Storia delle Religioni

La Religione nella Preistoria

Il culto dei defunti nella preistoria

Fra le prime manifestazioni materiali che danno testimonianza indubitabile della iniziale divaricazione dell’uomo dal mondo animale e dell’evoluzione dell’uomo verso la coscienza di sé, e quindi verso la costruzione di una “cultura” ci sono – oltre ai manufatti a carattere non utilitaristico (cioè quegli oggetti che non appaiono destinati a procurare immediatamente cibo o altri strumenti di sussistenza), come statuine raffiguranti il corpo nudo femminile, simbolo evidente di vita e fecondità, o le scene di caccia rappresentate nei graffiti delle grotte – le sepolture chiaramente approntate con significati simbolici.

Il rinvenimento di corpi di epoca preistorica, inumati con un corredo di ornamenti e oggetti della vita quotidiana, ha un enorme importanza per lo studioso, in quanto attesta il momento in cui l’uomo ha cominciato a collocare la propria esistenza nel tempo, a relazionarsi con un prima, gli antenati, e un dopo sul quale si interroga e che egli immagina come una continuazione di vita del defunto in un’altra dimensione. Comincia la costruzione della memoria, della storia personale, della tradizione e quindi della cultura.

Il corredo era costituito di solito da cibarie di varia natura, conchiglie, fiori, ornamenti personali, amuleti e piccole sculture in osso, ed è frequente la presenza di ocra rossa, forse interpretabile come simbolo del sangue. Questa esigenza di mettere a disposizione del morto degli oggetti che potessero accompagnarlo dopo la morte presuppone l’esistenza di credenze e rituali che prendono origine dalla necessità, connaturata nell’uomo, di dare un senso all’esistenza umana ed alla sua fine e lo inducono a credere in un’esistenza ultraterrena. L’usanza di deporre un corredo funerario insieme al defunto risale ad epoche lontanissime, per lo meno al Paleolitico Medio (150.000-50.000 a. C.). Si pensi ad esempio all’uomo seppellito all’incirca 60.000 orsono su un letto di fiori, ritrovato nella grotta di Shanidar in Iraq, o ai rinvenimenti della grotta di Jebel Qafzeh (Nazareth), risalenti a circa 100.000 anni fa, in cui i defunti sono stati inumati davanti alla grotta, con un corredo di oggetti in pietra, osso e conchiglia, a simboleggiare il ruolo e le attività da essi svolti in vita.

Anche l’usanza di disporre verso est, quindi verso l’origine della luce, spesso riscontrata nelle sepolture dal Paleolitico in poi, sembra avere valenza simbolica. Ben documentata nell’età neolitica, quando l’uomo ha cominciato a condurre vita stanziale e ad abbandonare le consuetudini del nomadismo, è anche l’usanza di deporre i corpi dei defunti in tombe collettive che diventavano poi oggetto di culto religioso, al principio all’interno delle grotte, poi in luoghi appositi: com’è documentato, ad esempio, a Malta nelle grandi tombe collettive del V-IV millennio a. C. che radunano centinaia di individui a poca distanza dai templi megalitici, con evidenti funzioni cultuali. Di grande suggestione è il rituale funerario attestato a Tell al-Sultan (Gerico 8.500-6500 a. C. circa), che prevedeva di seppellire i corpi privi di testa sotto i pavimenti delle abitazioni e di riporre in appositi nascondigli i crani rivestiti di gesso e rimodellati al fine di riprodurre le fattezze del defunto. L’uso di conservare solo la testa è stato riscontrato anche in altre località della Mezzaluna Fertile, di datazione coeva o precedente, ma questo particolare rituale presuppone una ulteriore elaborazione del culto dei morti di cui si vuole perpetuare anche l’aspetto fisico.

Storia – Chi erano i Celti – 3

Ma in un’arte i Celti soprattutto eccellevano: la lavorazione dei metalli. Padroneggiavano la fusione del ferro dolce con risultati che furono perfezionati solo 2 mila anni dopo, verso la fine del 1800, ottenendo lamine sottilissime senza bisogno di laminatoi. Furono i primi a ricorrere al mercurio, ricavandolo per distillazione, per stagnare o argentare oggetti in rame. Per gli oggetti in ferro battuto, molto richiesti da Greci e Romani, si può parlare di vera e propria esportazione. E le armi? Molto dell’armamento tipico del legionario romano era di origine celtica, l’elmo per esempio.

Donne “capitaliste”

Il territorio di una tribù era generalmente esteso: apparteneva alla comunità, e non ai singoli. Era organizzato in diversi insediamenti, costituiti da villaggi o fattorie isolate, uno dei quali, che sarebbe diventato una città (come Mediolanum-Milano, o Lutecia-Parigi), era scelto come centro della difesa comune e sede delle attività commerciali e religiose. La società celtica non era maschilista. Il contratto matrimoniale prevedeva una divisione dei beni tra i membri della nuova coppia e la donna poteva disporre in proprio di “capitali”, come i capi di bestiame. Poiché al numero dei capi corrispondeva il prestigio sociale, donne molto ricche giunsero anche ad essere elette regine. Il marito poteva essere scelto dalla donna e il matrimonio non era mai stipulato senza l’assenso della sposa.

L’omosessualità maschile era molto diffusa e accettata naturalmente, un fatto comune ad altri gruppi guerrieri dell’epoca classica (basti pensare ai legami sentimentali degli eroi dell’Iliade).

Secondo le descrizioni dei contemporanei, i Celti erano molto puliti e ben curati e indossavano vesti molto sgargianti e colorate, antenate del tessuto “tartan” scozzese. Oltre ai pantaloni che chiamavano bracae, famose e comode erano le scarpe in cuoio, molto esportate in tutto il mondo antico.

Pazzamente appassionati di gioielli, uomini e donne portavano al collo il torquis, un collare in metallo più o meno prezioso.

La struttura tribale, condizionata dall’aristocrazia guerriera, impedì ogni possibile formarsi di federazioni stabili e durature sotto un’autorità unica, capace di creare un vasto impero. Così la fase espansiva dei Celti si esaurì definitivamente tra il II e il I secolo a. C., di fronte all’ostacolo rappresentato dai Romani (che compirono genocidi e deportazioni, in Italia e in Francia, contro le popolazioni celtiche) e dalle popolazioni germaniche provenienti da oriente, contro le quali i Celti non opposero resistenza compatta.

Tra tutti gli insediamenti celtici in Europa, l’unico che riuscì a mantenere intatti i caratteri originali fu quello degli Scoti e Gaeli delle isole britanniche, parte dei quali fu spinta, dal V secolo d. C., dall’invasione degli Angli e dei Sassoni, a rifugiarsi nella penisola di Armorica che da allora fu chiamata Bretagna (nell’odierna Francia). In particolar modo i Gaeli, abitanti dell’Irlanda, pur subendo l’influenza di Angli, Sassoni e Vichinghi, serbarono una forte identità culturale. E l’Irlanda è oggi il solo Stato in Europa a maggioranza celtica, e l’unico diretto erede di quell’antico gruppo di popoli. Continua

Storia – Chi erano i Celti – 2

L’espansione continuò verso la Spagna e le isole britanniche assorbendo le popolazioni autoctone, come avvenne anche in Italia nord occidentale con la civiltà di Golasecca (Varese). Nel V secolo a. C. sorse, tra il Reno, lo Champagne e la Marna, la prima civiltà interamente celtica, quella di La Tène, che fino al I secolo a. C. dominò quasi tutta l’Europa continentale e, attraverso i valichi alpini, entrò in contatto con le civiltà del Mediterraneo e conobbe un rilevante sviluppo.

Re affogati nella birra

Al termine del 400 a. C., i Celti chiamati Galli dai Romani, si spostarono, nuovamente, con ampie migrazioni verso l’Italia centro-settentrionale e poi verso i Balcani e in Asia Minori (l’Odierna Turchia). Nel 387 a. C., presero e saccheggiarono Roma, suscitando un terrore atavico verso i barbari del nord che perdurò per tutta la storia di Roma. Così i Celti si conquistarono presso i popoli del Mediterraneo la fama di guerrieri invincibili e nacque l’interesse a servirsene come mercenari.

Greci della Sicilia, Cartaginesi, Etruschi e faraoni tolemaici si servirono di questi guerrieri per almeno 200 anni.

Alla base della società celtica vi era la tribù, tuath, formata dalle singole famiglie e governata da un re, eletto da tutti i guerrieri, che rendeva conto del suo modo di operare ai druidi.

