Curiosando qui e la

Può essere erede un figlio non ancora nato?

Sì, purché nasca entro 300 giorni dalla morte del padre. In questo caso ha gli stessi diritti di un figlio nato in precedenza.

Inoltre è previsto che nel testamento possa essere nominata erede una persona non solo non ancora nata, ma neanche concepita, purché figlia di persona vivente al momento dell’apertura della successione.

Così, per esempio, è possibile per il potenziale “nonno” nominare erede un futuro nipote.

Il Santo del Giorno

Sant’ Austregesilio di Bourges

Nome: Sant’ Austregesilio di Bourges

Titolo: Vescovo

Nascita: 551 circa, Bourges, Francia

Morte: 624 circa, Bourges, Francia

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Austregisilo, chiamato anche Outrille, fu vescovo di Bourges negli ultimi dodici anni della sua vita. Apparteneva a una locale famiglia nobile ma caduta in povertà, ed era addetto alla corte di re Gontrano a Chalon-sur-Saone.

Poiché un membro della corte lo aveva accusato duramente, si ricorse all’ordalia, con la quale Austregisilo poté mostrare la sua retta intenzione: poco prima della sfida l’accusatore venne infatti sbalzato da cavallo e morì. Questo episodio confermò Austregisilo nella sua volontà di consacrarsi a Dio.

Fu ordinato prete e nominato abate di Saint-Nizier a Lione. Stimato sia per la sua saggezza che per il dono delle guarigioni, fu in seguito consacrato vescovo. S. Amando (6 feb.), futuro apostolo delle Fiandre, era tra i suoi discepoli e visse da giovane in una cella presso la cattedrale di Bourges sotto la guida del vescovo.

Di Austregisilo si ricordano queste parole sulla scelta del celibato: «Se io avessi una buona moglie avrei paura di perderla, se ne avessi una cattiva preferirei non averne alcuna». Si tratta delle parole pronunziate davanti al re quando aveva deciso di diventare prete. È il santo patrono di Bourges.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Bourges nella regione dell’Aquitania, in Francia, sant’Austregesilio, vescovo, che si mostrò ministro di carità soprattutto tra i poveri, gli orfani, i malati e i condannati a morte.

Il Santo del Giorno

San Talaleo

Nome: San Talaleo

Titolo: Martire

Nascita: fine II secolo, Gerusalemme

Morte: 284 circa, Egea di Cilicia

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Talleleo soffrì il martirio in Egea di Cilicia, durante la persecuzione dell’imperatore Numeriano. Esercitava la professione di medico; dai greci è ricordato come anarghiro, cioè medico che curava gratuitamente. In questa categoria i più famosi sono Cosma e Damiano (26 set.). Si dice che Talleleo venisse dal Libano e fosse figlio di un generale romano.

Dopo essere fuggito in un oliveto durante la persecuzione, fu catturato e condotto sotto scorta a Egea e là gettato in mare; a forza di braccia riuscì però a raggiungere la spiaggia e allora fu decapitato.

Nel culto gli sono associati altri martiri: sia carnefici incaricati della sua esecuzione e convertiti dalla sua fede, sia spettatori con lui solidali.

MARTIROLOGIO ROMANO. Ad Ayaș in Cilicia, nell’odierna Turchia, san Talaleo, martire.

Il Santo del Giorno

Beata Colomba da Rieti

Nome: Beata Colomba da Rieti

Titolo: Vergine

Nome di battesimo: Angiolella Guadagnoli

Nascita: 2 febbraio 1467, Rieti

Morte: 20 maggio 1501, Perugia

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Colomba, esempio interessante di terziaria domenicana, già in vita fu acclamata come saggia consigliera e guaritrice in quella Perugia che le tributò un funerale pubblico a cui partecipò gran parte dela cittadinanza. Era nata a Rieti da una famiglia che commerciava in tessuti. Durante l’adolescenza si dice abbia avuto visioni e persino visitato la Palestina durante un’estasi.

Si tagliò i capelli per respingere i corteggiatori e all’età di diciannove anni si fece terziaria domenicana. Facendo visita in carcere a un assassino lo condusse al pentimento. Le si attribuì la capacità di operare guarigioni e di riuscire a vivere con un’alimentazione estremamente scarsa. Un giorno lasciò la sua casa di buon mattino e partì per una destinazione sconosciuta: arrestata a Foligno per un errore d’identità, fu raggiunta dai genitori, con i quali poi si trasferì a Perugia, allora una delle più turbolente città italiane. Accolta festosamente andò a vivere insieme ad altre terziarie sue compagne, e fu presa sotto la protezione dei Baglioni, famiglia ricca e influente. Alcuni domenicani e francescani sollevavano dubbi sulla possibilità che vivesse solo di bacche e di estasi, e uno di essi, divenuto poi suo confessore e biografo, raccomandò prudenza e che si facesse trascorrere un periodo di dieci anni prima di qualsiasi ammissione riguardo alla sua santità. Il popolo non aveva però questo tipo di remore e le ottenne una casa nella quale, con poche compagne, ella poté pronunciare i voti perpetui nel 1490.

Durante un’epidemia di peste i magistrati della città seguirono il suo consiglio di indire processioni penitenziali; molti malati guarivano al solo contatto con lei, ed ella stessa contrasse la peste ma guarì, attribuendo la cosa all’intercessione di S. Caterina da Siena (29 apr.), alla quale era molto devota. Agì da mediatrice di pace durante violente dispute cittadine. Una volta mise in guardia i suoi concittadini da imminenti attacchi esterni, che poterono essere così respinti.

Quando papa Alessandro VI passò da Perugia ne fu impressionato, ma gli ammonimenti che ella in seguito pronunziò non furono ugualmente mai resi pubblici.

Umiliò Lucrezia Borgia, che divenne sua acerrima nemica, e alla cui influenza venne attribuita la persecuzione (e le accuse di pratiche magiche) che fece seguito. Colomba sopportò molti mali fisici e dal letto di morte consigliò i potenti di Perugia di praticare la carità e la giustizia verso i poveri. Morì all’età di soli trentaquattro anni nella festa dell’Ascensione del 1501. Nel 1627 il suo culto fu confermato.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Perugia, beata Colomba (Angela), vergine della Penitenza di San Domenico, che si adoperò per pacificare la città divisa tra fazioni.

Astrologia

LEGGERE IL DESTINO

Manuale di astrologia

Si può dire che nel momento stesso in cui ha incominciato a pensare, l’uomo ha iniziato anche a cercare di elaborare tecniche e metodi per capire quale futuro gli sarebbe toccato in sorte. Alcune di queste tecniche hanno attraversato intatte i millenni, sono giunte fino a noi e sono tutt’ora largamente usate nelle più diverse parti del mondo. L’arte della profezia e della predizione del futuro passa attraverso le metodologie più varie: dallo studio della posizione degli astri all’esame delle interiora degli animali uccisi in sacrificio agli dei, dall’osservazione della sfera di cristallo al lancio dei dadi, dall’esame delle linee della mano all’estrazione delle carte.

