Arte – Cultura – Personaggi

Wolfgang Goethe

La vita

Wolfgang Goethe si può considerare non soltanto il più grande genio tedesco, ma uno dei maestri dell’umanità di ogni tempo e di ogni luogo.

Nato a Francoforte sul Meno nel 1749, il Goethe studiò diritto dal 1765 al 1771, prima a Lipsia e poi a Strasburgo, dove si laureò, e nei quattro anni successivi esercitò la professione di avvocato. Durante questo periodo giovanile, il poeta, tutto preso dall’ammirazione per Omero, Pindaro, Shakespeare ed altri grandi del passato e dall’appassionata lettura della Bibbia, si cimentò in vari generi letterari, dalla lirica alla commedia, dal dramma in prosa al romanzo, rivelando la sua cosciente adesione allo Sturm und Drang; l’opera sua più famosa di questo periodo è certamente il romanzo I dolori del giovane Werther che ebbe risonanza europea.

Nell’autunno del 1775 il Goethe si trasferì a Weimar, su invito del duca Carlo Augusto, ed entrò al servizio di quello Stato, ricoprendo diverse cariche, fino alla nomina a ministro ottenuta nel 1815, quando, dopo il Congresso di Vienna, il Ducato di Weimar fu trasformato in Granducato. A Weimar, piccola capitale ma grande centro di civiltà culturale, il Goethe trascorse quasi ininterrottamente il resto della sua lunga vita; gli affari di Stato, tuttavia, non gli impedirono di dedicarsi alle lettere e alle scienze e di compiere dei viaggi, il più esaltante dei quali fu quello in Italia dal 1786 al 1788, che aveva sino ad allora intensamente bramato e che immortalò nel Viaggio in Italia, uno dei più ricchi documenti del suo amore per le bellezze classiche e delle sue straordinariamente ricche capacità introspettive. La morte lo colse a Weimar nel 1832.

Al lungo periodo del soggiorno a Weimar appartengono le opere più famose del Goethe, delle quali ricordiamo i drammi Ifigenia in Tauride e Torquato Tasso, la trilogia di Guglielmo Meister (La missione naturale, Gli anni di noviziato, e Gli anni di peregrinazione di Guglielmo Meister), il romanzo Le affinità elettive, la raccolta di poesie Il divano. I suoi interessi scientifici sono condensati in Metamorfosi delle piante e Dottrina dei colori.

Il capolavoro del Goethe resta però il Faust, al quale il poeta lavorò per circa sessant’anni. Si tratta di un opera molto complessa, dove ai motivi autobiografici si intrecciano figurazioni allegoriche relative all’eterno problema della superbia umana che osa porsi al di sopra della volontà di Dio, ma che alla fine si inchina al Creatore, riconoscendone la potenza.

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Dante Alighieri

La vita – 2

E iniziò la vita dei tanti fuoriusciti del tempo, cercando ospitalità presso città e signori, ora considerato solo un uomo di corte non troppo diverso dai mille parassiti, ora apprezzato e impiegato onorevolmente per la sua cultura. Fu dapprima a Verona, ospite di Bartolomeo della Scala; nel 1306 fu in Lunigiana, presso i Malaspina; poi fu in Casentino, presso i conti Guidi, poi, forse, a Lucca; secondo il Villani sarebbe stato anche a Parigi.

Particolarmente importanti furono gli anni della discesa in Italia di Arrigo VII eletto imperatore nel 1308; la volontà del sovrano di affermare la propria autorità in Italia, eccitò l’intelletto di Dante, che sperò possibile per sé il ritorno in Patria, per Firenze e il mondo il ripristino di un’èra di pace e di giustizia. Scrisse varie accese epistole con le quali cercò di favorire l’impresa di Arrigo; e quando questi nell’agosto del 1313, morì improvvisamente a Buonconvento presso Siena, morirono con lui molte speranze del poeta. Qualche anno dopo, nel 1315, rifiutò un’amnistia a condizioni che ritenne poco dignitose; lo stesso anno il Comune ribadì, contro di lui e i suoi figli, la condanna a morte.

Non sempre sicure sono le tappe successive dell’esilio cui Dante fu nuovamente costretto: fu certo lungamente a Verona, presso Can Grande della Scala, e poi, forse dal 1318, a Ravenna, ospite di Guido Novello da Polenta. Furono questi gli anni migliori dopo la cacciata da Firenze: le opere, particolarmente le prime due parti della Divina Commedia, gli avevano già procurato, con la notorietà, stima e rispetto. E a Ravenna lo raggiunse l’invito di un grammatico bolognese, Giovanni del Virgilio, a raggiungere Bologna, dove avrebbe ottenuto l’incoronazione poetica; ma Dante rifiutò, sognando, come confessa in un passo celebre del Paradiso (XXV, 1 e seguenti), l’alloro a Firenze, finalmente riconciliata con lui nel riconoscimento dei suoi meriti poetici. Nel 1320 dové essere alcun tempo a Verona, dove lesse una Questio de acqua et terra (Dibattito sull’acqua e sulla terra), a definire una disputa scientifica. Nel 1321 fece parte di un’ambasciata inviata da Guido Novello a Venezia; vi contrasse delle febbri, in seguito alle quali morì, al suo ritorno a Ravenna, nella notte tra il 14 e 15 settembre. Fu sepolto, con grandi onori, nella chiesa di San Pier Maggiore.

