Le più belle canzoni napoletane

‘A BELLA ‘E PUSILLECO

Vittorio Fassone Giuseppe Capaldo1909
 
Chi ‘ncielo vo’ saglì, vene a vedè
‘sta luggetella fravecata ‘e sciure!
‘Ncopp’ ‘a ‘sta loggia ca fa stravedè,
‘a cchiù bella ‘e Pusilleco nce stà.

Chi ‘ncielo vo’ saglì, vene a vedè.
 
Chi in cielo vuol salire, viene a vedere
questo terrazzino fatto di fiori!
Su questa terrazza che fa stravedere,
la pù bella di Posillipo ci sta.

Chi in cielo vuol salire, viene a vedere.
 
Quando s’affaccia ‘mmiez’ ‘e rrose rosse,
para ca spont’ ‘o sole a mmatutina,
resta abbagliato chillo ca nce passa.

Quando s’affaccia mmiez’ ‘e rrose rosse.
 
Quando s’affaccia tra le rose rosse,
sembra che spunti il sole al mattino,
resta abbagliato quello che ci passa.

Quando s’affaccia tra le rose rosse.
 
Ll’uocchie che tene so’ ‘na rarità,
comm’ô culore d’ ‘a marina nosta
Ma si ‘stu mare bello fa ncantà,
‘sta nenna, cu chill’uocchie fa murì!

Ll’uocchie che tene so’ ‘na rarità.
 
Gli occhi che ha sono una rarità,
come il colore della marina nostra.
Ma se questo mare bello fa incantàre,
questa ragazza, con quegli occhi fa morire!

Gli occhi che ha sono una rarità.
 
Cu cchelli ttrezze d’oro e prelibbate
‘na rezza ne vo’ fa ‘nu piscatore
pe se piscà ‘nu core ch’ha perduto.

Cu cchelli ttrezze d’oro e prelibbate.
 
Con quelle trecce d’oro e prelibate
una rete vuol fare un pescatore
per pescare un cuore che ha perso.

Con quelle trecce d’oro e prelibate.
 
Ha fatte pur’ ‘o sole ‘nnammurà,
ch’ ‘a sera se ne scenne ‘npecundria.
M’ha fatto ‘o suonno perdere pe cca
‘sta bella ‘e ‘stu paese pur’a mme

Ha fatte pur’ ‘o sole ‘nnammurà.
 
Ha fatto anche il sole innamorare,
che la sera diventa triste.
Mi ha fatto il sonno perdere qua
questa bella di questo paese anche a me

Ha fatto anche il sole innamorare.
 
‘Ncopp’ ‘a ‘sti manduline e ‘sti cchitarre
voglio cantà: “Pusilleco fiurito”.
‘sti sciure ‘e pponno fa sulo ‘sti tterre.

‘Ncopp’ ‘a ‘sti manduline e ‘sti cchitarre.

Pusilleco, Pusì!
Su questi mandolini e queste chitarre
voglio cantre: “Pusillipo fiorito”.
Questi fiori li possono fare solo queste terre.

Su questi mandolini e queste chitarre.

Posillipo, Posì!

Il brano fu presentato alla Festa di Piedigrotta.

Il Santo del Giorno

Sant’ Enrico di Uppsala

Nome: Sant’ Enrico di Uppsala

Titolo: Vescovo e martire

Nascita: XII secolo, Inghilterra

Morte: XII secolo, Finlandia

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Le note biografiche su Enrico, conosciuto anche come Enrico di Finlandia, sono piuttosto incomplete: era inglese di nascita e potrebbe essere appartenuto alla famiglia del cardinale Niccolò Breakspear, il quale fu, con il nome di Adriano TV, l’unico papa inglese (1154-1159). Nel 1151 Niccolò era stato inviato come legato pontificio in Scandinavia, con l’incarico di riorganizzare le Chiese di Norvegia e Svezia e correggere vari abusi; l’anno dopo consacrò Enrico, che lo aveva accompagnato, vescovo di Uppsala in Svezia. In quell’epoca i pagani finni stavano intraprendendo una serie di incursioni in Svezia, le quali provocarono la spedizione punitiva di S. Eric re di Svezia (18 mag.), onorata con il nome di “crociata” e a cui prese parte anche Enrico. Eric offrì ai finni la pace in cambio della loro conversione al cristianesimo, ma essi rifiutarono; la grande battaglia che ne seguì fu vinta dagli svedesi. Eric ritornò in Svezia dopo aver realizzato un’unione tra i due paesi che sarebbe durata fino al XIV secolo, mentre Enrico rimase là per battezzare parte dei finni sconfitti, costretti a riconoscere il cristianesimo come la religione più “potente”, e per l’opera missionaria che aveva come base una chiesa edificata a Nousis.

Alcuni anni dopo avrebbe subito una morte violenta per mano di Lalli, un firmo convertito. Scomunicato da Enrico per aver ucciso un soldato svedese, si era appostato, pieno d’ira, in attesa di Enrico: lo uccise con un’ascia. La tradizione colloca questo avvenimento sull’isola di Kirkkossaari, nel lago Klujo, anche se esistono racconti diversi sulla sua morte. Enrico fu sepolto a Nousis e hen presto si diffusero resoconti di miracoli verificatisi sulla sua tomba. La tradizione secondo la quale sarebbe stato papa Adriano IV stesso a canonizzarlo è priva di fondamento. Venne riconosciuto come santo patrono di Finlandia.

Nel 1296, secondo una lettera di indulgenza di Bonifacio VIII, gli venne dedicata la cattedrale di Abo (ora Turku, una città portuale della Finlandia sud occidentale) dove nel 1300 furono traslate le sue reliquie. Veniva spesso rappresentato in affreschi delle chiese medievali finlandesi, dove a volte figurava nell’atto di calpestare il suo assassino. E anche il soggetto di una particolare targa commemorativa in magnifico ottone, collocata al disopra della sua tomba originaria a Nousis e giunta fino a noi. Fabbricata nelle Fiandre nel 1370, è composta da un pannello centrale e da dodici lastre sussidiarie, che descrivono con tratti vivi la sua vita e i suoi miracoli. Enrico venne anche annoverato tra i martiri inglesi dal Collegio inglese di Roma, dove appare anche nei dipinti del XVI secolo che raffigurano i santi e i martiri inglesi. Nella cattedrale di Uppsala vi è ancora un ciclo di affreschi medievali riguardanti la sua vita. Nel 1720 i Russi rimossero le sue reliquie da Abo. Il suo culto si diffuse in Svezia e Norvegia e a lui fu dedicata almeno una cappella inglese. La Finlandia celebra la festa della traslazione delle sue reliquie il 18 giugno e precedentemente commemorava la sua festività il 20 gennaio, mentre ora generalmente si accetta la data svedese del 19 gennaio.