Nel XIX secolo, insieme al fiorire di vasti e differenziati interessi riguardanti sia il mondo dello spirito, sia i poteri insospettati della mente umana, anche le mantiche hanno visto un momento di grande sviluppo. Probabilmente si trattò anche di un fenomeno di ribellione verso l’illuminismo e il culto della ragione, nonché verso il dilagare dell’industrializzazione che sembrava volere in qualche modo sostituire completamente le macchine all’uomo.

Anche oggi si assiste a un nuovo “revival” degli interessi legati alla spiritualità e alla parapsicologia, ivi compresa la previsione degli eventi futuri, probabilmente come reazione all’era del computer e della cosiddetta intelligenza artificiale.

Gli scettici affermano che gli eventi futuri sono regolati esclusivamente dal caso e non sono quindi prevedibili, mentre gli accaniti sostenitori delle arti mantiche consultano gli oracoli anche per cercare di conoscere ogni più piccolo dettaglio del domani. Di fatto, come sempre, la via di mezzo è la più corretta, perché più naturale, istintiva e consona ai comportamenti umani.

Il futuro non è fisso e immutabile, ma, essendo costruito dalla somma degli effetti di tutte le nostre azioni e di quelle di coloro che ci vivono accanto, è in continuo movimento e non può essere predetto con precisione millimetrica: se così fosse non esisterebbe il libero arbitrio che invece è una delle leggi fondamentali dell’evoluzione spirituale umana.

Ciò che al contrario è possibile valutare con un buon grado di approssimazione è la struttura del futuro, che ha il maggior numero di probabilità di verificarsi, date le premesse del presente. Sulla base di questo dato diviene poi facile capire quale comportamento tenere o quali decisioni prendere per evitare in futuro eventi negativi e favorire eventi positivi. Altissimo è il numero di arti divinatorie che l’umanità ha sviluppato nel corso dei millenni nelle varie parti del mondo: alcune semplicissime, altre quanto mai complesse. Prenderemo in considerazione sette di queste arti, le più conosciute e attendibili, che sono: l’Astrologia occidentale, l’Astrologia cinese, i Tarocchi, la Cartomanzia, la Chiromanzia, la numerologia e la Radioestesia con il pendolo. Queste arti richiedono un attrezzatura minima: un mazzo di tarocchi, un mazzo di comuni carte da poker, un libro di effemeridi, carta, penna, compasso, righello e un semplice pendolo che può essere realizzato anche infilando un anello in un pezzo di catenella o di cordino. In particolare, l’Astrologia e la Chiromanzia consentono di effettuare una profonda indagine psicologica del consultante, per mezzo della quale è possibile capire in base a quali caratteristiche della personalità il soggetto esaminato si comporta in un modo oppure in un altro, ponendo le cause per questo o per quell’evento futuro. La Numerologia si basa sui significati esoterici legati ai numeri e scopre le corrispondenze tra questi significati e la personalità dell’individuo, basandosi sulla data di nascita o sul numero che si ottiene attribuendo alle lettere del nome il relativo valore numerico e facendone la somma teosofica. Dal canto suo il pendolo è un mezzo versatile che può rispondere a domande sul futuro, m può essere usato anche per ritrovare oggetti perduti, per scoprire l’acqua o per individuare parti del corpo ammalate a causa di disarmonie energetiche.

Ciascuno dovrà autonomamente determinare con quale arte divinatoria ha maggiore affinità, così da dedicarsi a quella in particolare: infatti ogni individuo mostra specifiche attinenze con quella tecnica che maggiormente lo aiuta a sviluppare l’intuito personale. In realtà è proprio l’intuito della persona l’elemento fondamentale della divinazione, non il pendolo o il mazzo di Tarocchi; l’intuito si traduce nella capacità di leggere correttamente i “segni”, siano essi le posizioni reciproche di costellazioni e pianeti o le immagini degli Arcani o ancora le oscillazioni del pendolo.

Continua

Salute e Benessere

Grano o frumento tenero – Triticum spp.
Atlante delle coltivazioni erbacee – Cereali

Classe: Monocotyledones
Ordine: Glumiflorae
Famiglia: Graminaceae (Gramineae o Poaceae)
Tribù: Hordeae
Specie: Triticum spp.

Francese: blè; Inglese: wheat; Spagnolo: trigo; Tedesco: Weizen.

Grano o frumento tenero – Triticum spp.

Caratteri botanici

Cariosside.

Quello che comunemente viene chiamato “seme” dei cereali è in realtà una cariosside, cioè un frutto uniseminato, secco, indeiscente in quanto i tessuti del pericarpo sono concresciuti e saldati con quelli del seme.
La cariosside del frumento pesa da 35 a 50 mg, ha forma allungata, sezione trasversale da rotondeggiante a subtriangolare, ed è costituita dall’embrione (2-4% in peso), dall’endosperma (87-89%) e dai tegumenti o involucri (8-10% circa). L’embrione si trova ad un estremità della cariosside, non ha molta importanza dal punto di vista tecnologico-alimentare in quanto durante la macinazione va a far parte dei sottoprodotti, mentre ha un compito fondamentale per la riproduzione della specie. Infatti in esso sono già formati gli organi principali del futuro individuo.
L’endosperma costituisce la parte preponderante del granello ed è formato: a) da uno strato aleuronico esterno e b) da un parenchima interno, che ne rappresenta la quota maggiore, costituito da cellule ricche di amido e sempre meno dotate di sostanze proteiche man mano che si procede verso l’interno del granello.
D’importanza notevole nei confronti della qualità del prodotto e del suo impiego sono la consistenza e l’aspetto dell’endosperma che può apparire ambraceo, corneo, vitreo ovvero farinoso, bianco, tenero, secondo la specie, la varietà e l’ambiente di coltura.

Apparato radicale.

L’apparato radicale (del frumento e dei cereali in generale) è di tipo fascicolato. Si hanno radici embrionali o primarie; esse sono preformate nell’embrione, sono le prime a svilupparsi e servono alla pianta nel primo periodo del ciclo.
In seguito si affianca loro l’apparato radicale secondario o avventizio.
Questo si forma durante la fase di accestimento, in seguito allo svilupparsi di radici dai nodo basali, vicino alla superficie del terreno.
L’apparato radicale avventizio nel volgere di qualche settimana prevale sull’apparato embrionale che peraltro rimane vitale per tutto il ciclo, anche se poco sviluppato.
L’apparato radicale si espande a una profondità variabile in relazione al suolo e può giungere fino a 1,5 m e oltre.
Un buon radicamento è una condizione fondamentale per il buono sviluppo della coltura.

Fusto.

