La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 3

La necessità acuisce l’ingegno. Il pescatore escogitò uno stratagemma.

“Poiché non posso evitare la morte, – disse al genio, – mi sottometto dunque alla volontà di Dio. Ma, prima che io scelga un genere di morte, vi scongiuro, per il gran nome di Dio inciso sul sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, di dirmi la verità su una domanda che debbo farvi.”

Quando il genio vide che la preghiera rivoltagli dal pescatore lo costringeva a rispondere positivamente, tremò dentro di sé e disse:

“Chiedimi ciò che vuoi, fai presto. – Al che il pescatore gli disse:

  • Vorrei sapere se eravate effettivamente in questo vaso, osereste giurarlo sul gran nome di Dio?
  • Sì, – rispose il genio, – giuro su quel gran nome che c’ero, ed è verissimo.
  • In buona fede, – replicò il pescatore, – non posso credervi. Questo vaso non riuscirebbe a contenere neppure un vostro piede; com’è possibile che vi fosse rinchiuso tutto il vostro corpo?
  • Eppure, – rispose il genio, – ti giuro che c’ero così come tu mi vedi. Non mi credi dopo il gran giuramento che ti ho fatto?
  • Veramente n, – disse il pescatore; – e non vi crederò a meno che non me lo mostriate.”

Allora il corpo del genio si dissolse e, mutandosi in fumo, si sparse come prima sul mare e sulla riva; poi, raccogliendosi, cominciò a rientrare nel vaso e continuò così con una successione lenta e monotona, finché non ne restò più nulla fuori. Subito dal vaso uscì una voce che disse al pescatore:

“Ebbene, incredulo pescatore, eccomi nel vaso; ora mi credi?”

Il pescatore, invece di rispondere al genio, prese il coperchio di piombo e, richiuso prontamente il vaso, esclamò:

“Genio, chiedimi a tua volta grazia, e scegli in che modo vuoi che io ti faccia morire. Ma no, è meglio rigettarti in mare, nello stesso punto in cui ti avevo pescato. Poi farò costruire una casa su questa sponda e verrò ad abitarci per avvertire tutti i pescatori che verranno a gettarvi le loro reti di fare molta attenzione a non ripescare un cattivo genio come te, che ha fatto giuramento di uccidere colui che lo metterà in libertà.”

A queste parole offensive, il genio irritato fece ogni sforzo per uscire dal vaso; ma non gli fu possibile perché l’impronta del sigillo del profeta Salomone, figlio di Davide, glielo impediva. Perciò, vedendo che il pescatore era ora in vantaggio rispetto a lui, penso di dissimulare la sua collera.

“Pescatore, – gli disse con tono addolcito, – guardati dal fare quanto dici. Quel che avevo detto era soltanto uno scherzo e non devi prenderlo sul serio.

  • O genio, – rispose il pescatore, – tu che appena un momento fa eri il più grande e ora sei il più piccolo di tutti i geni, sappi che i tuoi artificiosi discorsi non serviranno a niente. Ritornerai in mare. Se ci sei stato tutto il tempo che mi hai detto, potrai ben restarci fino al giorno del giudizio. Io ti ho pregato, in nome di Dio, di non togliermi la vita, tu hai respinto le mie preghiere; debbo renderti la pariglia.”

Il genio non risparmiò nulla per cercare di commuovere il pescatore.

“Apri il vaso, – gli disse, – dammi la libertà, te ne supplico. Ti prometto che sarai contento di me.

  • Sei soltanto un traditore, – replicò il pescatore. – Meriterei di perdere la vita, se avessi l’imprudenza di fidarmi di te. Non mancheresti di trattarmi nello stesso modo in cui un certo re greco trattò il medico Duban. E’ una storia che voglio raccontarti. Ascolta.”

Continua al prossimo giro.

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore – 2

A questo discorso il genio, guardando il pescatore con aria fiera, gli rispose:

“Parlami più civilmente; sei ben ardito a chiamarmi spirito superbo.

  • Ebbene! – riprese il pescatore, – se vi chiamo gufo della fortuna, vi parlerò più civilmente?
  • Ti dico, – replicò il genio, – di parlarmi più civilmente prima ch’io ti uccida.
  • Eh! perché vorresti uccidermi? – chiese il pescatore. – Io vi ho messo in libertà, l’avete già dimenticato?
  • No, me ne ricordo, – rispose il genio; – ma ciò non m’impedirà di farti morire, e posso accordarti una sola grazia.
  • E qual è questa grazia? – domandò il pescatore.
  • Quella di lasciarti scegliere in che modo vuoi ch’io ti uccida.
  • Ma in che cosa vi ho offeso? –riprese il pescatore. – Così volete ricompensarmi del bene che vi ho fatto?
  • Non posso trattarti altrimenti, – disse il genio, – e affinché tu te ne convinca, ascolta la mia storia: Io sono uno di questi spiriti ribelli che si sono opposti alla volontà di Dio. Tutti gli altri geni riconobbero il gran Salomone, profeta di Dio, e si sottomisero a lui. Sacar e io fummo i soli a non volerci abbassare a questo. Per vendicarsene, quel potente monarca incaricò Assaf, figlio di Barakia, suo primo ministro, di venire a prendermi. Ciò fu eseguito: Assaf venne a impadronirsi della mia persona e mi condusse, mio malgrado, davanti al trono del re suo padrone. Salomone, figlio di Davide, mi ordinò di abbandonare il mio genere di vita, di riconoscere il suo potere e di sottomettermi ai sui ordini. Io rifiutai altezzosamente di ubbidirgli, e preferii espormi a tutto il suo risentimento piuttosto che prestargli il giuramento di fedeltà e di sottomissione che esigeva da me. Per punirmi, mi chiuse in questo vaso di rame e, al fine di assicurarsi che non potessi forzare la mia prigione, impresse personalmente il suo sigillo sul coperchio di piombo, dov’era inciso il gran nome di Dio. Fatto ciò, mise il vaso fra le mani di un genio a lui ubbidiente, con l’ordine di gettarmi in mare; il che fu eseguito con mio gran rammarico. Durante il primo secolo della mia prigionia, giurai che se qualcuno mi avesse liberato prima dello scadere dei cent’anni, lo avrei reso ricco, anche dopo la sua morte. Ma il secolo trascorse e nessuno mi rese questo buon servigio. Durante il secondo secolo, feci giuramento di aprire tutti i tesori della terra a chiunque mi avesse messo in libertà; ma non fui più fortunato. Nel terzo, promisi di fare potente monarca il mio liberatore, di essergli sempre vicino in spirito e di accordargli ogni giorno tre richieste, di qualunque natura fossero. Ma questo secolo trascorse come gli altri due, ed io rimasi sempre nelle stesse condizioni. Infine, amareggiato, o meglio arrabbiato nel vedermi prigioniero per tanto tempo, giurai che, se qualcuno mi avesse liberato successivamente, lo avrei ucciso senza pietà e non gli avrei accordato altra grazia fuorché quella di lasciargli la scelta del genere di morte che desiderava. Quindi, poiché oggi sei venuto qui e mi hai liberato, scegli in che modo vuoi ch’io ti uccida.”

Questo discorso afflisse molto il pescatore.

“Sono veramente disgraziato, – esclamò, – ad essere venuto in questo luogo a rendere un così gran servigio ad un ingrato. Perdonatemi, anche Dio vi perdonerà. Se mi concedete generosamente la vita, egli vi metterà al riparo da tutte le congiure che saranno tramate contro la vostra vita.

  • No, la tua morte è certa, – disse il genio. – Scegli soltanto in che modo vuoi ch’io ti faccia morire. – Il pescatore, vedendolo risoluto a ucciderlo, ne provò un estremo dolore, non tanto per amore di sé stesso quanto a causa dei sui tre figli dei quali compiangeva la miseria in cui la sua morte li avrebbe ridotti. Cercò ancora di calmare il genio.
  • Ahimè! – riprese, – degnatevi di aver pietà di me, in considerazione di quanto ho fatto per voi.
  • Te l’ho già detto, – replicò il genio, -proprio per questa ragione son costretto a toglierti la vita.
  • E’ strano, – riprese il pescatore, – che voi vogliate assolutamente rendere il male per il bene. Il proverbio dice che chi fa del bene a colui che non lo merita, ne è sempre mal ricompensato. Credevo, lo confesso, che fosse falso; nulla, infatti, urta di più la ragione e i diritti della società. Nondimeno sto crudelmente provando che è anche troppo vero.
  • Non perdiamo tempo, – interruppe il genio. – Tutti i tuoi ragionamenti non riuscirebbero a distogliermi dal mio disegno. Affrettati a dire in che modo desideri che ti uccida.”

Continua domani.  

La favola del giorno

Dalle mille e una notte – I racconti di Sherazad

Storia del pescatore

Sire, c’era una volta un pescatore molto vecchio e così povero, che a stento riusciva a guadagnare di che far vivere la moglie e i tre figli che componevano la sua famiglia. Tutti i giorni andava a pesca di buon mattino; e si era fatto una legge di gettare la rete soltanto quattro volte al giorno.

Una mattina partì al chiaro di luna e si recò in riva al mare; si spogliò e getto la rete. Mentre la tirava a riva, avvertì dapprima una resistenza; pensò di aver fatto una buona pesca, e già se ne rallegrava dentro di sé. Ma, un istante dopo, accorgendosi che invece del pesce c’era soltanto la carcassa di un asino, provò un gran dolore per aver fatto una pesca così cattiva. Tuttavia, quando ebbe riaccomodato le sue reti che la carcassa dell’asino aveva rotto in più punti, le gettò una seconda volta. Tirandole sentì di nuovo molta resistenza: ciò gli fece credere che si fossero riempite di pesci; ma vi trovò soltanto un gran paniere pieno di ghiaia e di fango e se ne afflisse moltissimo.