MARTIROLOGIO ROMANO. In Finlandia, sant’Enrico, vescovo e martire, che, nato in Inghilterra, ebbe l’incarico di reggere la Chiesa di Uppsala, adoperandosi con grande zelo nell’evangelizzazione dei Finni; fu, infine, crudelmente trucidato da un omicida, che egli aveva cercato di correggere secondo la disciplina ecclesiastica.

Il Santo del Giorno

Santi Fruttuoso, Augurio ed Eulogio

Nome: Santi Fruttuoso, Augurio ed Eulogio

Titolo: Martiri

Ricorrenza: 21 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Fruttuoso era vescovo di Tarragona, allora capitale della Spagna Romana. Dei primi anni della sua vita non sappiamo nulla. Gli Atti del martirio suo e di due suoi diaconi, al contrario di quelli di S. Agnese, sono riconosciuti come autentici. La persecuzione di Decio, culminata nella morte di S. Fabiano, aveva ceduto il passo a un periodo di calma durato fino al 257, quando il suo successore Valeriano (253-260), sotto pressioni politiche ed economiche, promulgò un editto in cui si obbligavano vescovi, preti e diaconi a offrire sacrifici agli dei, e in cui si proibiva loro, pena la morte, di celebrare la Messa o tenere assemblee. Fruttuoso e i suoi compagni avrebbero patito molto per questa legge, il cui obiettivo era l’eliminazione completa dei capi delle comunità cristiane, in modo da ridurre in modo considerevole l’insieme dei cristiani a un’entità irrilevante.

Essi morirono lo stesso anno in cui Valeriano cadde in mano ai persiani e morì prigioniero; il suo successore, il figlio Gallieno, arrestò la breve e dura ondata persecutoria, giungendo addirittura a confermare i diritti di culto e di proprietà delle comunità cristiane. Fruttuoso e i suoi diaconi, Augurio ed Eulogio, vennero arrestati domenica 16 gennaio 259 e il venerdì successivo furono condotti davanti al governatore Emiliano per essere interrogati. Alla sua domanda se fossero al corrente dell’ordine dell’imperatore di adorare gli dèi romani, Fruttuoso rispose: «Io adoro l’unico Dio, il Dio che ha creato il cielo e la terra».

Emiliano allora chiese al vescovo se sapesse dell’esistenza degli dei, e la risposta fu semplicemente: «No». Il governatore dunque spiegò che la questione politica consisteva nel fatto che se non si adoravano gli dèi, allora nemmeno le immagini dell’imperatore potevano essere oggetto di adorazione; poi, rivolgendosi ai diaconi, li avvisò di ignorare le risposte di Fruttuoso.

Augurio però dichiarò che il Dio da lui adorato era lo stesso di Fruttuoso; Emiliano, che forse aveva sentito male la risposta, o forse l’aveva volutamente mal interpretata, chiese a Eulogio se anche lui adorava Fruttuoso; la risposta fu: «No, però adoro colui che anch’egli adora». Il governatore allora, rivolgendosi a Fruttuoso, gli chiese: «Sei un vescovo?» Rispose «Sì, lo sono», e la controreplica sarcastica fu: «Intendi dire che lo eri», e ordinò che fossero immediatamente bruciati vivi. Sia i pagani che i cristiani mostrarono la loro simpatia per i martiri durante il tragitto verso il luogo dell’esecuzione; alcuni offrirono loro vino drogato, per alleviare le loro imminenti sofferenze, ma Fruttuoso replicò scherzosamente che per lui non era ancora giunto il momento di interrompere il suo digiuno (del venerdì). A un cristiano chiamato Felice, che gli aveva chiesto di pregare per lui, rispose di essere tenuto a pregare per tutti i cristiani, sia in Occidente sia in Oriente; una precisazione che S. Agostino interpretò come l’ammonizione a Felice perché restasse fedele alla Chiesa tutta.

Fruttuoso assicurò a un altro cristiano che la comunità non sarebbe restata a lungo senza pastore e che l’ora della sofferenza sarebbe stata breve, cosa che in effetti si rivelò vera: la persecuzione terminò quell’anno stesso. Dopo aver legato i tre a dei pali, venne acceso il fuoco, che subito bruciò le corde che legavano le loro mani, così che essi furono in grado di inginocchiarsi e pregare con le braccia tese. L’autore dei loro Atti afferma che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo erano presenti al rogo e riferisce che due servi cristiani dell’imperatore videro i cieli aprirsi per ricevere le anime dei tre martiri, una visione negata al governatore, che pure era stato chiamato a vederla. I fedeli radunatisi dopo la loro morte spensero le braci con del vino e cominciarono a portare a casa le spoglie; pare però che in quella Fruttuoso sia apparso, chiedendo che fossero deposte tutte nello stesso luogo.

Prudenzio (348 ca. 410) cantò le lodi di Fruttuoso nella sua raccolta di inni Peristephanon, il che mostra anche che conosceva gli Atti, noti anche a S. Agostino (28 ago.), come si evince da un panegirico da lui predicato nell’anniversario del martirio di Fruttuoso.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Tarragona nella Spagna Citeriore, passione dei santi martiri Fruttuoso, vescovo, Augurio ed Eulogio, suoi diaconi: sotto gli imperatori Valeriano e Gallieno, dopo aver confessato la loro fede al cospetto del procuratore Emiliano, furono condotti nell’anfiteatro, dove, rivolta a chiara voce dal vescovo verso i fedeli presenti una preghiera per la pace della Chiesa, portarono a compimento il loro martirio gettati tra le fiamme e pregando in ginocchio.

Il Santo del Giorno

Santa Eustochia Calafato

Nome: Santa Eustochia Calafato

Titolo: Vergine

Nascita: 25 marzo 1434, Messina

Morte: 20 gennaio 1485, Messina

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Protettrice:dai terremoti

Eustochia nacque ad Annunziata (oggi rione di Messina), il Venerdì Santo del 1434. Suo padre, Bernardo, era un ricco mercante di Messina; sua madre, Macalda Colonna, famosa per il suo stile di vita virtuoso, subì forse l’influsso del riformatore francescano S. Matteo Girgcnti (21 ott.) ed entrò nel Terz’ordine di S. Francesco, restando a lungo senza figli.

Quando finalmente rimase incinta le fu detto da un forestiero che sarebbe riuscita a partorire solo in una stalla; qui dunque si fece condurre quando venne il tempo del parto.

La figlia, battezzata con il nome di Smeralda (o in dialetto siciliano Smaragda) come tributo alla sua bellezza, crebbe emulando le virtù di sua madre; quando un’apparizione di Cristo in croce le suscitò il desiderio di entrare nel convento delle clarisse (il Secondo ordine di S. Francesco) di S. Maria Basicò. Riuscì a entrare solo dopo travagliate vicende: i suoi fratelli avevano idee diverse sul suo futuro e minacciarono di dar fuoco al convento se le suore avessero permesso che Smeralda prendesse i voti; suo padre combinò un matrimonio con un pretendente che però morì, Verso il 1446 i suoi fratelli rinunziarono ai loro intenti incendiari, e le suore poterono accettarla: prese così e il nome religioso di Eustochia, ispirandosi alla discepola di S. Girolamo, S. Eustochio Giulia (28 set.).