Il culmo (così è chiamato il fusto delle graminacee) è cilindrico, costituito da nodi ognuno dei quali porta una foglia, e da internodi internamente cavi, generalmente in numero di 7-9 secondo la varietà. Nella fase giovanile quando gli internodi non sono sviluppati, i nodi sono ravvicinatissimi ed il culmo, lungo pochi millimetri, non è ancora appariscente.
Ogni nodo ha un meristema che ad un certo momento del ciclo entra in attività provocando l’allungamento dell’internodo soprastante.
Gli internodi basali, che sono i primi ad allungarsi, sono più corti degli altri.
In generale, maggiore è il numero di nodi, e quindi di foglie, più lungo è il ciclo vegetativo della pianta.
L’altezza media del culmo ad accrescimento ultimato è di un metro circa nelle attuali varietà.
Il germoglio primario non resta unico. All’ascella delle foglie sono presenti e possono svilupparsi altri apici vegetativi che danno luogo a culmi secondari e terziari in numero maggiore o minore a seconda delle varietà e delle condizioni ambientali: è questo l’accestimento.
Apparato fogliare.
Il coleoptile è una foglia, la prima, che incappuccia la piumetta (o apice caulinare), perfora il terreno e protegge la piumetta stessa. La prima foglia vera dopo qualche giorno dall’emergenza, ossia dalla fuoriuscita dal terreno, perfora il coleoptile e inizia la fotosintesi.
Le foglie dei cereali sono inserite sui nodi del culmo, con disposizione alterna. Ogni foglia consiste della guaina e della lamina. La guaina è inserita sul nodo e abbraccia completamente ilo culmo; la guaina continua con la lamina, lineare, parallelinervia. Le foglie apicali sono le più sviluppate, l’ultima in particolare (foglia bandiera) dà il maggior contributo alla assimilazione del culmo.
Nella linea di intersezione della guaina con la lamina, all’interno c’è una formazione membranosa, prolungamento dell’epidermide interna della guaina, chiamata ligula, ai cui estremi si trovano due espansioni che abbracciano il culmo e sono dette auricole. La ligula e le auricole hanno notevole importanza per il riconoscimento delle varie specie di cereali allo stato vegetativo. Nel frumento le auricole sono pelose, la ligula è grossolanamente dentata e la guaina è glabra; nell’avena la ligula è glabra e sviluppatissima mentre le auricole mancano; nell’orzo le auricole sono molto grandi e abbracciano completamente il culmo, addirittura ricoprendosi.

Infiorescenza.

L’infiorescenza del frumento è una spiga composta terminale, comunemente detta spiga, costituita da un asse principale, o rachide, sinuoso, formato da corti internodi che, come s’è detto, possono essere resistenti alla disarticolazione (frumenti “nudi”) o disarticolarsi con facilità (frumenti “vestiti”).
Su ogni nodo del rachide è inserita una spighetta, che nel frumento è pluriflora. Il numero di spighette per spiga varia molto con la specie, la varietà e le condizioni di crescita: 20-25 può essere considerato il numero medio di spighette presenti sulla spiga delle attuali forme di frumento cresciute in buone condizioni; in cattive condizioni di coltura tale numero può essere anche molto inferiore.
Le spighette sono sessili, disposte sui nodi alternativamente sui lati opposti del rachide, quindi con disposizione distica. Ciascuna spighetta è formata dai seguenti elementi:
– Un paio di glume a forma di navicella, simmetriche, poste alla base;
– Una rachilla, asse molto raccorciato che porta i fiori alterni;
– I fiori, in numero da 3 a 7.
Ciascun fiore di frumento è racchiuso e protetto da due brattee paglione disuguali dette glumelle o glumette. La glumella inferiore, detta lemma, ha forma di navicella e accoglie il fiore nella sua concavità; la glumella superiore, o palea, chiude come un coperchio la lemma.
Le glumelle inferiori hanno aspetto e dimensioni molto simili alle glume, e sul dorso hanno una carenatura che termina in una punta o in una resta più o meno lunga. In base a quest’ultima caratteristica i frumenti si distinguono in mutici, senza resta, e aristati, con resta.
Nel frumento tenero sono comuni sia le forme mutiche che quelle aristate; i frumenti duri sono sempre forniti di lunghe reste, meno “aperte” che nel tenero e spesso pigmentate di scuro.
Nel frumento le spighette sono pluriflore: il numero dei fiori in ogni spighetta varia da tre a sette, però normalmente sono fertili solo i fiori basali: uno nel T. monococcum, due nel T. dicoccum, fino a 3-4 nei frumenti oggi coltivati.
In alcuni frumenti (duro es.) le glume sono carenate asimmetricamente in tutta la loro lunghezza, in altri (frumento tenero) la carenatura si limita alla sola parte superiore del dorso.
La spiga del frumento tenero vista in sezione è quadrata, mentre quella del frumento duro è compressa lateralmente.

Continua domani

Il Santo del Giorno

Santa Lidia di Filippi

Nome: Santa Lidia di Filippi

Titolo: Testimone del primo sec

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Ecco una Santa il cui nome non si legge in nessun Martirologio, ma che si incontra in una celebre pagina degli Atti degli Apostoli, vergata dalla mano dell’Evangelista Luca.

« Imbarcatici a Troade ? racconta dunque San Luca, in prima persona perché anch’egli, quella volta, era tra i discepoli che seguivano San Paolo ? facemmo vela direttamente per la Samotracia, e il giorno seguente per Neapoli; e di lì a Filippi, che è la città principale di quella parte della Macedonia, ed è colonia romana, e vi passammo alquanti giorni.

Venuto il sabato, andammo fuor di porta presso al fiume, dove pareva che fosse il luogo della preghiera; e postici a sedere ci mettemmo a parlare alle donne là adunate. Una di loro, per nome Lidia, della città di Tiatira, che vendeva la porpora ed era timorata di Dio, stava ad ascoltarci. E il Signore le aprì il cuore per ricevere le cose dette da Paolo. E battezzata che fu con la sua famiglia, ella c’invitò dicendo: “Se mi tenete per una credente nel Signore, venite a stare in casa mia”, e ci costrinse a seguirla ».

Era dunque una donna energica; molto probabilmente, come vedremo, era a capo di una tintoria. Energica e coraggiosa nella ospitalità verso quegli sconosciuti.

Santa Lidia fu così la prima credente e battezzata della colonia romana di Filippi, resa celebre, un secolo prima, dalle lotte tra Cesare e Pompeo. Donna cordiale e generosa, Lidia ospitò nella sua casa San Paolo e il gruppetto di Apostoli e di discepoli che lo seguivano nella predicazione.

Durante la loro permanenza a Filippi, San Paolo e San Sila, o Silvano, furono anche impri­gionati e flagellati dai littori come perturbatori della quiete pubblica. Rilasciati perché cittadini romani, prima di allontanarsi dalla città, passarono per un’ultima volta dalla casa ospitale di Lidia, per salutarvi i nuovi fratelli in Cristo, raccoltisi attorno alla prima convertita della città.