Il sovrano era l’espressione vivente dell’armonia tra uomo e natura, quindi doveva essere valoroso e carismatico: nella mentalità celtica, un sovrano vile o poco abile avrebbe addirittura provocato carestie ed epidemie e andava quindi eliminato dal popolo, che lo affogava nella birra o nell’idromele (“vino di miele”), oppure lo bruciava vivo.

Al di sotto dei guerrieri e dei druidi, vi erano gli “uomini d’arte”, persone esperte nelle leggi, nella poesia, nella musica, ma anche nella lavorazione dei metalli (ferro, bronzo, oro, argento).

Vi erano poi gli uomini liberi (contadini e piccoli allevatori) che pagavano tributi al re e ai guerrieri in cambio di protezione; infine gli schiavi (soprattutto prigionieri di guerra).

Sepolti con i prosciutti

L’agricoltura e l’allevamento (bovini, cavalli, maiali e pecore) costituivano la base dell’economia celtica. I prosciutti celtici erano non solo famosi in tutto il mondo antico ma anche un elemento importante del loro corredo funebre. Sembra invece che i Celti non mangiassero volatili, ritenuti intermediari tra Terra e Cielo. L’orzo, anche per la birra, era il cereale più importante, coltivato grazie a un’agricoltura che utilizzava l’aratro a versoio (per capovolgere le zolle) con vomere in metallo, completamente sconosciuto al “civilizzato” mondo classico.

Continua Lunedì.

Storia – Chi erano i Celti?

Dove vivevano? Il controverso mito di un popolo misterioso.

Usavano un aratro sconosciuto. Fabbricavano armi invincibili. Esportavano scarpe e prosciutti (questi li portavano anche nella tomba). E scomparvero per la ragione che oggi li rende mitici: l’orgoglio tribale.

Per Greci e Romani, i Celti erano i più barbari dei barbari, tribù malvagie votate alla guerra e al saccheggio. Scriveva lo storico greco Diodoro Siculo: “Il loro aspetto è terribile: alti di statura, con una muscolatura guizzante sotto la pelle chiara. Di capelli sono biondi… sembrano demoni silvani”. E’ così che per molto tempo li abbiamo conosciuti: spaventosi e misteriosi. Come per tutti i popoli che si sono affidati alla tradizione orale, l’immagine dei Celti che si è diffusa e tramandata è stata solo quella che altri popoli hanno loro attribuito finché sono stati interessanti, vale a dire pericolosi.

Nell’Europa nord-occidentale di oggi, invece, i Celti incarnano la figura del popolo indomito che lottò contro lo strapotere della civiltà romana e che rappresenta un modello per tutti i nazionalismi soffocati. Non solo: la musica celtica è molto ascoltata sia nelle sue forme tradizionali (per esempio le ballate irlandesi) sia per gli influssi sulle band moderne (U2, Simple Minds ecc.); e ai festival celtici (famoso in Italia quello di Courmayeur), frequentati da migliaia di persone, si arriva persino a sostenere che tutte le popolazioni del nord Europa siano di diretta discendenza celtica.

Ma che cosa sappiamo veramente di uno dei maggiori gruppi etnici e linguistici dell’Europa antica? E chi, oggi, può dirsene veramente erede, dato che si insediarono dalla penisola iberica all’Asia Minore, dalla Britannia al Po?

L’attuale moda dei Celti ha un merito: attraverso la loro storia dall’Età del Ferro alla lotta con Roma, dalla sopravvivenza nelle isole britanniche alla cristianizzazione medievale, si possono mettere in luce le altre basi di un’Europa che non fu solo greca e latina.

Ma i fan dei Celti, che si spingono ad accomunare i tanti, diversi gruppi in un unico popolo, spesso dimenticano due grossi limiti della loro cultura. Primo: i Celti arrivarono molto tardi alla scoperta della scrittura (VI secolo d. C.) e lo fecero solo dopo la conversione al cristianesimo. Secondo: riuscirono a insediarsi stabilmente solo in aree marginali di quello che era il mondo celtico ai tempi della sua massima espansione, ossia le isole britanniche. Per questo, solo i Celti delle isole ci hanno tramandato, con l’aiuto dei monaci copisti, quel patrimonio di miti, leggende, temi fantastici che ha profondamente influenzato, con il ciclo di re Artù, la cultura europea medievale.

Civiltà del Ferro

Dai loro raffinati manufatti del V secolo a. C. si ricava una descrizione dei Celti completamente diversa da quella tramandata dai Greci o dai Romani. Ma questa raffinatezza è solo il punto d’arrivo di un’evoluzione secolare di un gruppo di popolazioni indoeuropee stanziate in origine (inizio del II millennio a. C.) nella zona vicina al corso superiore del Danubio e nella Francia orientale. Diffusori della civiltà del Ferro in tutto il continente europeo, i Celti dei secoli VII-VI a. C., all’epoca della cosiddetta cultura di Hallstatt (dal nome di una cittadina dell’Austria nelle cui vicinanze venne scoperta un’importante necropoli), avevano già superato il Reno e raggiunto la Francia centro-settentrionale e il Belgio. Continua.

Un anno di storia in pillole – 3 – accadde nel 1901

Gennaio

Il 2 gennaio si costituisce a Bruxelles la nuova internazionale socialista.

Il 22 gennaio muore la regina Vittoria d’Inghilterra dopo 64 anni di regno. Le succede Edoardo VII

Il 27 gennaio muore a Milano Giuseppe Verdi.

Febbraio

Il 9 febbraio inizia il censimento generale d’Italia.

Il 14 febbraio Giuseppe Zanardelli è il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri.

Marzo

Il 17 marzo gravi disordini studenteschi a San Pietroburgo.

Il 20 marzo La città morta di Gabriele D’Annunzio viene rappresentata al teatro Lirico di Milano. Interpreti: Eleonora Duse e Ermete Zacconi.

Aprile

L’8 aprile le truppe britanniche occupano Pietersburg, sede del governo boero del Transvaal.

Il 13 aprile lo scrittore Lev Tolstoj chiede con una lettera allo Zar Nicola II chiede di porre fine al regime dispotico e reazionario che opprime la Russia.

Il 19 aprile il re Alessandro I di Serbia promulga una nuova costituzione più liberale.

Il 27 aprile a Venezia è inaugurata la IV Esposizione Internazionale d’Arte.

  • Da Torino prende il via il giro automobilistico d’Italia organizzato dal Corriere della Sera.

Maggio

L’1 maggio scioperi e sanguinose manifestazioni in Russia.

  • Alfred Dreyfus pubblica a Parigi, il suo diario dal titolo Cinque anni della mia vita.

Il 22 maggio l’anarchico Gaetano Bresci, l’assassino del re Umberto I, è trovato impiccato nella sua cella, nel carcere di Santo Stefano. La versione del suicidio trova subito chi la mette in dubbio.

Giugno

L’1 giugno fiocco rosa in casa Savoia: nasce Jolanda Margherita primogenita dei sovrani d’Italia.

Il 16 giugno accordo anglo-tedesco per l’apertura al commercio di tutti i porti e i fiumi della Cina.

Luglio

Il 12 luglio il Consiglio comunale di Trento chiede l’autonomia amministrativa della regione trentina.

Il 17 luglio violente manifestazioni anticlericali in Spagna.

Agosto

L’1 agosto il giornalista Gaston Stiegler torna a Parigi dopo aver compiuto il giro del mondo in 64 giorni. Si complimenta con lui Jules Verne, l’autore di Il giro del mondo in ottanta giorni.

L’11 agosto muore a Napoli Francesco Crispi. Il famoso uomo politico italiano era nato a Ribera nel 1818.

Settembre

Il 6 settembre il Presidente degli Stati Uniti William MacKinley è ferito a morte a Buffalo da Leo Czolgosz, un anarchico americano di origine polacca. Morirà dopo otto giorni e gli succederà il vicepresidente Theodore Roosevelt, che resterà in carica fino al 1909.

Il 7 settembre è firmata la pace fra la Cina e undici potenze. Con la convenzione di Pechino il governo cinese si impegna a pagare 450 milioni di tael come risarcimento per i danni provocati dai boxer agli europei.

Il 16 settembre in Italia, la Gazzetta Ufficiale pubblica il primo regolamento per la circolazione delle automobili su strada.