“O fortuna! – esclamò con voce pietosa, – cessa di essere in collera con me, e non perseguitare un disgraziato che ti prega di risparmiarlo! Sono partito di casa per venire qui a cercare la mia vita, e tu mi annunci la mia morte. Non ho altro mestiere per vivere se non questo; e, nonostante tutte le attenzioni che vi metto, a stento riesco a provvedere ai bisogni più urgenti della mia famiglia. Ma sbaglio a lamentarmi con te; tu provi piacere a maltrattare le persone oneste e a lasciare i grandi uomini nell’oscurità, mentre favorisci i cattivi e innalzi coloro i quali non hanno nessuna virtù che li renda raccomandabili”

Finito di lamentarsi, gettò bruscamente il paniere e, dopo aver ben lavato le reti sporcate dal fango, le gettò per la terza volta. Ma pescò soltanto pietre, gusci e rifiuti. Non è possibile esprimere la sua disperazione: per poco non svenne. Intanto, poiché cominciava ad albeggiare, non dimenticò, da buon musulmano, di recitare la sua preghiera; poi soggiunse queste parole:

“Signore, voi sapete che getto le mie reti soltanto quattro volte al giorno. Le ho già gettato tre volte senza aver ricavato il minimo frutto del mio lavoro. Me ne resta un’altra soltanto: vi supplico di rendere il mare favorevole come lo avete reso a Mosè.”

Finita questa preghiera, il pescatore gettò le reti per la quarta volta. Quando giudicò che doveva esserci del pesce, le tirò come prima con gran fatica. Ciò nonostante, non ce n’erano, ma vi trovò un vaso di rame giallo che, dal peso, gli parve colmo di qualcosa e notò che era chiuso e piombato, con l’impronta di un sigillo. Questo lo rallegrò:

“Lo venderò al fonditore, – diceva, – e, col denaro che ne ricaverò, comprerò uno staio di grano.”

Esaminò il vaso da tutti i lati; lo scosse per vedere se il suo contenuto facesse rumore. Non udì nulla, e questa circostanza, unita all’impronta del sigillo sul coperchio di piombo, gli fece pensare che dovesse contenere qualcosa di prezioso. Per saperlo, prese il coltello e, con qualche difficoltà, riuscì ad aprirlo. Subito ne inclinò l’orifizio verso terra, ma non ne uscì niente, il che lo stupì grandemente. Lo posò davanti a sé e, mentre lo considerava attentamente, ne uscì del fumo molto denso che lo costrinse ad arretrare di due o tre passi. Il fumo s’innalzò fino alle nuvole e, spandendosi sul mare e sulla riva, formò una spessa nebbia: spettacolo che, come si può immaginare, meravigliò straordinariamente il pescatore. Quando tutto il fumo fu uscito dal vaso, si raccolse e divenne un corpo solido, dal quale si formò un genio alto il doppio del più grande di tutti i giganti. Alla vista di un mostro di così smisurata grandezza, il pescatore cercò di mettersi in fuga; ma era così turbato e spaventato che non riuscì a muoversi.

Salomone, – esclamò il genio per prima cosa, – Salomone, grande profeta di Dio, perdono, perdono! Non mi opporrò mai alle vostre volontà. Ubbidirò a tutti i vostri comandamenti.”

Il pescatore, appena udite le parole del genio, si rassicurò e gli disse:

“Spirito superbo, che dite mai? Sono più di milleottocento anni che Salomone, il profeta di Dio, è morto, ed ora siamo alla fine dei secoli. Raccontatemi la vostra storia, e per quale motivo eravate rinchiuso in questo vaso.” Continua.

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 4

Qualche tempo dopo, il Re partì per andare a combattere l’imperatore di Cantalabutta, suo vicino. Lasciò la reggenza alla Regina sua madre e le raccomandò caldamente la moglie e i figlioli. Avrebbe dovuto rimanere in guerra tutta l’estate; non appena fu partito, la Regina-madre mandò nuora e nipoti in una casa di campagna in mezzo ai boschi, per poter più facilmente soddisfare le sue orribili voglie. Qualche giorno dopo vi andò anche lei, e una sera disse al suo capocuoco:

  • Domani a pranzo mi voglio mangiare la piccola Aurora.
  • Ah, Maestà! – disse il cuoco.
  • Voglio così, – disse la Regina (e lo disse con un tono da orchessa che voglia mangiare carne tenera), – e la voglio mangiare in salsa Robert.

Il pover’uomo, ben vedendo che non era il caso di scherzare con un’orchessa, prese un coltellaccio e salì in camera della piccola Aurora: ella aveva allora quattro anni; ridendo e saltando gli gettò le braccia al collo e gli chiese uno zuccherino. Lui si mise a piangere, il coltello gli cadde di mano, e corse giù nel cortile a sgozzare un agnellino, accompagnandolo con una salsa così buona, che la sua padrona gli dichiarò di non aver mangiato mai nulla di tanto squisito. Nel frattempo lui aveva portato via con sé la piccola Aurora e l’aveva affidata a sua moglie affinché la nascondesse nel loro quartierino in fondo al cortile. Otto giorni dopo, la perfida Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi a cena il piccolo Sole.

Lui non batté ciglio, deciso a ingannarla come la prima volta. Andò a cercare il piccolo Sole, e lo trovò che tirava di fioretto con una grossa scimmia; eppure non aveva che tre anni! Lo portò a sua moglie, che lo nascose insieme alla piccola Aurora e cucinò al posto del piccolo Sole, un caprettino molto tenero, che l’orchessa trovò delizioso.

Sin qui tutto era andato benissimo: ma una sera, la malvagia Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi la Regina mia nuora, cucinata con la stessa salsa dei suoi figlioli.

Fu qui che il povero capocuoco disperò di poterla nuovamente ingannare. La giovane regina aveva ormai vent’anni suonati, senza contare i cent’anni che aveva dormito; la sua pelle era un po’ spessa, quantunque bianca e liscia: come trovare, in tutte le stalle un animale così duro! Per salvare la propria vita, il cuoco prese la decisione di tagliarle la gola e salì nella camera di lei, col proposito di non pensarci due volte. Cercava di eccitare il proprio furore ed entrò nella stanza della giovane regina col pugnale in mano; però non volle prenderla di sorpresa e le riferì, con molto rispetto, l’ordine ricevuto dalla Regina.

  • Fate, fate pure, – disse lei, porgendogli il collo; – eseguite l’ordine che v’hanno dato; andrò a rivedere i miei bambini, i mei poveri bambini che ho tanto amato.

Li credeva morti, da quando glieli avevano portati via senza dirle nulla.

  • No, no, Maestà! – le rispose il povero cuoco tutto intenerito, – voi non morirete, né per questo dovrete rinunciare a vedere i vostri figli; ma li vedrete in casa mia, dove li ho nascosti, e ancora una volta ingannerò la Regina madre, facendole mangiare una giovane cerca al vostro posto.

La portò subito in casa sua, dove la lasciò affinché potesse abbracciare i suoi figli quando voleva e piangere con loro, e lui andò a cucinare una cerva, che la Regina si mangiò per cena, e con lo stesso appetito che se fosse stata sua nuora. Ella era assai contenta della propria crudeltà, e si preparava a dire al Re, quando fosse tornato, che dei lupi affamati avevano divorato la Regina sua moglie e i suoi bambini.

Una sera che, secondo il solito, andava vagando pei cortili e le corti di servizio, allo scopo di fiutarvi l’odore della carne cruda, ella udì in una stanza al pianterreno il piccolo Sole che piangeva, perché la mamma gliele voleva dare in punizione di qualche marachella; sentì pure la piccola Aurora che interveniva a chiedere perdono per il fratellino. L’orchessa riconobbe la voce della Regina e quella dei suoi figli; furibonda per essere stata ingannata, ella ordinò, con voce così terribile da far tremare tutti, che l’indomani mattina si portasse in mezzo al cortile una gran vasca, ch’ella fece riempire di vipere, rospi, bisce e serpenti, per farvi buttare dentro la Regina, i suoi figli, il capocuoco con la moglie e la serva di casa; aveva dato ordine di portarli tutti con le mani legate dietro la schiena. Essi erano lì, e i carnefici già si preparavano a gettarli nella vasca, quando il Re, che non ci si aspettava tornasse così presto, entrò nel cortile, a cavallo; era arrivato di gran carriera e chiese, tutto stupito, cosa voleva dire quell’orribile spettacolo. Nessuno osava parlare, quando l’orchessa, pazza dalla rabbia nel vedere quel che vedeva, si gettò da se stessa a testa in giù nella vasca e in un attimo venne divorata da tutte quelle bestiacce messe lì per suo ordine. Il Re non mancò di addolorarsene: era sua madre; ma ben presto se ne consolò con sua moglie e con i suoi bambini.

Morale

Attendere un pezzetto per avere uno sposo

Ricco, ben fatto, gentile, amoroso,

E’ cosa naturale.

Ma attendere cent’anni sempre dormendo è un fatto

Davvero eccezionale,

Né più si trova donna ch’abbia un sonno siffatto…

Poi la favola sembra voler dire altra cosa:

Che i bei nodi d’Imene, anche se ritardati,

Posson render la vita deliziosa,

E che, per aspettar, non van sciupati.