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Dante Alighieri

La vita

Dante nacque a Firenze tra il 15 maggio e il 15 giugno del 1265 da un Alighiero di Bellincione, guelfo, e da una donna Bella. La famiglia aveva origini nobili, che il poeta sottolineò con compiacimento.

Nel 1277 il padre lo vincolò per contratto a sposare una Gemma della potente famiglia Donati; ignota è la data del matrimonio, che dovette, secondo l’uso, avvenire assai presto, e da cui nacquero più figli. Ebbe un’educazione che fu certo accurata; presto, mentre intanto partecipava a fatti d’arme – prese parte alla battaglia di Campaldino e alla resa del castello di Caprona, nel 1289 -, iniziò la sua attività di poeta e strinse relazioni con letterati e poeti del tempo: notevole influsso ebbero su lui Brunetto Latini, celebrato poi nell’Inferno quale maestro, e Guido Cavalcanti. E certo cantò, nei modi ormai tradizionali, più donne, anche se poi, tutto impegnato nella “loda” di Beatrice, sminuì la parte che esse avevano avuto nella sua vita e nei suoi scritti giovanili.

Intanto, entrò nella vita pubblica, e quando nel 1295 un emendamento apportato agli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella consentì la partecipazione alle cariche pubbliche solo a chi fosse iscritto a un’”arte”, Dante si iscrisse a quella dei “medici e degli speziali”, probabilmente per il legame che allora univa filosofia e medicina. Ebbe incarichi vari e sedé più volte nei Consigli del Comune. La sua attività cominciò ad avere un significato politico preciso quando, con il 1300, la città si divise nuovamente, all’interno del gruppo guelfo, in due fazioni, l’una delle quali, capeggiata dai Donati, ebbe il nome dei Neri, mentre l’altra, che si stringeva soprattutto intorno alla famiglia dei Cerchi, si disse dei Bianchi. Dante fu vicino ai Bianchi, che intendevano mantenere integri gli ordinamenti comunali e si opponevano tanto all’ingerenza del papa Bonifacio VIII nelle faccende della città e della Toscana, quanto alla trasformazione di Firenze in una signoria più o meno larvata.

Nelle vicende tumultuose che impegnarono Firenze tra il maggio del 1300 e il novembre del 1301, Dante ebbe una parte di rilievo; priore fra il 15 giugno e il 15 agosto del 1300, sancì la condanna al confino dei capi dei due partiti, fra i quali era anche il Cavalcanti; nell’ottobre del ‘301 andò a Roma, membro di un’ambasceria a Bonifacio VIII.

Era sulla via del ritorno, quando apprese a Siena, nel gennaio del 1302, la sentenza che lo condannava al confino per due anni, all’esclusione dai pubblici uffici, a una multa: l’accusa era non solo politica, ma anche di baratteria, a infamare l’avversario sconfitto. Non essendosi Dante presentato la pena gli fu commutata in quella capitale. Cominciò così un lungo esilio che ebbe fine solo con la morte: dapprima Dante si unì ai fuoriusciti che tentavano di rientrare in patria con le armi; ma, dopo la sconfitta della Lastra (1304), abbandonò i compagni di esilio e fece parte per se stesso. Continua domani.

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Francesco Petrarca

La vita

La vita del Petrarca fu caratterizzata da una instabile mobilità e, nello stesso tempo, dalla mancanza di avvenimenti decisivi che determinassero svolte brusche e profonde.

Nato ad Arezzo nel 1304 da Eletta Canigiani e dal fiorentino ser Petracco, un notaio esiliato nel 1302, nel 1312 fu condotto dai genitori ad Avignone, sede dal 1305 della curia papale e diventata perciò un centro cosmopolita e importante. Il padre lavorò in curia, il figlio visse con la madre a Carpentras, dove studiò con il grammatico Convenevole da Prato; fu poi a Montpellier, dove studiò diritto, e passò nel 1320, assieme al fratello Gherardo, a Bologna, per tornare ad Avignone nel ’26 dopo la morte del padre.

