La Favola del Giorno

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La Favola del Giorno

La favola del giorno

L’uomo che usciva solo di notte

Ai tempi di Babì Babò viveva un povero pescatore con tre figlie da marito. C’era un giovane che ne voleva in moglie una, ma era uno che usciva solo di notte, e la gente non se ne fidava. Così la maggiore non lo volle per marito e la seconda nemmeno; invece la terza accettò. Le nozze si fecero di notte, e appena furono soli, lo sposo le disse: – devo dirti un segreto: sono stato stregato, e la mia condanna è di essere tartaruga durante il giorno, e tornare uomo solo di notte; da questa condanna posso liberarmi solo in un modo; devo lasciare mia moglie subito dopo le nozze e fare il giro del  mondo, di notte come uomo e di giorno come tartaruga; se tornato dal giro del mondo troverò mia moglie che m’è rimasta fedele e ha sopportato ogni disavventura per amor mio, ridiventerò uomo per sempre.

  • Sono pronta disse la sposa.

Lo sposo le infilò al dito un anello con un diamante: – In tutte le occasioni, questo anello ti servirà, se saprai usarlo per il bene.

Era venuto giorno, e lo sposo si trasformò in tartaruga; e con il suo lento passo partì per il giro del mondo.

La sposa andò a girare per la città per trovare un lavoro. Incontrò un bambino che piangeva e disse alla madre: – Datemelo in braccio a me, che lo farò tacere.

  • Brava, sareste, a farlo tacere, – disse la madre. – E’ tutto il giorno che piange.
  • Per la virtù del diamante, – disse la sposa, – che il bambino rida, balli e salti! – E il bambino si mise a ridere, ballare e saltare.

Poi entrò in una bottega di panettiere e disse alla padrona:

  • Prendetemi a lavorare con voi, e non ve ne pentirete -. La presero a lavorare, e lei si mise a fare il pane e disse: – Per la virtù del diamante, che tutti vengano a comprare il pane in questa bottega, finché ci lavorerò io! – Cominciò un andirivieni nella bottega che non finiva più. Vennero anche tre giovanotti, che vista la bella sposa, s’innamorarono di lei. – Se mi lasci passare una notte nella tua stanza, – le disse uno dei tre, – ti do mille franchi.
  • E io, – disse l’altro, – te ne do duemila.
  • E io tre, – disse il terzo.

Lei si fece dare i tremila franchi dal terzo e la sera lo fece entrare di nascosto in bottega.

  • Aspetta un momento, – gli disse, – che metto il lievito nella farina, anzi fammi questo piacere: mettiti tu un momento a impastare.

L’uomo si mise a impastare, e impasta, impasta, impasta, per la virtù del diamante non poté toglier le braccia dalla pasta e continuò a impastare fino a giorno.

  • Be’, finalmente hai finito! – gli disse lei. – ce ne hai messo di tempo!

E lo cacciò via.

Poi disse di se a quello dei duemila franchi, lo fece entrare appena buio, e gli disse di soffiare un momento sul fuoco, se no si spegneva. Lui soffia sul fuoco, soffia sul fuoco, per la virtù del diamante continuò a soffiar sul fuoco, gonfio in faccia come un otre, fino alla mattina dopo.

  • Che modo di fare! – gli disse lei alla mattina, – vieni a trovare me e passi la notte a soffiar nel fuoco! – E lo cacciò via.

La sera dopo, fece entrare quello dei mille franchi. – Io devo mettere il lievito, – gli disse; – intanto tu va’ a chiudere la porta.

L’uomo chiude la porta, e per virtù del diamante la porta si riapre. Richiudi e riapri, passò la notte e venne il mattino.

  • L’hai chiusa, questa porta, finalmente? Be’, adesso riaprila e vattene.

I tre uomini, carichi di rabbia, andarono a denunciarla. A quel tempo oltre gli sbirri c’erano anche le donne-sbirro che servivano per quando c’era da arrestare una donna. Così quattro donne-sbirro andarono per arrestare la sposa.

  • Per virtù del diamante, – disse la sposa, – che queste donne si piglino a schiaffi fino a domattina.

E le quattro donne-sbirro presero a tirarsi manrovesci l’un l’altra da gonfiarsi la faccia di due dita ogni volta.

Vedendo che non tornavano le quattro donne-sbirro con l’arrestata, furono mandati quattro sbirri a cercarle. La sposa li vide arrivare e dice: – Per la virtù del diamante, che questi uomini si mettano a saltare alla cavallina, – e sull’istante, uno degli sbirri si abbassò con la schiena, un altro gli puntò le mani sulla schiena e saltò, e gli altri due dietro, e così presero a saltare alla cavallina uno dopo l’altro.

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La Favola del Giorno

Dai racconti di Sherazad – Le mille e una notte

Seconda notte – Il mercante e il genio –

Sire, quando il mercante vide che il genio stava per tagliargli la testa, lanciò un alto grido e gli disse:

“Fermatevi, ancora una parola, di grazia; abbiate la bontà di accordarmi una dilazione, datemi il tempo di andare a dire addio a mia moglie e ai miei figli e di dividere fra loro i mie beni con un testamento che non ho ancora fatto, affinché non debbano ricorrere a qualche processo dopo la mia morte. Appena fatto ciò, tornerò subito in questo stesso luogo per sottomettermi a tutto quanto vorrete ordinarmi.

  • Ma, – disse il genio, – se ti accordo la dilazione che mi chiedi, ho paura che tu non ritorni più.
  • Se volete credere al mio giuramento, – rispose il mercante, – giuro sul gran Dio del cielo e della terra che non mancherò di venire a cercarvi qui.
  • Di quanto tempo desideri questa dilazione? – chiese il genio.
  • Vi chiedo un anno di tempo, – rispose il mercante, – non me ne occorre meno per mettere in ordine i miei affari e per dispormi a rinunciare senza rimpianto al piacere di vivere. Perciò vi prometto che domani a un anno verrò senza fallo sotto quest’albero per rimettermi nelle vostre mani.
  • Prendi Dio a testimone della promessa che mi fai? – riprese il genio.
  • Si, – rispose il mercante, – lo prendo ancora una volta a testimone, e potete fidarvi del mio giuramento.” A queste parole, il genio lo lasciò accanto alla fontana e scomparve.

Il mercante, rimessosi dallo spavento, rimontò a cavallo e riprese il cammino. Ma, se da un lato aveva la gioia di essersi sottratto a un così grave pericolo, dall’altro era in preda a una mortale tristezza, quando pensava al fatale giuramento che aveva fatto. Quando arrivò a casa, la moglie e i figli lo accolsero con tutte le dimostrazioni di una gioia perfetta; ma il mercante, invece di abbracciarli nello stesso modo, si mise a piangere così amaramente, da lasciar loro capire che gli era capitato qualcosa di straordinario. La moglie gli chiese il motivo delle sue lacrime e del vivo dolore che egli manifestava.

“Ci rallegriamo, – diceva, – del vostro ritorno e, tuttavia, ci preoccupate per lo stato in cui vi vediamo. Spiegateci, vi prego, la ragione della vostra tristezza.

  • Ahimè! – rispose il marito, – perché mi trovo in condizione diversa dalla vostra? Ho soltanto un anno di vita.”

Allora raccontò loro quanto era accaduto fra lui e il genio, e li informò che aveva dato la parola di ritornare allo scadere di un anno per ricevere la morte dalla sua mano.

Quando udirono questa triste notizia, cominciarono tutti a desolarsi. La moglie lanciava grida pietose, colpendosi il viso e strappandosi i capelli; i figli, sciogliendosi in lacrime, facevano risonare la casa dei loro gemiti; e il padre, cedendo alla forza del sangue, mescolava le sue lacrime ai loro pianti. In poche parole, era lo spettacolo più commovente del mondo.

Fin dal giorno dopo, il mercante pensò a mettere in ordine i suoi affari e, prima di ogni cosa, si adoperò per pagare i suoi debiti. Fece regali agli amici e grandi elemosine ai poveri; liberò i suoi schiavi di ambo i sessi; divise i suoi beni tra i figli, nominò dei tutori per quelli non ancora maggiorenni e, restituendo alla moglie tutto quanto le apparteneva, secondo il contratto di matrimonio, la favorì con tutto quel che poteva donarle secondo le leggi.

Infine, l’anno trascorse ed egli dovette partire. Fece i bagagli, mettendovi dentro il lenzuolo nel quale doveva essere sepolto; ma non si è mai visto dolore più vivo del suo quando volle dire addio alla moglie e ai figli. Essi non potevano risolversi a perderlo, volevano accompagnarlo tutti e andare a morire con lui. Nondimeno, poiché bisognava farsi forza e lasciare persone così care, disse:

“Figli miei, separandomi da voi ubbidisco all’ordine di Dio: sottomettetevi con coraggio a questa necessità, e pensate che il destino dell’uomo è di morire.” Dette queste parole, si strappò alle grida e ai rimpianti della famiglia, partì e arrivò nello stesso luogo dove aveva visto il genio, esattamente nel giorno in cui aveva promesso di recarvisi. Mise subito piede a terra e si sedette sull’orlo della vasca, attendendo il genio con tutta la tristezza che si può immaginare.

Mentre languiva in una così crudele attesa, apparve un buon vecchio che trascinava una cerva per una corda. Questi gli si avvicinò, si salutarono e il vecchio gli disse:

“Fratello mio, si può sapere per quale motivo siete venuto in questo luogo deserto, dove si trovano soltanto spiriti maligni e dove non si è mai sicuri? Vedendo questi begli alberi, lo si crederebbe abitato; invece è una solitudine totale ed è pericoloso fermarcisi a lungo.”

Il mercante soddisfece la curiosità del vecchio e gli raccontò l’avventura che lo costringeva a trovarsi in quel luogo. Il vecchio lo ascoltò con stupore e, prendendo la parola, esclamò:

“E’ la cosa più straordinaria del mondo, e voi siete legato dal giuramento più inviolabile! Voglio essere testimone del vostro incontro col genio”, soggiunse.

Detto ciò si sedette accanto al mercante e, mentre conversavano fra di loro …

“Ma vedo che l’alba è spuntata, – disse Sherazad riprendendosi. – Quel che resta è la parte più bella del racconto.” Il sultano, risoluto ad ascoltarne la fine, lasciò Sherazad ancora in vita per quel giorno.

Fine della seconda notte e arrivederci per la terza.

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La Favola del Giorno

La favola del giorno

Il Gatto con gli stivali

Il Re volle che egli salisse nella sua berlina e proseguisse con loro la passeggiata. Il Gatto, felice nel  vedere che il suo piano cominciava a riuscire, corse avanti, e avendo incontrato alcuni contadini che falciavano in un prato, disse loro:

  • Brava gente che falciate, se non dite al Re che questo prato appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re non tardò a chiedere ai falciatori di chi fosse il prato che stavano falciando.

  • E’ del signor Marchese di Carabas, – risposero ad una voce, perché la minaccia del Gatto li aveva molto impauriti.
  • Avete una bella proprietà, – disse il Re al Marchese di Carabas.
  • Come dite voi, Maestà, – rispose il Marchese, – infatti è una prateria che ogni anno non manca di fruttarmi un buon raccolto.

Il bravo Gatto, che continuava a far da battistrada, incontrò dei mietitori e disse loro:

  • Brava gente che mietete, se non dite che tutto questo grano appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re, che passò subito dopo, volle sapere a chi appartenessero tutti i campi di grano che vedeva.

  • Al signor Marchese di Carabas, – risposero i mietitori, e il Re si rallegrò nuovamente col Marchese. Il Gatto, che correva sempre avanti alla berlina, continuava a dire la stessa cosa a tutti coloro che incontrava; e il Re rimaneva meravigliato degl’immensi possedimenti del Marchese di Carabas.