Eustochia si impose un regime di grande austerità personale ma, dato che il convento era sostenuto da ricche famiglie siciliane e che, nel declino generale instauratosi nel xiv secolo, lo stile di vita era lungi dall’essere austero, decise di trasferirsi in un luogo più conforme al suo spirito penitenziale e di devozione alla passione di nostro Signore.

Nel 1457 papa Callisto III le accordò il permesso speciale di entrare in un altro convento vicino, quello di S. Maria Accomandata, dove vigeva la Regola del Primo ordine di S. Francesco sotto la guida dei riformatori osservanti, che all’epoca stavano introducendo una nuova spiritualità nell’ordine.

Nel 1463 gli edifici erano ormai troppo piccoli per ospitare i sempre più numerosi arrivi, attirati dalla spiritualità di Eustochia, e la comunità si trasferì in un nuovo convento, costruito a Montevergine, vicino a Messina, grazie al contributo della madre e della sorella di Eustochia, che la raggiunsero con la nipote Paola, allora appena undicenne. L’anno dopo Eustochia compì trent’anni e, essendo questa l’età minima richiesta dai canoni, venne eletta badessa.

I primi anni della fondazione furono travagliati: gli osservanti infatti non erano molto inclini a estendere le loro riforme alle religiose, e anzi addirittura rifiutavano il permesso ai preti francescani di celebrare la Messa nel convento. La badessa allora si rivolse direttamente alla Santa Sede, ricevendo da parte dell’arcivescovo di Messina un Breve in cui si obbligavano i frati a celebrare la Messa per le suore, pena la scomunica. Eustochia fu una delle tante suore dell’ordine in Italia (molte delle quali sono già state canonizzate) che, dotate di grande spessore spirituale, assicurarono l’estensione delle riforme alle religiose e la loro applicazione in un genuino spirito di rinnovamento interiore.

La badessa, durante lo studio di un itinerario in Terra Santa, aveva sviluppato una devozione particolare per i luoghi santi, anche se non riuscì mai a visitarli.

Il suo insegnamento spirituale era incentrato sulla passione di Cristo, sulla quale aveva scritto anche un trattato, che però è andato perduto; passava inoltre notti intere pregando in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento, ed era particolarmente assidua nella cura dei malati messinesi tanto che, ancora prima di morire, era già considerata dalla gente di Messina come sua patrona e protettrice, in particolare dai terremoti.

Morì nel 1468, alla giovane età di trentaquattro anni, e fu sepolta nell’abside della chiesa di Montevergine. Come date della sua morte compaiono anche il 1485 e il 1491, ma la prima fornita è la più probabile. Presto nacque un culto locale e sulla sua tomba si verificarono molte guarigioni.

Il suo corpo è rimasto incorrotto fino al giorno d’oggi. Nel 1690 l’arcivescovo di Messina scrisse un rapporto dettagliato sulle sue condizioni e nel 1777 il senato cittadino decise di rendere omaggio alla tomba due volte all’anno.

Il suo culto venne approvato nel 1782 ed Eustochia venne canonizzata, proprio a Messina, da papa Giovanni Paolo II nel 1988. Il suo corpo è ancora esposto per la venerazione dei numerosi visitatori che vengono a renderle omaggio nella ricorrenza della sua morte, ma anche il 22 agosto, anniversario del giorno in cui il senato decise di istituire le visite alla tomba.

La sua storia ci è nota grazie a due biografie giunte fino a noi, una delle quali fu scritta a meno di due anni dalla sua morte dalla sua prima discepola, jacopa Pollicino. Spesso venne rappresentata in opere d’arte, nelle quali appare con una croce in mano, elemento tratto dalla sua devozione alla passione di Cristo, oppure inginocchiata davanti al Santissimo Sacramento, come spesso faceva.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Messina, santa Eustochio Calafato, vergine, badessa dell’Ordine di Santa Chiara, che si dedicò con grande ardore a ripristinare l’antica disciplina della vita religiosa e a promuovere la sequela di Cristo sul modello di san Francesco.

Il Santo del Giorno

Santa Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (Adelaide Brando)

Nome: Santa Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (Adelaide Brando)

Titolo: Religiosa e fondatrice

Nascita: 1 maggio 1856, Napoli

Morte: 20 gennaio 1906, Casoria

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Santa Maria Cristina al secolo Adelaide Brando fu una religiosa italiana, fondatrice della congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato.

Adelaide Brando nacque a Napoli il primo maggio 1856 da una famiglia borghese. La notte di Natale del 1868, a soli dodici anni, Adelaide si consacrò a Dio con voto di castità. Maturò il desiderio di entrare fra le suore Sacramentine ma trovò l’opposizione del padre, che però le permise di raggiungere la sorella Maria Pia clarissa nel monastero delle Fiorentine a Chiaia in Napoli.

Negli anni una grave malattia la costrinse a lasciare il monastero, finché, ristabilitasi del tutto in salute, nel 1875 a diciannove anni entrò tra le Sacramentine del monastero di San Giuseppe dei Ruffi.

Nel 1876 poté indossarne l’abito prendendo il nome di Maria Cristina dell’Immacolata Concezione. Nonostante Maria Cristina si sentisse felice potendo vivere appieno la sua devozione all’Eucaristia tra le Sacramentine, ancora una volta la salute malferma la costrinse a lasciare anche questo convento; nel 1877 si ritirò come pensionante nel Conservatorio delle Teresiane a Torre del Greco.

Si riprese nuovamente, e ritornò a Napoli dalla sorella Maria Pia. Con altre compagne, Maria Pia e Maria Cristina andarono ad abitare in un appartamento della salita Ventaglieri e poi a vico Montemiletto. Lì ebbero come guide spirituali San Ludovico da Casoria, il Venerabile Michelangelo Longo e i sacerdoti Raffaele Ferraiolo e Polidoro Schioppa.

Nel 1884 si trasferì definitivamente col gruppo nella cittadina di Casoria in provincia di Napoli, dove poté, finalmente, coronare il sogno di vivere adorando in modo perpetuo l’Eucaristia. Nel 1890, data l’affluenza di altre giovani nel gruppo, Maria Cristina e Maria Pia acquistarono la casa degli eredi Costa in via San Rocco e lì trasferirono la Comunità stabilendo ormai le basi della nuova Congregazione, come aveva predetto Ludovico da Casoria a Maria Cristina: “In mezzo a questa cittadina erigerai una casa centrale”.

Il desiderio di Maria Cristina era erigere accanto alla sede della Congregazione una chiesa dove l’adorazione eucaristica fosse ininterrotta ventiquattrore su ventiquattro, e il 19 febbraio 1893 venne posta la prima pietra.