Il 25 settembre il regno africano degli Ashanti entra a far parte della colonia britannica della Costa d’Oro.

Ottobre

Il 9 ottobre Giuseppe Musolino, il famoso brigante calabrese, è arrestato dai carabinieri. La cattura avviene ad Acqualagna, presso Urbino.

Il 20 ottobre l’attività della facoltà giuridica italiana all’università di Innsbruck è bloccata dagli studenti tedeschi.

Novembre

Il 18 novembre trattato anglo-americano con il quale il governo degli Stati Uniti si riserva diritti esclusivi sulla zona dell’istmo di Panama.

Il 24 novembre prima congresso italiano dei contadini a Bologna: sono presenti 704 delegati in rappresentanza di altrettante leghe.

Dicembre

Il 6 dicembre un progetto di legge per introdurre il divorzio in Italia è presentato dai deputati Berenini e Borgiani.

Il 7 dicembre firma dell’accordo anglo-italiano per la delimitazione dei confini tra Sudan ed Eritrea.

Il 9 dicembre scarso successo della Francesca da Rimini di Gabriele d’Annunzio, presentata al teatro Costanzi di Roma con l’interpretazione di Eleonora Duse.

Il 12 dicembre Guglielmo Marconi invia con il suo telegrafo senza fili un segnale elettromagnetico attraverso l’Atlantico.

Il 20 dicembre A Stoccolma vengono assegnati i primi cinque premi Nobel. I vincitori sono: per la pace, il francese F. Passy e lo svizzero H. Dunant; per la letteratura, il francese Sully Prodhomme; per la fisica, il tedesco W. K. Rontgen; per la chimica, l’olandese J. Van’t Hoff; per la medicina, il tedesco E. von Behring.

Gengis “Il sovrano Oceano” – 4

Spie ed esploratori fornivano ai generali ogni notizia utile sulle forze nemiche, sulla conformazione del terreno, sulle fortificazioni o su possibili alleati. E seminavano discordia. Ai poveri parlavano di liberazione mongola, mentre ai ricchi promettevano facilitazioni commerciali e fiscali: una vera e propria guerra psicologica.

Le truppe, prima di partire, erano esaminate in maniera minuziosa, fino all’ultimo ago o filo portati per rattoppare gli abiti lacerati.

L’esercito marciava in colonne separate, collegate da staffette; gli esploratori fornivano costantemente informazioni sui movimenti avversari. Nessuno colse mai di sorpresa un’armata mongola!

Individuato il nemico, le colonne si riunivano e cominciavano a estendersi su un fronte molto largo per poi avvolgere le forze avversarie. La cavalleria leggera mongola circondava i nemici bersagliandoli con frecce e giavellotti: una tattica conosciuta come tulughma.

Poi partivano alla carica le truppe di cavalleria pesante, armate di spade, mazze e lance, che sfondavano il fronte avversario. Tutte le manovre avvenivano in perfetto silenzio: le istruzioni erano impartite da bandiere bianche e nere, o, di notte, da lanterne. Solo la carica era accompagnata dal rullare del grande tamburo del comandante. La tattica mongola, di solito, tendeva a lasciare all’avversario una via di fuga: i nemici terrorizzati si ritiravano, per essere però poi falciati facilmente in campo aperto. Per ingannare il nemico si utilizzavano reparti interi di manichini imbottiti montati su cavalli di riserva. Entrato in contatto con i regni cinesi, Genghiz in seguito adottò anche macchine d’assedio, balestre, proiettili incendiari e bombe a gas munite di una miscela di zolfo, salnitro, aconito, olio, carbonella polverizzata, resina e cera.

Ma Genghiz fu anche un grande uomo di Stato e un capace amministratore. Prima di tutto cercò l’appoggio di tutte le religioni con cui entrò in contatto, rivelando una profonda curiosità ma stando bene attento che il loro potere spirituale non offuscasse il suo comando. Per sua decisione si introdusse un’unica scrittura per i documenti reali, la uighur, e la stesura di un codice di leggi, la yassak.

La genialità del sovrano affidò l’amministrazione dell’impero agli uomini più validi nei singoli campi; così vi furono ingegneri cinesi, amministratori persiani, medici arabi, militari russi. La pax mongolica, che venti anni dopo la morte del sovrano e grazie a successive conquiste andava dal Mediterraneo al Pacifico, era caratterizzata da un’estrema sicurezza delle frontiere, condizione base di uno sviluppo commerciale su scala mondiale che nemmeno l’impero romano conobbe mai.

Regnarono per decenni una pace imposta con disciplina ferrea, e un ordine celebrato dai contemporanei. Il cristiano Marco Polo (1254-1324), parlando del sovrano, compose forse il più bell’epitaffio che il conquistatore avrebbe potuto augurarsi: “Morì, e fu grande sventura, poiché egli era prudente e saggio”. Scrisse invece nel ‘600 lo storico musulmano Abu l-Ghazi: “Sotto il regno di Genghiz Khan, tutto il Paese tra l’Iran e il Turan (alle porte della Mongolia) godeva di una tale tranquillità che una fanciulla nuda e sola avrebbe potuto viaggiare da levante a ponente con un piatto d’oro in testa, senza dover subire la minima violenza”

Gengis khan “Il sovrano Oceano” – 3

I primi alleati di Genghiz Khan furono gli sciamani.

Si ritiene che le credenze e le pratiche religiose dei Mongoli appartenessero alla categoria chiamata “sciamanesimo”, ossia una forma religiosa panteista primitiva priva di dogmi, teologia e di una vera e propria organizzazione sacerdotale.

Amministratori del culto erano gli sciamani (Kam), che, come tra i pellerossa americani, erano un misto tra filosofi, profeti e uomini di medicina. I Mongoli credevano a un numero infinito di spiriti che albergavano in ogni essere. Su tutto regnava il grande dio del cielo Tngri. Solamente gli sciamani, grazie all’assunzione di sostanze allucinogene, potevano entrare in contatto con il mondo degli spiriti, e fu proprio grazie agli sciamani che Temujin venne nominato Genghiz Khan con l’incarico da parte di Tngri di unificare tutto il mondo sotto il dominio mongolo.

L’indulgenza dei sovrani mongoli nei confronti dei diversi culti dei popoli sottomessi, era determinata, più che da una benevole inclinazione mentale, da un sentimento d’indifferenza.

E’ riuscito dove fallirono Napoleone e Hitler: le sue armate hanno battuto l’inverno russo.

Un curioso contrasto esisteva tra il suo spietato comportamento in battaglia e il suo tenero amore, durato tutta la vita, per la donna conosciuta da bambino, Borte. Quando finì in mano ad altri uomini, si rifiutò di ripudiarla, in contrasto alle usanze del tempo.

Molte testimonianze, inoltre, lo dipingono come un principe saggio, pieno di misura e buon senso, capace di dimostrare una cortesia da “cavaliere” non comune nell’ambiente in cui viveva.

Trasformò bande di rozzi guerrieri in una armata implacabile. A queste qualità si deve l’invincibile attrazione esercitata anche sui nemici sottomessi e il numero di adesioni spontanee alla sua causa. Spietato con quelli che considerava traditori, era con parenti e vassalli di totale lealtà. Ma anche verso i nemici era capace di gesti di generosità; raccolse bambini abbandonati durante il sacco di una città, trattandoli poi come figli propri; affidò alte cariche a molti letterati, artisti, poeti appartenenti ai clan nemici.

Niente comunque può far dimenticare che la struttura portante dell’impero era un esercito implacabile. Nessuna armata, nella storia, ha mai vinto così tante battaglie. E chi altri ha marciato, in inverno, sulla Russia senza pagarne le conseguenze?

La grande impresa di Genghiz fu trasformare dei rozzi guerrieri nomadi in un’armata organizzata così bene che molti militari del XX secolo, compresi il feldmaresciallo Rommel e il generale Patton illustri strateghi della Seconda guerra mondiale, ne rimasero affascinati, descrivendola come precorritrice delle forze armate moderne.

Fino a poco tempo fa si riteneva che le vittorie mongole fossero dovute alla superiorità nmerica. In realtà da recenti studi pare invece che avvenisse esattamente l’opposto. Un’estrema mobilità permetteva veloci accerchiamenti degli avversari e li ingannava: questi pensavano di essere circondati da forze ampiamente superiori.