Il bravo gatto arrivò finalmente davanti a un bel castello il cui padrone era un orco, il più ricco che mai si sia veduto; infatti, tutte le terre che il Re aveva attraversate erano alle dipendenze di quel castello. Il Gatto cercò subito di sapere chi era quell’orco e che cosa faceva e, saputolo, chiese di parlargli, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello, senza aver l’onore di venirlo ad ossequiare.

L’Orco lo ricevette con tutta la cortesia che può avere un orco, e lo fece accomodare.

  • M’hanno assicurato, – disse il Gatto, – che voi avete il dono di cambiarvi in ogni specie di animali, e potete, per esempio, trasformarvi in leone o in elefante.
  • E’ verissimo! – rispose l’Orco bruscamente, – e per darvene una prova, mi vedrete diventare leone.

Il Gatto fu così spaventato di vedersi un leone davanti agli occhi che raggiunse al più presto le grondaie, non senza fatica né pericolo per via degli stivali che, per camminare sulle tegole, non valevano proprio nulla.

Di lì a poco, il Gatto, avendo visto che l’Orco aveva ripreso il suo primo sembiante, scese giù dal tetto e confessò di aver avuto una bella paura.

  • Mi hanno assicurato, – disse il Gatto, – ma non riesco a crederlo, che avete anche il potere di prendere la forma dei più piccoli animali, per esempio, di cambiarvi in un topo, o in un sorcetto; vi confesso che la cosa mi sembra assolutamente impossibile.
  • Impossibile? – rispose l’Orco, – adesso lo vedrete!

Nel dir così, si trasformò in un sorcio che cominciò a correre per la stanza. Il Gatto, non appena l’ebbe scorto, gli si gettò addosso e lo mangiò.

Intanto il Re, che passando vide il bel castello dell’Orco, volle entrare a visitarlo. Il Gatto, udendo il rumore della berlina che passava sul ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse:

  • La maestà vostra sia la benvenuta nel castello del signor Marchese di Carabas.
  • Ma come, Marchese! – esclamò il Re, – anche questo castello è roba vostra! Nulla è più bello di questo cortile e di tutti i fabbricati che lo circondano; si può vederlo dentro, se vi aggrada?

Il Marchese dette la mano alla giovane principessa, e seguendo il Re che era salito per primo, entrarono in un salone ove trovarono imbandita una splendida merenda che l’Orco aveva fatto preparare per certi suoi amici; essi dovevano venirlo a trovare proprio in quel giorno ma, sapendo che il Re vi si trovava, non avevano osato entrare. Il Re, entusiasta delle belle doti del signor Marchese di Carabas, così come sua figlia n’era pazza, e vedendo i grandi possedimenti di lui, gli disse, dopo aver bevuto quattro o cinque bicchieri:

  • Signor Marchese, se volete diventare mio genero, dipende solo da voi!

Il Marchese, con mille riverenze, accettò l’onore che il Re gli faceva e quel giorno stesso sposò la Principessa. Il Gatto divenne un gran signore e seguitò ad andare a caccia di topi solo per divertimento.

Morale

Certamente è una gran comodità

Godere di una ricca eredità

Che da padre discende e a figlio viene.

Ma ai giovani più giova esercitare

L’industria e il saper fare

Che usar d’un bene avuto senza pene.

Altra morale

Se il figlio di un mugnaio così rapidamente

Può d’una principessa acquistar cuore e mente,

Sì da avere da lei le più languide occhiate,

E’ che l’abito e il fior di giovinezza

Sono, per ispirar la tenerezza,

L’armi meglio temprate.

Fiaba popolare francese

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La Favola del Giorno

Il gatto con gli stivali

Un mugnaio lasciò per eredità ai suoi tre figli solo il mulino, un asino e un gatto. Le parti furono presto fatte: non vi fu bisogno né d’avvocati né di notai. Costoro si sarebbero mangiati in un boccone il povero patrimonio. Il figlio maggiore ebbe il mulino, il secondo l’asino, e il più giovane non ebbe che il gatto.

Quest’ultimo non sapeva darsi pace per aver avuto una parte così misera:

  • I miei fratelli, – diceva, – si potranno guadagnare onestamente la vita mettendosi in società; ma quanto a me, quando mi sarò mangiato il gatto e con la sua pelle mi sarò fatto un manicotto, dovrò rassegnarmi a morir di fame!

Il gatto che aveva sentito questo discorso, ma aveva fatto finta di non accorgersene, gli disse con aria seria e posata:

  • Non state ad affliggervi, caro padrone; non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per camminare in mezzo ai boschi, e vedrete come la sorte non sia stata tanto cattiva con voi quanto credete.

Il padrone del gatto non faceva n grande affidamento sulle sue parole, ma gli aveva visto fare tanti di quei giochi di destrezza nel prendere topi o sorcetti (come quando il gatto si lasciava pendere per i piedi, o si nascondeva nella farina facendo il morto) che non disperò completamente di trovare in lui un po’ d’aiuto nella sua miseria.

Quando il Gatto ebbe ottenuto quel che aveva chiesto, infilò bravamente i suoi stivali e, mettendosi il sacco in spalla, ne prese i cordoni con le due zampe davanti e se ne andò in una conigliera dove c’era un gran numero di conigli. Mise nel sacco un po’ di crusca e di cecerbita e, sdraiatosi in terra come se fosse morto, egli aspettò che qualche coniglietto, ancora poco edotto delle astuzie di questo mondo, venisse a ficcarsi nel suo sacco, per mangiare quel che vi aveva messo.

Non appena si fu disteso in terra egli fu accontentato: un coniglietto sventato entrò nel sacco e il bravo gatto, tirandone subito i cordoni, lo prese e lo ammazzò senza misericordia.

Tutto fiero della sua preda, se ne andò dal Re e domandò di parlargli. Lo fecero salire nelle stanze del Re dov’egli entrò, fece una grande riverenza, e disse al Re:

  • Ecco qui, Maestà un coniglio di conigliera che il signor Marchese di Carabas, – (questo era il nome che gli era saltato il ticchio di dare al suo padrone), – mi ha incaricato di presentarvi da parte sua.
  • Di’ al tuo padrone, – rispose il Re, – che lo ringrazio e gradisco molto il suo regalo.

Un’altra volta, il Gatto andò a nascondersi in un campo di grano, sempre col sacco aperto, e quando due pernici vi furono entrate, tirò i cordoni e le acchiappò tutte e due. Poi andò ad offrirle al Re, come già aveva fatto per il coniglio di conigliera. Il Re accettò nuovamente con piacere le due pernici e gli fece dare una mancia.

Il Gatto continuò in tal modo durante due o tre mesi a portare al Re di quando in quando la selvaggina delle bandite del suo padrone. Un giorno, avendo saputo che il Re doveva recarsi a passeggiare lungo la riva del fiume, insieme alla figlia, la più bella principessa del mondo, il Gatto disse al suo padrone:

  • Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è bell’e fatta: dovete andare a fare un bagno nel fiume, e precisamente nel posto ch’io v’indicherò; quanto al resto, lasciate fare a me.

Il Marchese di Carabas seguì il consiglio del Gatto, senza sapere a che gli avrebbe potuto servire. Intanto che lui faceva il bagno, il Re passò di lì, e il Gatto si mise a gridare con quanto fiato aveva in gola:

  • Aiuto! Aiuto! Il Marchese di Carabas sta affogando!

A queste grida, il Re si affacciò allo sportello della carrozza e riconosciuto il Gatto, che tante volte gli aveva portato la selvaggina, ordinò alle sue guardie che corressero subito in aiuto del Marchese di Carabas.

Nel mentre che tiravano su dall’acqua il povero Marchese, il Gatto si avvicinò alla berlina del Re e gli disse che, intanto che il suo padrone faceva il bagno, alcuni ladri erano venuti a portargli via tutti i vestiti, sebbene lui avesse gridato “al ladro!” con tutte le sue forze. Il furbacchione li aveva nascosti sotto una grossa pietra.

Il Re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al guardaroba reale di andare a prendere uno dei suoi abiti più sfarzosi per il Marchese di Carabas. Intanto il Re gli faceva mille cortesie: e poiché i bei vestiti che gli avevano portati mettevano in valore la sua persona (egli era assai bello e ben fatto), la figlia del Re lo trovò proprio di suo gradimento, e appena il Marchese di Carabas le ebbe lanciato due o tre occhiate molto rispettose, ma abbastanza tenere, lei ne divenne innamorata cotta. Continua domani.

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Miti – Saghe e Leggende

Mito Greco

Le cinque età dell’uomo

Mito raccontato dal poeta Esiodo (secolo VIII-VII a.C.), nella Teogonia (generazione degli dèi)

Taluni negano che gli uomini siano stati creati da Prometeo, oppure che siano nati dai denti di un drago. Dicono invece che la Terra li generò spontaneamente, come i suoi frutti migliori, specialmente sul suolo dell’Attica, e che Alalcomeneo fu il primo uomo che visse nei pressi del lago Copaide in Beozia, prima ancora che vi fosse la Luna. Egli fu il consigliere di Zeus quando il dio venne a contesa con Era e il tutore di Atena giovanetta.

Cotesti uomini costituirono la stirpe appartenente alla cosiddetta “Età dell’oro” e furono sudditi di Crono. Vivevano senza pena e senza fatica, nutrendosi di ghiande, di frutta selvatica e del miele che stillava dalle piante, e bevendo il latte delle pecore e delle capre.

Fra svaghi e danze, in serena allegria, non invecchiavano mai e la morte, per loro, non era più temibile del sonno. Ora si sono estinti, ma i loro spiriti sopravvivono come geni tutelari di rustici eremi, come datori di buona fortuna e come difensori della giustizia.

Poi vi fu la stirpe dell’”età dell’argento”, anch’essa creata dagli dèi. Gli uomini erano in tutto soggetti alle madri e non osavano disobbedire ai loro ordini. Litigiosi ed ignoranti non sacrificavano mai agli dèi, ma almeno non combattevano gli uni contro gli altri. Zeus li distrusse tutti. Poi vi fu la “stirpe dell’età del bronzo”, i cui uomini caddero dai frassini come frutti maturi e portavano armi di bronzo. Mangiavano carne e pane e godevano nel fare la guerra, poiché erano insolenti e spietati. La Morte Nera si impadronì di loro.

La quarta stirpe appartenne pure all’”età del bronzo”, ma fu più nobile e generosa, perché generata dagli dèi in madri mortali. Essi si batterono valorosamente all’assedio di Tebe, nella spedizione degli Argonauti e nella guerra contro Troia. Divennero eroi ed ora vagano nei Campi Elisi.

La quinta stirpe è l’attuale stirpe dell’”età del ferro” ed i suoi uomini sono indegni discendenti  della quarta: crudeli, ingiusti, infidi, libidinosi, empi e traditori.

Da R. Graves, I Miti Greci, Longanesi

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La principessa sul pisello

C’era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma doveva essere una vera principessa. Girò così tutto il mondo in lungo e in largo per trovarne una, ma dovunque c’era sempre un non so che di poco convincente; le principesse non mancavano davvero, ma se poi fossero principesse vere non riusciva mai a saperlo con sicurezza; c’era sempre qualcosa che lo lasciava perplesso. Così tornò a casa sua ma era molto triste, dato che gli sarebbe tanto piaciuto di trovare una principessa vera.

Una notte c’era un tempo orribile: fulmini, tuoni, acqua a catinelle; che spavento! In quel mentre bussarono alla porta della città, e il vecchio re andò ad aprire.