Poco prima di morire, il 7 luglio 1903 Papa Leone XIII approvò l’Istituto con il nome di Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato. Maria Cristina si ammalò gravemente il 14 gennaio 1906, morendo il 20 gennaio a soli 50 anni. L’Istituto da lei fondato a Casoria, si allargò ad altre numerose case in Italia e all’estero, le suore membri della Congregazione oggi sono varie centinaia.

Papa Giovanni Paolo II nel 2003 l’ha proclamata beata, è stata canonizzata da Papa Francesco il 17 maggio 2015.

il santo del giorno

San Sebastiano

autore: Giovanni Antonio Bazzi anno: 1525 titolo: San Sebastiano luogo: Gli Uffizi

Nome: San Sebastiano

Titolo: Martire

Nascita: III secolo , Narbona (Francia)

Morte: 20 gennaio 288, Roma

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Memoria facoltativa

Patrono di:RomaCasertaAcirealeBarcellona Pozzo di GottoMariglianoGragnanoGallipoliSaviglianoMonserratoBracciano >>> altri comuni

Protettore:dalle epidemiedella polizia localedei sofferenti

Nacque a Narbona (Francia), ma fu educato a Milano, ricevendo una buona cultura. Egli apparteneva all’armata dell’imperatore, godeva uno dei primi posti ed era caro a tutti per le sue belle qualità; lo stesso imperatore l’aveva in grande stima, e tanto l’amava che lo fece capitano dei pretoriani. Ma egli ben comprese che tutti quei sorrisi, quelle ricchezze, quelle dignità erano lacci che il demonio gli tendeva, ed in cui cercava di prenderlo, e, fedele a Gesù Cristo, non si lasciò adescare. Avrebbe però lasciato al più presto ogni cosa, se non fosse stato mosso dal desiderio di arrecare aiuto, conforto ed incitamento ai Cristiani perseguitati. Conservò quindi sotto la veste militare un ardente spirito di fede, speranza e carità, convertendo molti alla religione di Cristo ed aiutando i Martiri in tutti i modi. Per questo il Signore volle dare il premio al suo servo, e fece sì che i pagani si accorgessero dello spirito di Sebastiano. Avvisarono l’imperatore, il quale, chiamato Sebastiano a sé, si lamentò con lui perché così male corrispondesse ai favori ricevuti. Ma il santo gli rispose che gli era sempre rimasto fedelissimo, non solo, ma che più di ogni altro gli sembrava di aver corrisposto ai suoi favori, perché egli non pregava per l’imperatore gli dei falsi e bugiardi, ma pregava l’unico vero Dio, che solo e veramente poteva fare del bene alla sua angusta persona. Avvedutosi di ciò l’imperatore, lo fece legare ad un palo, e lo diede in bersaglio agli arcieri di Mauritania. Eseguito l’ordine, lo credettero morto; ma, la notte, Irene una cristiana di Roma venuta per dargli sepoltura, lo trovò vivo, lo fece portare in sua casa, ove in breve guarì.

titolo Irene recupera il corpo di san Sebastiano
autore Dirck van Baburen anno 1615

I cristiani volevano che fuggisse, ma il santo, invocato il suo Dio, si sentì ispirato di recarsi sulla gradinata ove solea passare l’imperatore, e là ne attese la venuta. Giunto che fu Diocleziano, gli disse: « Sire, voi siete ingannato dai vostri cortigiani, i quali disonorano il vostro nome e oltraggiano la giustizia spingendovi a perseguitare i cristiani. » Diocleziano si stupì di vederlo vivo, e temette non fosse stato eseguito il suo ordine. Ma Sebastiano scoprì il petto, mostrò le cicatrici delle frecce e soggiunse: « Sappilo per bene: quel Gesù che adoro, mi campò da morte affinché ti dicessi una volta ancora, che i tuoi dei sono bugiardi, che i cristiani soli adorano il vero Dio. » Il barbaro lo fece condurre nell’ippodromo, e uccidere a colpi di dava. Dopo di che fu gettato in una cloaca. Era l’anno 288. La notte successiva apparve in sogno alla matrona Lucina, le additò il luogo ove giaceva, e le disse che voleva essere seppellito nelle catacombe, alla bocca della grotta degli Apostoli. Lucina eseguì religiosamente il comando.

MASSIMA. Fate servire il grado al bene de’ vostri simili, e non a fomentare la vostra ambizione.

PREGHIERA. Inclito S. Sebastiano, otteneteci una particella di quella prudenza e ‘sapienza, che ornava 11 vostro spirito.

MARTIROLOGIO ROMANO. San Sebastiano, martire, che, originario di Milano, venne a Roma, come riferisce sant’Ambrogio, al tempo in cui infuriavano violente persecuzioni e vi subì la passione; a Roma, pertanto, dove era giunto come ospite straniero, ebbe il domicilio della perpetua immortalità; la sua deposizione avvenne sempre a Roma ad Catacumbas in questo stesso giorno.

il santo del giorno

San Fabiano

Nome: San Fabiano

Titolo: Papa e martire

Nascita: Roma

Morte: 20 gennaio 250, Roma

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Memoria facoltativa

Patrono di:Valsinni

Poco si legge nella storia di lui, ma è celebre per il modo con cui fu eletto a reggere la cattedra di S. Pietro. Era essa rimasta vacante per la morte di S. Antero, ed i fedeli di Roma si erano raccolti per l’elezione del nuovo pastore. Vi era fra essi Fabiano, venuto di fresco dalla campagna, che certamente non si sarebbe mai immaginato di essere l’eletto dal Signore. Stavano i fedeli in fervorosa orazione, pregando lo Spirito Santo a intervenire, quando di improvviso si vide una luce splendidissima discendere dal cielo, e di poi una colomba che leggermente venne a posarsi sul capo di Fabiano.

Non poteva essere più manifesta la volontà di Dio, e poche altre volte lo Spirito Santo è intervenuto così visibilmente nella elezione del Sommo Pontefice. Unanimi i fedeli elessero Fabiano a loro pastore.

Ferveva allora la persecuzione contro i Cristiani, e contro Fabiano specialmente volgevano i Gentili il loro odio, perché credevano che, tolto il padre, i figli cedessero. Lo catturarono infatti, e gli diedero la morte l’anno 250, soffrendo egli gloriosamente per Gesù Cristo; ma i fedeli rimasero saldi nella fede e tanti diedero il loro sangue dietro al suo esempio, piuttosto che cedere alle vane pretese dei loro persecutori.

MARTIROLOGIO ROMANO. San Fabiano, papa e martire, che da laico fu chiamato per grazia divina al pontificato e, offrendo un glorioso esempio di fede e di virtù, subì il martirio durante la persecuzione dell’imperatore Decio; san Cipriano si felicita del suo combattimento, perché diede una testimonianza irreprensibile e insigne nel governo della Chiesa; il suo corpo in questo giorno fu deposto a Roma sulla via Appia nel cimitero di Callisto.

