveva quando, giovinetta improvvida d’un avvenire che l’avrebbe ingannata e delusa, esprimeva casti pensieri e sogni verginali. Allo stesso modo, dopo un giorno di tempesta, il sole torna a splendere, avviandosi al tramonto, tra le nuvole squarciate, preannunziando al più contadino un giorno più sereno.

Note alla Poesia Marzo 1821

Soffermati: dopo aver varcato il Ticino, che segnava una barriera non solo fisica tra piemontesi e lombardi, è naturale che i nuovi Italiani si soffermino un attimo a ripensare all’impresa compiuta, per ricontrollarne la validità morale, per misurare quasi la grandezza di essa e il successivo impegno per l’avvenire.

arida sponda: i patrioti si sono inoltrati fino alla parte non più bagnata dalle acque.

tutti assorti: non la gloria o la gioia dell’impresa compiuta, ma la chiara coscienza di un dovere che resta ancora da condurre a termine e la visione delle difficoltà ancora da affrontare, determinano questo atteggiamento.

antica virtù: la virtù dei padri.

Un giuramento semplice, lineare, ovvio, che è espresso in forma epigrafa.

Il giuramento non è rimasto isolato, perché altri spiriti forti rispondevano a quel giuramento (giuro).

da fraterne contrade: da regioni abitate da altri che si sentivano ugualmente italiani e che la politica aveva divisi con confini non segnati dalla natura; non si tratta solo della Lombardia, ma anche di altre regioni; è, insomma, tutta l’Italia, almeno nella immaginazione del poeta, che si sveglia e che in un primo tempo si prepara in tutta segretezza (affilando nell’ombra le spade), fin quando viene il grande momento della lotta aperta, condotta con chiara visione dei fini da raggiungere.

levate: sguainate.

scintillano al sol: in contrasto con la preparazione condotta tutta in segreto e nella paura.

Il giuramento vien pronunciato secondo la formula tradizionale: darsi la destra, ripetere la formula resa sacra dalla volontà di sacrificio che chiama Dio a testimonio; chiarezza di finalità, senza soluzioni intermedie o di compromesso; o liberi o morti in comunità d’intenti, di azioni e di sorte.

Chi potrà… dolor: colui che potrà dividere e distinguere (scerner) le acque della duplice Dora (Dora Baltea e Dora Riparia), della Bormida che affluisce nel Tanaro, del Ticino e dell’Orba che scorre in mezzo alle selve (selvosa), dopo che queste acque si sono versate nel Po; colui che riuscirà a togliere al Po (stornargli) le acque (correnti) del Mella (rapido per la forza delle acque e per il forte declivio della sua valle) e dell’Oglio (le acque del Mella e dell’Oglio sono dette miste perché si uniscono prima di affluire nel Po); colui che potrà ritogliergli le acque che l’Adda, dopo averle ricevute da mille torrenti, ha versato nel suo letto, ebbene, costui riuscirà a spezzare e a dividere ancora (scindere) e a ridurre ancora una volta in tanti volghi degni di disprezzo, il popolo italiano risorto, ricacciandolo indietro contro la volontà dei fati e contro l’evoluzione portata dal seguito degli anni e dei secoli, riducendolo all’antico avvilimento e riportandolo ai dolori antichi (prischi).

una gente… mare: un popolo che o sarà libero tutto dalle Alpi fino al mare o sarà tutto per sempre schiavo.

In forma epigrafica vien data dal Manzoni la definizione di nazione, una definizione valida ancora oggi e che i nostri padri sentirono come dogma preciso quando dalla prima guerra d’indipendenza del 1848 fino al primo conflitto del 1915 combatterono e morirono per ridare all’Italia una realtà politica e geografica, ma soprattutto spirituale secondo la definizione manzoniana: l’unità di un popolo risulta dal concorrere della comunanza di lingua, di religione, di tradizioni, di origini, di ideali, delle quali cose l’unità delle armi è solo la conseguenza più appariscente e, nei momenti del comune pericolo, più efficace.