Fuori dalle mura stava una principessa: Dio mio, come l’avevano conciata la pioggia e il brutto tempo! L’acqua le colava giù dai capelli e dai vestiti, entrava nelle scarpe dalla punta e ne usciva dai tacchi; eppure lei dichiarò di essere una vera principessa.

“Questo lo vedremo noi!” pensò la vecchia regina, ma non disse nulla; andò in camera, tolse tutto dal letto e mise sul fondo un pisello; prese poi venti materassi, li posò sul pisello, e sopra i materassi accumulò ancora venti cuscinoni di piuma.

Quella notte la principessa doveva dormire lì sopra.

La mattina dopo le chiesero come aveva dormito.

  • Orribilmente! – si lagnò la fanciulla, – non ho quasi chiuso occhio in tutta la notte! Dio solo sa cosa c’era nel letto! Ero coricata su qualcosa di duro e sono tutta un livido blu e marrone. E’ stata una cosa terribile!

Capirono così che era una principessa vera, dato che aveva sentito il pisello attraverso venti materassi e venti cuscinoni di piuma.

Chi altro avrebbe potuto avere la pelle così sensibile, se non una vera principessa?

Il principe la prese allora in isposa, finalmente persuaso che era una vera principessa, e il pisello andò a finire al museo, dove si può vederlo ancora oggi, se nessuno lo ha portato via.

E questa, sai, è una storia vera.

Le fiabe di Hans Christian Andersen

La Favola del Giorno

Lo svernare degli animali

Se ne andava un toro per il bosco; incontra un montone. “Dove vai montone?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, dice il montone. “Vieni con me!” Si incamminarono insieme; incontrarono un maiale. “Dove vai maiale?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, risponde il maiale. “Vieni con noi!” Ripartirono dunque in tre; incontrano un’oca. “Dove vai oca?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, risponde l’oca. “Bene, seguici!” E anche l’oca si avviò dietro a loro. Intanto stava sopraggiungendo un gallo. “Dove vai gallo?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, risponde il gallo. “Seguici!”

Eccoli quindi che vanno e cammin facendo conversano tra loro: “Allora, amici cari! Arriva il freddo: dove trovare un po’ di caldo?”. Il toro dice: “Costruiamoci un izbà, altrimenti rischiamo davvero di gelare”. Il montone dice: “Io ho una pelliccia calda; guardate che pelo! Posso svernare anche così”. Il maiale dice: “Io nemmeno ho paura del grande freddo: mi seppellisco nella terra e sverno senza izbà”. L’oca dice: “Io invece mi metto tra i rami di un abete, utilizzo un’ala come letto e l’altra come coperta: il freddo mi fa un baffo, posso svernare anche così”. Il gallo dice: “Per me è la stessa cosa!”. Il toro vede che la faccenda si mette male, deve ingegnarsi da solo. “Bene – dice – fate come vi pare, ma io mi costruirò un’izbà.” Si costruì un’izbà e iniziò a viverci.

Giunse l’inverno rigoroso, il gelo imperversava; il montone – non può fare altrimenti – va dal toro: “Permettimi, fratello, di riscaldarmi un pochino”. “No, montone, hai una pelliccia calda; puoi svernare anche così. Non ti lascerò entrare!” “Se non mi lasci entrare, allora io prendo la rincorsa e con le mie corna abbatto una trave della tua capanna; avrai certo più freddo.” Il toro pensava, pensava: “E’ meglio lasciarlo entrare, altrimenti, magari, gelerò anch’io”, e fece entrare il montone. Ecco che anche il maiale, intirizzito, andò dal toro: “Permettimi, fratello, di riscaldarmi un pochino”. “No, non ti lascerò entrare; non hai che da seppellirti nella terra e svernare così!” “Se non mi lasci entrare, allora scalzerò col muso tutti i pali della tua izbà e la farò crollare.” Non c’era scelta bisognava farlo entrare; fece entrare anche il maiale. Vennero poi dal toro l’oca e il gallo: “Permettici, fratello, di riscaldarci un pochino”. “No, non vi lascerò entrare. Voi avete le vostre ali: una per farvi da letto e l’altra da coperta; potete passare l’inverno così!” “Se non mi lasci entrare – dice l’oca – allora strapperò tutto il muschio dalle tue pareti; avrai certo più freddo.” “Non mi lasci entrare? – dice il gallo. – Allora volerò in cima all’izbà, toglierò la terra dal tetto; avrai certo più freddo.” Cosa doveva fare il toro? Fece stare con lui anche l’oca e il gallo.

Abitano quindi tutti d’amore e d’accordo nella stessa izbà. Il gallo, rinvigorito dal calore, cominciò perfino a cantare. La volpe lo udì cantare e le venne voglia di godersi un buon galletto, ma come averlo? Si decise ad usare l’inganno; andò dall’orso e dal lupo e disse: “Be’ cari compari, ho trovato una preda per tutti: per te, orso, un toro; per te, lupo, un montone; per me invece un gallo”. “Bene, comare – dicono l’orso e il lupo – non ci dimenticheremo mai dei tuoi servigi! Andiamo, sgozziamoli e mangiamoceli!”

La volpe li condusse all’izbà. “Compare – dice all’orso – apri la porta: io andrò avanti e mangerò il gallo.” L’orso aprì la porta e la volpe si precipitò nell’izbà. Il toro l’aveva vista e subito la costrinse con le sue corna al muro, mentre il montone iniziò a martellarle i fianchi; la volpe esalò l’anima. “Ma quanto ci mette a mangiare il suo gallo? – dice il lupo. – Apri fratello Michajlo Ivanovic! Entrerò io.” “Va bene, vai.” L’orso aprì la porta e il lupo si precipitò nell’izbà. Il toro costrinse anche lui con le sue corna al muro, mentre il montone gli martellava i fianchi in modo talmente pressante che il lupo rese l’ultimo respiro. L’orso, intanto, aspettava, aspettava: “Ma quanto ci mette a mangiare il suo montone! Ora vado io”. Entrò nell’izbà; ma il toro e il montone lo accolsero allo stesso modo. A stento riuscì a salvarsi e filò via senza voltarsi.

Fiabe popolari russe

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La Favola del Giorno

La cena del prete

Persone che dovrebbero intendersene di queste cose affermano che il “buon popolo”, o i folletti, sono angeli cacciati dal paradiso e approdati su questa terra, mentre gli altri angeli loro compagni, che una colpa più grave trascinava verso il basso, sono precipitati più giù, verso un luogo peggiore. Vero o falso che sia, c’era una allegra combriccola di folletti che danzava e si abbandonava agli scherzi più pazzi in una chiara sera di luna, verso la fine di settembre. Il luogo di questi svaghi non era molto distante da Inchegeela, nella parte occidentale della contea di Cork – un villaggio povero, anche se vi si trovava una caserma per i soldati; ma alte montagne e rocce aride, come quelle che lo circondano bastano a portare la miseria dovunque: ad ogni modo, siccome i folletti possono avere tutto quello che vogliono, solo che ne esprimano il desiderio, la miseria non li spaventa molto, e la loro unica preoccupazione sta nello scovare angoli poco frequentati e posti dove è difficile che qualcuno possa arrivare a guastare il loro divertimento.

Questi piccoli esserini stavano su un bel tappeto d’erba verde presso la riva del fiume e danzavano in cerchio più vispi che mai: ad ogni balzo i loro berretti rossi si agitavano al chiarore della luna e i loro salti erano così leggeri che le gocce di rugiada, pur tremando sotto i loro piedi, non erano disturbate da tutte quelle capriole. Erano dunque intenti ai loro giochi e giravano su se stessi, facevano piroette e inchini, si dileguavano e provavano ad assumere ogni forma possibile, finché uno di essi cinguettò:

Basta, basta tamburellare,

Non possiamo più giocare;

Dall’odore

Posso dire

Un prete sta per arrivare!

E tutti i folletti sgattaiolarono via più in fretta che poterono, nascondendosi sotto le verdi foglie della digitale, dove, se per caso i piccoli cappucci rossi fossero spuntati, sarebbero solo sembrate le campanelle cremisi della pianta; e altri si nascosero dietro il lato ombroso delle pietre e dei rovi e altri sotto la sponda del fiume, e in nicchie e fessure d’ogni genere.

Il folletto che aveva dato l’allarme non si era sbagliato; infatti, lungo la via che si scorgeva dal fiume, veniva, sul suo pony, Padre Horrigan, e fra sé pensava che, essendo così tardi, avrebbe posto fine al suo viaggio alla prima capanna cui fosse arrivato. Seguendo questo proposito, si fermò all’abitazione di Dermod Leary, sollevò il chiavistello, ed entrò con un: – La mia benedizione a tutti.

Non è il caso di dire che Padre Horrigan era dovunque un ospite gradito, poiché nessun uomo era più pio e più amato in tutto il paese. Dermod era perciò molto dispiaciuto di non avere nulla di saporito da offrire per cena al reverendo assieme alle patate, che la “vecchia” (così Dermod chiamava la moglie, anche se questa non aveva di molto superato i vent’anni) aveva messo in una pentola a bollire sul fuoco. Gli venne in mente la rete che aveva teso nel fiume, ma l’aveva gettata solo da poco e non c’erano molte probabilità che un pesce vi si fosse impigliato. “Non fa niente, – pensò Dermod, – fare un salto giù a vedere non può certo far male; e, dato che desidero il pesce per la cena del prete, forse quello sarà lì ancor prima di me”.

Dermod andò giù alla riva del fiume e nella rete trovò il più bel salmone che mai avesse guizzato nelle luccicanti acque del “frondoso Lee”; ma, mentre stava per tirarlo fuori, la rete gli fu strappata di mano, non seppe dire come o da chi, e il salmone se ne scappò via, nuotando felice nella corrente come se niente fosse accaduto.

Dermod rimase a fissare pieno di tristezza la scia che il pesce aveva lasciato sull’acqua, splendente come un filo d’argento al chiaro di luna, quindi, con un moto rabbioso della mano destra, pestando un piede, diede sfogo ai suoi sentimenti borbottando:

  • Che la cattiva sorte ti possa seguire notte e giorno, dovunque tu vada, maledetto furfante di un salmone! Dovresti vergognarti di te, se sei capace di provar vergogna, scivolarmi via in questo modo! E sono ben convinto che farai una brutta fine, perché è stata qualche forza cattiva ad aiutarti – non ho forse sentito tirare la rete dall’altra parte con tanta violenza che pareva il diavolo in persona?
  • E’ falso quello che dici, – disse uno dei piccoli folletti che erano fuggiti all’avvicinarsi del prete, dirigendosi verso Dermod Leary con un’intera schiera di compagni alle calcagna;
  • Eravamo soltanto noi, una dozzina e mezzo, a tirare dall’altra parte.

Dermod fissò con sorpresa il minuscolo interlocutore, il quale proseguì: – Non darti alcun pensiero per la cena del prete; se tornerai da lui a chiedergli una cosa da parte nostra, in men che non si dica si troverà apparecchiata davanti la più bella cena mai messa in tavola.

  • Non voglio aver niente a che fare con voi, – rispose Dermod con tono deciso; e dopo una pausa aggiunse: – Vi sono molto obbligato per la vostra offerta, signore, ma mi guardo bene dal vendermi a voi, o ad altri della vostra specie, per una cena; e inoltre, so che Padre Horrigan tiene tanto in considerazione la mia anima da non volere che io la impegni per sempre, qualunque cosa possiate mettergli davanti; e con questo la faccenda è chiusa.

Il piccolo folletto, con una ostinazione che i modi di Dermod non riuscivano a vincere, continuò: – Vuoi fare una cortese domanda al prete per noi?