Il Santo del Giorno

Santi Sebastiano e Fabiano

Nome: Santi Sebastiano e Fabiano

Titolo: Martiri

Ricorrenza: 20 gennaio

Tipologia: Memoria facoltativa

Patroni di:LumezzaneVillorbaMarmiroloCamporossoCanneto sull’OglioAiello del SabatoCivitella PaganicoFiamignanoOllastraZumaglia >>> altri comuni

Gli antichi testi liturgici romani prevedevano che San Fabiano e San Sebastiano venivano venerati separatamente, più tardi vennero ricordati in un’unica celebrazione, ma il nuovo calendario, richiamandosi all’antico uso, prescrive due memorie facoltative separate, ciò dipende dal fatto che il corpo di Fabiano venne traslato nella basilica di San Sebastiano.


PRATICA. Non lasciamoci mai allontanare dal ben per rispetto umano.

PREGHIERA. Riguarda, o Dio onnipotente, la nostra debolezza, e perché siamo aggravati dal peso delle nostre colpe, ci protegga la gloriosa intercessione de tuoi beati martiri Fabiano e Sebastiano.

MARTIROLOGIO ROMANO. ARoma il natale di san Fabiano, Papa e Martire, il quale, al tempo di Dècio, subì il martirio, e fu sepolto nel cimitero di Callisto. Così pure a Roma, alle Catacombe, san Sebastiano Martire, il quale, sotto l’Imperatore Diocleziano, avendo il comando della prima coorte, a motivo della fede cristiana fu fatto legare ad un palo in mezzo all’accampamento e saettare dai soldati, e finalmente percuotere con bastoni, finché non rese lo spirito.

LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

Il vero modo per farsi ingannare è credersi più furbi degli altri.

L’eccessiva sottigliezza è una falsa delicatezza; la vera delicatezza è una concreta sottigliezza.

Certe volte basta essere ignorante per non essere ingannato da un uomo intelligente.

Le più belle canzoni napoletane

A ‘NFRASCATA

Gaetano Lama Gigi Pisano 1931
 
‘Mmiez’ê ffronne,
‘mmiez’ê ffronne d’ ‘a ‘Nfrascata1,
ce sta ‘na casarella prufumata;
chien’ ‘e sciure, chien’ ‘e rose avvellutate
addó se ferma ‘o sole p’ ‘a guardá…
Addó se ferma ‘o sole p’ ‘a guardá…
 
Tra le foglie,
tra le foglie della “‘Nfrascata”1
c’è una casetta profumata;
piena di fiori, piena di rose vellutate
dove il sole si ferma per guardarla…
dove il sole si ferma per guardarla…
 
E ‘na figliola cu dduje uocchie nire,
s’affaccia, tutt’ ‘e ssere, a vintun’ore…
E ‘o core mio se fa ‘na cammenata,
tutt’ ‘e ssere,
‘mmiez’ê ffronne d’ ‘a ‘Nfrascata…
 
E una ragazza con due occhi neri,
si affaccia, tutte le sere, alle nove…
E il mio cuore fa una passeggiata,
tutte le sere,
in mezzo alle foglie della “‘Nfrascata”…
 
Raggio ‘e luna,
raggio ‘e luna ‘nnargentato,
tu comme sî felice e affurtunato:
quanno, ‘a sera, ‘sta fenesta s’è appannata,
te miette ‘e faccefronte p’ ‘a guardá…
Te miette ‘e faccefronte p’ ‘a guardá…
 
Raggio di luna,
raggio di luna argentato,
come sei felice e fortunato:
Quando, la sera, questa finestra si chiude,
ti metti giusto di fronte per guardarla…
ti metti giusto di fronte per guardarla…
 
E quanno ‘sta figliola s’addurmenta,
tu trase a ll’intrasatto, e ‘a vase ‘nfronte…
E po te firme ccá, tutt’ ‘a nuttata,
pazzianno
‘mmiez’ê ffronne d’ ‘a ‘Nfrascata!
 
E quando questa ragazza si addormenta,
tu entri all’improvviso, e la baci sulla fronte…
E poi ti fermi qua, tutta la notte,
giocando
tra le foglie della “‘Nfrascata”!
 
Ll’aggio ditto,
ll’aggio ditto a ‘sta figliola:
“Chi è bella comm’a vuje nun po’ stá sola:
‘Sta vucchella tène ‘addore d’ ‘e vviole
e io desse tutt’ ‘a vita p’ ‘a vasá…
E io desse tutt’ ‘a vita p’ ‘a vasà…”
 
Le ho detto,
le ho detto a questa ragazza:
“Chi è bella come voi non può star sola:
Questa boccuccia profuma di viole
ed io darei tutta la vita per baciarla…
ed io darei tutta la vita per baciarla…”
 
E tengo pronto giá ‘nu lietto ‘e sposa,
cu dduje cuscine, fatte ‘e fronne ‘e rose…
Ce manca ‘na cuperta arricamata…
e ‘a facimmo
cu ‘sti ffronne d’ ‘a ‘nfrascata!
Ed ho già pronto un letto di sposa,
con due cuscini, fatti di petali di rose…
Ci manca la coperta ricamata…
e la facciamo
con queste foglie della “‘Nfrascata”!


1 ‘A ‘Nfrascata è l’antico nome usato per l’attuale Via Salvator Rosa, che nacque per collegare la collina del Vomero (dove, tra il XVI e il XVII secolo, la nobiltà spagnola aveva iniziato a costruire sontuose dimore) e il centro della città. Il termine “‘Nfrascata” rimane nel dialetto a ricordare quei tempi, prima dell’urbanizzazione, in cui c’erano, appunto, le “frasche”, cioè le foglie degli alberi che portavano ombra e refrigerio.

Il Santo del Giorno

San Bassiano

Nome: San Bassiano

Titolo: Vescovo

Nascita: 319 circa, Siracusa, Sicilia

Morte: 409 circa, Lodi

Ricorrenza: 19 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:LodiBassano del GrappaLodi VecchioPizzighettoneSan Bassano

Bassiano nacque in Sicilia in una famiglia pagana, figlio di Sergio un governatore di Siracusa in carica durante l’impero di Costantino. Il padre lo mandò a Roma per studiare per farlo diventare suo successore nel governo della città. A Roma, Basiano, si dedicò allo studio della religione cristiana, dove si convertì e fu battezzato da un sacerdote di nome Giordano. Quando il padre lo scoprì, si arrabbiò molto e mandò i suoi emissari per convincerlo a rinunciare alla nuova fede e riportarlo a casa. Ma Basiano mentre pregava nella chiesa di San Giovanni Battista, fu avvertito dal Cielo del complotto di suo padre, e fuggì a Ravenna, perdendo le sue tracce. In questa città fu ordinato sacerdote, dove divenne famoso per la sua saggezza e amore per il prossimo.

Si narra che un durante il viaggio per Ravenna, in un bosco Bassiano incontrò una cerva con due cerbiatti che si accucciarono ai suoi piedi. Gli animali selvatici seppur ammansiti rimasero comunque interesse dei cacciatori che li inseguivano, e per questo caddero tramortiti a terra per mano di Bassiano, intenzionato a difendere il cervido. Si poterono rialzare solo dopo il suo perdono.