Ma le donne ci metton tanto ardore

A desiar la fede coniugale,

Che a me manca la forza e manca il cuore

Di predicare lor questa morale.

Fiabe francesi della Corte del Re Sole e del secolo XVIII

fine

La Bella addormentata nel bosco – 3

Entrò così in un grande cortile, ove tutto quel che vide per prima cosa sarebbe bastato a impietrirlo dallo spavento. C’era un silenzio che metteva paura: l’immagine della morte era ovunque presente; non si vedevano che corpi distesi in terra di uomini e di animali, che sembravano morti. Si accorse tuttavia, dai nasi rubizzi e dalle gote vermiglie dei guardaportoni, ch’essi erano solo addormentati; e i loro bicchieri, dov’erano ancora qualche goccia di vino, dicevano chiaro che si erano addormentati bevendo. Il Principe attraversa un grande cortile lastricato di marmo; sale la scala, entra nella sala delle guardie, che erano tutte schierate in fila, con la carabina in spalla e russavano a più non posso. Attraversa parecchie sale gremite di cavalieri e di dame, tutti addormentati, alcuni in piedi, altri seduti. Entra in una stanza tutta dorata, e vede sopra un letto, i cui cortinaggi erano rialzati da ogni lato, il più sublime spettacolo che mai avesse veduto: una principessa che sembrava avere quindici o sedici anni e la cui splendente bellezza aveva qualcosa di luminoso e di divino! Si avvicinò tremante per l’ammirazione e cadde in ginocchio accanto a lei. E qui, poiché la fine dell’incantesimo era arrivata, la Principessa si svegliò, e guardandolo con occhi più teneri di quanto un primo incontro non sembri permetterlo:

  • Siete voi, mio Principe, – gli disse. – gli disse. – Vi siete fatto molto aspettare!

Il Principe incantato da queste parole e più ancora dal modo nel quale erano proferite, non sapeva come dimostrarle la sua gioia e la sua riconoscenza; le assicurò che l’amava più di se stesso. I discorsi di lui erano un po’ sconnessi e per questo piacquero di più: poco eloquenza, molto amore. Egli era più impacciato di lei, né c’è da farsene meraviglia: la Principessa aveva avuto tutto il tempo di pensare a quello che avrebbe dovuto dirgli; giacché è plausibile (la storia però non ne dice nulla) che la buona fata, durante un sonno così lungo, le avesse procurato sogni piacevoli. Insomma erano già quattro ore che i due si parlavano e non si erano ancora detti la metà delle cose che avevano da dirsi.

Intanto tutto il palazzo si era svegliato con la Principessa: ognuno aveva ripreso le proprie faccende; e siccome non tutti erano innamorati, avevano una fame da morire. Una dama d’onore, desiderosa di mangiare non meno degli altri, si spazientì e disse ad alta voce alla Principessa che il pranzo era servito. Il Principe aiutò la Principessa ad alzarsi dal letto; ella era già tutta vestita, e assai splendidamente; ma lui si guardò bene dal farle osservare che era vestita come la sua bisnonna e aveva un colletto che le arrivava fino agli orecchi; non per questo era meno bella. Passarono nel salone degli specchi, e vi cenarono, serviti dagli ufficiali della Principessa. Gli oboe e i violini suonarono sinfonie antiche, ma molto belle, quantunque fossero ormai quasi cent’anni che non le si eseguiva; dopo cena senza perder tempo, il primo cappellano celebrò le loro nozze nella cappella del castello, e la dama d’onore tirò le cortine del loro letto. Dormirono poco: la Principessa non ne aveva un gran bisogno, e il Principe la lasciò di buon mattino per tornarsene in città, dove suo padre doveva essere in pensiero per lui. Il Principe gli disse che, andando a caccia, egli si era perduto nella foresta ed aveva dormito nella capanna di un carbonaio, il quale gli aveva dato da mangiare pane nero e formaggio. Il Re suo padre, ch’era un buon uomo, lo credette, ma la madre non ne fu persuasa; e vedendo che quasi tutti i giorni il figlio se ne andava a caccia e aveva sempre bell’e pronta qualche scusa, quando era stato fuori due o tre notti, fu sicura che doveva esserci di mezzo qualche passioncella amorosa. In tal modo egli visse con la Principessa per più di due anni e ne ebbe due figli: il primo, che fu una femminuccia, si chiamava Aurora, il secondo, un maschietto, fu chiamato Sole perché sembrava ancora più bello della sorellina.

La Regina, per farlo parlare, disse più volte a suo figlio che ognuno a questo mondo è padrone di fare il proprio comodo; ma lui non osò mai confidarle il suo segreto: le voleva bene, ma ne aveva una certa paura, perché veniva da una famiglia di orchi e il Re l’aveva sposata soltanto a causa delle sue grandi ricchezze. Anzi si sussurrava a corte ch’ella aveva istinti da orchessa e che, vedendo passare qualche bambino, faticava un mondo a trattenersi dall’avventarglisi addosso: ecco perché il Principe non le disse mai nulla! Ma quando il Re morì, cosa che accadde due anni dopo, e lui si vide padrone del regno, rese pubblicamente noto il suo matrimonio e si recò con gran pompa al castello a prendere la Regina sua moglie. Le fu preparato un ingresso solenne nella capitale ove ella entrò in mezzo ai suoi due bambini. Continua domani.

L’angolo della Poesia

Cunziglio

‘E ccose grosse làssale fa’ a ll’arte,

cerca ‘e fa’ bbuono ‘e ccose piccerelle.

‘E ccose grosse ‘e fanno ‘e scinziate.

A nuje ce tocca ‘e fa’  ‘e “cusarelle”:

a vulè bene a chi nun ce vo’ bene,

a suppurtà pure chi è scustumato,

a da’ na mana pure a chiu nun tène

‘a capa bona oppure è scumbinato.

A trattà tutte comm’ a frate e sora,

senza penzà né comme e nè pecchè,

gente paisana oppure gente ‘e fora,

comme vulisse ca trattasse a tte.

Cancella l’egoismo  ‘a dint’  ‘o core,

si è nicissario, po’, cagnete nomme,

chiàmmate “frate” oppure sulo “ammore”

e, doppo, vide c’ addeviente n’ ommo.

V. Fasciglione

A domani per la versione in italiano

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 2

La Fata partì immediatamente e, dopo un’ora, la si vide giungere su un carro di fuoco, tirato da draghi. Il Re andò a offrirle il braccio per farla scendere dal carro. Ella approvò tutto il suo operato, ma, siccome era alquanto previdente, pensò che quando la Principessa si sarebbe risvegliata, non avrebbe saputo come fare, vedendosi così sola, in quel vecchio castello; ecco perciò quel che fece.

Toccò con la sua bacchetta magica tutto quello che si trovava nel castello (tranne il Re e la Regina): governanti, damigelle d’onore, cameriere, gentiluomini, ufficiali, maggiordomi, cuochi, sguatteri, lacchè, guardie, guardaportoni, paggi e servitori; toccò altresì tutti i cavalli che erano nelle scuderie, coi loro palafrenieri, i grossi mastini da guardia nei cortili e perfino la piccola Pussi, la cagnolina della Principessa, che era accanto a lei sopra al suo letto. Non appena li ebbe toccati, si addormentarono tutti, per svegliarsi soltanto insieme alla loro padroncina, allo scopo d’esser pronti a servirla, quando lei ne avesse avuto bisogno. Perfino gli spiedi che erano nel camino, carichi di pernici e fagiani, si addormentarono, e si addormentò anche il fuoco. Tutto ciò avvenne in un attimo: le fate sono assai svelte nelle loro faccende. Allora il Re e la Regina, dopo aver baciato la loro cara bambina, senza che lei si svegliasse, uscirono dal castello e fecero proclamare che era vietato a chiunque di avvicinarsi in quei paraggi. Tale divieto non era necessario, giacché nello spazio di un quarto d’ora crebbero tutto intorno al parco alberi grandi e piccoli, sterpaglie e roveti in un intrico tale che né un uomo né un animale sarebbe riuscito ad attraversarli: non si vedeva più che la punta delle torri del castello, e ancora, bisognava guardarle da una grande distanza. Fu facile capire come questa era un’altra delle trovate della Fata, affinché la Principessa, durante il sonno, non avesse da temere l’indiscrezione dei curiosi.

Dopo cent’anni, il figlio del re che a quel tempo regnava, e che non era della stessa famiglia della principessa addormentata, si recò un giorno a caccia da quella parte, e domandò cosa fossero tutte quelle torri che si vedevano spuntare al di sopra di quella foresta così folta. Ognuno gli rispose secondo quel che ne aveva sentito dire: certi dicevano che era un vecchio castello abitato dagli spiriti; altri che tutti gli stregoni della contrada vi si riunivano in assemblea. L’opinione più diffusa era che vi abitasse un orco il quale si portava lì tutti i bambini che poteva agguantare, per poterseli mangiare comodamente e senza che alcuno potesse inseguirlo, avendo lui soltanto il potere di aprirsi un varco attraverso quei boschi. Il Principe non sapeva cosa pensarne, quando un vecchio contadino si fece coraggio e gli disse:

  • Mio buon principe, sono più di cinquant’anni che ho sentito dire da mio padre che c’era in quel castello una bella principessa, la più bella che mai si sia veduta; era condannata a dormirvi per cent’anni e sarebbe stata svegliata soltanto dal figlio di un re, al quale era destinata in sposa.