Dermod stette un po’ a pensare, e aveva ben ragione a farlo, ma decise che a nessuno poteva venire del male per aver posto una cortese domanda. – Non ho niente in contrario a eseguire quanto mi chiedete, signori, – disse Dermod, – ma non voglio avere nulla a che fare con la vostra cena finché vivrò – badate bene.

  • Allora, – disse il piccolo folletto che parlava, mentre gli altri si affollavano dietro di lui da tutte le parti, – vai e chiedi a Padre Horrigan di dirci se le nostre anime saranno salvate il giorno del giudizio, come le anime dei buoni cristiani; e, se ci sei amico, torna a riferirci quanto ti dirà, senza indugiare.

Dermod se ne andò alla capanna dove trovò che le patate erano state versate sul tavolo e la sua buona moglie porgeva a Padre Horrigan la più grossa, un bel pomo rosso ridente, fumante come un cavallo sotto sforzo in una notte di gelo.

  • Scusate, Reverendo, – disse Dermod, dopo qualche esitazione, – posso avere l’ardire di farvi una domanda?
  • Cosa mai può essere? – chiese PadreHorrigan.
  • Ecco, allora, scusandomi con voi, Reverendo padre, per la libertà che mi prendo, la domanda è: le anime del “buon popolo” saranno salvate il giorno del giudizio?
  • Chi ti ha detto di farmi questa domanda, Leary? – disse il prete fissandolo molto severamente. Dermod, che non sapeva resistere al suo sguardo, rispose: – Non dirò bugie su questa storia e nient’altro che la verità in vita mia. Sono stati i folletti che mi hanno mandato a farvi questa domanda, e ce ne sono a migliaia giù alla riva del fiume, ad aspettare che ritorni con la risposta.
  • Ritorna senz’altro, – disse il prete, – e di che vengano loro stessi qui da me, se lo vogliono sapere, ed io risponderò a questa e a qualsiasi altra domanda desiderino rivolgermi col più grande piacere al mondo.

Dermod ritornò dunque dai folletti che si radunarono a frotte attorno a lui per sentire la risposta che il prete aveva dato; e Dermod, da quell’uomo coraggioso che era, parlò chiaro davanti a loro: ma quando sentirono che avrebbero dovuto andare dal prete fuggirono via, chi di qua, chi di là, chi da una parte, chi dall’altra, guizzando accanto al povero Dermod così velocemente e in tal numero, che egli ne fu del tutto disorientato.

Quando si riprese, e ce ne volle un bel po’, fece ritorno alla capanna e mangiò le sue patate asciutte assieme a Padre Horrigan, il quale non dava alcuna importanza alla cosa; ma Dermod non poteva fare a meno di pensare che era una faccenda assai strana che il Reverendo padre, le cui parole avevano il potere di scacciare i folletti tanto in fretta, non avesse niente di saporito per cena, e che il bel salmone che aveva nelle reti gli fosse stato strappato via in quel modo.

Fiabe popolare irlandese.

La Favola del Giorno

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La Favola del Giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura – 3

Non eran questi i patti, – disse il giovane, – il banco è mio -. L’uomo voleva respingerlo, ma il giovane non lo tollerò, gli diede un urtone e si sedette di nuovo al suo posto. Allora caddero giù altri uomini, uno dopo l’altro, andarono a prendere nove stinchi e due teschi, li rizzarono e giocarono a birilli. Ne venne voglia anche al giovane, che domandò: – Sentite, posso giocare anch’io? – Sì, se hai denaro. – Denaro ne ho, – rispose, – ma le vostre palle non sono ben rotonde -. Prese i teschi, li mise sul tornio e li arrotondò. – Così rotoleranno meglio, – disse. – Olà! Adesso ce la spasseremo -. Giocò e perdette un po’ di denaro, ma allo scoccar di mezzanotte tutto sparì davanti ai suoi occhi. Si sdraiò e si addormentò tranquillamente. La mattina dopo, il re venne a informarsi. – Com’è andata questa volta? – domandò. – Ho giocato a birilli, – rispose, – e ho perduto qualche soldo. – Non ti è venuta la pelle d’oca? – Macché! – egli rispose, – me la sono spassata. Se potessi sapere che cosa è la pelle d’oca!

La terza notte sedette di nuovo sul suo banco e diceva tutto malinconico: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – A notte inoltrata, vennero sei omaccioni che portavano una cassa da morto. Egli disse: – Ah, certo è il mio cuginetto, che è morto qualche giorno fa -. Fece un cenno col dito e gridò: – Vieni, cuginetto, vieni! – Deposero la bara per terra, ma egli si avvicinò e tolse il coperchio: dentro c’era un morto. Gli toccò il viso, ma era freddo come ghiaccio. – Aspetta, – disse, – voglio scaldarti un po’.

Si avvicinò al fuoco, si scaldò la mano e gliela posò sul viso; ma il morto restò freddo. Allora lo tirò fuori, lo portò accanto al fuoco, se lo prese sulle ginocchia e gli strofinò le braccia, perché il sangue riprendesse a circolare. Ma siccome neppur questo giovava, gli venne in mente: “Se due stanno a letto insieme, si riscaldano”. Lo portò nel letto, lo coprì e gli si stese accanto. Dopo un po’, anche il morto diventò caldo e cominciò a muoversi. Allora il giovane disse: – Vedi, cuginetto, se non ti avessi scaldato! – Ma il morto prese a dire: – Adesso ti strozzo. – Come, – disse il giovane, – è questa la mia ricompensa? Torna subito nella tua bara -. Lo sollevò, lo gettò dentro la bara e chiuse il coperchio; tornarono i sei uomini e lo riportarono via. – Non mi vuol proprio venir la pelle d’oca, – egli disse, – qui non l’imparerò mai.

Allora entrò un uomo, che era più grosso di tutti gli altri e aveva un aspetto terribile; ma era vecchio, e aveva una lunga barba bianca. – Nanerottolo, – disse, – imparerai subito cos’è la pelle d’oca, perché devi morire. – Non abbiate tanta fretta! – disse il giovane: – per morire devo esserci anch’io. – Ti piglio subito, – disse lo spirito maligno. – Piano, piano, non vantarti tanto; sono forte come te, e anche di più. – La vedremo, – disse il vecchio, – se sei più forte di me, ti lascerò andare; vieni, proviamo -. Per corridoi oscuri, lo condusse a una fucina, prese un’accetta e con un colpo cacciò in terra un incudine. – Io so far meglio, – disse il giovane, e andò all’altra incudine; il vecchio gli si mise accanto per guardare, con la barba bianca penzoloni. Il giovane afferrò l’accetta, con un colpo spaccò l’incudine e ci serrò dentro la barba del vecchio. – Ora sei nelle mie mani, – disse, – ora tocca a te morire -. Prese una stanga di ferro e percosse il vecchio, finché questi si mise a piagnucolare e lo pregò di smettere: gli avrebbe dato grandi tesori. Il giovane estrasse l’accetta e lo lasciò libero. Il vecchio lo ricondusse nel castello e gli mostrò in una cantina tre casse piene d’oro. – Di quest’oro, – disse, – una parte è dei poveri, l’altra è del re, la terza è tua -. Intanto scoccò la mezzanotte e lo spirito scomparve, sicché il giovane rimase al buio. – Me la caverò lo stesso, – disse; a tastoni trovò la strada fino alla sua stanza e là si addormentò accanto al fuoco. La mattina dopo venne il re è domandò: – Adesso avrai imparato cos’è la pelle d’oca?  – No, – rispose il giovane: – che roba è questa? E’ stato qui mio cugino morto, ed è venuto un vecchio con la barba, che mi ha fatto vedere molto denaro là sotto; ma cosa sia la pelle d’oca non me l’ha detto nessuno -. Allora il re disse: – Tu hai rotto l’incantesimo del castello e sposerai mia figlia. – Tutto questo va benissimo, – rispose il giovane, – ma io non so ancora che cos’è la pelle d’oca.

Portarono su i tesori e celebrarono le nozze; ma il giovane re, per quanto amasse la sposa e fosse contento, diceva pur sempre: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! ah, se mi venisse la pelle d’oca! – La sposa finì con lo stizzirsi. Allora la sua cameriera disse: – Ci penserò io: imparerà che cosa è la pelle d’oca -. Andò a un ruscello che scorreva nel giardino e fece attingere un secchio pieno di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane re dormiva, sua moglie dovette levargli la coperta e versargli addosso il secchio d’acqua fredda coi ghiozzi, cosicché i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora egli si svegliò e gridò: – Ah, che pelle d’oca, che pelle d’oca, moglie mia!

Si, ora lo so cos’è la pelle d’oca.

Fratelli Grimm – Le fiabe del focolare.

La Favola del Giorno

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La Favola del Giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura – 2

Anche il giovane continuò la sua strada e ricominciò a dire: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – l’udì un carrettiere che camminava dietro a lui e domandò: – Chi sei?  – Non so, – rispose il giovane. Il carrettiere domandò ancora: – di dove vieni? – non lo so. – Chi è tuo padre? – Non lo posso dire. – Che cosa continui a borbottare fra i denti? – Ah, – rispose il giovane, – vorrei farmi venire la pelle d’oca, ma non c’è nessuno che sappia insegnarmelo. – Smettila con le tue stupidaggini, – disse il carrettiere, – se tu vieni con me, vedrò di collocarti -. Il giovane andò col carrettiere e la sera giunsero a un’osteria dove volevano pernottare. Entrando egli disse ad alta voce: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! se mi venisse la pelle d’oca! – L’oste, all’udirlo, disse ridendo: – Se non vuoi altro, qui ci sarebbe una bella occasione. – Sta’ zitto, – disse l’ostessa, – troppi temerari ci han già rimesso la vita! Sarebbe proprio un peccato che quei begli occhi non dovessero rivedere la luce del giorno -. Ma il giovane disse: – Per difficile che sia, voglio impararlo una buona volta: apposta me ne sono andato da casa -. Non lasciò in pace l’oste, finché questi gli raccontò che là vicino c’era un castello incantato, dove si poteva imparare benissimo che cosa fosse la pelle d’oca, purché ci si vegliasse tre notti. A chi osasse farlo, il re aveva promesso in isposa sua figlia, la più bella fanciulla che ci fosse al mondo; inoltre nel castello si celavano gran tesori, custoditi da spiriti malvagi: diventerebbero disponibili, e di un povero potevano fare un riccone. Già molti erano entrati nel castello, ma nessuno ne era uscito. Il mattino dopo, il giovane andò dal re e disse: – Se fosse permesso, vorrei vegliare tre notti nel castello incantato -. Il re lo guardò, lo trovò simpatico e disse: – Puoi chiedermi anche tre cose e portarle nel castello con te, ma devono essere cose non vive -. Il giovane rispose: – Chiedo un fuoco, un tornio e un banco da ebanista con il suo coltello.