Dopo, non si sa più nulla di Lidia, apertasi alla fede la sera di quel sabato, fuori delle mura, tra le donne convenute nel luogo della preghiera. Né di lei, né della sua famiglia battezzata insieme con lei, né della sua attività industriale e mercantile.

La si può immaginare custodire il ricordo di quel passaggio degli uomini di Dio così vicino a lei, nella sua casa, accanto alle care fattezze dei familiari, come una presenza luminosa e benefica; un trasalimento breve, ma che ha mutato per sempre il corso della vita, per la donna « timorata di Dio ».

Altro non si sa; e quindi sul conto di Santa Lidia tutto è congettura. Un particolare però, accennato da San Luca, le ha valso una precisa attribuzione.

Si legge infatti che ella vendeva la porpora. E la porpora, tipico prodotto orientale, veniva usata per tingere le stoffe di un color rosso brillante e indelebile. Era quindi la materia prima e più preziosa dei tintori. Per questo Santa Lidia, ospite degli Apostoli e mercante di porpora a Filippi, viene considerata Patrona dell’antica e nobile arte della tintoria.

La ricetta del giorno

Tubetti con polpettine di melanzane

Ingredienti: tubetti 400gr, salsa di pomodoro con pelati, melanzane 500gr, 1 uovo, salame napoletano 20gr, mortadella 20gr, provola affumicata 50gr, pangrattato, pecorino, parmigiano, basilico, farina, sale, pepe, olio extravergine d’oliva.

Esecuzione: scottare per pochi minuti in acqua bollente salata le melanzane tagliate a grossi pezzi. Scolarle e quando saranno fredde strizzarle.

In una padella preparare una salsa con pomodori pelati.

In una ciotola schiacciarle con una forchetta aggiungendo l’uovo, tanto pangrattato da avere un composto morbido ma compatto, pecorino, parmigiano, salame e mortadella tritati, provola a dadini, basilico, sale e pepe.

Amalgamare bene il composto e modellare delle polpettine schiacciate, infarinarle e friggerle in olio ben caldo. Lessare i tubetti, a metà cottura versarli nella padella della salsa con un po’ della loro acqua e terminare di cuocere la pasta a fuoco basso mescolando continuamente.

Aggiungere anche le polpettine, spolverizzare con pepe, pecorino e parmigiano grattugiati, passarli nella zuppiera decorando con foglie di basilico.

Buon appetito.

Il Santo del Giorno

San Bernardino da Siena

autore: Mattia Preti anno: 1647-53 titolo: San Bernardino da Siena risana gli infermi mostrando il nome di Gesù luogo: Palazzo dei Principi, Correggio

Nome: San Bernardino da Siena

Titolo: Sacerdote

Nome di battesimo: Bernardino degli Albizzeschi

Nascita: 8 settembre 1380, Massa Marittima

Morte: 20 maggio 1444, L’Aquila

Ricorrenza: 20 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:VeneziaCarpiBernaldaSesto CalendeRoncadelleCartocetoColicoTrevignano RomanoMarsicovetereRodigo >>> altri comuni

Protettore:degli ammalati ai polmonidelle preghierepubblicitari

Questo illustre e degno discepolo di S. Francesco d’Assisi nacque dalla nobile famiglia degli Albizzeschi nei pressi di Siena nel 1380. Non aveva ancora tre anni quando rimase orfano di madre, e a sei, anche di padre. Ma un fanciullo come lui che già dava segni di predestinazione, non doveva essere trascurato, e non doveva imbrattarsi di fango mondano: possiamo dire che venne allevato ed educato alla scuola di Maria SS.ma.

Il grazioso Bernardino, delicato, modesto e cortese con tutti, cresceva, sotto la tutela delle pie zie e della cugina Tobia, in sapienza e in grazia come il fanciullo Gesù. Era talmente delicato, che avendo una volta uno zio paterno invitato amici un po’ volgari in casa sua, egli disgustato disse allo zio: « O si correggono nel parlare, o vado via di casa io ».

Degna di menzione è la scena che si svolse un giorno tra il santo fanciullo e la cugina.

“Sapete” le disse tutto raggiante in volto “che io sono tanto innamorato di una nobilissima Signora che darei volentieri la mia vita per godere della sua presenza e che se passassi un giorno senza vederla non potrei chiudere occhio nella notte?!!… “

La cugina dapprima rimase stupita di questo parlare, ma poi si rasserenò quando egli le narrò che, ogni giorno si recava a pregare e venerare un’immagine della Vergine, che si trovava a porta Camollia.

Compiuto felicemente il corso di filosofia, si dedicò allo studio del diritto ecclesiastico e civile, ma più di tutto della Sacra Scrittura.

Nella peste del 1400 che per quattro mesi infestò Siena, il Santo, ventenne, fu tra i generosi fedeli che si dedicarono con eroica carità a curare gli appestati rimanendo, per disposizione divina, illeso da tale morbo.

Nel 1402 si unì ai figli del Poverello d’Assisi, tra i quali un anno dopo emetteva la sua professione religiosa e nel 1404 celebrava la sua prima Messa. Da quel momento si manifestò in lui il grande ministro del Signore, incominciando dalla riforma dei costumi.

Il primo anno di sacerdozio lo passò nel convento del monte Amiata, ove si dedicò ad un maggior studio e ad una più intensa pietà. Nel 1417 lo troviamo guardiano del convento di Fiesole e predicatore insigne.

titolo Reliquia del Trigramma di Cristo
autore San Bernardino da Siena anno 1424

Tre argomenti trattava con predilezione: la carità, la devozione alla SS. Vergine, ed il SS. Nome di Gesù, di cui fu uno dei primi strenui propagatori e di cui parlava sempre con trasporto. L’eloquenza sua piegava il popolo e lo trascinava ove voleva. D’altra parte il Signore ne rafforzava la parola con miracoli. Finalmente, ricco di meriti se ne volò al cielo a ricevere il premio nel 1444.

PRATICA. Impariamo da S. Bernardino una tenera e filiale devozione alla Madonna, cercando di conoscerla, amarla, imitarla, per andare a Gesù per mezzo suo, poichè « il devoto di Maria certamente si salva».

PREGHIERA. O Signore Gesù, che hai accordato al tuo beato confessore Bernardino un amore particolare al tuo Santo Nome e alla Madre tua: dehl per i suoi meriti e la sua intercessione, infondi, benigno, in noi lo spirito del tuo amore. Bibl., Corra% Bernardino da Siena, Ed. Paoline.

MARTIROLOGIO ROMANO. Ad Aquila, nell’Abruzzo, san Bernardino da Siéna, Sacerdote dell’Ordine dei Minori e Confessore, che illustrò l’Italia colla parola e coll’esempio.