L’armata mongola era organizzata in base a criteri numerici decimali. L’unità più piccola era un drappello di 10 guerrieri (arban) con un ufficiale chiamato bagatur. Dieci arban costituivano un reparto di 100 elementi chiamato jagun. Dieci jagun inquadravano un gruppo di 1000 uomini chiamato mingham e 10 mingham costituivano l’unità maggiore, il tumen, forte di 10.000 uomini. La tipica armata mongola consisteva in due o tre tumen, tutti a cavallo.

Genghiz khan inoltre creò una propria Guardia personale, keshik, che radunava i guerrieri migliori di tutte le tribù; da questa, come da un’accademia, provenivano i generali più validi. Quando il Khan era presente, tutti marciavano ai suoi ordini, diramati da sotto il tuk, lo stendardo formato da nove code bianche di yak, simbolo di Genghiz khan. Il simbolo del comandante di un’armata era invece un grande tamburo, la naccara.

La mobilità era facilitata anche dalle tende, in feltro con intelaiatura di vimini, pieghevoli, leggere e facili da trasportare. Alcune, più grandi e non smontabili, erano trasportate da carri pesanti. Continua – 3

Gengis Khan – “il sovrano Oceano” – 2

Per gli storici Usa è stato l’uomo più importante del 2° millennio. Fondò il più grande impero della Storia.

E le distruzioni di città, templi, moschee? Secondo alcuni storici, si sono moltiplicati nel racconto solo per l’orribile fama del Khan. Comunque sia, queste distruzioni erano parte della sua incapacità di comprendere un modo di vita diverso da quello nomade. Non vedeva a cosa potesse servire l’agricoltura! Tuttavia, il giorno in cui comprese l’interesse a conservare città e villaggi, per tassarne redditi e raccolti, cambiò radicalmente condotta. E’ certo, inoltre, che per ordine di Genghiz, tutte le città che si arrendevano senza combattere venivano risparmiate e gli abitanti mantenevano i loro beni: nella campagna di Persia, per esempio, i generali che non rispettarono l’ordine furono degradati e sollevati dal comando. Continua

Gli uccisero il padre, divenne guerriero.

1167 (data incerta) nasce Temujin, il futuro Genghiz Khan.

1176 il padre di Temujin è avvelenato, Temujin è esiliato con tutta la famiglia nei territori selvaggi dove il bambino dà prova del suo valore guerriero.

1199-1204 periodo della conquista del potere di Temujin che in circa cinque anni diventa padrone di tutta la Mongolia, unificando le varie tribù e distruggendo quelle ostili.

1206 nella Grand’Assemblea (Quriltai) gli è assegnato il titolo di Genghiz Khan.

1206-1211 conquista del regno cinese di Hsi-Hsia, a ovest della Grande Muraglia.

1211 in seguito alla richiesta di sottomissione del nuovo imperatore cinese del regno Ch’in, Genghiz Khan attacca a est della Grande Muraglia. La guerra durerà 23 anni.

1215 conquista temporanea di Pechino.

1219 in seguito al massacro di una carovana mongola, Genghiz Khan attacca lo stato musulmano di Khwarizm.

1220 i Mongoli conquistano le città di Bukhara e Samarcanda massacrandone la popolazione.

1221 conquista dell’Afghanistan e del Khorasan.

1223 i Mongoli, entrati in Georgia, sbaragliano l’esercito russo lungo il fiume Dnepr. Penetrano in Crimea. Poi il ritiro.

1227 durante una nuova campagna contro i Ch’in, Genghiz Khan muore (per ferita o malattia) il 18 agosto ed è sepolto in un luogo tutt’ora cercato dagli archeologi.

Niente cibo? Si beve sangue.

Secondo i resoconti degli storici, il guerriero mongolo era particolarmente resistente, tanto che in caso di bisogno, poteva digiunare 10 giorni, alimentandosi solo con il sangue dei cavalli.

Infanzia in sella. Era dotato di una vista molto acuta: si dice potesse distinguere un uomo da un animale a 30 km di distanza. Imparava ad andare a cavallo a 3 anni, e a 4 o 5 riceveva il suo primo arco. Il “servizio militare” spesso durava tutta la vita, ed era svolto da ogni uomo abile tra i 14 e i 60 anni. La principale arma dei mongoli era l’arco composito con una portata di tiro tra i 200 e i 300 metri. Fra le altre armi, una lancia con un uncino in punta, per disarcionare i nemici.

Dotazione. Veniva anche utilizzata la mazza da guerra. Ogni cavaliere aveva inoltre un’ascia leggera, una lima per affilare le punte di freccia, un lazo di crine di cavallo, un rotolo di corda, ago e filo, una pentola di ferro o di terracotta e due borracce in pelle piene di kumis (bevanda alcolica fatta di latte fermentato di giumenta). Un ultimo particolare: puzzava. Lavarsi era un’eccezione.

L’armatura era costituita da lamelle in cuoio e stagno, impermeabilizzata con pece nera.

L’elmo era composto da 8 placche in ferro allacciate insieme da pelle di daino, il resto è in cuoio.

Il guerriero utilizzava due archi compositi in legno e corno animale, uno per il tiro lungo e uno per quello breve. Aveva in dotazione frecce leggere, con punta affilata per tiri lunghi, e pesanti con punte a cuspide ampia per i tiri a breve raggio. Alcune punte erano forate affinché la freccia fischiasse quando era scoccata. Una faretra conteneva circa 30 frecce; il guerriero ne portava due o tre.

Il cavaliere aveva due spade: una corta e una scimitarra (selem).

Il giacco era la veste principale, fatta in pelle imbottita con bordi di pelliccia di lupo, volpe o scimmia.

A protezione degli avambracci aveva dei bracciali in cuoio cotto, ornati con elaborati disegni.

Gli stivali avevano delle scaglie di ferro a protezione dal colpo dei nemici.

Continua.

Gengis Khan – “il sovrano Oceano”

Per gli storici Usa è stato l’uomo più importante del 2° millennio. Fondò il più grande impero della Storia.

Il suo nome significa “sovrano Oceano”. La sua fama? Terribile. Eppure per gli storici fu soprattutto un re saggio. Tutto da riscoprire.

Nella primavera del 1206 d.C., anno della Tigre secondo il calendario cinese, nell’estremo est della steppa eurasiatica un’assemblea generale delle popolazioni di stirpe mongolica si riunì per eleggere una guida comune. La scelta cadde su Temujin – il fabbro – , quarantenne, e quindi già vecchio, capo dei mongoli Borjigin.

Nei venti anni successivi Temujin avrebbe lanciato le tribù alla conquista del più grande impero di tutti i tempi. Il mondo avrebbe imparato a conoscere e temere il fabbro con il nome con cui i Mongoli lo chiamavano: Genghiz Khan, – sovrano Oceano.

Oggi il fascino del conquistatore del mondo è sempre più vivo, e non solo in Mongolia, dove dal 1992, con la fine dell’influenza sovietica e di decenni di divieti (con il suo nome depennato dai testi scolastici), il volto di Genghiz Khan è tornato ad essere il più importante simbolo nazionale, onnipresente in ogni aspetto della vita quotidiana: dalle banconote alle bottiglie di vodka.

Ma c’è di più: qualche anno fa la rivista statunitense Time svolse un sondaggio fra numerosi storici e docenti universitari per eleggere l’uomo del millennio. Ci si poteva attendere Carlo V, Leonardo, Voltaire, Einstein… Fu prescelto, a sorpresa, Genghiz Khan.

Il condottiero mongolo è ai primi posti anche negli interessi degli archeologi: varie spedizioni stanno tentando di ritrovare la sua segretissima tomba. L’annuncio dell’individuazione fatta nel 2000 da un’équipe cinese, si è rivelato infondato. Ma gli americani nelle loro campagne di scavi sui monti a nord-est della capitale Ulan-Bator, hanno sicuramente trovato il sito di sepoltura dei primi Khan mongoli, rinnovando le speranze di scoprire anche quello di Genghiz, inumato insieme alla sua guardia e ai suoi servi.

Molti pensavano a Genghiz Khan come al più spaventoso barbaro di tutti i tempi. Tuttavia, secondo molti orientalisti, il giudizio deve essere più sfumato. Certo, non esitò mai a sterminare un distaccamento nemico o a massacrare la popolazione di un’intera città, come fece ne 1221 in Persia, a Merv: con i 700 mila abitanti vennero uccisi anche cani e gatti.