Il re gli fece portare tutto nel castello quel giorno stesso. Verso sera il giovane salì al castello, si accese un bel fuoco in una stanza, vi collocò accanto il banco da ebanista e il coltello e sedette sul tornio. – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – diceva, – ma non imparerò neppur qui -. Verso mezzanotte volle attizzare il fuoco; mentre ci soffiava sopra, udì improvvisamente gridare da un angolo: – Au, miau! che freddo! – Scimuniti, – esclamò, – perché gridate? Se avete freddo, venite, mettetevi accanto al fuoco e scaldatevi -. E come l’ebbe detto, due grossi gatti neri si accostarono d’un balzo gli si posero ai lati e lo guardarono ferocemente coi loro occhi di fuoco. Dopo un po’, quando si furono riscaldati, dissero: – Camerata, vogliamo giocare a carte? – Perché no? – egli rispose, – però fatemi vedere le zampe -. Essi allungarono le grinfie. – Oh, – disse il giovane, – che unghie lunghe! aspettate prima devo tagliarvele -. Li prese per la collottola, li sollevò sul banco, e avvitò le zampe. – Vi ho tenuti d’occhio, – disse, – e mi è passata la voglia di giocare a carte -. Li ammazzò e li gettò nell’acqua. Ma quando ebbe tolto di mezzo quei due e volle sedersi di nuovo vicino al fuoco, sbucarono da ogni parte gatti neri e cani neri, attaccati a catene infocate; erano tanti e tanti che egli non sapeva più dove cacciarsi: gridavano orribilmente, gli calpestavano il fuoco, disperdevan le braci e volevano spegnerlo. Per un po’ stette a guardare tranquillamente, ma quando le cose si misero troppo male, afferrò il coltello e gridò: – Finiamola, canaglia! – e si scagliò su di loro. Alcuni balzarono via, gli altri li uccise e li buttò nello stagno. Quando tornò, riattizzò il fuoco soffiando nella brace e si scaldò. E mentre se ne stava seduto, non poteva più tener gli occhi aperti e gli venne voglia di dormire. Si guardò attorno e vide un gran letto in un angolo. – E’ proprio quel che ci vuole, – disse, e ci si coricò. Ma quando volle chiudere gli occhi, il letto cominciò a muoversi da solo e andò a spasso per tutto il castello. – Benone! – disse il giovane: – più in fretta! – Allora il letto rotolò su e giù per soglie e scale come fosse un tiro a sei; d’un tratto, hopp, hopp! ribaltò a gambe all’aria, e gli restò addosso come una montagna. Ma egli buttò via coperte e cuscini, saltò fuori e disse: – Adesso vada a spasso chi vuole, – si sdraiò accanto al fuoco e dormì fino a giorno. Al mattino venne il re e quando lo vide steso a terra pensò che gli spettri l’avessero ucciso e che fosse morto. Disse: – Peccato! Un così bel ragazzo! – Il giovane l’udì, si rizzò e disse: – Non siamo ancora a questo punto! – Allora il re si stupì e tutto contento gli domandò com’era andata. – Benissimo, – egli rispose, – una notte è passata, passeranno anche le altre due -. Quando tornò dall’oste, questi fece tanto d’occhi. – Non credevo di rivederti vivo, – disse; – hai imparato che cos’è la pelle d’oca? – No, – rispose il giovane, – è tutto inutile: se qualcuno me lo sapesse dire.

La seconda notte tornò nel vecchio castello, si mise a sedere accanto al fuoco e riprese la solita canzone: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! – Verso mezzanotte, sentì un rumore e un trepestio, prima lieve, poi sempre più forte; poi un breve silenzio; infine con un grande urlo cadde dal camino un mezzo uomo e gli piombò davanti. – Olà – egli gridò: – ce ne vuole ancora mezzo; così è troppo poco -. Allora si ripeté il fracasso e l’urlo e cadde giù l’altra metà. – Aspetta, – disse il giovane, – voglio attizzarti un po’ il fuoco -. Quando ebbe finito e si guardò di nuovo attorno, i due pezzi si erano ricongiunti e un uomo orribile sedeva al suo posto. Continua e finisce domani.

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La Favola del Giorno

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura

Un padre aveva due figli; il maggiore era intelligente e furbo e sapeva trarsi d’impaccio in ogni cosa, il minore invece era stupido, non capiva e non imparava nulla: vedendolo, la gente diceva: – sarà un bel peso per suo padre -. Se c’era un lavoro da fare, toccava sempre al maggiore; ma se il padre gli ordinava di andare a prender qualcosa di sera, o magari di notte, e la strada passava accanto al cimitero o a qualche altro luogo raccapricciante, egli rispondeva: – Ah no, babbo, non ci vado, mi vien la pelle d’oca! – perché era pauroso. Oppure, quando, la sera, davanti al fuoco, raccontavano storie da far rabbrividire, gli ascoltatori dicevano di quando in quando: – Mi vien la pelle d’oca! – Il minore se ne stava in un angolo, ascoltava e non riusciva a capire che cosa significasse. “Dicono sempre: mi vien la pelle d’oca! mi vien la pelle d’oca! A me non viene: sarà anche questa un’arte di cui non capisco nulla”.

Un bel giorno il padre gli disse: – Ascolta, tu, in quell’angolo: diventi grande e grosso, devi imparare un mestiere per guadagnarti il pane. Vedi come si dà da fare tuo fratello; ma con te si perde il ranno e il sapone. – Sì, babbo, – egli rispose, – qualcosa imparerei volentieri: anzi, se fosse possibile, vorrei imparare a farmi venire la pelle d’oca; di questo non so proprio nulla -. Il fratello maggiore rise, all’udirlo, e pensò: “Mio Dio, che stupido è mio fratello! Non se ne caverà mai nulla. Il buon dì si conosce dal mattino”. Il padre sospirò e rispose: – La pelle d’oca imparerai a conoscerla, ma con questo non ti guadagnerai il pane.

Poco tempo dopo venne da loro in visita il sagrestano; il padre gli confidò i suoi guai e gli raccontò che il figlio minore era un buono a nulla, non sapeva e non imparava niente. – Pensate, quando gli ho domandato come voleva guadagnarsi il pane, ha espresso il desiderio di imparare a farsi venir la pelle d’oca. – Se è tutto qui, rispose il sagrestano, – può impararlo da me; affidatemelo, che lo digrosserò -. Il padre ne fu contento, perché pensava: “Il ragazzo diventerà un po’ più sveglio”. Così il sagrestano se lo portò a casa e il giovane dovette suonar le campane. Dopo un paio di giorni, lo svegliò a mezzanotte, gli ordinò di alzarsi, di salir sul campanile e di suonare. “Imparerai che cos’è la pelle d’oca!” pensava; lo precedette di nascosto e, quando il giovane fu in cima e si voltò per afferrare la corda della campana, vide sulla scala, davanti allo spiraglio, una figura bianca. – Chi è là? – gridò, ma la figura non rispose e non si mosse. – Rispondi o vattene, – gridò il giovane, – non hai niente da fare qui, di notte -. Ma il sagrestano rimase immobile, perché il giovane lo credesse uno spettro. Il giovane gridò per la seconda volta: – Che vuoi tu qui? Parla, se sei un galantuomo, o ti butto giù dalla scala -. Il sagrestano pensò: “Non avrà intenzioni così malvage”. Non disse motto e stette fermo, come di pietra. Il giovane lo interpellò per la terza volta, invano; allora prese lo slancio e spinse giù dalla scala lo spettro, che precipitò per dieci scalini e giacque in un angolo. Poi egli suonò le campane, andò a casa, si mise a letto, senza dire una parola, e riprese a dormire. La moglie del sagrestano aspettò suo marito per un pezzo, ma quello non tornava mai. Alla fine, ella si spaventò, svegliò il giovane e domandò: – Non sai dov’è mio marito? E’ salito sul campanile prima di te. – No, – rispose il giovane, – ma c’era un tale sulla scala, davanti allo spiraglio, e siccome non voleva rispondere né andarsene, l’ho creduto un malandrino e l’ho buttato giù. Andate un po’ a vedere se per caso era lui; mi spiacerebbe -. La donna corse via e trovò il marito che giaceva in un angolo, con una gamba rotta e si lamentava.

Lo portò giù e poi corse strillando dal padre del giovane: – Che disgrazia, per colpa di vostro figlio! – gridò, – ha buttato mio marito giù dalla scala, così che si è rotto una gamba. Levateci di casa quel buono a nulla -. Il padre inorridì, accorse e strapazzò il figlio: – Queste empietà deve avertele ispirate il Maligno. – Sentite, babbo, – egli rispose, – io non ne ho colpa: se ne stava là di notte, come uno che ha cattive intenzioni. Io non sapevo chi era e tre volte gli ho detto di parlare o di andarsene. – Ah, – disse il padre, – tu mi procuri soltanto dei guai, togliti dai piedi, non voglio più vederti. – Sì, babbo, volentieri; aspettate soltanto che faccia giorno, e me ne andrò, e imparerò che cosa è la pelle d’oca, così avrò un arte che mi darà da mangiare. – Impara quel che vuoi, disse il padre, – per me fa lo stesso. Eccoti cinquanta scudi; prendili e vattene per il mondo; e non dire a nessuno di dove vieni e chi è tuo padre, perché io mi vergogno di te. – Sì, babbo, come volete; se non chiedete altro, posso ben tenerlo a mente.

Allo spuntar del giorno, il giovane si mise in tasca i suoi cinquanta scudi, se ne andò sulla grande via maestra e continuava a dire: – Ah, se mi venisse la pelle d’oca! Ah se mi venisse la pelle d’oca! – Lo raggiunse un uomo, che udì questo soliloquio; e quando ebbero fatto un pezzo di strada e furono in vista della forca, l’uomo gli disse: – Guarda, quello è l’albero, su cui sette uomini han sposato la figlia del funaio e adesso imparano a volare: siediti là sotto e aspetta che venga notte, e allora imparerai che cos’è la pelle d’oca. – Se è tutto qui, – disse il giovane, – è presto fatto; ma se imparo così in fretta che cos’è la pelle d’oca, tu avrai i miei cinquanta scudi: domattina presto, torna da me -. Il giovane andò sotto la forca, si mise a sedere e attese la sera. E siccome aveva freddo, accese un fuoco; ma a mezzanotte il vento soffiava così gelido, che nonostante il fuoco egli non riusciva a scaldarsi. E quando il vento spinse gli impiccati l’uno contro l’altro e li fece oscillare su e giù, egli pensò: “Tu geli qui, vicino al fuoco, chissà che freddo hanno quelli lassù! e come sgambettano!” E siccome era di buon cuore, appoggiò la scala alla forca, salì, li staccò l’uno dopo l’altro e li portò giù tutti e sette. Poi attizzò il fuoco, ci soffiò sopra e intorno ci mise i morti, che si scaldassero. Ma quelli se ne stavano immobili e il fuoco si appiccò ai loro abiti. Allora egli disse: – Fate attenzione, altrimenti vi appendo di nuovo lassù -. Ma i morti non sentivano, tacevano e lasciavan bruciare i loro stracci. Allora egli andò in collera e disse: – Se non volete fare attenzione, io non posso aiutarvi: non voglio bruciare con voi -. E li riappese l’un dopo l’altro. Poi si sedette accanto al fuoco e si addormentò; al mattino venne l’uomo che voleva i cinquanta scudi e gli disse: – Ora lo sai che cos’è la pelle d’oca? – No, – rispose, – come potrei saperlo? Quelli lassù non hanno aperto bocca, ed erano così stupidi da lasciar bruciare quei due vecchi stracci che avevano indosso -. E l’uomo vide che per quel giorno non poteva prendersi i cinquanta scudi, se ne andò e disse: – Un tipo simile non mi è mai capitato. Continua domani.

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La Favola del Giorno

Miti – Saghe e Leggende

I miti della distruzione

Mito babilonese – Il Diluvio

Gli occhi del vegliardo fissarono un punto lontano. Parve che tutti i giorni di tutti gli anni della sua vita sfilassero in processione dinanzi a lui. Poi, dopo una lunga pausa, sollevò il capo, e sorrise.

  • Gilgamesh – disse lentamente – ti svelerò il segreto: un segreto grande e sacro che nessuno

conosce, eccettuati gli dèi e io stesso.

E gli narrò la storia del diluvio universale, che gli dèi avevano mandato sulla terra nei tempi antichi: e gli disse come Ea, il dolce signore della sapienza, gli avesse fatto pervenire il suo avvertimento con una folata di vento, che aveva fatto stormire le frasche della sua capanna.