A questo discorso, il giovane principe si sentì tutto di fuoco, credette senza esitazione che sarebbe stato lui a condurre a termine una così bella impresa; e, spinto dall’amore e dalla gloria, decise di vedere immediatamente come stavano le cose. Non appena egli si mosse verso il bosco, tutti quei grandi alberi, le sterpaglie e i roveti si scostarono da soli per farlo passare. Lui si diresse verso il castello; esso sorgeva in fondo a un grande viale ch’egli imboccò; quel che lo sorprese non poco fu che nessuno degli uomini della sua scorta avesse potuto seguirlo, perché gli alberi si erano ravvicinati subito dopo il suo passaggio. Non esitò a continuare la sua strada: un principe giovane e innamorato è sempre coraggioso.

Continua.

La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco

C’era una volta un re e una regina che si erano tanto dispiaciuti di non aver figli, ma tanto dispiaciuti da non potersi dir quanto.

Tutti gli anni andavano nei più diversi luoghi del mondo a far la cura delle acque; voti, pellegrinaggi, ricorsero a tutto, ma nulla giovava. Alla fine però la Regina si mise ad aspettare e mise al mondo una bambina.

Si fece un bel battesimo: per far da madrine alla piccola principessa, furono chiamate tutte le Fate che si riuscirono a trovare nel paese (ve n’erano sette), affinché ognuna di loro facesse un regalo alla bambina, com’era a quel tempo l’usanza delle fate, ed ella avesse così tutte le perfezioni immaginabili. Dopo il battesimo, il corteo tornò al palazzo reale, ove si dava un gran banchetto in onore delle Fate. Il posto di ciascuna era stato apparecchiato con splendide posate, in un astuccio d’oro massiccio, ov’erano cucchiaio, forchetta e coltello d’oro finissimo, tempestati di diamanti e rubini. Ma nel mentre che tutti stavano prendendo posto, si vide entrare una vecchia fata, che non era stata invitata, perché da oltre cinquant’anni non usciva più dalla sua torre, e tutti la credevano morta o incantata. Anche a lei il Re fece dare una posata, ma non ci fu modo di presentargliela in un astuccio d’oro massiccio, come alle altre, perché egli ne aveva fatti fare solo sette, tanti quante le fate. La vecchia credette che la si volesse umiliare, e borbottò tra i denti qualche minaccia. Una delle giovani fate che si trovava accanto a lei la udì, e temendo che volesse fare qualche brutto regalo alla Principessina, andò a nascondersi dietro a una portiera, allo scopo di parlare per ultima e poter riparare, nella misura del possibile, il male che la vecchia avrebbe fatto. Le Fate intanto cominciarono a fare i loro doni alla Principessa: la più giovane le diede, come regalo, di essere la più bella del mondo; un’altra di avere una grande intelligenza; la terza, di mettere una grazia incantevole in tutto quel che farebbe; la quarta di saper danzare a meraviglia; la quinta di cantare come un usignolo, e la sesta di suonare ogni specie di strumento con la massima perfezione. Venuto il turno della vecchia fata, questa disse, tentennando il capo più per il dispetto che per la vecchiaia, che la Principessa si sarebbe punta una mano con un fuso e ne sarebbe morta. L’orribile dono fece tremare tutti i presenti e non vi fu alcuno che non piangesse. A questo punto la fata giovane uscì da dietro la portiera e disse ad alta voce queste parole:

  • Rassicuratevi, o Re e Regina, la vostra figlia non morirà; è pur vero che non ho abbastanza potere per disfare quel che una fata più vecchia di me ha già fatto: la Principessa si pungerà la mano con un fuso, ma invece di morirne, ella cadrà soltanto in un profondo sonno che durerà cent’anni e in capo al quale il figlio d’un re verrà a svegliarla.

Il Re, per evitare la sciagura annunciata dalla vecchia, fece immediatamente proclamare un editto, col quale si proibiva a ogni persona di filare col fuso e di tenere fusi in casa, pena la vita.

Passati quindici o sedici anni, il Re e la Regina essendo andati in una delle loro ville, accadde che la Principessina, correndo un giorno per tutte le camere del castello arrivò fino in cima a una torretta, in una piccola soffitta, ove una brava vecchina se ne stava tutta sola a filare la sua conocchia. La buona donna non sapeva nulla della proibizione fatta dal Re di filare col fuso.

  • Che state facendo, nonnina? – chiese la Principessa.
  • Sto filando, bella fanciulla, – le rispose la vecchia, che non la conosceva.
  • Oh, com’è carino! – continuò la Principessa, – come si fa? Datemi un po’; voglio vedere se lo so fare anch’io come voi.

Non aveva finito di prendere il fuso che, vivace e un po’ avventatella qual era (del resto, il decreto della fata voleva così) ella si punse la mano e cadde svenuta. La buona vecchia, non sapendo cosa fare, si mette a gridare aiuto: accorre gente da tutte le parti; spruzzano dell’acqua sul volto della Principessa, le slacciano le vesti, le dànno dei colpetti sulle mani, le strofinano le tempie con acqua della regina d’Ungheria, ma tutto invano, nulla la faceva tornare in sé. Allora il Re, che sentendo quel chiasso era salito anche lui, si ricordò della predizione della Fata, e riconoscendo la cosa inevitabile, dal momento che le Fate l’avevano predetta, fece trasportare la Principessa nel più bell’appartamento del palazzo, sopra un letto tutto ricamato d’oro e d’argento. La si sarebbe presa per un angelo, tant’era bella; lo svenimento non aveva fatto impallidire i bei colori del suo incarnato, aveva le guance ancora rosee e le labbra come il corallo; soltanto aveva gli occhi chiusi, ma si sentiva respirare dolcemente e questo indicava che non era morta. Il Re ordinò che la lasciassero dormire tranquilla finché non fosse arrivata la sua ora di risvegliarsi. La buona fata che le aveva salvata la vita, condannandola a dormire per cent’anni, si trovava nel reame di Mattacchino, a dodicimila leghe da lì, quando alla Principessa accadde questa disgrazia; ma ne fu tosto avvertita da un nanetto, che calzava gli stivali delle sette leghe (erano stivali coi quali si facevano sette leghe ad ogni passo). Continua domani.

La favola del giorno

Il bambino cattivo

C’era una volta un vecchio poeta, ma un vecchio poeta veramente buono. Una sera, mentre era in casa, il tempo diventò bruttissimo. La pioggia cadeva a scrosci, ma il vecchio poeta se ne stava al calduccio vicino alla stufa dove il fuoco ardeva e le mele cuocevano.

  • Saranno zuppi fino alle ossa quelli che si trovano fuori con questo brutto tempo! – disse, perché era un poeta molto buono.
  • Oh! apritemi! ho freddo, e sono tutto bagnato! – gridò un bambino, fuori; piangeva e batteva sulla porta mentre la pioggia scrosciava e il vento smaniava contro i vetri.
  • Poverino! – disse il vecchio poeta e andò ad aprire la porta.

Lì stava un bambino tutto nudo, l’acqua gli colava giù dai lunghi capelli biondi; se non fosse entrato certamente sarebbe morto in quel cattivo tempo.

  • Poverino! – disse il vecchio poeta prendendolo per mano, – vieni qui, che ti faccio scaldare! Ti darò del vino e una mela perché sei un bel bambino!

Lo era davvero. Aveva gli occhi come stelle luminose e i suoi capelli biondi s’inanellavano con tanta grazia, pur essendo grondanti d’acqua. Pareva un angelo, ma era pallido dal freddo e rabbrividiva in tutto il corpo. Teneva in mano un bell’arco, che però era tutto sciupato dalla pioggia; i colori della bella freccia s’erano tutti mischiati insieme, per la grande umidità.

Il vecchio poeta sedette vicino alla stufa e si prese il bambino sulle ginocchia; strizzò l’acqua dai suoi capelli, riscaldò le manine tra le sue, e gli preparò del vino caldo; allora egli si riebbe, le guance ritornarono rosse, saltò a terra e si mise a danzare intorno al vecchio poeta.

  • Sei un bambino allegro! – disse il vecchio. – Come ti chiami?
  • Mi chiamo Amore! – rispose. – Non mi conosci? ecco il mio arco! io tiro, sai! Guarda, il tempo ritorna bello; la luna splende!
  • Ma il tuo arco è sciupato! – disse il vecchio poeta.
  • Oh! che peccato! – esclamò il bambino, lo raccolse da terra e lo guardò. – Oh, adesso si è completamente asciugato, non ha sofferto danni! la corda è ben tesa! ora lo provo! – Tese l’arco, vi pose una freccia, prese la mira e colpì quel caro, vecchio poeta proprio in mezzo al cuore. – Hai visto che il mio arco non era sciupato! – disse, e ridendo forte se ne andò. Che bambino cattivo! Colpire a quel modo il vecchio poeta che lo aveva fatto entrare nella stanza calda, che era stato così buono con lui e gli aveva dato il buon vino e la mela più bella.

Il buon poeta giaceva sul pavimento e piangeva, era stato colpito proprio nel cuore, poi disse: – Ah! che ragazzo cattivo è Amore! lo racconterò a tutti i bambini buoni perché stiano in guardia e mai giochino insieme a lui, perché può fare del male!

Tutti i buoni bambini, maschi e femmine, ai quali raccontò il fatto, si tenevano ben lontani dal crudele Amore, ma egli li ingannava egualmente, poiché è così abile! Quando gli studenti escono dalle lezioni, egli cammina al loro fianco con un libro sotto il braccio e vestito di nero. Essi non lo riconoscono, perciò lo prendono a braccetto credendolo anche lui uno studente, egli allora scocca una freccia nel cuore di uno di loro. Quando le fanciulle escono dalla casa del pastore, o quando sono in chiesa, anche allora egli le segue. Proprio così! Va sempre dietro la gente! A teatro, si siede sul grande lampadario e arde come fiamma, cosicché tutti credono che sia una lampadina, ma dopo si accorgono di qualche altra cosa.