Quando nel 376 la città di Lodi fu liberata, fu consacrato vescovo e, secondo una leggenda, quando occupò il suo seggio molte persone affette da lebbra furono miracolosamente guarite, mentre una voce dall’alto assicurò loro che in questo città non avrebbe mai più sofferto di questa malattia. Fu per 30 anni Vescovo di Lodi. Ebbe una grande amicizia con sant’Ambrogio di Milano, con il quale partecipò al Concilio di Aquileia (381).


MARTIROLOGIO ROMANO. A Lodi, commemorazione di san Bassiano, vescovo, che, per difendere il suo gregge dall’eresia ariana in quel luogo ancora viva, lottò strenuamente insieme a sant’Ambrogio di Milano.

Il Santo del Giorno

San Catello

Nome: San Catello

Titolo: Vescovo

Nascita: VII secolo, Castellammare di Stabia

Morte: VII secolo, Castellammare di Stabia

Ricorrenza: 19 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:Castellammare di Stabia

San Catello visse all’epoca dell’invasione longobarda, tra il VI e i VII secolo, fu Vescovo di Castellammare di Stabia. Si sa che ebbe una vita molto sofferta: sul monte Faito dove spesso si rifugiava in preghiera insieme a sant’Antonino, gli apparve in sogno l’arcangelo Michele e a ricordo dell’apparizione costruì un piccolo tempio, oggi totalmente ricostruito, conosciuto come santuario di San Michele Arcangelo al Monte Faito. Colpito da calunnie da suoi “familiari” (forse si intende vescovi di diocesi vicine), fu portato per un breve periodo a Roma, finché papa Gregorio I, a cui aveva predetto il pontificato, gli riaffidò la diocesi di Stabia: tornò trionfante in città, accolto dall’amico Antonino, poi divenuto abate in Sorrento.


Il Santo del Giorno

San Macario il Grande

Nome: San Macario il Grande

Titolo: Abate di Scete

Nascita: 300, Alto Egitto

Morte: 390, Scete

Ricorrenza: 19 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:Ghilarza Macario, detto anche l’Egiziano o il Grande per distinguerlo da Macario d’Alessandria (2 gen.), nacque nell’Alto Egitto e passò la sua giovinezza pascolando bestiame; seguendo poi quella chiamata alla vita ascetica che andava diffondendosi sempre più, si ritirò in una cella dedicandosi alla preghiera e a semplici lavori manuali, come la fabbricazione di ceste di giunco.

Il racconto di come se ne andò nel deserto di Scete, a sud ovest del Delta del Nilo (uno dei tre grandi luoghi di raccolta degli eremiti), è contenuto nei “detti” dei Padri del deserto, a lui stesso attribuito: «Quando ero giovane e vivevo da solo nella mia cella, mi presero contro la mia volontà e mi fecero chierico del villaggio. Dato che non volevo restare là fuggii in un altro paese, dove un pio laico mi aiutava vendendo il mio lavoro; accadde però che una giovane ragazza si trovò in difficoltà per essere rimasta incinta e, quando i genitori le chiesero chi fosse stato il responsabile, lei rispose: “Quell’eremita ha commesso questo crimine”». I suoi parenti lo picchiarono e lo costrinsero a provvedere a lei. «Cosi io mi dissi: bene Macario, ora che hai una moglie, per nutrirla dovrai lavorare ancora più sodo. Così lavorai giorno e notte per mantenerla, ma quando venne il tempo del parto fu preda di dolorosissime doglie per giorni e giorni, ma non riusciva a partorire il figlio. Quando le chiesero spiegazioni rispose: “I lo dato la colpa del crimine a quell’eremita, che invece era innocente; infatti colui che mi ha messa in questa condizione è l’uomo che vive alla porta accanto”. Allora colui che mi aveva aiutato, sentendo queste notizie, pieno di gioia, venne da me a riferirmi tutto e a chiedermi di perdonarli tutti. Sentite queste cose e temendo che la gente venisse a disturbarmi, raccolsi in fretta le mie cose e giunsi in questo posto: questa è la ragione della mia venuta in questa parte del mondo».

Che i particolari del racconto perennemente ammonitore siano veri o meno, mostrano comunque la carità, l’umiltà e l’accettazione dell’ingiustizia da parte di Macario, il che evidenzia anche a quale alto livello di apatheia, o pace dell’anima — aspirazione di tutti gli eremiti del deserto — fosse già giunto. Andò a Scete verso il 330 e passò là i successivi sessanta anni, divenendo l’anziano più riverito di tutta la comunità e il principale organizzatore della vita monastica in quel luogo. La forma di monachesimo anacoretico praticato a Scete era basata sui “detti” dei Padri antichi e non su una regola scritta, come avveniva invece nelle comunità monastiche derivanti da Pacomio (9 mag.). Molti di questi detti, nella raccolta fatta intorno al 500 (Apophthegmata Patrum), vengono attribuiti a Macario, e alcuni di essi narrano di incontri con il diavolo e i demoni, dai quali Macario, soprattutto grazie all’umiltà, usciva vittorioso, altri invece sono semplici e brevi consigli: «Se desiderando correggere un altro ti fai spingere all’ira, tu gratifichi la tua stessa passione. Dunque non perdere te stesso per salvare un altro».

Era certamente una grande guida spirituale e, a parte i “detti”, gli viene attribuita una vastissima letteratura, che consiste in cinquanta omelie e nella Grande Lettera. Attingendo principalmente al pensiero di Gregorio di Nissa (10 gen.), in particolare al suo De Institut° Christian°, le prime mostrano la capacità divulgativa di Macario, piuttosto che una vera originalità di pensiero, e rendono fruibili le complesse teorie mistiche e spirituali di Gregorio anche a un pubblico meno colto. Macario aggiunse anche direttive più precise sul modo di organizzare una comunità monastica o eremitica, che doveva essere basata sul mutuo soccorso e sul lavoro manuale, che non poteva venire sottovalutato, essendo necessario al sostegno della comunità, per permettere ad altri di continuare a condurre una vita di preghiera. Egli deduce il concetto di necessità e dignità del lavoro dalla meditazione sull’episodio evangelico di Marta e Maria, passando direttamente al significato del gesto di Cristo che lava i piedi ai discepoli, come dimostrazione della preminenza del lavoro quale canale di servizio agli altri.