Monumenti di Napoli

La Napoli angioina – 13

Il Saggio Roberto e l’intrigante Giovanna I – 2

Roberto non ebbe eredi maschi: per questo motivo, già un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1343, dovette affrontare il problema della sua successione. La scelta cadde sulla nipote Giovanna, figlia del duca di Calabria e di Maria di Valois, che fu data in sposa ad Andrea di Ungheria.

Molteplici furono le clausole che la futura regina dovette rispettare. Fra l’altro, la Provenza non avrebbe mai dovuto essere separata dai domini del regno, che nello stesso tempo avrebbe dovuto mantenere una sostanziale indipendenza dallo Stato pontificio recuperando il possesso della Sicilia.

Giovanna fu la prima donna a guidare il Regno di Napoli, come esponente di una dinastia che si era ormai naturalizzata nell’Italia meridionale. Il suo regno, tuttavia, venne funestato da violenze, intrighi e tradimenti, che si conclusero nel 1382 con lo strangolamento della regina, effettuato da quattro sicari.

Continua domani.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: resta calmo e riuscirai;

Toro: usa la parola in modo più semplice;

Gemelli: hai speso troppo, ora sei in difficoltà;

Cancro: il tuo intuito è giusto;

Leone: nuova relazione in vista;

Vergine: non devi criticare per forza;

Bilancia: devi scegliere e sai cosa è veramente importante;

Scorpione: dedicati alle cose che verranno, quelle passate vanno dimenticate;

Sagittario: dissidi in casa;

Capricorno: è un periodo di riflessione;

Acquario: la calma è la virtù dei forti;

Pesci: oggi sei protagonista.

Buon Venerdì 20 Maggio 2022

20 Maggio Giornata Mondiale delle Api (A/RES/72/211)

Il Sole sorge alle 5:36 e tramonta alle 20:19

La Luna cala alle 5:14 e si eleva alle 21:12

San Bernardino da Siena sacerdote

“O tu che hai della robba assai e tièlla ammontanata, mai non la farai crescere, mai non farà frutto”. – San Bernardino

  • A chi sparagna, vene ‘a gatta e ss’ ‘o mmagna.
  • Chi ‘nfrùce nun luce.
  • ‘E sorde ‘e ll’avaro s’ ‘e mmagna ‘o sciampagnone.
  • L’avaro nun magna pe’ nun cacà.
  • Perde cchiù l’avaro ca ‘o liberale.
  • san Bernardino da Siena, sacerdote francescano;
    • santa Lidia;
    • sant’Aura, martire;
    • san Baudelio, martire;
    • san Talaleo, martire;
    • san Lucifero, vescovo di Cagliari;
    • sant’Ilario, vescovo di Tolosa;
    • sant’Austregisilo, vescovo di Bourges;
    • sant’Atanasio, vescovo di Brescia;
    • san Teodoro, vescovo di Pavia;
    • beato Guido della Gherardesca, eremita;
    • beata Colomba, vergine del terz’ordine domenicano;
    • san Protasio Chong Kuk-bo, martire;
    • sant’Arcangelo Tadini, sacerdote, fondatore delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth;
    • beato Luigi Talamoni, sacerdote, fondatore delle Suore Misericordine di San Gerardo.

Il 20 maggio del 1815 il trattato di Castellanza assegna il Regno di Napoli a Ferdinando di Borbone.

Il 20 maggio del 1924 Giovanni Amendola costituisce a Napoli l’Unione Meridionale Antifascista.

Il proverbio del giorno: se la pera è matura, cade da sola.

LE MASSIME DI FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

Nulla è più raro della vera bontà; quelli che credono di averne, di solito hanno soltanto compiacenza o debolezza.

La mente si affeziona per pigrizia e per costanza a ciò che le riesce più facile o gradevole; questa abitudine pone sempre dei limiti alle nostre conoscenze, e mai nessuno si è accollata la fatica di estendere e condurre la sua mente fin dove sarebbe potuta arrivare.

Di solito si è più maldicenti per vanità che per malizia.

Locali storici e tipici napoletani

Carnevale

Corso Umberto I  290

Nel 1837 i Carnevale, cappellai da molte generazioni, avevano una bottega nei pressi di Porta Capuana.

Più tardi l’attività si trasferisce a via dei Tribunali e, nel 1928, nella sede attuale, dove si cominciano a vendere anche camicie e cravatte su misura.

Dal dopoguerra in poi, con l’avvento dell’abito confezionato e l’uscita di scena pressoché definitiva del cappello quale elemento integrante dell’abbigliamento, il negozio si specializza in accessori di moda maschile di taglio classico.

I depositi però conservano ancora quel che resta di una tradizione più che secolare: un folto campionario di cappelli di fogge diverse, pronti ad entrare in un museo della moda.

La favola del giorno

I racconti di Sherazad – da Le mille e una notte

Storia del primo Calender, figlio di Re. – 2

Fedele al mio giuramento, non volli saperne di più. Offrii la mano alla dama e, grazie alle indicazioni fornitemi dal principe mio cugino, la condussi felicemente, al chiarore della luna, senza sperdermi. Appena arrivati alla tomba, vedemmo apparire il principe che ci seguiva portando una piccola brocca piena d’acqua, una marra e un sacchetto pieno di gesso.

La marra gli servì a demolire il sepolcro vuoto sito al centro della tomba; tolse le pietre l’una dopo l’altra e le sistemò in un angolo. Dopo averle tolte tutte, scavò la terra e vidi una botola situata sotto il sepolcro. Egli ne sollevò il coperchio e scorsi la sommità di una scala a chiocciola. Allora mio cugino, rivolgendosi alla dama, le disse:

“Signora, ecco da dove ci si reca nel luogo di cui vi ho parlato. – A queste parole, la dama si avvicinò e scese; il principe si accinse a seguirla, ma, volgendosi prima verso di me, mi disse: – Cugino mio, vi sono infinitamente grato della pena che vi siete dato, ve ne ringrazio, addio.

  • Caro cugino, esclamai, – che significa tutto ciò?
  • Accontentatevi di questo, – mi rispose; – potete riprendere la strada di dove siete venuto.”

Non riuscii a sapere altro dal principe mio cugino, e fui costretto a congedarmi da lui. Mentre tornavo al palazzo del re mio zio, i fumi del vino mi salivano alla testa. Tuttavia, riuscii ugualmente a raggiungere il mio appartamento e a coricarmi. Il giorno dopo, al mio risveglio, mentre riflettevo su quanto mi era capitato durante la notte, e dopo aver richiamato alla memoria tutte le circostanze di un’avventura così singolare, pensai che fosse stato un sogno. Convinto di ciò, mandai a chiedere se potevo vedere il principe mio cugino. Ma, quando vennero a dirmi che non aveva dormito a casa, che non sapevano che cosa gli fosse capitato e che erano molto in pena per lui, pensai che la strana avventura della tomba era anche troppo vera. Ne fui vivamente addolorato e, sottraendomi a tutti, mi recai di nascosto al cimitero pubblico, dove c’erano un’infinità di tombe simili a quella che avevo vista quella notte. Passai la giornata ad esaminarle l’una dopo l’altra; ma non riuscii a scoprire quella che cercavo, e per quattro giorni continuai a cercarla inutilmente.