Viene ora descritto lo stato di avvilimento degli Italiani prima della loro resurrezione a dignità di nazione; in particolare lo sguardo si volge ad osservare lo stato dei lombardi, che ora sono insorti a rivendicare la libertà e l’unità della patria. Per l’esatta comprensione dei versi, ordina: “Il lombardo doveva stare nella sua terra con quel volto sfiduciato e avvilito, con quello sguardo volto a terra ed incerto con il quale sta un mendicante sopportato per pietà in terra straniera.

voglia: capriccio, arbitrio.

legge: precetto da osservare.

Il suo destino veniva stabilito dagli altri, senza che lui, che ne era la vittima, potesse intervenire nella decisione.

servire e tacer: ogni residuo di dignità sembrava per sempre distrutto e si concretava appunto nel servire ciecamente e bestialmente.

retaggio: eredità, diritto naturale, tradizione.

strappate le tende: affrettatevi ad andar via.

Sembrò, in effetti, che i moti del ’21 stessero per determinare uno sconvolgimento definitivo, da cui dovesse nascere l’italica libertà; il poeta precorre gli eventi, che, invece, ebbero sviluppo ed esito ben diversi e contrari alle aspirazioni dei patrioti.

barbari: in questo caso barbari perché opprimono un popolo, e non perché discendenti dagli Ostrogoti.

O stranieri! … ragion: gli Austriaci nel 1814, crollato il dominio napoleonico, avevano solennemente promesso, per bocca dell’arciduca Giovanni e di altri, che avrebbero ridato agli Italiani l’indipendenza loro tolta dai Francesi: ma poi, non solo non avevano tenuto fede all’impegno, ma avevano addirittura impedito con feroce repressione ogni anelito degli Italiani alla libertà. Il Manzoni accomuna in questa strofa Austriaci e Tedeschi, sia perché erano della stessa stirpe, sia perché i secondi approvavano e appoggiavano la politica dei primi; questi stranieri, dice il poeta, si erano obbrobriosamente macchiati di tradimento, intraprendendo una iniqua tenzone con gli Italiani (e qui il poeta allude agli Austriaci); questi stranieri, nei giorni in cui avevano subito il dominio napoleonico (in quei giorni) avevano invocato altamente (a stormo) l’aiuto di Dio per scacciare i Francesi oppressori (la forza straniera), proclamando la libertà di ogni gente e condannando l’iniqua ragione della spada (e qui si tratta dei Tedeschi che avevano preso le armi contro Napoleone, sconfiggendolo a Lipsia). Ricordate che l’ode è dedicata ad un eroe di quella lotta, a Teodoro Koerner, caduto a Lipsia.

preme: copre.

vostri oppressori: i Francesi di Napoleone, uccisi a Lipsia.

estranei signori: dominatori stranieri.

tanto amara… quei dì: fu per voi tanto amara, intollerabile nel tempo in cui foste oppressi.

chi v’ha detto… genti: perché dovete ritenere che la triste condizione (lutto) degli Italiani debba rimanere sempre tale (sterile, eterno)?

Il tono persuasivo che, sin dalla strofa precedente, ha fatto un po’ calare l’impeto dell’ode, prende qui una più evidente significazione. L’argomentazione è semplice, ma anche chiaramente minacciosa: quel Dio che udì i lamenti degli stranieri quando questi erano oppressi e che consentì loro di premere il corpo del loro oppressori, non potrà essere sordo ai lamenti degli Italiani, oggi oppressi da coloro che fino a ieri invocavano il suo aiuto.

Due esempi della giustizia divina, che non potrà mai venir meno; Dio sommerse (chiuse) nelle acque del Mar Rosso (nell’onda vermiglia) il malvagio (il rio) Faraone che col suo esercito inseguiva il popolo d’Israele in fuga per sottrarsi alla schiavitù d’Egitto; Dio pose il martello (maglio) nel pugno del virile (maschia) ebrea Giale e guidò il suo colpo, quando uccise nel sonno, conficcandogli un chiodo in testa, il nemico della sua gente. Sisara, capitano del tiranno Jabin, dopo averlo attirato nella sua tenda. In quest’ultimo esempio il Manzoni vede la volontà di Dio, che arma la mano del debole perché non soggiaccia al volere del prepotente.

l’ugne: le unghie.

dovunque… servaggio: dovunque è arrivato il dolente grido della tua lunga schiavitù.

dove ancor… non è: dove non è ancora abbandonata (deserta) ogni speranza nella dignità umana (lignaggio = stirpe).

dove ancor… matura: dove in segreto i popoli oppressi si preparano a conquistare la libertà.

ha lacrime: è compianta.