I temi su cui si sofferma sono la mistica della luce, la necessità di pregare costantemente e di progredire nella vita spirituale. Macario è tutto intento a dimostrare che gli alti ideali del monachesimo possono essere raggiunti a patto che si abbia una fede fondata sulla Scrittura e che ci si ponga generosamente l’obiettivo di mettere in pratica ciò che le Scritture stesse propongono, confidando nell’opera divina piuttosto che nelle proprie forze. Egli coniuga la saggezza popolare dell’esperienza collettiva del monachesimo primitivo con il fermento intellettuale fornito dal pensiero originale di Gregorio di Nissa; per un certo periodo si era anche creduto che le opere attribuite a Macario fossero antecedenti e avessero influenzato il De Instituto di Gregorio, mentre ora quasi tutti gli studiosi le considerano dipendenti da quest’ultima; esse influenzarono invece gli scritti di Giovanni Cassiano (23 lug.) — che aveva trascorso un periodo come monaco in Egitto — e quindi, indirettamente, la genesi del monachesimo occidentale. Sono poche le notizie affidabili sui sessant’anni di permanenza a Scete; si dice che fosse discepolo di Antonio Abate (17 gen.): in effetti uno dei discepoli a cui Antonio chiese di seppellirlo si chiamava proprio Macario. Si potrebbe quindi trattare proprio del nostro Macario, che probabilmente rese spesso visita al grande patriarca, il cui rifugio era a quindici giorni di viaggio da Scete. Macario viene commemorato nel canone della Messa nei riti copto e armeno.

MARTIROLOGIO ROMANO. Commemorazione di san Macario Magno, sacerdote e abate del monastero di Scete in Egitto, che, morto al mondo e a se stesso, viveva solo per Dio, come insegnava anche ai suoi monaci.

Il Santo del Giorno

Santi Mario, Marta, Abaco e Audiface

Nome: Santi Mario, Marta, Abaco e Audiface

Titolo: Martiri a Roma

Ricorrenza: 19 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Si narra che Mario e la moglie Marta di origini persiane erano diretti a Roma con i loro due figli Audiface e Abaco per venerare le reliquie dei martiri, come erano soliti fare i cristiani delle origini. Giunti in città, nel periodo delle grandi persecuzioni ordinate da Diocleziano, si narra che aiutarono il prete Giovanni a seppellire duecentosessantasette martiri decapitati e abbandonati in aperta campagna lungo la via Salaria. Scoperti, furono arrestati, condotti in tribunale e decapitati anch’essi. La matrona romana Felicita ne raccolse i resti, poi conservati in una chiesa di cui restano le rovine a Bocca, presso Roma.

Verso la fine del Settecento, a seguito del graduale aumento degli abitanti delle zone limitrofe, fu presentata all’adunanza Capitolare del 30 agosto 1778 una richiesta di edificare una nuova chiesa capace di ospitare in maniera “decorosa” gli “abitatori” e i pellegrini devoti alla famiglia dei Santi Martiri Mario, Marta, Audiface e Abaco. Nel 1789, per volere di papa Pio VI, fu inaugurata la nuova chiesa progettata dall’insigne Architetto Virginio Bracci. Le loro reliquie ebbero vicende molto complesse: alcune furono traslate a Roma nelle chiese di sant’Adriano e di santa Prassede. Un’altra parte di fu esse fu inviata a Eginardo nell’828. Questi, biografo di Carlo Magno, le donò al monastero di Seligenstadt.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Roma, sulla via Cornélia, i santi Martiri Màrio e Marta coniugi, e i figli Audiface e Abacum, nobili persiani, i quali, al tempo del Principe Claudio, erano venuti a Roma per pregare. Di essi Marta, dopo aver sopportato i flagelli, l’eculeo, il fuoco, gli uncini di ferro e il taglio delle mani, fu uccisa a Ninfa; gli altri furono decapitati e i loro corpi bruciati.

LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

I più accorti ostentano per tutta la vita di biasimare le astuzie per servirsene in qualche grande occasione e per qualche grande interesse.

L’uso abituale dell’astuzia è segno di mente gretta: quasi sempre chi se ne serve per coprirsi da un lato, si scopre dall’altro.

Le astuzie e i tradimenti dipendono soltanto da mancanza di capacità.

Le più belle canzoni napoletane

‘A BANDERELLA ‘E CARTA

Giuseppe Cioffi  Gigi Pisano  1955
 
Che folla ‘nnant’ ‘a chella bancarella,
‘na chiorma ‘e guagliuncielle
cercava ‘e franfellicche1 e ‘ccaramelle.
 
Che folla davanti a quella bancarella,
una moltitudine di ragazzini
cervava “franfellicchi”1 e caramelle
 
‘O cchiù guaglione ‘e lloro, Peppiniello,
diceva ê cumpagnelle
“Pe cunto mio voglio ‘sta banderella.
Facimmo ‘a guainella2,
vedimme chi è capace a m’ ‘a scippà.”
 
Il più piccolo di loro, Peppiniello,
diceva agli amichetti
“Per me voglio questa bandierina.
Facciamo una sfida2,
vediamo chi riesce a strapparmela”.
 
E comme ‘a difendeva ‘a banderella
quann’ ‘e guagliune jevano a l’attacco.
Isso ‘a teneva forte cu ‘e manelle
e po alluccava “Chesta nun se tocca”.
E s’ ‘a teneva astretta ‘ngopp’ô core,
chella bandiera ‘e carta tricolore.
 
E come la difendeva la bandierina
quando i ragazzi andavano all’attacco.
Lui la teneva forte con le manine
e poi urlava “Questa non si tocca”.
E se la teneva stretta sul cuore,
quella bandiera di carta tricolore.
 
Doppo tant’anne more, ‘a vicchiarella
dint’ ‘a ‘na casciulella
raccoglie tutt’ ‘a rrobba ‘e Peppiniello.
 
Dopo tanti anni muore, la madre
in una cassettina
raccoglie tutte le cose di Peppiniello.
 
Quanta ricorde, libbre, pazzielle
e po ‘na banderella
ca se l’era astipata guagliunciello
giuranno ê cumpagnelle
“Nisciuno è maje capace ‘e m’ ‘a scippà”.
 
Quanti ricordi, libri, giochi
e poi una bandierina
che aveva conservato da ragazzino
giurando agli amichetti
“Nessuno mai riuscirà a strappamela”.
 
E comme ‘a difendeva ‘a banderella
…………….
 
E come la difendeva la bandierina
…………….
 
Ma fuje pe ‘na bandiera assaje cchiù bbella,
quann’ ‘e nemice jettero a l’attacco
restaje stiso ‘ngopp’a ll’Adamello
mentre alluccava “Chesta nun se tocca”.
E ‘a mamma mo s’ ‘astregne ‘ngopp’ô core
chella bandiera ‘e carta tricolore.
Ma fu per una bandiera molto più bella,
quando i nemici andarono all’attacco
restò steso sull’Adamello
mentre urlava “Questa non si tocca”.
E la mamma ora se la stringe sul cuore
quella bandiera di carta tricolore.