Bisogna sapere che, in questo frattempo, il re mio zio era assente: era a caccia da parecchi giorni. Io mi annoiai ad aspettarlo e, dopo aver pregato i suoi ministri di presentargli le mie scuse al suo ritorno, partii dal suo palazzo per rientrare alla corte di mio padre, da cui non avevo l’abitudine di star lontano per tanto tempo. Lasciai i ministri del re mio zio molto ansiosi di sapere che fine avesse fatto il principe mio cugino. Ma, per non violare il mio giuramento di serbare il segreto, non osai toglierli dall’inquietudine e non volli comunicare loro niente di quanto sapevo.

Continua domani.

Il Santo del Giorno

San Dunstano

Nome: San Dunstano

Titolo: Monaco e vescovo

Nascita: 910 circa, Baltonsborough,Somerset

Morte: 19 maggio 988, Canterbury, Inghilterra

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettore:dei fabbricanti di chiavidei gioiellieridegli orefici

Sono due gli aspetti salienti della vita di Dunstan: l’aver restaurato la vita monastica benedettina in Inghilterra (a Glastonbury e altrove), e l’essere stato il più importante arcivescovo di Canterbury, sia dal punto di vista politico che ecclesiale.

Ci sono giunte cinque Vitae medievali e un celebre libro di testo a lui appartenuto a Glastonbury con un autoritratto che lo raffigura ai piedi di Cristo.

Era nato a Baltonsborough (Somerset) da una nobile famiglia imparentata per via di matrimoni con i re del Wessex. Studiò a Glastonbury, allora indiscusso centro di chierici in volontario «esilio per Cristo». Benché fosse protetto dallo zio Atelmo, arcivescovo di Canterbury, fu espulso dalla corte di re Atelstano venendo accusato di praticare la magia e di studiare poemi e favole di autori pagani (un indiretto tributo alla sua cultura). È probabile che a corte abbia sentito parlare della rinascita monastica benedettina in Burgundia e Lorena dai messi stranieri che venivano per combinare matrimoni. Trascorse alcuni anni d’incertezza sul suo futuro, pensando al matrimonio, ma poi si risolse per la vita religiosa e fu ordinato prete dal vescovo di Winchester; forse fece voti monastici in forma privata, poiché a quel tempo non c’erano monasteri maschili benedettini attivi in Inghilterra.

Tornò a Glastonbury vivendo da eremita e perfezionando le sue capacità di musico, lavoratore dei metalli e ricamatore. Nel 939 Edmondo divenne re del Wessex e Dunstan ritrovò il favore reale. Dopo essere sopravvissuto a un incidente di caccia accaduto nei pressi di Cheddar, il re nominò nel 940 Dunstan abate di Glastonbury.

Da allora (e per seicento anni) fiorì ininterrottamente la vita monastica: Dunstan attrasse discepoli, introdusse la Regula Benedicti e aggi unse nuovi edifici a questa antica abbazia.

Durante un periodo in cui i re del Wessex erano giovani e regnavano per breve tempo Dunstan conobbe alterne fortune. Durante il regno di Edred (946-955) al monastero di Glastonbury fu affidata parte del tesoro reale e Dunstan fu ricompensato con un legato di duecento sterline per i popoli del Somerset e del Devon. Sotto Edwig fu esiliato a Gand, forse perché aveva rimproverato il re per il suo comportamento pessimo durante la festa dell’incoronazione. Mentre era in esilio venne a contatto con i monasteri riformati e di stretta osservanza. Re Edgardo, una volta eletto, lo richiamò subito in patria e nel 957 Dunstan divenne vescovo di Worcester. Trasferito a Londra due anni dopo, nel 960 fu nominato arcivescovo di Canterbury. Questo evento segnò l’inizio di una fruttuosa collaborazione, sia per gli affari ecclesiastici che per quelli civili, tra un arcivescovo già maturo e un re di soli sedici anni. Nel frattempo S. Etelwold, amico e collaboratore di Dunstan, aveva rifondato l’abbazia di Abingdon ed era divenuto vescovo di Winchester (allora capitale del Wessex) nel 963. S. Osvaldo di Worcester (28 feb.) ridiede vita a Westbury-on-Trym divenendo anch’egli vescovo. Prima e dopo la sua consacrazione episcopale rivitalizzò Malmesbury, Bath, Athelncy, Muchelney e Westminster.

Una caratteristica preminente di questo monachesimo era la stretta dipendenza dalla famiglia reale, da cui riceveva garanzie di protezione e sostegno soprattutto contro il potere dei signori locali. Nei monasteri, alle preghiere consuete ne furono aggiunte alcune speciali per la famiglia reale; si registrò il fiorire della produzione libraria, di miniature e prodotti tipici delle arti monastiche. Le frequenti nomine di vescovi provenienti da monasteri erano dovute alle loro riconosciute qualità morali e intellettuali.

L’influenza di Dunstan si diffuse ben oltre i circoli monastici e di corte: egli fu infatti un vescovo pieno di zelo per la sua diocesi, insistette sull’osservanza delle leggi matrimoniali, sul digiuno e sull’astinenza. Spesso si ricorse a lui come giudice e fu lui a ispirare alcune leggi emanate da re Edgardo, tra cui il pagamento delle decime, l’obolo di S. Pietro e altre tasse ecclesiastiche, l’obbligo per i preti di esercitare qualche lavoro manuale. Egli stesso lavorò nella costruzione o riparazione di chiese, predicò e insegnò con assiduità, amministrò la giustizia. L’apice del suo ministero era stato l’incoronazione di Edgardo nell’abbazia di Bath nel 973, una consacrazione “imperiale”, in gran parte ideata da Dunstan, che resta ancora lo schema base della cerimonia d’incoronazione dei re e delle regine inglesi.

Questa incoronazione era stata a lungo differita, forse per la condotta scandalosa di Edgardo (v. Vulfilde, 9 set.), e fu accompagnata da un incontro a Chester tra il re e tutti i signori locali della Britannia: fatto salire il sovrano su una barca ormeggiata sul fiume Dee, si posero essi stessi ai remi. Il re morì solo due anni più tardi. Un periodo di disordini politici aveva poi fatto seguito all’assassinio di S. Edoardo il Martire (18 mar.), successore di Edgardo, nel 978, all’età di sedici anni, e la salita al trono del giovanissimo Etelredo, più tardi soprannominato l’Indeciso. Nel 980 Dunstan presiedette alla traslazione delle reliquie di Edoardo a Shaftesbury (il monastero femminile fondato da re Alfredo), ma gli ultimi anni della sua vita furono rattristati dalla difficile situazione politica. Continuò a vivere a Canterbury fino alla morte avvenuta nel 988; nella sua casa vivevano alcuni monaci che trasformarono Canterbury quasi in una cattedrale monastica. I suoi biografi gli attribuirono visioni, profezie e miracoli; questi ultimi, come anche i suoi evidenti successi, contribuirono alla diffusione immediata del culto. Già nel 999 fu chiamato «il capo di tutti i santi che riposano a Christchurch». La sua festa è ricordata in molti calendari risalenti a prima del 1066.