Troppe volte l’Italia ha confidato nell’aiuto straniero per porre fine alle sue condizioni di schiavitù: per questo con ansiosa attesa ha sperato di vedere (spiasti) apparire un amico stendardo dalle Alpi o ha teso lo sguardo sull’Adriatico e sul Tirreno (duplice mar) dove però non s’è vista alcuna nave amica (e per questi deserti).

Son finiti, dice il poeta, quei tempi tristi: ora all’Italia daranno aiuto i suoi stessi figli, impetuosamente insorti dal suo seno stesso (dal tuo seno sboccati), stretti intorno al santo tricolore, i quali nel dolore troppo a lungo patito hanno trovato la forza d’animo necessaria e la ferma decisione a combattere.

Oggi, o forti, lampeggi (baleni) sui volti l’ardore (furor) tanto a lungo covato nel segreto degli animi (menti segrete): si combatte per l’Italia, dunque dovete vincere! Il destino d’Italia, è affidato alle vostre spade (brandi). O la vedremo risorta per merito vostro, seduta al consesso (convito) dei popoli, con dignità pari a quella delle altre nazioni, o, vinta, resterà sotto l’orribile bastone dell’oppressore (l’orrida verga), più serva, più avvilita, più disprezzata di prima.

Note e commenti alla poesia del giorno

Note alla poesia del giorno

  1. orloggio: orologio. Si noti come la trascrizione popolare romanesca faccia sparire la vocale che precede l’accento tonico e raddoppi la consonante che ad esso segue.
  2. Pe’ questo… ghetti: per questa ragione occorre fare tutto questo chiasso… Ghetti erano i quartieri, e a Roma ce n’era uno popolosissimo, dove erano costretti a vivere, in una specie di odioso isolamento, gli ebrei, i quali vi tenevano mercato e perciò facevano molto chiasso gridando la loro merce.
  3. Re-d’-uccelli: espressione popolare per dire “cosa o persona rarissima ed eccezionale”.
  4. La madre prima punta sulla pietà e sulla carità cristiana per cui anche i ladri, poveri peccatori, debbono proprio per questo essere amati come fratelli e redenti, poi pone una domanda un po’ cattiva, tentando di porre sotto accusa tutta la società.
  5. L’accusa si fa concreta e investe coloro cui è consentito di rubare veramente, cento volte più del povero ladruncolo, e a cui la società fa tanto di cappello: si striscia loro dinanzi riverenti e si pagano loro pure le spese.
  6. Nel tirar fuori i suoi argomenti in difesa del figlio, la povera donna non è certo molto abile: in fondo, per lei, il difetto del figlio non sta nel rubare, ma solo nel rubare poco e stupidamente: se Checco avesse rubato un milione sarebbe oggetto di venerazione e sarebbe quasi considerato un santo da raffigurare con un giglio, segno di purezza, in mano.

Commento alla Poesia del giorno

“Borzaroletto” significa letteralmente “piccolo borsaiolo”, borsaiolo da pochi soldi: un povero sciagurato, uno dei tanti poveri diavoli che, nella carriera poco onorevole del furto, si sono fermati al primo gradino, il più basso. E’ ovvio che per una madre il figlio, anche il peggiore, sia un povero ragazzo contro il quale si accanisce la società; altrettanto ovvio è che una madre chiami ingiusta una società che colpisce con tanta sicurezza il piccolo ladruncolo mentre è tanto lenta e forse mal disposta e, a volte, incapace di colpire i grandi ladri, quelli più qualificati e più titolati. E questa non è solo la maniera di pensare e di sentire di una madre, ma di tutto il popolo.

Un’immagine della Roma Belliana – Un particolare di Piazza di Spagna