Per ordine di Ea, Utnapishtim aveva fatto costruire un’arca, e aveva chiuso ogni apertura con pece e catrame, e su di essa aveva caricato la famiglia e gli animali e aveva navigato per sette giorni e sette notti, mentre le acque salivano, le tempeste infuriavano e i fulmini guizzavano nelle tenebre. E al settimo giorno l’arca aveva approdato su una montagna agli estremi limiti della terra, ed egli aveva aperto una finestra nell’arca, e ne aveva fatto uscire una colomba, per vedere se il livello delle acque fosse sceso. Ma la colomba era tornata perché non aveva potuto trovare un luogo ove posarsi. Poi aveva fatto uscire una rondine, e anche la rondine era tornata. Infine, aveva fatto uscire un corvo, e il corvo non aveva fatto ritorno. Allora aveva condotto fuori la propria famiglia e gli animali, e aveva offerto doni di ringraziamento agli dèi. Ma, d’improvviso, il dio dei Venti era sceso dal cielo, lo aveva ricondotto nell’arca e con lui sua moglie, e ancora una volta aveva spinto l’arca sulle acque, finché non aveva raggiunto un’isola sul lontano orizzonte, dove gli dèi lo avevano condotto perché vi abitasse in eterno.

Mito greco – Il Diluvio di Deucalione

Ritornato sull’Olimpo col cuore greve di disgusto (per la malvagità degli uomini), Zeus scatenò una grande alluvione sulla Terra che avrebbe dovuto distruggere il genere umano. Ma Deucalione, re di Ftia, avvertito da suo padre Prometeo il Titano, che si era recato a trovare nel Caucaso, costruì un’arca, la riempì di vettovaglie e vi salì con sua moglie Pirra, figlia di Epimeteo. Quando il vento del sud cominciò a soffiare, cadde la pioggia ed i fiumi si precipitarono con fragore verso il mare che, gonfiatosi con velocità sorprendente, spazzò via le città della costa e della pianura, finché tutto il mondo fu sommerso, salvo poche vette di monti, e tutte le creature mortali parvero perdute, salvo Deucalione e Pirra. L’arca navigò per nove giorni e infine, quando la furia delle acque si placò, andò a posarsi sul monte Parnaso o, come altri dicono, sul monte Etna o sul monte Athos, o sul monte Otri in Tessaglia. Si dice che Deucalione fu rassicurato da una colomba che aveva mandato ad esplorare in volo la regione lì attorno.

……….

Tuttavia, come si seppe poi, Deucalione e Pirra non furono gli unici sopravvissuti al diluvio, poiché Megaro, figlio di Zeus, fu strappato dal sonno dalle grida di certe gru che gli raccomandavano di riugiarsi sulla vetta del monte Gerania, che infatti non fu sommerso dalle acque. Un altro scampato fu Cerambo del Pelio che, trasformato in scarabeo dalle Ninfe, volò sulla vetta del Parnaso.

Mito africano – Ribellione e Diluvio

Ci fu un tempo in cui la terra e tutto quel che c’è sopra si ribellò all’uomo. Allora la terra e tutto quel che c’è sopra aveva la favella come gli uomini: soltanto le pietre non potevano parlare. La terra si rifiutava di produrre erba e frutti, sebbene piovesse molto. Le vacche si rifiutavano di dar latte, l’acqua non voleva lasciarsi bere, il legno non voleva lasciarsi tagliare, e neppure potevano gli uomini spander acqua ed emettere gli escrementi, perché la terra si rifiutava, e diceva: “Se lo fai, ti ammazzo”.

Allora uno degli uomini andò a parlare con Dio e gli raccontò della ribellione della terra: “Perché, disse, ci hai tu creati, se ora ci lasci perire? Perché ci hai dato occhi ed orecchi come hai tu? Perché ci hai fatto simili a te, se ora tutti ci sono contro e non ci obbediscono?”.

Iddio allora ordinò alla terra di ubbidire all’uomo e di produrre erba e frutta, e a tutte le altre cose che sono sulla terra impartì lo stesso comandamento, alle vacche, all’acqua e al legno. Ma nessuno ubbidì.

La Terra si mise a ridere, e disse: “Chi è Dio? Comandi pure. A noi non può comandare. Nessuno può camminare su di me, io non farò crescere l’erba”. Le vacche, l’acqua e il legno dissero altrettanto.

Allora Iddio si adirò, e mandò molta acqua e la terra scomparve sotto l’acqua, e anche le grandi rupi furono sommerse. Ma l’uomo che aveva parlato con Dio fabbricò una casa che stava sopra l’acqua e sotto il cielo, e così fu salvo. Ma fu il solo che si salvò.

Miti – Saghe e Leggende

I campi ardenti – 4

Il racconto della battaglia dei Giganti è in realtà la descrizione di un eruzione vulcanica. Gli esseri mostruosi ed altissimi che tentano la scalata verso il cielo gettando massi roventi e sputando fiamme sono in realtà le immagini drammatiche di violente ed estese eruzioni vulcaniche che in quell’epoca dovevano essere al culmine della loro attività.

Terra e mito in un connubio stretto dove l’uno giustifica l’altro e viceversa, come nella storia del gigante Tifeo, che, sconfitto da Zeus, viene sepolto sotto il vulcano Epomeo nell’isola di Ischia, o quella del gigante Mimante che giace sotto la vicina Procida.

Il mito di Eracle fu talmente profondo e radicato nel territorio campano che numerose località della costa legarono il loro nome a quello dell’eroe. Basti ricordare Ercolano, di cui l’eroe è eponimo o la stella Bacoli che deve il suo nome all’episodio degli armenti di Gerione.

Altro eroe greco legato ai Campi Flegrei è Odisseo meglio conosciuto con il nome latino di Ulisse.

La presenza dell’eroe è legato agli episodi della visita di Ischia, nonché ai nomi di Baio e Miseno, suoi sciagurati compagni, da cui deriveranno i nomi di due delle località flegree più famose – Baia e Miseno.

Gli studiosi hanno ritenuto di poter individuare nei siti flegrei alcuni degli episodi narrati da Omero: così, l’isola delle Capre sarebbe Nisida; l’isola di Scheria, Ischia; l’evocazione dei morti e il vaticinio sarebbero ricollegabili alla zona dell’Averno; la leggenda del popolo dei Cimmeri ad alcune popolazioni della zona puteolana dedite all’estrazione mineraria.

E da Ulisse passiamo ad Enea, l’eroe virgiliano la cui storia si sovrappone in molti punti a quella omerica. Nei Campi Flegrei Virgilio volle ambientare l’intero VI libro della sua opera.

Il tempio di Apollo a Cuma, la leggenda di Dedalo, la Sibilla e i suoi vaticini, il mondo dell’Ade e la porta degli Inferi, trovarono nel poeta mantovano la loro definitiva consacrazione.

Ma, accanto alle leggende ed ai miti greci e romani anche piccoli pezzi di storia passarono attraverso i campi ardenti: Annibale, Cesare, Nerone, Agrippina, Paolo di Tarsia, legarono alcune loro vicende a questa terra.

Queste righe non hanno la presunzione di essere una guida turistica completa del territorio che orienti il turista lungo le località che lo compongono, e neanche un saggio di storia, di iconografia o di leggende antiche. E’ un atto d’amore verso una terra trascurata e dimenticata, condannata dall’incuria, dall’indifferenza e dalle speculazioni, più che dai suoi moti tellurici.

Perché l’indifferenza umana può essere più distruttiva di mille vulcani…

Miti – Saghe e Leggende

I campi ardenti – 3

Ma più di chiunque altro fu Virgilio il più celebre cantore di questi lidi.

Di nascita mantovana e residenza romana si lasciò soggiogare talmente dal fascino dei luoghi leggendari da trasferirsi lungo la costa flegrea rinunciando ai lustri della Roma dei Cesari dove egli possedeva case e terreni.

L’amore per questa terra che lo adottò e lo mitizzò come un mago ed un sacerdote più che come un letterato fu tale che egli la scelse come sua ultima dimora.

Da Virgilio agli antichi greci e romani il passo è breve.

Qui, storia, miti, leggende, si intrecciano in maniera indissolubile con la natura del posto. E’ questo il fascino maggiore che, dai primi segni della civiltà ellenica, ci è stato tramandato inalterato nelle migliaia di secoli trascorsi fino ai nostri giorni.

I Greci che vennero a fondare Kyme (Cuma), Dicearchia (Pozzuoli), Neapolis (Napoli), trovarono in questi fumi, in queste alte lingue di fuoco, in questa terra inquieta la giustificazione e l’ambientazione di molti dei loro miti.

La maggior parte dei racconti ambientati in questi campi ardenti riguardano tre figure: Eracle, l’eroe greco per eccellenza identificato poi dai Romani con Ercole; Odisseo (conosciuto anche come Ulisse) ed il troiano Enea, fondatore della stirpe romana.

Gli episodi legati alla figura di Ercole sono due: la Gigantomachia, ossia la lotta tra Zeus ed i Giganti e la costruzione della via Herculanea, la diga artificiale tra il lago di Lucrino ed il mare, in occasione del suo passaggio con gli armenti presi a Gerione, decima delle dodici fatiche a cui l’eroe fu condannato.

 (Nell’antichità si riteneva che nel tempio di Apollo a Cuma fossero conservati i resti del cinghiale di Erimanto, la cui cattura, come quella degli armenti di Gerione, era contemplata nella celebre saga. Le fatiche di Ercole, nell’ordine furono: la lotta con il leone di Nemea; l’uccisione dell’idra di Lerna; la cattura del cinghiale di Erimanto; la cattura della cerva di Cerinea; la caccia agli uccelli della palude di Stinfalo; la conquista del cinto di Ippolita; la pulitura delle stalle di Augia; la cattura del toro di Creta; la cattura delle cavalle di Diomede; la cattura dei buoi di Gerione; la conquista dei pomi d’oro delle Esperidi; la cattura di Cerbero.).

Circa la Gigantomachia, la maggior parte degli autori ha voluto identificare Flegra, la località dove si svolse la mitica battaglia, col territorio cumano.

Secondo Diodoro Siculo, Ercole, “avendo al suo fianco gli Dei dell’Olimpo combatté contro i Giganti, li sconfisse e pose la terra in coltivazione”. Questi, erano esseri mostruosi che avevano tentato di deporre lo stesso Giove sovrapponendo montagne su montagne per poi lanciare dall’alto di quelle alture alberi, pietre e tizzoni ardenti contro il cielo:

“… E scagliavano pure contro quelli tali scogli, che parecchi di essi ricadendo sulla terra formavano alti monti, ed isole se piombavano nell’acqua con orrendo tonfo.” (Ovidio)

“Giove stesso sbigottito chiamò in soccorso gli altri Dei, e tanta battaglia fu guerreggiata sopra i Campi Flegrei” (Omero). Continua domenica prossima.