A Canterbury, sotto Lanfranco, ci fu una breve interruzione del suo culto ma, come quello degli altri santi anglosassoni, esso si rafforzò sempre più fino a diventare nazionale. Durante l’episcopato di S. Anselmo (21 apr.) si celebrava la festa di Dunstan con l’ufficio dell’ottava e, nella cattedrale di Canterbury, gli altari di Dunstan ed Elfego (19 apr.) erano a fianco dell’altare maggiore. Canterbury giustamente rivendicava la custodia del suo corpo, un onore disputato con Glastonbury. Solo nel 1508 si procedette all’apertura della tomba di Canterbury e alla ricognizione delle reliquie.

Dunstan non ha lasciato alcuna opera scritta che gli si possa attribuire con certezza ma ha contribuito alla stesura della Vita di Abbo di S. Edmondo (20 nov.) fornendo materiale proveniente dall’alfiere reale. Orafi, gioiellieri e fabbricanti di chiavi ricorrono al suo speciale patrocinio; a Canterbury, il 21 ottobre, si commemora anche la sua ordinazione presbiterale.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Canterbury in Inghilterra, san Dunstano, vescovo, che, dapprima abate di Glastonbury, rinnovò e propagò la vita monastica e nella sede episcopale di Worcester, poi di Londra e, infine, di Canterbury si adoperò per promuovere la concordia dei monaci e delle monache prescritta dalla regola.

Il Santo del Giorno

Sant’ Urbano I

Nome: Sant’ Urbano I

Titolo: Papa

Nascita: II secolo, Sconosciuto

Morte: 230 circa, Roma

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:PreganziolAltavilla VicentinaTorbole CasagliaBucchianicoApiroMatrice

Ci sono molti racconti leggendari che riguardano Urbano. Di certo egli fu romano di nascita e papa per otto anni. Il suo pontificato trascorse durante l’impero di Alessandro Severo, un periodo senza persecuzioni. La sede romana era però divisa dallo scisma di Ippolito, sebbene non abbiamo notizie delle relazioni intercorse tra i due. Fu sepolto nel cimitero di Callisto, dove è stata trovata una pietra sepolcrale con il suo nome scritto in lettere maiuscole. Non è martire e neppure da mettere in rapporto con S. Cecilia (22 nov.) e i suoi compagni: due di coloro che si pensava fossero stati battezzati da lui, morirono oltre sessant’anni dopo di lui. La sua esistenza storica è certa: è citato da Eusebio e nel Liber Pontificalis; l’autore degli Acta di S. Cecilia utilizzava senza dubbio il suo nome per darle maggior risalto. Il nuovo Martirologio Romano afferma che governò la sede romana per otto anni e indica una collocazione corretta della sua tomba, a differenza del testo precedente.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Roma nel cimitero di Callisto sulla via Appia, sant’Urbano I, papa, che, dopo il martirio di san Callisto, resse per otto anni fedelmente la Chiesa di Roma.

PROVERBIO. Per Sant’Urbano, il frumento è fatto grano

Il Santo del Giorno

Sant’ Ivo di Bretagna

Nome: Sant’ Ivo di Bretagna

Titolo: Sacerdote in Bretagna

Nascita: 17 ottobre 1235, Minihy-Tréguier, Francia

Morte: 19 maggio 1303, Minihy-Tréguier, Francia

Ricorrenza: 19 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettore:degli avvocatidei cancellieri di tribunaledei giudicidei magistratidei notaidegli orfanidei portieri e uscieridei poveridei procuratoridei professori di dirittodegli ufficiali giudiziari

Ivo, chiamato anche Ivo Hélory e Ivo di Kermartin, era un avvocato divenuto prete e parroco a metà della sua vita. Dopo la sua morte e canonizzazione fu invocato come patrono degli avvocati e dei giudici.

Era nato a Kermartin, nei pressi di Tréguier in Bretagna, dove il padre era proprietario terriero.

Studiò diritto canonico e teologia a Parigi per dieci anni e diritto civile per altri tre anni a Orléans; al suo ritorno in Bretagna nel 1262 fu nominato “ufficiale”, o giudice, del tribunale ecclesiastico della diocesi di Rennès, ma ben presto il vescovo di Tréguier lo richiese per lo stesso incarico.

Si guadagnò la reputazione di totale imparzialità e incorruttibilità, prendendosi cura speciale dei poveri citati in giudizio. Spesso tentava di persuadere i litiganti a trovare un accordo prima di ricorrere al tribunale, onde evitare processi costosi e inutili.

Tutto ciò diede vita a un motto in latino: «S. Ivo era un bretone, un avvocato e non un ladro, cosa mirabile agli occhi del popolo».

Fonti contemporanee ci parlano del suo dono per la riconciliazione, della sua propensione a patrocinare la cause dei poveri in altri tribunali e a visitarli in carcere.

Nel 1284 fu ordinato prete e gli fu affidata la parrocchia di Tredez e tre anni dopo, date le dimissioni da magistrato, s’impegnò totalmente nella parrocchia.

Dopo pochi anni fu promosso in quella di Louannec, dove costruì un ospedale, si prese cura dei poveri e si occupò personalmente dei vagabondi.

Ancor maggior peso ebbe il suo impegno per le necessità spirituali del suo gregge.

Era in grado di predicare in tre lingue (latino, francese e bretone) ed ebbe grande reputazione come arbitro imparziale in ogni tipo di dispute.

Fin dai tempi in cui era studente aveva condotto una vita austera, con digiuni e preghiere, penitenze per le quali andava famoso; in seguito sarebbe giunto al punto di dare ai poveri il raccolto di grano che gli spettava.

Durante la Quaresima del 1303 cadde malato e morì alla vigilia della festa dell’Ascensione dopo aver celebrato Messa predicando con grande fatica. Fu canonizzato nel 1347.


MARTIROLOGIO ROMANO. In un castello vicino a Tréguier nella Bretagna in Francia, sant’Ivo, sacerdote, che osservò la giustizia senza distinzione di persone, favorì la concordia, difese le cause degli orfani, delle vedove e dei poveri per amore di Cristo e accolse in casa sua i bisognosi.

Scuola di Cucina

Casatiello Napoletano

Il casatiello è una tipica torta salata pasquale. La regione d’origine è la Campania ed ha una difficoltà media di esecuzione. Per la preparazione occorrono circa 40 minuti, due ore e mezza di riposo dell’impasto e un’ora per la cottura. Un bicchiere di Solopaca bianco accompagnerà la degustazione del casatiello.