Ma questi erano i costumi dell’epoca: i suoi nemici non agivano diversamente e, come lui, non concepivano la sottomissione dei vinti se non attraverso il terrore. Sul suo conto non si hanno testimonianze certe d’inutile ferocia né di crudeltà nei confronti dei prigionieri, atti invece certamente imputabili a tanti sovrani del suo tempo.

Vendicativo? Sì e no. Dopo la liberazione dell’amatissima moglie Borte, rapita da mongoli Merkit, Genghiz ne sterminò la tribù fino all’ultima donna e all’ultimo bambino. Ma un suo acerrimo nemico di nome Jebe, che osò ferirlo con una freccia, fu perdonato e poi elevato al rango di luogotenente. Continua – 1

14 Luglio 2019 La presa della Bastiglia – Festa Nazionale di Francia

Auguri a tutti i Francesi

Il 17 giugno 1789, i deputati del terzo stato, visto impossibile un accordo con i colleghi delle due classi privilegiate, compirono un atto di forza: affermando che essi, legittimi rappresentanti del popolo, costituivano un’Assemblea Nazionale, proclamarono il loro diritto a dare una nuova costituzione alla Francia.

Il re volle soffocare la voce popolare con la forza e proibì ulteriori adunanze. Per tutta risposta i deputati del terzo stato si riunirono nel salone detto della pallacorda e giurarono che non avrebbero sciolto la loro adunanza se prima non avessero dato nuove leggi alla Francia.

Luigi XVI, per piegare la volontà dei deputati ribelli, indisse una nuova seduta ed ordinò personalmente che i tre ordini deliberassero separatamente. Ma i rappresentanti del terzo stato, invece, non obbedirono e rifiutarono di allontanarsi dalla sala delle adunanze, affermando che l’Assemblea riunita non poteva ricevere ordini da alcuno. Di fronte a tale atteggiamento, non rimase altro al clero ed ai nobili che partecipare, uniti, ai lavori dell’Assemblea. Questa, quando riunì i deputati delle tre classi, prese il nome di Assemblea Nazionale Costituente, destinata cioè a dare alla Francia una nuova Costituzione.

Queste vicende suscitarono nel popolo parigino un appassionato interesse; esso divenne viva eccitazione all’improvvisa notizia che il re, preoccupato dalla piega degli avvenimenti, aveva di nuovo licenziato il Necker e che le truppe armate si concentravano alla periferia della città.

Il 14 luglio, il furore popolare, abilmente alimentato da accesi rivoluzionari, esplose violento: saccheggiati i depositi di armi, venne creata una milizia popolare armata ed infine fu assalita ed espugnata la Bastiglia, una tetra fortezza adibita a carcere dello Stato.

La presa della Bastiglia

La mattina del 14 luglio una parola d’ordine sembra circolare per tutta Parigi: – Alla Bastiglia! -. E’ questa un massiccio castello nel cuore della città, il quale dalle sue torri domina le case e le tiene sotto la soggezione delle artiglierie. Si vocifera che entro quelle mura si prepari l’offensiva dell’esercito regio contro il popolo. La folla accorre e si pigia intorno alla fortezza, chiedendo a gran voce di entrare. Il comandante non può acconsentire: concede, però, che un rappresentante del popolo visiti il castello. Quello entra, guarda dappertutto: trova solo 32 soldati svizzeri e 82 veterani invalidi; da costoro si fa promettere che non spareranno sulla folla. Nel frattempo, la moltitudine che non vede ricomparire il suo rappresentante, sospetta qualche tradimento e lo chiama a gran voce. Egli accorre alle mura, si fa vedere, calma il popolo e finalmente esce.

Tutto sembra quietarsi. Quand’ecco nuove ondate di popolo affluire da ogni parte, rovesciarsi intorno al castello e gridare a perdifiato: – Vogliamo la Bastiglia! -. La folla, come presa da subitanea follia, si stringe intorno alla fortezza urlando e sparando. Ma le mura sono imprendibili; le porte sbarrate dai ponti levatoi. Allora due disperati balzano sul tetto del corpo di guardia e a colpi d’ascia spezzano le catene che tengono sospeso, davanti all’ingresso principale, il ponte levatoio. Le catene infrante lasciano cadere il massiccio tavolato: la via è libera. La folla, come una marea spaventosa, si riversa sul ponte, passa affronta nuovi ostacoli, li travolge. Cadono morti e feriti fra un uragano di grida e di imprecazioni; ma nulla ferma ormai la furia del popolo. Il comandante che non vuol cedere, ordina ai soldati di dare fuoco al deposito delle polveri: la Bastiglia salterà in aria con tutti i suoi difensori. Ma i soldati si rifiutano ed innalzano bandiera bianca.

Un urlo selvaggio di gioia si leva dalla folla, che ormai non ha più ritegno e da ogni parte trabocca entro le mura espugnate.

Dopo il 14 luglio, giorno che divenne poi Festa Nazionale della Francia, i nobili compresero che la partita era perduta: molti di essi, anzi, presero prudentemente la via dell’esilio. Nel contempo l’Assemblea Nazionale Costituente approvava la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. In essa si affermava la sovranità del popolo; l’eguaglianza di tutti i cittadini innanzi alla legge ed al fisco; l’abolizione delle classi sociali ed il riconoscimento delle libertà di parola, di pensiero, di stampa e di riunione.

La Festa del 4 Luglio negli Stati Uniti d’America

Il 4 luglio gli Stati Uniti d’America festeggiano la loro indipendenza. Ma come nasce tutto ciò.

La colonizzazione inglese delle coste atlantiche del Nordamerica sorse per impulso di privati capitalisti o di profughi per motivi religiosi, anziché dal governo britannico che, dalla Restaurazione in poi, mirò a inquadrare le colonie in un organico sistema imperiale, basato sui principi mercantilistici e quindi sulla subordinazione degli interessi degli agricoltori americani a quelli industriali e commerciali degli inglesi.

Da ciò, il sorgere del malcontento delle colonie. Ogni attrito tra le colonie e la madrepatria passò, però in seconda linea dinnanzi alla necessità comune di combattere contro la Francia.

Scomparso il pericolo francese (pace di Parigi, 1763). Iniziarono nuovi motivi di dissenso soprattutto a causa dei nuovi provvedimenti finanziari che sollevarono una grave questione di principio. La situazione precipitò allorché il governo inglese impose (1773) una tassa sul tè, la cui importazione in America venne affidata alla Compagnia delle Indie per favorire questo potente gruppo capitalistico: la prima nave che si presentò nel porto di Boston venne allora assalita e il carico di tè rovesciato in mare.

Alla aperta ribellione di Boston seguì il 1° congresso di Filadelfia (1774) in cui i rappresentanti delle 13 colonie (New Hampshire, Massachusetts, Connecticut, Rhode Island, New York, New Jersey, Pennsylvania, Maryland, Virginia, Delaware, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Georgia) elaborarono ed approvarono una dichiarazione che riaffermava i diritti e le libertà delle colonie.

Nonostante il tentativo pacificatore di B. Franklin, la politica autoritaria e personale di Giorgio III rese inevitabile lo scontro armato (Concord e Lexington, 1775).

Il Congresso riunitosi di nuovo a Filadelfia, costituito un esercito, ne affidò il comando a G. Washington; il 4 luglio del 1776 veniva approvata la Dichiarazione d’indipendenza, redatta da Thomas Jefferson, la quale affermava l’eguaglianza di tutti gli uomini e l’esistenza in loro di diritti innati e imprescrittibili come il diritto alla vita, alla libertà e alla “ricerca della felicità”, ribadendo il principio della sovranità popolare. E’ da questo momento che inizia la guerra vera e propria. Con il trattato di Parigi del 1783 la Confederazione degli Stati otteneva il riconoscimento della sua piena indipendenza e la sovranità su un territorio che si estendeva dall’Atlantico al Mississippi, fino al corso del Saint Croix e lungo una linea non ben definita a Sud dei Grandi Laghi.

Un anno di storia in pillole – 2 – accadde nel 1900

Gennaio

Il 14 gennaio vi fu la prima rappresentazione della Tosca di Giacomo Puccini al teatro Costanzi di Roma.

Il 20 gennaio muore a Brantwood lo scrittore inglese John Ruskin.

Il 24 gennaio avvenne la firma della convenzione franco-italiana per la delimitazione dei rispettivi possessi nell’area del mar Rosso.

Il 30 gennaio muore a Torino lo scrittore Vittorio Bersezio autore della famosa commedia – Le miserie d’monsù Travet – .