Corre nel giardino reale e sui bastioni! Ha perfino colpito tuo padre e tua madre in mezzo al cuore! Domandalo a loro e vedrai cosa ti rispondono. Oh! E’ un ragazzo cattivo questo Amore, con lui non devi aver mai nulla a che fare! Egli va dietro a tutti. Pensa, una volta tirò una freccia persino alla vecchia nonna, tanto tempo fa; adesso è passato, ma ella non lo scorderà più. Ah! cattivo Amore! Ma ora lo conosci! Sai com’è cattivo quel bambino!

Hans Christian Andersen

La favola del giorno

La Trota Bianca; una leggenda di Cong

C’era una volta, molto tempo fa, una bellissima dama che viveva in un castello sul lago laggiù, e si racconta che fosse promessa al figlio del re e che stessero per sposarsi quando, all’improvviso, il poveretto venne ucciso (che Dio ci aiuti), e gettato nel lago qui sopra, e così, naturalmente, non gli fu più possibile mantenere la parola data alla dolce dama – gran brutta disgrazia!

La dama, si dice, uscì di senno per aver perduto il figlio del re – perché era di animo sensibile, che Dio l’aiuti e protegga anche noi! – e si struggeva di dolore per la sua scomparsa, finché un giorno nessuno la vide più, né viva né morta; e allora si disse che era stata rapita dai folletti.

Ebbene, signore, passato un po’ di tempo, nel torrente laggiù si vide (che Dio la benedica) la Trota Bianca, e la gente non sapeva cosa pensare della bestiola, perché non si era mai sentito di trote bianche né prima né dopo d’allora; passarono gli anni, e la trota era sempre là proprio dove l’avete vista in questo istante benedetto, ed è là da più di quanto io posso ricordare – in verità tanto lontano non arriva neppure la memoria del più vecchio del villaggio.

La gente alla fine cominciò a pensare che doveva essere una fata; del resto cos’altro poteva essere? – e nessuno osò mai toccare né fare del male alla Trota Bianca finché non arrivarono da queste parti alcuni soldati, peccatori incalliti, e risero della gente del posto, e la canzonarono e la presero in giro perché credeva in cose del genere; e uno di loro in particolare (che la sfortuna lo perseguiti e Dio mi perdoni per quel che dico!) giurò che avrebbe catturato la trota e l’avrebbe mangiata per cena, il mascalzone!

Bene, volete sapere fin dove arrivò la furfanteria del soldato? Senza pensarci due volte acchiappa la trota, se la porta a casa, mette su una padella per friggere, e ci ficca dentro la povera bestiolina. La trota lanciò un grido che pareva proprio quello di un cristiano e, caro mio, l’avreste mai immaginato? Il soldato si piegava in due dalle risate – tanto duro di cuore era il mascalzone – e quando credette che un lato fosse cotto, rigirò la trota per friggere l’altro; ma, indovinate un po’, non si vedeva neanche l’ombra di bruciato, niente da nessuna parte; e il soldato deve certo aver pensato che era una trota ben strana quella, che non si riusciva ad arrostirla. – Ma, – dice, – la rigirerò ogni tanto, – e certo non immaginava quello che l’aspettava, il miscredente.

Quando credette che quel lato fosse cotto, la gira di nuovo e, state bene a sentire, questa parte non era neanche un briciolo più cotta dell’altra. – Che dannata sfortuna, – dice il soldato, – è proprio il colmo! Ma non l’ho ancora finita con te, mia cara, – dice, – anche se ti credi tanto furba; – e con questo la rivolta: ma il fuoco non aveva lasciato il minimo segno sulla bella trota. – Bene, – fa quell’incorreggibile furfante (perché certo, signore, se solo non fosse stato davvero un incorreggibile furfante avrebbe dovuto capire che stava facendo una cosa sbagliata vedendo che tutti i suoi sforzi non servivano a niente). – Bene, mia bella trotina, forse sei fritta abbastanza, anche se non hai proprio un bel colore; magari sei meglio di quel che sembri, come un gatto scorticato, e dopo tutto sei un buon bocconcino; – e così dicendo tira fuori coltello e forchetta per assaggiare un pezzo di trota; ma, caspita, appena ficca il coltello nel pesce ne esce un grido così terrificante che morireste di paura solo a sentirlo, e la trota salta fuori dalla padella e cade in mezzo al pavimento; e nel punto dov’era caduta ecco che si alza una leggiadra signora – la più bella creatura mai vista, vestita di bianco, con un nastro d’oro fra i capelli, e un rivoletto di sangue che le cola dal braccio.

  • Guarda dove mi hai ferita, scellerato, – dice la dama, e gli mostra il braccio, e, caro mio, quello credette di aver perso il bene della vista.
  • Non potevi lasciarmi fresca e tranquilla nel fiume dove mi hai acciuffata, invece di disturbarmi mentre ero intenta a compiere la mia missione? – disse.

Il soldato si mise a tremare come un cane in un sacco bagnato, e alla fine balbettò qualcosa, e pregò che gli venisse risparmiata la vita, e chiese perdono a sua Signoria, e disse che non sapeva che stesse svolgendo una missione, e che era un soldato troppo bravo per non aver di meglio da fare che immischiarsi nelle sue faccende.

  • Io stavo compiendo una missione, – dice la dama, – stavo aspettando il mio amato che mi raggiungerà nelle acque, e se passerà mentre io non ci sono, e lo perderò, ti trasformerò in un piccolo salmone, e ti perseguiterò dovunque e per sempre finché crescerà l’erba e l’acqua scorrerà.

Il soldato si sentì morire all’idea di essere trasformato in un salmoncino, e chiese pietà; allora così dice la dama:

  • Abbandona le tue cattive abitudini, peccatore, o sarà troppo tardi per pentirti; comportati bene per l’avvenire e compi il tuo dovere; e ora, – dice, – riportami indietro e mettimi di nuovo nel fiume dove mi hai trovata.
  • Oh, mia signora, – dice il soldato, – come potrei trovare il coraggio di annegare una dama tanto bella?

Ma prima che potesse aggiungere parola la dama era svanita, e là, sul pavimento, il soldato vide la piccola trota. Bene, allora la mette in un piatto pulito e corre via con quanto fiato ha in corpo, per paura che il suo amato potesse giungere mentre lei non c’era ancora; e corse e corse fino a che arrivò di nuovo alla caverna e gettò la trota nel fiume. Nel preciso istante in cui lo fece, per un attimo l’acqua diventò rossa come il sangue, a causa della ferita, immagino, fin quando la corrente non lavò via la chiazza; ed ancor oggi c’è una piccola macchia rossa sul fianco della trota, là dove era stata ferita.

Signore, da quel giorno il soldato divenne un altro uomo; cambiò vita, andò regolarmente a confessarsi, e praticò l’astinenza tre volte alla settimana – sebbene non mangiasse mai pesce nei giorni di astinenza, perché, dopo lo spavento che s’era preso, il pesce non gli sarebbe più rimasto nello stomaco – con licenza parlando.

In ogni caso era diventato un altro uomo, come ho detto, e, passato un po’ di tempo, lasciò l’esercito e da ultimo si fece eremita; e si dice che pregasse sempre per l’anima della Trota Bianca.

Queste storie di trote sono comuni in tutta l’Irlanda. Molti pozzi sacri sono dimora di simili trote benedette. In un pozzo sulla riva di Lough Gill, Sligo, c’è una trota che un qualche miscredente mise una volta sulla graticola. Ne porta i segni ancor oggi. Molto tempo fa il santo che consacrò il pozzo mise lì la trota. Oggi possono vederla solo le anime devote che hanno fatto la dovuta penitenza.

Fiabi popolari irlandesi 

La favola del giorno

La vecchia avida

C’erano una volta un vecchio e una vecchia; un giorno il brav’uomo se ne andò nel bosco a fare la legna. Scelse un vecchio albero, alzò la scure e stava per colpirlo. L’albero gli dice: “Risparmiami, contadino! Farò tutto quello che mi chiederai”. “Allora fammi diventare ricco.” “D’accordo: torna a casa e avrai tutto a volontà.” Il vecchio tornò a casa: izbà nuova, ogni cosa in abbondanza, quattrini a palate, grano per decine di anni, e vacche, cavalli e pecore che non si potrebbero contare in tre giorni! “Ah, vecchio, da dove proviene tutto questo?”, domanda la vecchia. “Ecco, moglie mia, mi è capitato un albero che fa tutto quello che voglio.”

Dopo circa un mese, la vecchia ne ebbe abbastanza della sua ricca casa e dice al vecchio: “A che serve essere ricchi, se la gente non ci rispetta! Il borgomastro, se vuole, può spedirci a lavorare e cogliere un pretesto pure per bastonarci. Vai dall’albero e chiedigli di farti diventare borgomastro”. Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole tagliarlo alla radice. “Cosa vuoi?”, domanda l’albero. “Fammi diventare borgomastro.” “D’accordo, vai con Dio!”