Miti – Saghe e Leggende

I campi ardenti – 2

“… Nel pomeriggio una bella campagna uguale ci si schiuse dinanzi, la nostra via correva spaziosa tra i campi di verde grano, simili ad un tappeto e già alto una buona spanna. Nei campi sono piantati filari di pioppi, sfoltiti per servire da sostegno alle viti. Così continua fin dentro Napoli: un suolo terso, deliziosamente soffice e ben lavorato, viti d’eccezionale altezza e robustezza, coi tralci fluttuanti di pioppo in pioppo a mo’ di reti. Alla nostra sinistra avevamo sempre il Vesuvio col suo poderoso fumacchio, e io gioivo tra me di poter finalmente contemplare quello straordinario spettacolo con i miei occhi. Il cielo era sempre più luminoso e alla fine il sole picchiava con forza sul nostro abitacolo mobile. Man mano che ci avvicinavamo a Napoli, l’atmosfera si faceva sempre più pura; ormai ci trovavamo davvero in un’altra terra. le case dai tetti piatti ci annunziano la diversità del cielo, anche se all’interno non devono essere molto comode. Tutti sciamano per la strada, tutti siedono al sole finché non cessa di splendere. Il napoletano è convinto di avere per sé il paradiso e si fa un’idea ben triste delle terre del settentrione (…)

Si dica o si racconti o dipinga quel che si vuole, ma qui ogni attesa è superata. Queste rive, golfi, insenature, il Vesuvio, la città coi suoi dintorni, i castelli, le ville! Al tramonto andammo a visitare la grotta di Posillipo, nel momento i cui dall’altro lato entravano i raggi del sole declinante. Siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono di senno!! (…)

Se nessun napoletano vuole andarsene dalla sua città, se i poeti celebrano in grandiose iperboli l’incanto di questi siti, non si può fargliene carico, vi fossero anche due o tre Vesuvi nelle vicinanze. Qui non si riesce davvero a rimpiangere Roma; confrontata con questa grande apertura di cielo la capitale del mondo nella bassura del Tevere appare come un vecchio convento in posizione sfavorevole”.

I Campi ardenti furono dunque celebrati ed ammirati in ogni secolo della nostra storia. Nell’antichità da Virgilio, Orazio, Stazio, Svetonio, Tacito, che ne immortalarono la bellezza dei luoghi e le vicende storiche. In epoca più recente dal Boccaccio che ne ricorda “le dilettevoli baie sopra li marini liti, del sito delli quali più bello né più piacevoli ne cuopre alcuno il cielo”, dal Pontano e dal Sannazzaro che ne cantarono il fascino della natura e del mito. Non ultimo dal D’Annunzio, che durante il suo soggiorno napoletano visitò molte volte la zona flegrea e che scriveva:

“… Baia voluttuosa e il tumulo ingente che Enea

Diede a Miseno e l’alta Cuma che udì gli ambigui

carmi fatali, e il lido lacustre che l’orme sostenne

d’Ercole dietro il gregge pingue di Gerione,

plaghe degli Immortali dilette.”

(J. W. Goethe, Viaggio in Italia. Il viaggio in Italia fu predisposto e organizzato da Goethe con la precisione e le conoscenze di un uomo nel quale al sommo poeta si accompagnavano il naturalista e l’aspirante pittore. Nascosto sotto il nome di Moller egli descrisse il suo viaggio in una serie di lettere inviate all’amante Carlotta Von Stein e all’amico Herder; ma tenne altresì un tagebuch, pubblicato postumo dalla Società Goethiana di Weimar. Da questo taccuino, dalle lettere e dai ricordi personali egli, quasi ottantenne, avendo rinunziato all’idea di una grande opera sull’Italia a lungo vagheggiata, scrisse il celebre Viaggio in Italia. Goethe, insieme al francese Stendhal è da considerarsi il maggiore tra i viaggiatori stranieri che visitarono tra il settecento e l’ottocento Napoli. A lui si devono alcune splendide pagine che difendono Napoli ed i suoi abitanti dalle calunniose dicerie correnti allora).

(Con il nome di Campi Flegrei, nell’eccezione greca del termine “campi ardenti”, si indicava l’intera Piana Campana. La prima fonte storica che faccia esplicito riferimento all’attività vulcanica della zona è quella di Diodoro Siculo (80-20 a. C.) il quale afferma che il nome era dovuto alla “montagna – il Vesuvio – che un tempo sputava fuoco, così come l’Etna in Sicilia”.)

(La crypta neapolitana o grotta di Pozzuoli sorgeva vicino all’antica chiesa di Santa Maria di Piedigrotta e metteva in comunicazione la zona di Mergellina con quella di Fuorigrotta. Nel passato era la via di comunicazione più rapida tra Neapolis e Puteoli.)

(Nel settembre del 1538 un’incredibile eruzione vulcanica avvenuta secondo i racconti dell’epoca in una sola notte, sconvolse completamente l’assetto topografico dei Campi Flegrei. La nascita del nuovo monte modificò tutta la zona a cavallo tra il lago Lucrino e quello dell’Averno)

Continua domenica prossima.

Miti – Saghe e Leggende

I campi ardenti

I Campi Flegrei, ovvero i campi ardenti della terra di fuoco, si identificano con quella porzione di territorio ad ovest di Napoli che dalla punta Posillipo si estende, cinta dalla collina dei Camaldoli fino alla piana di Quarto e di lì più su lungo la via Domitiana oltre la rocca di Cuma, fino alle sponde del lago Patria.

Furono i navigatori greci di ritorno dai loro viaggi di esplorazione a descrivere con questo aggettivo lo straordinario paesaggio fatto di colonne di fumo, di vulcani ardenti, di lingue di fuoco alte nel cielo limpido che, con il loro riflesso nel mare, rendevano le acque prospicienti la costa inquietanti e misteriose.

In questo piccolo ed inquieto lembo di mondo le memorie storiche, artistiche e letterarie di intere civiltà si fondono indissolubilmente con uno scenario fiabesco.

E’ per questo che nel secolo scorso i campi ardenti divengono per i moderni viaggiatori, tappa fondamentale di quel Grand Tour ottocentesco, momento irrinunciabile del programma di formazione dell’europeo colto e viaggiatore che in questo luogo poteva ritrovare l’immediato riscontro con i racconti e le descrizioni dei classici latini e greci.

L’escursione della zona flegrea aveva dei riti ben precisi. Essa iniziava con l’oscura polverosa e rumorosa galleria chiamata Crypta neapolitana o grotta di Pozzuoli accanto al sepolcro di Virgilio, ingresso ad un mondo nuovo fatto di vigneti, di aranceti, di piante esotiche, di una vegetazione straordinariamente rigogliosa dove si inserivano quasi magicamente i resti delle antiche civiltà greche e latine, i fiumi e le polle sorgive delle acque termali che scaturivano dalla terra e dal mare, gli antichi vulcani ormai spenti i cui crateri andavano a formare laghi inquietanti, boschi rigogliosi, lunghe distese dall’aspetto lunare.

Un susseguirsi infinito di insenature, di rade, di calette, di rocce a picco e di promontori dolcemente declinanti, di spiagge assolate e di residenze estive che da Miseno si spingevano lungo tutto il golfo di Pozzuoli e di Napoli fino alla Punta Campanella.

E su ogni cosa, su città e campagne, su case e castelli, su orti e arenili, l’ombra minacciosa ed al tempo stesso familiare di quelle terribili montagne di fuoco che con la loro forza devastante ed imprevedibile, con i loro boati sommessi, con il cupo brontolio con cui accompagnavano i moti ascendenti e discendenti della terra scandivano i tempi e la vita della popolazione locale.

Era questo, probabilmente, quello che colpiva maggiormente il visitatore: questa sorta di irrequietezza del suolo, questa forza indomita che sembrava sprigionarsi ovunque, quest’energia vitale e distruttiva al tempo stesso che attendeva solo di potersi risvegliare. Ovunque, i resti sparsi delle antiche rovine in parte sommersi lungo le insenature della costa, nonché i segni recenti dell’eruzione di Monte Nuovo, che aveva stravolto il paesaggio spazzando via in pochi giorni una parte del lago di Lucrino e cancellato per sempre dalla geografia flegrea il piccolo paesino di Tripergole, sembravano ricordare al visitatore che dentro quel suolo, nelle viscere profonde della terra una volontà infernale e beffarda sfidava quotidianamente la stessa sopravvivenza dell’uomo e delle sue opere. Continua domenica prossima.  

Miti – Saghe e Leggende

Figli della Terra – mito degli Apache Jicarilla – 2

Altre persone pensarono bene di seminare questi piccoli mucchi di terra con semi e piante da frutta. Altri ancora provvidero ad annaffiarli prontamente. Ciascuno si dava un gran da fare e tutti aiutavano in qualcosa, tanta era l’ansia di salire verso il nuovo mondo.

Quando furono ben zuppi d’acqua, i mucchi di sabbia incominciarono a fremere, poi subito si gonfiarono e all’improvviso incominciarono a crescere a vista d’occhio. Più la gente versava l’acqua, più diventavano gonfi, sempre più gonfi e ancora più alti. A mano a mano che i mucchi crescevano, i semi germogliavano e le piantine andavano trasformandosi in alberi frondosi. Ora i mucchi erano cresciuti come colline e gli alberi da frutto si ricoprirono di gemme fiorite. Le quattro colline continuarono a crescere fino a diventare alte come montagne: allora le frasche si arricchirono di splendidi frutti, bacche mature e succose ciliegie. La montagna cresceva sempre di più e sembrava raggiungere la volta celeste proprio nel punto in cui si apriva il buco.

La gente era felice. Danzava e cantava mentre il monte diveniva sempre più alto. Tutti speravano di poter presto emergere dal sottosuolo.

Un giorno due giovani fanciulle, attratte dal meraviglioso spettacolo di quelle quattro montagne ricche di frutti e di fiori, si arrampicarono lungo le pendici alberate e incominciarono a raccogliere bacche da gustare e fiori per ornare i loro capelli. In quel modo però le due ignare ragazze violarono quello scenario così attraente e fu così che all’improvviso le montagne smisero di crescere.

La gente si meravigliò non riuscendo a capire perché ciò fosse accaduto. Fu deciso allora di inviare un esploratore perché scoprisse la causa di quell’arresto improvviso. Fu scelto Ciclone, il quale subito si mise in cammino cercando in ogni angolo, finché non scoprì le due ragazze e le ricondusse alla gente. Le montagne tuttavia non ripresero a crescere ed ora sembrava impossibile raggiungere il buco, poiché le vette più alte si erano arrestate ad una certa distanza da esso. Allora alcuni pensarono di costruire una scala legando fra loro piume d’aquila, ma quei fragili gradini si ruppero subito sotto il peso delle persone. Così fu anche per una seconda scala di piume più grandi.

Dopo vari fallimenti la gente era triste e scoraggiata. Giunse allora Bufalo e offrì il suo corno destro affinché la gente lo utilizzasse come scala. L’idea era buona, ma un solo corno non bastava. Giunsero allora altri tre bufali ed offrirono le loro corna. Fu possibile costruire così una scala molto solida, capace di sopportare il peso di un uomo.

La scala, posta sulla cima del monte, raggiunse l’apertura; così finalmente tutti poterono salire verso il foro. Ma il peso dell’intera umanità curvò le corna di Bufalo e da allora i bufali hanno corna ritorte.

Intanto tutti gli esseri viventi del sottosuolo si erano raccolti attorno al buco. Essi non potevano ancora emergere poiché il mondo era coperto dall’acqua. Quattro burrasche furono allora inviate per spazzare via le acque dalla terra. Burrasca nera soffiò ad Est, Tempesta azzurra a Sud, Burrasca gialla ad Ovest e Tempesta scintillante a Nord. Così nacquero i quattro oceani.

Dopo aver raccolto le acque nelle quattro direzioni, le burrasche si calmarono e ritornarono nel sottosuolo. Il mondo era ora libero dalle acque, ma il suolo era ancora umido e melmoso.

Il primo ad uscire fu Puzzola. Appena fu all’esterno le sue gambe sprofondarono nel fango e divennero nere; e da allora sono rimaste di questo colore. Fu poi la volta di Castoro. Appena si trovò sul mondo costruì una grande diga e raccolse tutta l’acqua che ancora si trovava sulla terra, in un grande lago. Per fare ciò Castoro impiegò molto tempo. Gli uomini raggruppati intorno al buco non lo videro tornare e inviarono Ciclone a vedere se gli fosse successo qualcosa.