Il 31 gennaio “Prima” al teatro Manzoni di Milano di Come le foglie di Giuseppe Giacosa.

Febbraio

Il 3 febbraio viene raggiunto un accordo commerciale fra Italia e Stati Uniti.

Il 26 febbraio alla Camera l’opposizione accusa il governo di servirsi della mafia siciliana in occasione delle elezioni. (mio commento: sono passati 120 anni da allora ma la mafia incide ancora nelle varie tornate elettorali)

Il 27 febbraio viene fondato il partito laburista britannico.

L’Italia è sconvolta da una grave epidemia di influenza.

Marzo

Il 12 marzo il governo dell’Orange sposta la capitale da Bloemfontein a Kroonstadt.

Il 13 marzo Bloemfontein viene conquistata dalle truppe britanniche.

Il 15 marzo Prima rappresentazione a Parigi di L’Aiglon di Edmond Rostand, interpretato da Sarah Bernhardt.

Grande successo in Italia del romanzo Il fuoco di Gabriele D’Annunzio.

Aprile

Il 2 aprile viene approvato il nuovo regolamento della Camera dei deputati e reazioni delle sinstre.

Il 14 aprile a Parigi viene inaugurata l’Esposizione universale.

Il 21 aprile a Torino viene inaugurata l’Esposizione internazionale di automobili.

Il 25 aprile La spedizione al Polo Nord del duca degli Abruzzi raggiunge la latitudine di 86°, 34’, mai toccata in precedenza.

Il 26 aprile muore a Milano il giornalista Eugenio Torelli-Viollier, fondatore e direttore del Corriere della Sera e della Domenica del Corriere.

Maggio

Il 10 maggio inaugurazione del museo archeologico e artistico ordinato nel Castello Sforzesco a Milano.

Il 21 maggio ultimatum al governo cinese di tutto il corpo diplomatico accreditato a Pechino per intimare la repressione della rivolta dei Boxer e chiedere la protezione degli stranieri.

Il 24 maggio lo stato d’Orange è annesso alla Colonia del Capo.

Il 30 maggio la città di Johannesburg viene occupata dalle truppe britanniche.

Giugno

Il 3 giugno elezioni politiche in Italia; avanzata delle sinistre.

Il 5 giugno Pretoria è occupata dalle truppe britanniche.

Il 17 giugno le fortificazioni cinesi di Taku sono bombardate da navi europee, americane e giapponesi in risposta alle azioni dei boxer.

Il 18 giugno dimissioni del ministero Pelloux.

Il 20 giugno i boxer assediano le legazioni europee a Pechino.

Il 24 giugno viene costituito, in Italia, un nuovo ministero presieduto dall’onorevole Giuseppe Saracco.

Luglio

Il 7 luglio il Consiglio dei ministri decide di mandare un contingente di truppe italiane contro i boxer.

Il 9 luglio nasce la Federazione Australiana.

Il 19 luglio partono da Napoli le truppe italiane dirette in Cina.

Il 29 luglio l’anarchico Gaetano Bresci uccide a Monza con tre colpi di rivoltella il re Umberto I. Gli succede il figlio Vittorio Emanuele III.

Agosto

Il 9 agosto si svolgono a Roma i solenni funerali di Umberto I, che viene sepolto al Pantheon.

Il 14 agosto le truppe della spedizione internazionale entrano a Pechino e liberano dall’assedio le legazioni straniere.

Il 25 agosto muore il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche.

Il 29 agosto la corte di assise di Milano condanna all’ergastolo l’anarchico Gaetano Bresci.

Settembre

Il 1 settembre il Transvaal viene annesso alla Colonia del Capo.

Il 11 settembre il duca degli Abruzzi giunge a Cristiania (Oslo) di ritorno dalla spedizione polare.

Ottobre

Il 17 ottobre Bernhard von Bulow diventa cancelliere dell’impero tedesco.

Novembre

Il 6 novembre William MacKinley, repubblicano, viene confermato per la seconda volta Presidente degli Stati Uniti.

Il 12 novembre nasce a Torino la prima università popolare.

Chiusura dell’Esposizione di Parigi.

Dicembre

Il 2 dicembre eccezionale piena del Tevere. I quartieri bassi di Roma vengono inondati dalle acque del fiume.

Il 14-16 dicembre conversazioni Italo-francesi e preparazione dell’accordo franco-italiano per il Marocco e Tripoli.

Il 19 dicembre Lenin fonda a Monaco di Baviera il giornale Iskra (la scintilla).

Il 29 dicembre prima rappresentazione italiana al teatro alla Scala di Milano del melodramma di Wagner Tristano e Isotta.

Le grandi malattie che hanno formato l’umanità attuale. – 3

Se quelle descritte fin qui furono le più grandi epidemie della storia, vi sono anche altri bacilli – che colpirono più localmente – meritevoli di menzione. A cominciare dal tifo, che decimò la grande armata napoleonica ancor prima che arrivasse a Mosca. La stessa malattia sterminò gli eserciti nel periodo della prima guerra mondiale (tra il 1917-21, si contarono 25 milioni d’infetti e 3 milioni di morti); e gli eserciti rivoluzionari russi furono tanto falcidiati dalle febbre tifoidi, che Lenin dichiarò anticomunisti i pidocchi che le trasmettevano!

Microbi ormai innocui in Europa, invece, fecero strage tra le popolazioni amerinde del XVI secolo, che si erano sviluppate geneticamente lontane da ogni malattia del Vecchio mondo.

I Conquistadores, aiutati da vaiolo, morbillo, tifo e influenza, trasformarono la conquista delle Americhe nel più grande genocidio che l’umanità abbia conosciuto. Già nel 1518 il vaiolo aveva fatto strage sull’isola di Hispaniola (oggi Haiti), nel 1520 aveva cominciato a colpire in Messico. Ma il suo effetto fu particolarmente grave sul morale degli Aztechi i quali, vedendo che gli spagnoli sopravvivevano alla malattia, si convinsero che erano protetti dagli dei e rinunciarono ad ogni tipo di resistenza. Prima degli arrivi degli europei, il Messico era abitato da circa 30 milioni di persone. Nel 1568 ne erano rimaste 3 milioni, nel 1620 1 milione e 600 mila.

Ma anche l’America donò una malattia: la sifilide, un’infezione sessuale che si diffuse ampiamente in Europa dagli inizi del XVI secolo, pur non portando con sé devastazioni analoghe a quelle del vaiolo nel Nuovo Mondo. Una curiosità: la responsabilità per un’infezione tende sempre essere addossate ai cattivi vicini … e questo si dimostrò particolarmente vero per la sifilide, che fu chiamata dagli italiani “il mal franzese”, dai francesi “male napoletano”, dagli olandesi “il male spagnolo”, dai russi “il male polacco” e dai turchi “il mal dei cristiani”.

L’impiego di malattie infettive in guerra è antichissimo. Già dal V secolo a.C. si utilizzavano corpi di uomini o animali vittime di pestilenze per inquinare le riserve idriche nemiche (come le fontane veneziane, contaminate dai bizantini nel 1172).

Nel 400 a.C., gli arcieri sciiti immergevano le frecce nei corpi dei cadaveri per infettare l’avversario. Nel 1347 i Tartari ebbero l’idea di appestare il nemico catapultando corpi infetti da peste bubbonica oltre le mura della città di Caffa (l’attuale Feodosija, in Crimea), avamposto genovese nel Mar Nero. Alcuni storici sostengono che questo episodio fu la causa dell’epidemia di peste che colpì l’Europa medievale. Nel 1710, durante la guerra russo-svedese, pare che i generali mandassero i propri soldati appestati a morire tra le guarnigioni nemiche. Un altro sistema per diffondere malattie infettive è stato quello di utilizzare abiti e coperte contaminate. Nel 1763, Sir Jeffrey Amherst, un generale inglese, per liberarsi dei pellerossa, fece regalare alle tribù coperte infettate col virus del vaiolo, che sterminò l’intero popolo. Un’azione simile fu condotta contro i Maori in Nuova Zelanda, quando gli inglesi mandarono loro prostitute affette da sifilide.

E se, prima o poi, tornassero?