Al suo ritorno, il vecchio trovò dei soldati che da tempo lo aspettavano: “Dove te ne vai a zonzo – iniziarono a gridare – vecchio diavolo? Trovaci in fretta un alloggio, e che sia buono. Su, datti da fare!”. E giù a dargliele con il piatto delle loro spade. Vede la vecchia che anche il borgomastro non sempre è rispettato e dice al vecchio: “Ecco che si guadagna ad essere la moglie del borgomastro! Dei soldati ti hanno picchiato, e non parliamo del signore, che fa quel che vuole. Vai un po’ dall’albero e chiedi di far diventare te un signore e me una gran dama”.

Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole di nuovo tagliarlo: l’albero chiede: “Cosa vuoi, vecchio?”. “Cambia me in signore e la mia vecchia in una gran dama.” “D’accordo, vai con Dio!” La vecchia, divenuta una gran dama, volle ancora di più; e dice al vecchio: “Per quello che si guadagna ad essere gran dama! Se tu fossi un colonnello ed io tua moglie, sarebbe differente, tutti ci invidierebbero”.

Spedì ancora una volta il vecchio dall’albero; quello prese la scure, andò dall’albero e si apprestò a tagliarlo. L’albero gli chiede: “Cosa vuoi?”. “Cambia me in colonnello e la mia vecchia in colonnella.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa e fu nominato colonnello.

Dopo un po’ di tempo, la vecchia gli dice: “Bell’affare essere colonnello! Il generale, se gli gira, può farti arrestare. Vai dall’albero e chiedigli di far diventare te generale e me generalessa”. Il vecchio torna dall’albero, vuole tagliarlo con la scure. “Cosa vuoi?”, chiede l’albero. “Cambia me in generale e mia moglie in generalessa.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa, e fu promosso generale.

Dopo un altro po’ di tempo, la vecchia fu stanca anche di essere generalessa; dice al vecchio: “Bell’affare essere generale! Il sovrano, se gli gira, può spedirti in Siberia. Vai dall’albero e chiedigli di cambiare te in zar e me in zarina”. Il vecchio arrivò dall’albero, vuole tagliarlo con la scure: “Cosa vuoi?”, chiede l’albero. “Cambia me in zar e mia moglie in zarina.” “D’accordo, vai con Dio!” Il vecchio tornò a casa e trovò degli emissari, che gli dissero: “Il sovrano è morto e tu sei stato scelto al suo posto”.

I due non regnarono a lungo; alla donna sembrò poco essere zarina, chiamò il vecchio e gli dice: “Bell’affare essere zar! Dio, se vuole, può farti morire e ti seppelliranno nella umida terra. Vai un po’ dall’albero e chiedi di cambiarci in divinità”.

Il vecchio andò dall’albero. Quello, dopo aver ascoltato dei propositi tanto insensati, rispose al vecchio, facendo fremere le foglie: “Che tu sia un orso e tua moglie un’orsa”. In quell’istante il vecchio si tramutò in orso e la vecchia in orsa, e si addentrarono correndo nel bosco.

Fiabe popolari russe.

La favola del giorno

Il buon affare

Un contadino aveva portato la sua mucca al mercato e l’aveva venduta per sette scudi. Sulla via del ritorno doveva passare vicino a uno stagno, e già di lontano udì la rane gracidare: qua qua, qua qua. “Si, – disse fra sé, – le sentì strillare fin dal campo d’avena: sette scudi ho riscosso, non quattro”. Quando fu presso l’acqua gridò: – Stupide bestie che siete! non vi hanno informato meglio? Sono sette scudi, non quattro -. Ma le rane si ostinavano nel loro qua qua, qua qua. – Be’, se non ci credete, posso contarveli sotto il naso -. Trasse il denaro di tasca e contò i sette scudi, cento soldi per volta. Ma le rane non badarono ai suoi conti e gracidarono di nuovo: qua qua, qua qua. – Be’, – gridò il contadino infuriato, – se pretendete di saperlo meglio di me, contate voi -. E gettò tutto il denaro nell’acqua. Stette ad aspettare che finissero il conto e gli riportassero il suo avere, ma le rane si incaponirono, continuarono a gracidare qua qua, qua qua, e non restituirono il denaro. Egli attese ancora un bel po’, finché si fece sera e dovette ritornare a casa; allora coprì d’ingiurie le rane e gridò: – Sciaguattone, zuccone, balorde, avete una gran bocca e sapete strillare fino a rompere i timpani, ma sette scudi non sapete contarli: credete che io voglia star qui finché avrete finito? – E se ne andò, ma le rane gli gracidarono ancora dietro: qua qua, qua qua, e così egli rincasò di pessimo umore.

Qualche tempo dopo acquistò un’altra mucca, la macellò e calcolò che, vendendo bene la carne, poteva riscuotere il prezzo delle due mucche, e avrebbe avuto la pelle per sovrammercato. Quando arrivò in città con la carne, davanti alla porta era accorso tutto un branco di cani preceduto da un grosso levriere: questi saltò attorno alla carne, annusò e abbaiò: – Bu, bu, bu -. Siccome non voleva smetterla, il contadino gli disse: – Si lo so che è buona e ne vorresti un bel po’; ma farei un bell’affare a dartela! – Il cane rispose soltanto: – Bu, bu. – Non te la mangerai e garantisci per i tuoi compagni? – Bu, bu, – disse il cane. – Be’, se insisti te la lascerò; ti conosco bene e so da chi sei a servizio; ma ricordati: fra tre giorni devo avere il mio denaro, se no ti andrà male. Non hai che da portarmelo -. Dopo di che, scaricò la carne e tornò indietro; i cani ci si buttarono sopra e abbaiavano a gran voce: – Bu, bu, bu -. Il contadino che li udiva da lontano, disse fra sé: “Senti, senti, adesso ne vogliono tutti; ma quello grosso deve risponderne”.

Passati tre giorni, il contadino pensò: “Stasera avrai il tuo danaro in tasca” ed era tutto soddisfatto. Ma nessuno venne a sborsarlo. “Non ci si può fidare di nessuno”, disse fra sé, e alla fine gli scappò la pazienza: andò in città dal macellaio e richiese il suo denaro. Il macellaio credeva che fosse uno scherzo, ma il contadino disse: – Macché scherzo, io voglio il mio denaro; il cane grosso non vi ha portato tre giorni fa l’intera mucca macellata? – Allora il macellaio andò in collera, afferrò un manico di scopa e lo cacciò fuori. – Aspetta, – disse il contadino, – c’è ancora giustizia a questo mondo! – Andò al palazzo reale e chiese udienza. Fu condotto davanti al re, che sedeva vicino a sua figlia e gli domandò che torto gli avessero fatto: – Ah, – disse lui, – le rane e i cani mi hanno preso il mio avere, e il macellaio mi ha pagato a bastonate -. E narrò minutamente com’era andata. Allora la figlia del re scoppiò a ridere e il re gli disse: – Darti ragione non posso, ma in compenso sposerai mia figlia: in tutta la sua vita non ha mai riso, tranne appunto di te; e io l’ho promessa a colui che la facesse ridere. Puoi ringraziar Dio per la tua fortuna. – Oh, – disse il contadino, – non la voglio affatto: a casa ho una donna sola ed è già troppo; quando torno mi par che ce ne sia una per ogni angolo -. Allora il re andò in collera e disse: – Tu sei un villanzone. – Ah, Maestà, – rispose il contadino, – che cosa potete aspettarvi da un bue, se non carne di manzo? – Aspetta, – rispose il re, – avrai un altro compenso: adesso vattene, ma torna fra tre giorni; te ne saranno contati cnquecento.

Quando il contadino uscì dalla porta, la sentinella disse: – Tu hai fatto ridere la principessa e t’avran dato quel che ti spetta. – Lo credo bene, – rispose il contadino: – me ne pagheranno cinquecento. – Senti, – disse il soldato, – dammene un po’! che vuoi fartene di tutto quel denaro! – Perché sei tu, – disse il contadino, – ne avrai duecento; presentati al re fra tre giorni e fatteli contare -. Un ebreo, che era lì accanto e aveva udito la conversazione, corse dietro al contadino, lo prese per la giubba e disse: – Gran Dio, siete proprio fortunato! Voglio cambiarveli, voglio convertirveli in moneta spicciola; che ve ne fate di quegli scudi sonanti? – Giudeo, – disse il contadino, – puoi averne ancora trecento; dammeli subito in spiccioli, di qui a tre giorni sarai pagato dal re -. L’ebreo si rallegrò del piccolo guadagno e portò la somma in soldi di cattiva lega, che tre ne valgon due buoni. Passati i tre giorni, come gli era stato ordinato, il contadino si presentò davanti al re. – Toglietegli la giubba, – disse questi, – deve avere i suoi cinquecento. – Ah, – disse il contadino, – non mi spettano più: duecento li ho regalati alla sentinella e trecento me li ha scambiati l’ebreo; non ho più diritto a nulla -. Intanto entrarono il soldato e l’ebreo e richiesero quando avevano ottenuto dal contadino; e si ebbero le botte, non una di più, non una di meno. Il soldato le sopportò pazientemente, e ne sapeva già il gusto; ma l’ebreo gemeva: – Ohimè! son questi gli scudi sonanti? – Il re dovette ridere del contadino, e, perché la collera era sfumata, disse: – Siccome hai già perduto il tuo premio prima che ti fosse consegnato, voglio risarcirti: va’ nella camera del Tesoro e prenditi tutto il denaro che vuoi -. Il contadino non se lo fece dire due volte e ficcò nelle sue ampie tasche tutto quel che poté entrarci. Poi se ne andò all’osteria e contò il suo denaro.