Quando Ciclone incontrò Castoro intento a recuperare l’acqua che si andava ritirando, dapprima non capì, poi Castoro gli spiegò che quell’acqua sarebbe servita a dissetare l’umanità. Allora insieme ritornarono al buco della terra.

Ormai il mondo nuovo era completamente asciutto. Tutte le acque erano state riversate nei quattro oceani e nel grande lago costruito da Castoro. La gente poteva finalmente venir fuori.

Con grande felicità tutti emersero dal buco della terra, come bambini partoriti dal ventre di una madre. Tutta l’umanità venne fuori da lì, i nostri antenati e tutti gli animali. Viaggiarono verso Est, verso Nord, verso Ovest e verso Sud fino a raggiungere gli oceani, e durante il viaggio ciascuno scelse il luogo dove vivere.

Da allora sappiamo che la Terra è la nostra Madre e il Cielo è il nostro Padre. Essi sono marito e moglie e si prendono cura di noi, loro figli. La terra provvede per noi offrendoci cibo e frutta e ogni genere di ricchezza proviene da essa.

Miti – Saghe e Leggende

Figli della Terra – mito degli Apache Jicarilla

Al principio il mondo era interamente coperto di acqua. Non vi era terra da nessuna parte; non pianure né valli né colline né monti. Solo un’immensa distesa d’acqua. Era davvero un luogo solitario e desolato, immerso nel buio più assoluto. Non c’era ancora la luce ma ovunque regnava una fitta oscurità. Allora, al tempo delle origini, tutti gli esseri viventi erano raccolti nel sottosuolo, in un mondo sotterraneo. Era quello il luogo dal quale ebbe inizio l’emersione.

In quel mondo sotterraneo tutte le cose avevano vita; gli animali potevano parlare come esseri umani e anche gli alberi possedevano la virtù della parola. Proprio là, in quel mondo buio, in quella intensa oscurità che dominava il primordiale universo sotterraneo, vivevano alle origini gli Apache Jicarilla. Essi non sopportavano quel buio perenne e cercavano di farsi luce bruciando piume d’aquila. Usando le piume come fossero torce, i Jicarilla potevano vincere le tenebre di quella che sembrava una notte senza fine.

Non tutti però odiavano la densa oscurità che regnava nel sottosuolo. Orso, Pantera e Gufo prediligevano il buio e mai avrebbero voluto vedere la luce. Ben presto questi animali amanti della notte si scontrarono con tutti gli altri animali e con gli uomini che desideravano invece la luce del giorno. Ne nacque una violenta lite. Al termine dell’inutile contesa, decisero di risolvere la disputa con il gioco dei bussolotti. Il vincitore avrebbe deciso per la luce o per il buio nel sottosuolo.

Il gioco ebbe inizio. Gazza e Quaglia, che amano molto la luminosità poiché hanno occhi chiari e vista aguzza, riuscirono subito ad individuare il bottone che faceva da bussolotto e che gli avversari avevano nascosto in un piccolo bastone cavo. Così vinsero la prima partita e, in seguito a ciò, già si intravedeva la flebile luce della stella del mattino.

A quel primo chiarore Orso scappò via dileguandosi nell’oscurità di una grotta. Il gioco continuò e ancora una volta gli animali che amano la luce vinsero insieme agli esseri umani. Subito da Est incominciò a sorgere una luminosità sempre più chiara e intensa e Pantera, impaurito, si allontanò velocemente nascondendosi in un anfratto che ancora rimaneva buio.

Giocarono ancora e di nuovo la squadra della luce vinse. L’Est era ormai sempre più illuminato e si potevano vedere già i primi raggi del sole che annunziavano l’alba imminente. Stavolta fu Orso Bruno a svignarsela per proteggersi dalla luce incipiente.

Quando gli esseri umani e gli animali amanti del giorno vinsero per la quarta volta, allora il Sole sorse ad Est e finalmente le tenebre sotterranee furono sconfitte. Tutto era illuminato e fu davvero difficile per Gufo scovare un nascondiglio che lo proteggesse da tanto radioso splendore.

Appena il Sole fu al centro del cielo sotterraneo scoprì che nella volta celeste si apriva un grosso buco. Si affacciò allora per dare una occhiata e rimase stupito: dall’altra parte vi era un altro mondo, la nostra terra. Quando riferì alla gente la sua scoperta vi fu un improvviso clamore, tutti erano eccitati, volevano salire verso quell’apertura, ma non sapevano come fare. Poi alcuni di essi riuscirono a trovare della sabbia; era terra colorata di quattro colori diversi: azzurro, giallo, nero e scintillante. Con questa terra costruirono quattro piccoli mucchi: uno di terra nera, che posero ad Est, un altro di terra azzurra a Sud, poi ancora uno di terra gialla ad Ovest ed infine quello di terra scintillante a Nord. Continua domenica prossima 1 settembre.

Miti – Saghe e Leggende

I popoli dei miti

Boscimani a caccia nel deserto del Kalahari, in Sud Africa.

Il nostro modo di vivere non è l’unico che si può incontrare nelle società umane. Sono esistiti, ed esistono anche oggi, altri modi di vita, cioè altre culture, generati da società assai diverse da quelle in cui noi viviamo, ma non per questo inferiori alla nostra.

Queste organizzazioni umane, chiamate con il termine generico di “società primitive”, sono oggetto di studio per gli etnologi e per gli antropologi, che indagano sulle tecniche, i costumi, le credenze, le arti per mezzo delle quali un popolo organizza la sua esistenza.

Uomini e donne tuareg, nomadi del Sahara algerino, davanti ad una tipica tenda.

Legati intimamente all’ambiente, spesso inospitale, che li circonda, questi popoli vivono di caccia, di pastorizia, di agricoltura, chiedono, cioè, direttamente alla natura i mezzi per sopravvivere. Alla natura, amica-nemica, sono legati tutti i gesti della loro vita quotidiana.

Danza del pitone per l’iniziazione degli adolescenti in una tribù del Transvaal.

Maschera per la cerimonia della circoncisione, presso i Barotse (Zambia, Africa)

Le continue sollecitazioni dell’ambiente determinano le credenze che questi popoli hanno sulla natura, sull’uomo; essi le traducono in religione, in miti, in cerimonie che riflettono la loro conoscenza della natura ed esprimono la loro visione del mondo.

Danza dei Pigmei delle foreste, nell’Africa Centrale.

La natura è sentita come realtà misteriosa e superiore, le forze invisibili in essa presenti sono concepite come esseri dotati di coscienza e di volontà, che possono comunicare con l’uomo e che l’uomo cerca di propiziarsi e dominare attraverso riti e cerimonie.

Totem degli Indiani Haida, dell’arcipelago Regina Carlotta, nel Pacifico.

Maschera da cerimonia degli Indiani Cherokee (Tennessee, Usa)

Danzatore Chiricahua (Oklahoma, Usa)

La comunicazione tra l’uomo e gli spiriti viene compiuta per mezzo di “mediatori”, che sono gli stregoni, i maghi, gli sciamani. Essi soli nella comunità conoscono le formule magiche che piegano le forze della natura.

Danzatori bororo (Mato Grosso, Brasile).

Danzatori indios boliviani.

Maschera d’oro peruviana (civiltà precolombiana)

La vita del gruppo scorre, così scandita da cerimonie e riti compiuti secondo regole precise, accompagnati da danze, canti, invocazioni, uso di maschere e di amuleti.

Ci sono i riti di divinazione, con i quali l’uomo si sforza di interpretare la volontà degli dèi; i riti legati alle stagioni che si rinnovano e alla fertilità della vita animale e vegetale; i riti di iniziazione che celebrano i mutamenti di funzione di un individuo all’interno del gruppo, come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e all’età adulta.

Guerrieri Asaro, della Nuova Guinea, detti “Uomini di fango” perché con il fango si coprono il corpo e il capo.

Kuhaillimoku, il dio polinesiano della guerra.

Indigeni a Mount Hagen, nella Nuova Guinea, acconciati per eseguire una danza di guerra.

Il rito è sempre la ripetizione di un evento primordiale, è un modo per far rivivere con l’azione un avvenimento importante del tempo originario, quando il mondo era agli inizi.

Il fatto viene tramandato oralmente, di generazione in generazione, nei miti, i racconti con cui la comunità spiega a se stessa i fenomeni naturali e le istituzioni che regolano la sua esistenza.

Spettacolo di danze nell’isola di Bali (Indonesia) con la rappresentazione di drammi e leggende.

Il dio Visnù rappresentato in una danza balinese.

Miti – Saghe e Leggende

Miti della vegetazione

Gli spiriti degli alberi

Per il selvaggio il mondo è tutto animato, e gli alberi e le piante non fanno eccezione alla regola. Egli crede che abbiano anime come la sua e li tratta di conseguenza. “Dicono – scrive l’antico vegetariano Porfirio, – che gli uomini primitivi conducessero una vita infelice, perché la loro superstizioni non si fermava agli animali, ma si estendeva anche alle piante. Ma perché l’uccisione di un bove o d’una pecora dovrebbe essere un peccato più grave che l’abbattimento di un pino e di una quercia, visto che anche negli alberi v’è radicata un’anima?” Similmente gli indiani Hidatsa del Nord America credono che ogni oggetto naturale abbia il suo spirito o, meglio, la sua ombra.

A queste ombre si deve una certa considerazione o rispetto, ma non a tutte ugualmente. Per esempio, l’ombra del pioppo americano, il più grande albero della valle dell’alto Missouri, si crede abbia un’intelligenza, che, se convenientemente avvicinata, può aiutare gli Indiani in varie imprese; le ombre delle pianticelle e dell’erba non hanno importanza.

Quando il Missouri, ingrossato dalle piogge di primavera, trascina via parte delle sue sponde e porta grandi alberi nella sua corrente impetuosa, si dice che lo spirito dell’albero pianga, mentre le radici stanno ancora attaccate alla terra e finché non cada con un tonfo nell’acqua.

Tempo fa, gl’Indiani consideravano una cattiva azione l’abbattere uno di questi giganti, e quando c’era bisogno di grandi travi, usavano soltanto gli alberi già caduti.

Fino a poco tempo fa i vecchi più creduli dicevano che molte disgrazie del loro popolo erano causate dalla moderna mancanza di rispetto per i diritti del pioppo vivente.

Gli irochesi credevano che ogni specie di alberi, piante, piantine ed erbe avessero il loro spirito ed era loro costume di rendere grazie a questi spiriti.

I Wanika dell’Africa orientale immaginano che ogni albero, specialmente ogni albero di cocco, abbia il suo spirito: “La distruzione di un albero di cocco è considerata equivalente al matricidio, perché quell’albero dà loro vita e nutrimento come la madre al figlio”.

I monaci siamesi, credendo che vi siano anime dappertutto e che distruggere qualsiasi cosa ha l’effetto di spodestare un’anima, non romperebbero mai il ramo di un albero “così come non romperebbero il braccio di una persona innocente”.

James G. Frazer – da Il ramo d’oro, Boringhieri

Gli antichi e, oggi alcune popolazioni che vivono ancora allo stato primitivo, credevano all’esistenza di un’anima in ogni cosa e per questo ogni cosa era oggetto di culto e venerazione.

Porfirio era un filosofo greco (233-304 d.C.).

Il Missouri è un fiume dell’America settentrionale (USA), nasce dalle Montagne Rocciose e si getta nel Mississippi presso la città di St. Louis.

I più creduli: che più facilmente sono portati a credere a certe superstizioni e tradizioni.

Matricidio: uccisione della madre.