La spagnola, la peste, il colera, la difterite, la poliomielite… potrebbero colpirci ancora? Colera e peste potrebbero tornare ma non diffondersi. La peste è stata sconfitta dall’igiene e il colera dal trattamento delle acque nere. La Yersinia pestis, il batterio della peste, viene diffuso da una pulce che con un salto passa dai ratti infetti all’uomo. Ma i ratti non frequentano abitualmente cucine e camere da letto, e non sono molti gli europei che indossano abiti infestati da pulci. E comunque a battere la peste basterebbero gli antibiotici.

E il colera? Tutti gli anni importiamo come gli altri Paesi europei, 4-5 casi di colera, ma l’epidemia non si sviluppa. E basta la reidratazione per via venosa e orale per superare la fase acuta. Quanto alla polio, i vaccino l’hanno sconfitta quasi quarant’anni fa, e la difterite si riscontra in rarissimi casi, per lo più d’importazione. Per il morbillo, che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sarebbe dovuto essere stato sconfitto già nel 2013, in Italia siamo ancora a livelli infamanti con migliaia di casi all’anno e numerosi decessi. Anche perché, per esempio, solo il 60% dei nati nel 1996 furono vaccinati e più o meno l’andazzo è stato lo stesso negli anni a seguire.

L’unica, comunque che potrebbe ancora tornare e fare gravi danni è l’influenza come per esempio nel maggio del 1997 a Hong Kong comparve nel mercato del pollame un nuovo ceppo di influenza degli uccelli capace di infettare le persone, con una mortalità del 33% (Aviaria). fine

Le grandi malattie che hanno formato l’umanità attuale. – 2

La peste del ‘300 ebbe anche importanti riflessi sulla vita sociale. La paura del contagio e l’impotenza della medicina, che consigliava salassi e inutili purificazioni con erbe aromatiche, favorirono per esempio la fuga verso la campagna, come testimonia il Decameron di Boccaccio, o addirittura nei conventi. E contribuirono allo scatenarsi delle persecuzioni contro ebrei, maghi e streghe.

Con la diminuzione della popolazione e l’aumento di elementi geneticamente refrattari, l’incidenza della peste pian piano diminuì. La fase devastante si esaurì nel giro di 50 anni, da allora in poi la peste rimase in forma endemica in Europa, alternandosi con epidemie di vaiolo. Una nuova esplosione avvenne intorno alla prima metà del XVII secolo, durante la guerra dei Trent’anni: quella descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi (il romanzo, infatti, era ambientato nel 1630). Questa seconda ondata di peste fu determinante nel far passare il testimone del predomio politico europeo a Francia e Inghilterra, lasciando un ruolo secondario alla Spagna, falcidiata dalla malattia.

Nei secoli successivi, a occupare la scena furono soprattutto le malattie intestinali – chiamate all’epoca flussi di ventre, che colpivano soprattutto in situazioni di sovraffollamento e cattive condizione d’igiene, per esempio nelle città assediate. A volte favorendo sfacciatamente una fazione contro quella opposta.

La Rivoluzione francese, per esempio, non fu soffocata dall’esercito prussiano di Brunswick nel 1792 proprio a causa della terribile epidemia di dissenteria – chiamata dai francesi “coulée prussienne” – che aveva colpito duramente le truppe tedesche.

Ben più devastante, però, fu il colera proveniente dall’Asia, che colpì il mondo occidentale a partire dal XIX secolo. Comparve nell’Europa orientale, nel 1830, per poi spostarsi verso ovest. Già nel 1832 infuriava a Parigi – dove alcuni innocenti furono linciati dalla folla perché ritenuti untori – e ben presto attraversò l’oceano per arrivare negli Stati Uniti.

Il suo impatto (fra i 30 e i 40 milioni di morti nel mondo fu una delle cause principali della disgregazione dell’impero asburgico, e in generale delle grandi potenze. Meno colpite furono le popolazioni di lingua slava, magiara, e soprattutto italiana…. che in meno di 30 anni riuscirono ad ottenere l’indipendenza dall’Austria.

Dopo la I guerra mondiale, nel biennio 1918-19, in tutto il mondo si diffuse un altro grande flagello epidemico chiamato la “spagnola” denominazione dovuta al fatto che si credeva che i primi casi si fossero manifestati nella penisola iberica. Le condizioni di vita precarie dovute alla guerra favorirono il diffondersi del morbo, che era una forma influenzale molto violenta.

In tre ondate successive, la malattia fece tra i 21 e i 22 milioni di morti (più di tutte le vittime della I guerra mondiale) contagiando oltre un miliardo di persone, soprattutto maschi tra i 20 e i 40 anni.

Con gravi conseguenze sul piano sociale ed economico. In primo luogo, come sempre, la caccia all’untore: negli Usa vennero addirittura fucilati medici ed infermieri militari accusati di aver iniettato il morbo nei soldati americani per favorire i tedeschi. L’alta mortalità rallentò inoltre le comunicazioni e le città rimasero sempre più isolate e abbandonate alle loro scarse risorse, visto che l’agricoltura quasi si fermò. Per fortuna la spagnola scomparve senza lasciare traccia nel giro di tre anni. Continua – 2

Le grandi malattie che hanno formato l’umanità attuale.

Le grandi malattie hanno condizionato la storia dell’uomo: se esistiamo è perché i nostri avi sono sopravvissuti.

La prima fu forse la sconosciuta malattia che devastò Atene 4 secoli prima di Cristo, minando le basi della supremazia greca. Era il 430 a.C. quando Atene, al culmine della sua potenza, fu colpita da un’epidemia che la mise in ginocchio. Forse fu vaiolo, forse tifo o un altro virus. Ma Diodoro Siculo narra che uccise 1 persona su 3.

In un certo senso siamo tutti figli delle grandi epidemie del passato, perché i nostri progenitori – cioè i sopravvissuti – appartenevano tutti (o quasi) ai ceppi geneticamente più resistenti. Ma le epidemie hanno modificato la storia umana anche in altri modi: provocando svolte politiche, drastiche variazioni demografiche, addirittura facendo crollare imperi millenari.

Perfino l’augurio “salute” nasce nel Medioevo, durante uno di questi tragici periodi: uno starnuto, infatti, poteva essere il primo segno che una persona aveva contratto la peste, una malattia che era in grado di uccidere nel giro di 24 ore.

Le prime “pesti” di cui si abbia notizia sono quelle descritte in testi egizi del II millennio a.C., e ci sono notizie di gravi malattie contagiose fra gli Ittiti, in Mesopotamia e in Cina. Ma la prima descritta con una certa accuratezza è la peste di Atene del 430 avanti Cristo, che infuriò in città per più di 2 anni.

Proveniente forse dall’Asia, la malattia intaccò in modo grave la società ateniese, economicamente e socialmente, provocando la decadenza di quella che all’epoca era la città più potente del Mediterraneo. E non c’è da stupirsene se, come sostiene lo storico Diodoro Siculo, Atene perse in quei due anni un terzo dei suoi abitanti.

Ancora oggi non sappiamo con precisione quale morbo colpì la città tanto duramente: forse il vaiolo o forse una forma di tifo esantematico o, ancora, una malattia oggi scomparsa. Si sa soltanto che il morbo si manifestò improvvisamente durante un assedio e che, nonostante la dedizione dei medici, decine di migliaia di abitanti morirono per le strade, spesso abbandonati dalle proprie famiglie che temevano il propagarsi del contagio. Ai fuochi che bruciavano cumuli di cadaveri si aggiungevano le invocazioni religiose e le musiche delle feste di chi cercava di dimenticare la malattia nell’abbandono dei costumi morali.

Senza questa crisi, la società greca si sarebbe lasciata superare così facilmente, nei secoli a venire, da quella romana?

Se l’età di Pericle fu sconvolta dal tifo o dal vaiolo, il morbo che flagellò maggiormente i secoli successivi fu invece la peste nera. Indotta dal bacillo di Yersin, endemica in certe regioni (cioè presente tra la popolazione, ma con un basso indice di diffusione) diventa talvolta epidemica, assumendo la forma bubbonica (letalità tra il 60 e 80% dei casi) e la forma polmonare (letalità di quasi il 100%). Della sua rapida trasmissione sono responsabili le pulci o, tra esseri umani, la saliva.

La peste nera, chiamata anche orientale, perché il focolaio iniziale era in Asia, arrivò a Messina nel settembre del 1347 e in circa cinque anni si propagò in tutta Europa estendendosi fino alla Russia e alla Scandinavia, alla velocità di circa 75 km al giorno, ovvero 3 km all’ora.