L’ebreo gli era andato dietro quatto quatto e lo sentì brontolare fra sé: –  Quel briccone di un re mi ha menato per il naso! Non poteva darmelo lui il denaro? Almeno saprei quel che ho: come posso sapere se è giusto quel che ho intascato a casaccio! – “Dio ci guardi! – disse tra sé l’ebreo: – costui parla con disprezzo del nostro re: corro a denunciarlo, così mi becco un premio e per giunta costui sarà punito”. Quando il re seppe dei discorsi del contadino, andò in collera e ordinò all’ebreo di andare a prendere il colpevole. L’ebreo corse dal contadino: – Dovete venir subito da sua Maestà senza por tempo in mezzo. – So meglio di voi quel che si conviene, – rispose il contadino: – prima mi faccio fare una giubba nuova; credi forse che un uomo che ha tanto denaro in tasca debba andarci nei suoi vecchi stracci? – L’ebreo, quando vide che senza un’altra giubba il contadino non si muoveva, temendo che, se l’ira del re fosse sfumata, egli ci avrebbe rimesso il premio e il contadino la punizione, disse: – Per questo po’ di tempo v’impresterò io una bella giubba, per pura amicizia: che cosa non si fa quando si vuol bene! – Il contadino accettò, indossò la giubba dell’ebreo e andò con lui dal re. Il re rinfacciò al contadino le male parole che gli aveva riferito l’ebreo. – Ah, – disse il contadino, – quel che dice un ebreo è sempre falso; non gli esce di bocca una parola sincera; questa birba ha il coraggio di dire che io ho indosso la sua giubba. – Come sarebbe a dire? – gridò l’ebreo: – non è mia la giubba? Non ve l’ho imprestata per pura amicizia, perché poteste presentarvi a sua Maestà? – Il re disse all’udirlo: – Qualcuno l’ebreo l’ha ingannato di certo; o me, o il contadino -. E gli fece ancora sborsar qualche scudo. Ma il contadino se ne tornò a casa con la sua brava giubba e il suo bravo denaro in tasca e disse: “Stavolta l’ho imbroccata”.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare.

La favola del giorno

Miti – Saghe e Leggende

Le Costellazioni

Molte leggende correvano intorno ad Orione, cacciatore emulo di Artemide e dai suoi strali ucciso. Dopo questo, si diceva fosse stato trasformato nella costellazione di Orione, quella che appare sul nostro orizzonte dal solstizio d’estate (21 giugno) al cominciare dell’inverno (21 dicembre).

Nel fatto i miti stessi hanno la loro spiegazione nei fenomeni relativi a detta costellazione; così l’apparire di Orione nell’estate al primo mattino nel cielo d’oriente ed il suo improvviso impallidire al sorgere del sole, destò l’immagine dell’amore di Eos (l’Aurora) per lui; invece al principio dell’inverno, al suo levarsi di sera e l’essere visibile tutta la notte, splendido fra gli altri gruppi di astri, diede luogo alla leggenda del terribile cacciatore notturno, emulo di Artemide.

Lo si figurava come un enorme gigante che a volte cammina nel mezzo del mare e leva la testa fino alle stelle armato di una spada d’oro. Il cane del cacciatore Orione era la brillante stella Sirio, la cui comparsa annunciava la stagione canicolare, ossia la stagione più calda dell’anno.

Anche la costellazione delle Pleiadi fu oggetto di racconti mitologici. Essa si leva a metà maggio annunciando la prossima raccolta e sparisce in autunno quando è la stagione del seminare. Sono in tutto sette stelle che erano dette figlie di Atlante. La più vecchia e la più bella era Maia che diede a Zeus un figlio, Ermes (Mercurio). I latini le chiamavano “primaverili” per il loro rapporto con la primavera.

Non meno celebri erano le Iadi, la costellazione delle piogge e delle tempeste marine. Secondo una leggenda erano cinque sorelle le quali tanto piangevano per la morte di un loro fratello Iade che gli dei, per compassione, le mutarono in stelle. Alcuni fanno derivare il loro nome da un verbo greco che vuol dire piovere, altri, ricordando che dai Latini erano dette “porcellini”, lo connettevano col nome che significa “porco” e pensavano che la costellazione celeste fosse stata immaginata come una mandria di porcellini, simbolo di fecondità.

Infine è da notare l’”Orsa” detta anche il “Carro”. La leggenda la identificava con Callisto, una ninfa arcade del seguito di Artemide, amata da Zeus però perseguitata da Diana (Artemide) per avere offeso la legge della castità, perciò portata da Zeus in cielo. I latini chiamavano questo gruppo “i sette buoi aratori” perché il girare che fanno queste stelle intorno al centro polare aveva destato l’immagine dei buoi che arino un campo girando in tondo.

Sull’altare di Pergamo si trovano rappresentate alcune stelle come combattenti dalla parte di Zeus contro i Giganti, artificio a cui si ricorse per riempire in qualche modo il largo spazio che veniva a rimanere vuoto dalla parte del cielo.

La favola del giorno

Lo stormo in volo

C’era una volta un contadino che viveva in una regione selvaggia, dove raramente arrivavano stranieri. Aveva una moglie bellissima e affettuosa, e la amava di un amore così intenso e geloso da sopportare a malapena che un altro uomo la guardasse. In una notte di vento e tempesta una barchetta fu costretta a cercare riparo nella piccola baia vicina alla fattoria, e uno straniero bussò alla loro porta, chiedendo un po’ di cibo e un tetto per la notte. Era un uomo di bell’aspetto, e mentre se ne stava a scaldarsi accanto al fuoco lanciando qualche occhiata a quella brava moglie che trafficava nella stanza, al fattore venne fatto di pensare che chiunque avrebbe giudicato quei due un gran bella coppia, e che lui in confronto a loro non era niente. Basta ben poco ad infiammare un cuore geloso, e mentre lui era lì che rimuginava capitò che lo straniero sbadigliasse, e sua moglie che stava portando la cena in tavola sbadigliò anche lei. “Ah, – pensò il marito, – c’è qualcosa fra loro. Probabilmente sono amanti da un sacco di tempo, e lui è venuto qui proprio per andare a letto con lei”.

L’idea gli era appena balenata in mente che era già diventata un fatto certo, e per tutta la cena restò seduto con aria minacciosa senza spiccicar parola. Se si fossero incontrati per strada o al mercato si sarebbe battuto con lo straniero e avrebbe cercato di ucciderlo, ma era suo ospite, e perciò la sua vita era sacra.

Lo straniero andò ben presto nella camera da letto che gli avevano ceduto, e si addormentò; allora il marito tirò giù una corda di canapa appesa alle travi del soffitto e prese sua moglie per un polso. – Vieni, – disse, e la portò fuori nella notte tempestosa. – Cosa succede? Cosa vuoi da me? – Voglio che tu continui a essere una moglie onesta e sincera, e non vedo altro modo di ottenerlo se non impiccandoti. Quello lì è un tuo antico amante, senza dubbio.

  • In nome del Signore dichiaro di non averlo mai visto prima di oggi.
  • Allora vi siete capiti subito. Per che motivo hai sbadigliato quando ha sbadigliato lui? – E nulla di quanto sua moglie poté dire riuscì a far vacillare la sua convinzione o a intenerire il suo cuore. Le mise la corda attorno al collo, e la condusse verso l’albero più vicino. Il vento era calato, ma soffiava ancora abbastanza forte, e faticarono molto a raggiungere un boschetto selvatico in una piccola valle riparata non lontana dalla fattoria. Mentre camminavano, uno stormo di uccellini li sorpassò svolazzando controvento con difficoltà. Quando raggiunsero il primo albero la luce della luna sfolgorò fra le nuvole e l’uomo lanciò la corda sul ramo più basso. Riuscì a buttargliela sopra, ma non ad appoggiarla, perché lo stormo di uccellini si posò sul ramo e la corda scivolò sulle loro ali che sbattevano. Provò ancora, ma sempre senza successo. – Lasciamo quell’albero agli uccelli, – disse, e proviamo col prossimo. – Andarono oltre, ma lo stormo di uccellini li accompagnò, e quando il contadino lanciò la corda, la fecero nuovamente scivolare. Allora sua moglie parlò, per la prima volta da quando si erano messi in cammino:
  • Come stormo in volo che su ogni ramo si posa

lo sbadiglio dell’uomo volò sulla tua sposa,

  • disse la donna.

Ma il fattore era ostinato. – Riproveremo, – disse, e andò oltre, sempre accompagnato dagli uccellini. E di nuovo quando la corda scivolò sua moglie disse:

  • Come stormo in volo che su ogni ramo si posa

lo sbadiglio dell’uomo volò sulla tua sposa.

Ma lui si ostinava ancora, e provò uno dopo l’altro tutti gli alberi del bosco, e sempre gli uccellini lo precedevano. Alla fine disse: – Questo bosco è strapieno di uccelli, ma mi sono ricordato di un vecchio abete che c’è su un sentiero della collina, a un paio di miglia da qui. Là il vento soffia con tanta violenza che nessun uccello ci si potrà posare. Andiamo.

E si misero in cammino, e gli uccelli abbandonarono il bosco e si librarono alti nel cielo, scomparendo dalla loro vista.

Camminarono a lungo e con grande fatica, osteggiati dal vento, finché arrivarono all’abete solitario in cima alla collina, e già una luce grigiastra annunciava l’alba.

  • Qui non ci sono uccelli a salvarti, – disse il contadino, e lanciò la corda sopra il ramo più basso, ben oltre le loro teste. Ma mentre la tirava si sentì un gran frullo d’ali, e di nuovo gli uccellini piombarono giù dal cielo e fecero cadere la corda per terra. E i primi raggi di sole illuminarono la moglie del fattore che di nuovo disse:
  • Come stormo in volo che su ogni ramo si posa

lo sbadiglio dell’uomo volò sulla tua sposa.