Furono, questi, anni di studi ma anche di mondanità e di galanterie, continuate ad Avignone, dove si legò con la potente famiglia romana dei Colonna; aveva preso intanto gli ordini minori che potevano aprirgli la via a cariche e a benefici. Fino al ’44 al centro della sua vita furono Avignone e il borgo vicino di Valchiusa, anche se queste dimore furono interrotte da viaggi frequentissimi in Francia, in Germania, a Roma; e la sua vita si andò sempre più raccogliendo intorno agli studi e all’attività letteraria: cominciò molte opere latine, compose liriche volgari, ricercò e scoprì scritti classici. Questi stessi anni furono segnati da tre avvenimenti fondamentali: la conoscenza e l’amore per Laura, vista per la prima volta il 1327 in una chiesa di Avignone; l’inizio di una crisi interiore; l’incoronazione poetica, per la quale aveva ricevuto contemporaneamente l’invito da Roma e da Parigi, e per la quale scelse Roma. Essa ebbe luogo la Pasqua del 1341, dopo che il poeta si era sottoposto a Napoli a un pubblico esame tenuto da re Roberto d’Angiò

Il decennio 1343-1353, pur vedendolo impegnato nei soliti viaggi e in rapide dimore ad Avignone e in più centri italiani, parve raccogliersi intorno alla sua dimora a Parma presso i Correggio. Intanto, mentre continuava nella sua indefessa attività di scopritore di classici e di scrittore, fu colpito dalla monacazione del fratello Gherardo (1343), che rafforzò nel poeta la crisi religiosa iniziatasi anni prima. Altro fatto importante di questi anni fu il suo accostarsi a Cola di Rienzo, del quale parve condividere gli ideali di restaurazione democratica e classica; ma poi, nella seconda fase dell’attività del tribuno, il Petrarca si allontanò da lui. Nel 1348, mentre era a Parma, ebbe notizia della morte di Laura, avvenuta ad Avignone.

Nel 1353 si stabilì definitivamente in Italia. Prese dapprima dimora a Milano, presso il cardinale Giovanni Visconti, tra la meraviglia scandalizzata degli amici repubblicani fiorentini, fra i quali era il Boccaccio, conosciuto nel 1351, quando era venuto a lui per offrirgli, a nome del Comune di Firenze, la restituzione dei beni confiscati al padre e una cattedra nello Studio fiorentino. Presto però riprese la vita errabonda e inquieta che gli era congeniale: fu a Praga (1356); a Padova; a Venezia (dal ’62), in un palazzo concessogli dal Senato a condizione che lasciasse alla Repubblica la propria biblioteca; si ristabilì (1368) a Padova; prese infine dimora ad Arquà sui colli Euganei, dove nel 1374 morì.

Nota saliente della vita del Petrarca pare essere una mobilità irrequieta, nella quale, però, stranamente, riaffioravano sempre i medesimi temi, quasi che egli non riuscisse mai a portare a risoluzione le sue crisi. Per questo la critica ha insistito sulla sua instabilità, sulla sua indecisione e su una sua immobilità sostanziale, fino a definirlo, erroneamente, un uomo e un poeta senza storia, immobile, nella sua perplessità, dal principio alla fine. Continua.

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Francesco Petrarca

La posizione storica

Francesco Petrarca nacque nel 1304, trentanove anni dopo Dante Alighieri, ma uno spazio di tempo assai maggiore pare dividere i due uomini, perché i fatti di storia e di cultura che condizionarono l’opera del Petrarca erano ormai assai diversi.

Il materiale dell’opera dantesca è tutto medievale o, al più, di una classicità rivissuta con schemi intellettuali e mentali propri del medioevo; il materiale del Petrarca, anche là dove è attinto dalla cultura e dalla civiltà medievali, è rivissuto se non con uno spirito classico, con una volontà almeno di classicità. Dietro Dante è il Comune, ancora dominante; dietro Petrarca vi è la Signoria, anche se in tante città persistevano ancora regimi comunali. Dante, a esprimere la sua insoddisfazione del presente, ricorre a un’utopia tramata di elementi medievali; Petrarca si rinchiude in se stesso o risogna l’antico mondo romano. Per tutto questo Petrarca appartiene ancora all’età comunale, della quale non sa rinnegare con coerenza cosciente i princìpi, ma ad una fase conclusiva ed estrema dell’età comunale, al momento in cui questa trapassava politicamente nell’età delle Signorie, culturalmente in quella dell’umanesimo.

Del resto, una tale ambiguità di atteggiamento non fu solo del Petrarca, ma già di quel gruppo di scrittori – grammatici, storici, più raramente artisti – che costituirono i circoli di Padova, di Vicenza, di Verona. “Preumanisti” si dicono questi letterati e scrittori per il loro fastidio della teologia e della scolastica, per la loro preparazione soprattutto filologica e letteraria, per il loro attaccamento alla cultura classica vista già con occhi nuovi e difesa da chi l’accusava di estraneità al mondo cristiano per il senso già vivo e operoso di un sostanziale valore morale degli studi letterari. L’esistenza in Italia di questi circoli culturali sta a indicare come il Petrarca sia anche lui tutto radicato in una cultura e in un’età, non tanto riassumendo un’epoca quanto piuttosto schiudendone e avviandone un’altra. Continua.