Favorita dalla forte densità demografica e dalla promiscuità dei grandi centri, l’epidemia raggiunse livelli di mortalità paragonabili a quella di una guerra atomica su scala mondiale. In Provenza morì tra il 50 e il 75% della popolazione, in Inghilterra il 58%. Siena passò da 100.000 a 13.000 abitanti. In 3 o 4 anni l’Europa perse da un terzo a metà della popolazione.

Le conseguenze economiche furono impressionanti: prima di tutto un brusco rialzo dei salari, che costrinse molti governi ad aumentare il prelievo fiscale. Inoltre, i prezzi agricoli crollarono e l’area mediterranea cominciò a cedere il passo ai porti del Nord Europa. Continua.  

Avvenimenti storici

La nascita della Fiat

Nel 1899 la motorizzazione in Italia è allo stato embrionale: numerosi sperimentatori, ma praticamente nessuna industria degna di questo nome (negli Stati Uniti, a titolo di raffronto, la produzione di autoveicoli sarà un anno dopo di 4.200 unità). Mentre in Francia, Gran Bretagna, Germania la “carrozza senza cavalli” ha già una certa diffusione, da noi circolano soltanto centoundici autovetture.

L’unità del Regno è stata proclamata soltanto nel 1861, l’economia è basata anzitutto sull’agricoltura; le attività imprenditoriali, anche quando possono essere classificate come vere e proprie industrie, non hanno le strutture né la rilevanza economica di quelle britanniche, tedesche, francesi. Tuttavia, soprattutto nell’Italia settentrionale, l’esigenza di riguadagnare il terreno perduto è profonda.

E’ in questo clima che a Torino un gruppo di appassionati, nel quale spiccano nomi gentilizi e sono scarsi quelli di tecnici e di uomini con doti manageriali, decide di dar vita a una fabbrica di automobili, la cui filosofia sia quella di fare una serie di macchine e cercare di venderle anziché, come generalmente è sinora avvenuto, sperimentare nuovi ritrovati e allestire prototipi non destinati al mercato.

L’atto costitutivo per la fondazione della nuova industria torinese viene stipulato il mattino del 1° luglio 1899 in via Lagrange, nel palazzo del conte Emanuele Cacherano di Bricherasio: i testimoni oculari raccontano che è lo stesso conte a ricevere i futuri soci, indossando una lunga veste da camera nera con i risvolti bianchi. L’atto notarile ufficiale è rogato l’11 luglio, presso la sede del Banco Sconto e Sete in via Alfieri.

I nove soci fondatori compongono il primo consiglio di amministrazione della società, che risulta così formato: presidente cavalier Ludovico Scarfiotti, vice presidente conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, segretario del consiglio cavalier Giovanni Agnelli, consiglieri: conte Roberto Biscaretti di Ruffia, cavalier Michele Ceriana Mayneri, Luigi Damevino, marchese Alfonso Ferrero di Ventimiglia, avvocato Cesare Goria Gatti, avvocato Carlo Racca. Ad essi, per completare lo staff dirigenziale, si aggiungono il direttore amministrativo e commerciale Enrico Marchesi e quello tecnico Aristide Faccioli, entrambi ingegneri.

La prima denominazione sociale è Società Italiana per la costruzione e il commercio delle automobili – Torino, mutata poco dopo in Fabbrica Italiana Automobili Torino. Da qui la scritta FIAT, dapprima scritta con altrettanti puntini dopo ogni lettera, in seguito senza di essi e senza più alcun riferimento alla denominazione originaria. Continua.

Un anno di storia in pillole

Accadde nel 1899

Gennaio

Il 1 gennaio gli Stati Uniti prendono ufficialmente possesso dell’isola di Cuba.

Il 15 gennaio manifestazione irredentistica a Trieste.

Il 16 gennaio in Etiopia viene conclusa la pace tra ras Mangascià e ras Maconnen.

Il libro di Edmondo De Amicis – La carrozza di tutti – ottiene un grande successo. In tre settimane circa ne vengono esaurite sette edizioni.

Le linotypes vengono impiegate per la prima volta in Italia per la composizione tipografica.

Febbraio

Il 1 febbraio cessa il mandato politico dei deputati socialisti Luigi De Andreis e Filippo Turati, condannati per i moti del pane del maggio 1898.

Il 4 febbraio presentazione alla Camera dei Deputati da parte del governo dei provvedimenti liberticidi.

Il 7 febbraio inaugurazione della ferrovia elettrica Milano-Monza.

Il 17 febbraio muore Felix Faure, Presidente della Repubblica Francese; gli succede Emile Loubet.

Marzo

Il 3 marzo Guglielmo Marconi dimostra all’Associazione degli elettricisti a Londra che è possibile proiettare un fascio di onde elettromagnetiche.

Il 4 marzo viene approvata alla Camera la legge che punisce lo sciopero degli addetti ai pubblici servizi e limita la libertà di riunione, di associazione e di stampa.

Il 12 marzo crisi di governo in seguito alla questione riguardante l’occupazione della baia di Sanmun, in Cina.

Il 26 marzo vengono rieletti nelle elezioni suppletive gli ex deputati De Andreis e Turati.

Il saggio di Lev Tolstoj – Che cosa è l’arte? – è al centro di vivaci polemiche fra artisti e letterati italiani.

Aprile

L’11 aprile il Re Umberto I insieme con la Regina Margherita comincia una lunga visita in sardegna.

Il 16 aprile viene celebrato solennemente il 21° anniversario dell’ascesa al soglio pontificio di Papa Leone XIII.

Maggio

Il 14 maggio avvenne la costituzione del secondo ministero Pelloux (che resterà in carica fino al 24 giugno del 1900) nettamente di destra.

Il 16 maggio viene inaugurata a Como l’Esposizione voltiana.

Il 18 maggio si apre la prima conferenza internazionale della pace all’Aia.

Il 25 maggio alla Camera i deputati della Sinistra applicano per la prima volta l’ostruzionismo.

Eccezionale successo a Milano e a Roma dell’opera teatrale – La Gioconda – di Gabriele D’Annunzio, interpretata da Eleonora Duse e Ermete Zacconi.

Giugno

Il 3 giugno viene annullata dalla corte suprema francese la sentenza contro Alfred Dreyfus e chiesto un nuovo processo.

A Vienna muore il musicista Johann Strauss jr.

Il 12 giugno Da Cristiania (Oslo) parte sulla nave Stella Polare la spedizione al Polo Nord di Luigi di Savoia, duca degli Abruzzi.

Il 30 giugno si svolge alla Camera una seduta molto tumultuosa: violente colluttazioni fra i deputati dei vari schieramenti politici.

Luglio

L’8 luglio un incendio distrugge quasi completamente l’Esposizione voltiana a Como.

L’11 luglio viene fondata a Torino la FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino).

Agosto

il 14 agosto il Governo Italiano rinuncia all’occupazione della baia di San-mun, in Cina.

Il 20 agosto inaugurazione a Como del primo congresso nazionale dell’educazione femminile.

Settembre

Il 3 settembre muore a Londra, poverissimo, l’irlandese Albert Grant, costruttore della Galleria Vittorio Emanuele di Milano.

Il 9 settembre il secondo processo Dreyfus si conclude con la riduzione della pena a 10 anni di detenzione semplice.

Il 19 settembre il Presidente francese Emile Loubet concede la grazia a Dreyfus.

Ottobre

Il 12 ottobre scoppia la guerra anglo-boera.

Il 14 ottobre viene firmato il trattato di Windsor, in funzione anti boera, fra Gran Bretagna e Portogallo.

Novembre

Il 7 novembre viene inaugurato a Porto Said un monumento a Ferdinand de Lesseps.

Dicembre

Il 2 dicembre i rappresentanti italiani ed elvetici firmano a Berna il trattato per il congiungimento delle ferrovie italiane e svizzere attraverso la galleria del Sempione, i cui lavori di scavo sono cominciati già da un anno.

Dal 9 al 15 dicembre in Sudafrica le truppe britanniche subiscono una serie di dure sconfitte a Stormberg, a Magersfontein e a Colenso.

Il 24 dicembre con la cerimonia d’apertura della Porta Santa nella basilica di San Pietro a Roma ha inizio il Ventunesimo Anno Santo celebrato dalla Chiesa cattolica.

Il 31 dicembre finisce l’anno con la concessione in Italia di una grande amnistia per tutti i reati politici. Riescono quindi a tornare in libertà tutti quelli che erano stati condannati per i moti del maggio 1898.