A quella vista e a quelle parole, il cuore del fattore si addolcì, e l’uomo scoppiò in lacrime. Capì che sua moglie era sincera, e capì che se l’avesse uccisa in quel momento di furia gelosa, gli uccelli lo avrebbero seguito giorno e notte, e per lui non ci sarebbe più stata pace. Tolse la corda dal collo di sua moglie, e tornarono a casa tenendosi per mano; e finché visse il fattore non sospettò mai più di lei.

Fiabe popolari inglesi

La favola del giorno

Il danaro fa tutto

C’era una volta un Principe ricco come il mare. Gli venne voglia di farsi un palazzo, proprio in faccia a quello del Re, ma più bello ancora di quello del Re. Finito il palazzo ci fece scrivere sulla facciata questa scritta: il danaro fa tutto.

Il Re esce, vede quella scritta e legge. Fece subito chiamare il Principe, che, essendo nuovo della città, non era ancora stato a Corte.

  • Bravo, – gli disse, – ti sei fatto un palazzo che è una meraviglia. Al confronto, casa mia pare una capanna! Bravo. E di’, sei tu che hai fatto scrivere che il danaro può tutto?

Il Principe cominciò a capire che forse era stato troppo ambizioso.

  • Signorsì, – rispose, – ma se a Vostra Maestà non piace, ci vuol poco a farla scrostare…
  • No, non pretendo tanto; volevo solo sentire da te cosa volevi dire con quell’iscrizione. Crederesti di potere, coi tuoi danari, farmi ammazzare?

Il Principe capì che le cose si mettevano male per lui.

  • Oh, Maestà, mi perdoni… Faccio subito cancellare quella scritta! E se non le piace il palazzo, me lo dica e lo riduco tutto a calcinaccio.
  • E io ti dico di no… lasciala stare. Però, visto che dici che coi danari si può tutto, dimostramelo. Ti do tre giorni di tempo per riuscire a parlare con mia figlia. Se riesci a parlarle, bene, te la sposi… Se non ci riesci, ti faccio tagliare la testa. Siamo d’accordo?

Il Principe restò in un’ambascia; non mangiava più, non beveva, non dormiva; pensava solo, notte e giorno, al modo di portar salva la pelle. Il secondo giorno, certo ormai di non venirne a capo, si decise a far testamento. Non c’era più speranza: la figlia del Re l’avevano chiusa in un castello, con cento guardie intorno. Il Principe, pallido e mogio come uno straccio, s’era rassegnato a morire. Venne a trovarlo la sua balia, una vecchia bacucca che lo aveva allattato quand’era bambino, e che lui teneva ancora a suo servizio. A vederlo così affilato, la vecchia gli domandò cosa avesse. Tira e molla, lui le raccontò la sua storia.

  • Ebbene? – disse la balia. – Ti vuoi dare per perso? Manco per ridere! Ci penso io!

Corse zoppicon zoppiconi dal più grande orefice della città e gli comandò un’oca tutta d’argento che aprisse e chiudesse il becco, ma grande quanto un uomo, e vuota dentro. – Per domani deve essere pronta.

  • Per domani? Siete matta! – esclamò l’orefice.
  • Ho detto per domani! – e la vecchia tirò fuori un sacco di monete d’oro. – Pensateci: questa è la caparra; e domani a consegna vi do il resto.

L’orefice era rimasto a bocca aperta. – Allora è un’altra faccenda. – disse. – Si può provare.

E l’indomani, l’oca era pronta: una meraviglia.

La vecchia disse al Principe: – Prendi il tuo violino, e entra nell’oca. E appena siamo in strada, mettiti a suonare.

Presero a andare per la città: la vecchia si tirava dietro l’oca d’argento con un nastro; il Principe dentro suonava il violino. La gente faceva ala a bocca aperta. Tutti correvano a vederla. Corse la voce fino al castello in cui era rinchiusa la figlia del Re, e lei domandò a suo padre il permesso di vedere lo spettacolo. Il Re disse: – Domani è scaduto il termine per quel fanfarone del Principe, e tu potrai uscire a vedere l’oca.

Ma la figlia aveva sentito dire che la vecchia con l’oca l’indomani avrebbe lasciato la città, e il Re allora diede il permesso che l’oca fosse portata nel castello perché la figlia potesse vederla. Era quel che aspettava la vecchia. Quando la Principessa fu sola con l’oca d’argento, mentre stava a sentire incantata quella musica che usciva dal suo becco, vide tutt’a un tratto l’oca aprirsi, e saltarne fuori un uomo.

  • Non abbiate paura, – disse l’uomo. – Sono il Principe che deve potervi parlare per non essere decapitato da vostro padre domattina. Voi potrete dire d’avermi parlato e salvarmi.

L’indomani il Re fece chiamare il Principe: – Allora, t’è servito il tuo danaro per parlare a mia figlia?

  • Sì, Maestà, – rispose il Principe.
  • Come? Vuoi dire che le hai parlato?
  • Domandateglielo.

E la figlia, chiamata, disse come il Principe era nell’oca d’argento che il Re stesso le aveva fatto portare nel castello.

Il Re allora si tolse dal capo la corona e la mise in testa al Principe: – Vuol dire che non hai solo i danari ma anche il cervello fino! Sta’ contento che ti do mia figlia in sposa.

(Genova).

La favola del giorno

Dai racconti di Sherazad dalle Mille e una notte

Storia del secondo vecchio e dei due cani neri – 3

  • Debbo volare subito da quei traditori e da quegli ingrati, – esclamò, – e fare una pronta vendetta. Affonderò il loro veliero e li precipiterò in fondo al mare.
  • No, mia bella signora, – ripresi, – in nome di Dio, non fatene nulla. Placate il vostro sdegno; pensate che sono miei fratelli, e che bisogna fare il bene per il male”

Con queste parole calmai la fata; e, appena le ebbi pronunciate, mi trasportò in un attimo dall’isola sul tetto a terrazza della mia casa, e un momento dopo scomparve. Scesi, aprii le porte e dissotterrai i tremila zecchini che avevo nascosto. Poi mi recai alla mia bottega, l’aprii e ricevetti dai mercanti miei vicini i complimenti per il mio ritorno. Tornato a casa, scorsi questi due cani neri che mi si avvicinarono con aria sottomessa. Non sapevo che cosa significasse e ne ero molto stupito; ma la fata, che apparve ben presto, me ne diede la spiegazione.

“Marito mio, – mi disse, – non siate meravigliato di vedere questi cani neri in casa vostra: sono i vostri due fratelli. – A queste parole fremetti e le chiesi per quale potenza si trovassero in quello stato. – Sono stata io a ridurli così, – mi rispose. – O meglio, è stata una delle mie sorelle alla quale avevo affidato questo compito e che, nello stesso tempo, ha affondato il loro veliero. Voi perdete le mercanzie che avevate imbarcate sulla nave, ma io vi compenserò in altro modo. Quanto ai vostri fratelli, li ho condannati a restare per dieci anni sotto questa forma; la loro perfidia li rende anche troppo degni di questa penitenza.” Infine, dopo avermi detto in che modo potevo avere sue notizie, scomparve.

Ora i dieci anni sono trascorsi e sono in viaggio per andare a cercarla. Passando di qui ho incontrato questo mercante e il buon vecchio con la sua cerva, e mi son fermato con loro. Ecco la mia storia, o principe dei geni! Non vi sembra delle più straordinarie?

“Ne convengo, – rispose il genio, – e rimetto in suo favore anche il secondo terzo del delitto di cui questo mercante si è reso colpevole verso di me.”

Appena il secondo vecchio ebbe terminato la sua storia, prese la parola il terzo e rivolse al genio la stessa domanda dei due primi, di rimettere cioè al mercante il terzo terzo del suo delitto, supposto che la storia che gli avrebbe raccontata superasse per avvenimenti singolari le due che aveva già ascoltato. Il genio gli fece la stessa promessa fatta agli altri due.

Il terzo vecchio raccontò la sua storia al genio. Io non ve la narrerò perché non son riuscita a conoscerla. Ma so che risultò a tal punto superiore alle due precedenti, per la varietà delle avventure meravigliose in essa contenute, che il genio ne fu stupito. Appena ne ebbe ascoltato la fine, disse al terzo vecchio:

“Ti accordo l’ultimo terzo della grazia del mercante; egli deve proprio ringraziare voi tre di averlo cavato d’impaccio con le vostre storie. Senza di voi, non sarebbe più al mondo.” Dette queste parole, scomparve con grande gioia della compagnia. Il mercante non mancò di ringraziare come doveva i suoi tre liberatori. Essi si rallegrarono con lui di vederlo fuori pericolo, dopo di che si dissero addio, e ciascuno riprese la sua strada. Il mercante se ne ritornò dalla moglie e dai figli, e trascorse tranquillamente con loro il resto dei suoi giorni.

Ma, Sire, soggiunse Sherazad, per quanto belli siano i racconti narrati finora a Vostra Maestà, non raggiungeranno mai quello del pescatore.

Dinarzad, vedendo che la sultana s’interrompeva, le disse:

“Sorella mia, poiché ci resta ancora un po’ di tempo, raccontateci di grazia la storia di questo pescatore; il sultano lo permetterà certamente.” Shahriar acconsentì Sherazad, riprendendo il discorso, proseguì in questo modo.

Continua al prossimo giro.