Il brano fu presentato alla Festa di Piedigrotta. Tra le interpretazioni di questa canzone, ricordiamo quelle di Amedeo Pariante, Alberto Amato e Alberto Berri.
1 Il franfellicco era un dolce tipico napoletano, un bastoncino di zucchero che abbondava sulle bancarelle durante le feste. Per la sua realizzazione, veniva creato un impasto a cui veniva aggiunto uno sciroppo colorato di zucchero e del miele, per essere poi lavorato su un supporto metallico uncinato. Una volta solidificato, veniva tagliato a pezzi e venduto per essere gustato ancora caldo. Il termine deriva dal francese “fanfreluche” che identificava in pratica lo stesso tipo di dolce.
2 In origine, il termine “guainella” era il grido di incitamento con cui gli scugnizzi accompagnavano delle lotte a colpi di pietra. Successivamente, con il tempo, la parola diventò il nome con cui ci si riferiva ad un qualsiasi duello o sfida.
3 L’Adamello è uno dei settori alpini che, durante la Prima Guerra Mondiale, furono teatro degli scontri tra il Regno d’Italia e l’Impero Austro-Ungarico.


Il Santo del Giorno

San Deicolo

Nome: San Deicolo

Titolo: Abate

Nascita: 530 circa, Irlanda

Morte: 625 circa, Lure, Francia

Ricorrenza: 18 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Protettore:dalle convulsioni

Deicolo (Delle) era originario dell’Irlanda e partì insieme a S. Colombano (17 nov.) quando questi si recò in Gallia per fondare la grande abbazia di Luxeuil nei Vosgi. Quando Colombano venne esiliato in Italia (610), Deicolo fondò l’abbazia di Lure, nella diocesi di Besatnon, divenendone l’abate e passandovi gli ultimi anni di vita. La versione francese del suo nome è Desle, nome di battesimo piuttosto comune nella Franca Contea.

Deicolo era noto per essere sempre di buon umore, e successivamente anche per aver compiuto miracoli, attribuitigli da una biografia del x secolo, scritta da un monaco di Lure.

MARTIROLOGIO ROMANO. Nel monastero di Lure in Burgundia, nell’odierna Francia, san Deícolo, abate: di origine irlandese e discepolo di san Colombano, si tramanda che abbia fondato quel cenobio.

Il Santo del Giorno

Santa Prisca

Nome: Santa Prisca

Titolo: Martire

Nascita: III secolo, Roma

Morte: III secolo, Roma

Ricorrenza: 18 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:Pau

Si narra che Claudio, imperatore di Roma, abbia ottenuto brillanti vittorie contro i suoi nemici. Il suo ritorno a Roma fu rumoroso e trionfante, e volle ringraziare gli dei per le loro vittorie e, per ingraziarsi loro e la gente comune, iniziò una crudele persecuzione contro i cristiani, come nemici degli dei e dell’Impero. Molti martiri versarono il loro sangue a Roma, dopo aver sopportato innumerevoli torture e terribili tormenti, e furono incoronati dal paradiso. Tra loro ci fu anche una ragazza di 13 anni, Prisca.

Nacque a Roma e secondo la leggenda era discendente di un’illustre famiglia e proprio nella sua tenera età fu battezzata da San Pietro Apostolo. L’imperatore la fece arrestare e portare alla sua presenza. A vederla così giovane, Claudio pensò che le avrebbe fatto facilmente cambiare idea. La fece portare al tempio di Apollo per offrire sacrifici. Prisca rifiutò e affermò che solo Gesù Cristo meritava l’adorazione. Claudio la schiaffeggiò senza compassione e poi la fece rinchiudere in prigione insieme ai fuorilegge perché cercassero di sedurla. Ma fu tutto inutile. La portarono all’anfiteatro e liberarono un leone per divorarla, ma fu anche inutile, la bestia giaceva docilmente ai suoi piedi. Tutti erano confusi, nuove torture, ma tutto fu vano. Alla fine tutto finì quando le tagliarono la testa.

Sopra le sue reliquie si erge la basilica romana che porta il suo nome e che era un luogo di culto e venerazione. Dal 1969 il suo culto si è limitato alla sua basilica a Roma.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Roma, commemorazione di santa Prisca, nel cui nome è dedicata a Dio una basilica sull’Aventino.

Il Santo del Giorno

Santa Margherita d’Ungheria

Nome: Santa Margherita d’Ungheria

Titolo: Principessa e religiosa

Nascita: 27 gennaio 1242, Dalmazia

Morte: 18 gennaio 1270, Domonkos kolostor

Ricorrenza: 18 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Figlia del re d’Ungheria Béla IV Margherita nacque nel 1242 in Dalmazia. Sul suo Paese prolificava da alcuni mesi l’invasione mongola comandata da Bathu, nipote di Gengis Khan e i genitori trovarono scampo nel Paese vicino.

La madre è in attesa di un erede e allora i genitori fanno un voto: “Se nascerà una bambina la affideranno a un convento per la liberazione del loro Paese”.

La condizione si verificò, così la piccola a circa 3 anni venne accompagnata al convento domenicano di santa Caterina a Veszprém. Contemporaneamente venne costruito presso Buda, appositamente per lei, un nuovo convento su un’isoletta del Danubio che più tardi verrà chiamata Isola di Santa Margherita.

A dodici anni si consacrò totalmente a una vita religiosa ascetica, fatta di letture della Bibbia, di preghiere e di divisioni, dividendo una delle grandi mistiche medievali.

Passano gli anni, cambiano le esigenze politiche e il padre, dimenticò del voto desiderandola in sposa al re Ottocaro di Boemia. Ma succede l’imprevisto. Margherita non solo rifiuta il matrimonio concordato ma prende molto sul serio la vocazione religiosa nell’ordine domenicano.

Si scelse come confessore il superiore provinciale dei domenicani e ne seguì fedelmente le direttive. La fama della sua virtù le conferisce autorità anche in campo politico. Il padre Béla associò così al trono il figlio maggiore Stefano il quale, che non esitò a mettersi contro il re, Béla si vide così messo in pericolo il suo diritto di successione. Una disastrosa guerra familiare è in vista ma con le sue penitenze e le sue preghiere Margherita riesce a mettere pace tra il padre e il fratello.

Come religiosa Margherita non si fa sconti. Rispetta la Regola in modo scrupoloso, cerca di imitare ininterrottamente Gesù nella sofferenza fisica e nell’umiliazione. Sente avvicinarsi la morte. Vi si prepara facendosi leggere spesso il racconto della passione del Signore e si priva di cibo e riposo.

Muore il 18 gennaio 1270 a 28 anni e la sua tomba fu subito meta di pellegrinaggi. Con la santità della vita ella fu di sostegno per la monarchia ma soprattutto di aiuto per i cristiani d’Ungheria. Il processo canonico per dichiararla Santa è durato più di seicento anni.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Budapest, in Ungheria, santa Margherita, Vergine, della stirpe regia degli Arpadi, Monaca dell’Ordine di san Doménico, insigne per la virtù della castità e per la rigorosissima penitenza, da Pio dodicesimo. Pontefice Massimo, iscritta nel catalogo delle sante Vergini.

LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

Spesso si fa del bene per poter impunemente fare del male.

Se resistiamo alle nostre passioni, è più merito della loro debolezza che della nostra forza.

Si proverebbe ben poco piacere se non ci si vantasse mai.