Ingredienti: farina tipo 0 500gr, sugna (strutto) 150gr, lievito di birra 15 gr, olio extravergine d’oliva 1 cucchiaio, parmigiano grattugiato 50gr, pecorino grattugiato 50gr, salame napoletano 200gr in un pezzo, provolone piccante 200gr in un pezzo, uova sode 4, sale e pepe nero.

Disponete la farina a fontana, mettete al centro 45gr di sugna, il lievito sciolto in poca acqua tiepida, l’olio e un pizzico di sale e pepe. Impastate per alcuni minuti, formate una palla e fatela lievitare per 2 ore.

Stendete la pasta, ricavandone un rettangolo di 1 cm di spessore. Spalmatelo con altri 45 gr. di sugna, il parmigiano grattugiato e metà del pecorino grattugiato. Impastate ancora.

Stendete di nuovo la pasta a rettangolo di 1 cm di spessore, spalmatelo con altri 45 gr di sugna, metteteci sopra il provolone ed il salame napoletano tagliato a cubetti piccoli, e il restante pecorino grattugiato.

Arrotolate la pasta facendone un cilindro, tenendone da parte un pezzetto.

Ungete con la sugna rimasta uno stampo ad anello e sistematevi il cilindro di pasta, saldandolo alle estremità per dargli la formula di una ciambella. Prendete le uova sode è infilatele nell’anello di pasta ad intervalli regolari, con la punta rivolta verso il basso.

Ricavate dal pezzo di pasta rimasto alcune liste con cui fissare le uova alla ciambella, formando due archi incrociati. Lasciate lievitare per 30 minuti, quindi cuocete il casatiello nel forno già caldo a 170°C per circa 1 ora. Sfornatelo e lasciatelo intiepidire.

Atlante dei Parchi Faunistici, Zoo Safari e Acquari in Italia

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 3

Definito scientificamente come uno stratovulcano a recinto, il complesso Somma-Vesuvio è collegato a grande profondità agli altri due apparati vulcanici dei dintorni di Napoli, e cioè ai Campi Flegrei e all’Epomeo di Ischia. Il massiccio poggia sull’ignimbrite campana, uno strato roccioso creato dalle antichissime eruzioni dei Campi Flegrei. I magmi depositati dalle eruzioni di epoca storica, ben riconoscibili nel territorio vesuviano, sono costituiti da lave basiche, ceneri, pomici e bombe.

Nel corso degli ultimi duemila anni, le lave del Vesuvio hanno nuovamente cambiato struttura, diventando via via più ricche di leuciti. Nella parte alta della caldera del Somma, sono di grande interesse i “dicchi” vulcanici e i filoni di lava infiltrati tra le pomici e le ceneri, e progressivamente messi a nudo dall’erosione.

A grande profondità, il condotto eruttivo del Somma-Vesuvio attraversa una formazione calcarea secondaria. Lo dimostrano i numerosi blocchi di calcare, alcuni dei quali fossiliferi, che sono stati eruttati durante i violenti parossismi del passato.

Completano il quadro delle rocce osservabili sulle pendici del Vesuvio i 230 minerali che hanno fornito per secoli ai visitatori del vulcano i più classici souvenir della visita alla montagna di fuoco, e che comprendono prodotti fumarolici, pneumatolitici e metamorfici. Gli appassionati di geologia possono ammirare i minerali del Vesuvio nelle collezioni dell’Osservatorio Vesuviano e del Museo Mineralogico di Napoli. Molti visitatori, invece, li osservano solo esposti accanto a cartoline e statuette, nelle bancarelle sul posteggio ai piedi del cratere.

Tra i 230 minerali vesuviani il più diffuso è l’augite, i cui cristalli si incontrano frequentemente sul Gran Cono. Facili da osservare sono anche i cristalli della cotunnite, della olivite, della halite, della leucite e del salgemma, le tavolette nere della tenorite e quelle rosse di eritrosiderite. Tradizionalmente oggetto di raccolta e commercio indiscriminati, i minerali del Vesuvio sono tutelati da una specifica legislazione a partire dal 5 giugno 1995, data dell’istituzione del Parco. Al quarto comma dell’articolo 3, la legge vieta infatti il prelievo di minerali di rilevante interesse geologico dai pendii del vulcano.

Il tetro paesaggio minerale è però ingentilito da una vegetazione rigogliosa. Come tutti i vulcani del mondo, infatti, il Vesuvio – lo Sterminator Vesevo di Giacomo Leopardi – ha un suolo straordinariamente fertile dove crescono ben 906 specie di piante.

Sui pendii vulcanici del Gran Cono del Vesuvio, la prima pianta a insediarsi sui suoli lavici raffreddati è lo Stereocaulon vesuvianum, un lichene grigio-argenteo che si può facilmente osservare sulle lave attraversate dalla strada che sale da Ercolano al cratere. Sul suolo roccioso, dopo qualche decennio cominciano a comparire piccole piante erbacee come il senecio glauco, la bambagia, la romice capo di bue o la lanutella comune. Accanto alle fumarole del cratere compare anche una rara felce, Pteris vittata, che predilige climi caldi e umidi. Più in basso del Gran Cono, invece, il paesaggio vegetale del Vesuvio è caratterizzato da specie impiantate dall’uomo. Solo all’inizio del Novecento, ad esempio, è stata introdotta sul vulcano la ginestra dell’Etna, un alberello più alto rispetto ai cespugli della ginestra dei carbonai e della ginestra odorosa che pure sono presenti sul Vesuvio. In alcune zone la ginestra dell’Etna forma delle boscaglie quasi impenetrabili. In associazione con le ginestre crescono l’elicriso e la valeriana rossa. Tra 800 e 1000 metri compaiono anche le piante d’alto fusto, tra le quali spicca la betulla, che cresce in stazioni isolate nell’Atrio del Cavallo, nella Valle del Gigante e sulla cresta sommitale del Monte Somma.

Sul versante settentrionale del Somma, che è l’ambiente più fresco del Parco, si distendono invece boschi di roverella, ontano napoletano, acero e carpino bianco, che si alternano al castagno e al nocciolo impiantati dall’uomo. Molto diffusa è anche la robinia, un essenza di origine nordamericana che ha formato in più zone una fittissima boscaglia.

Sul versante meridionale del Vesuvio, l’originale vegetazione mediterranea è stata in buona parte sostituita dal pino domestico, impiantato a partire dal 1912 sulle lave del 1822, del 1858 e del 1872, e poi anche su quelle del 1944 che hanno attraversato in più punti la giovane foresta. Proseguita fino ai primi anni novanta dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, l’opera di impianto di pini sulle lave è cessata con l’istituzione del Parco.

Già da qualche anno, però era iniziato nei 600 ettari della Riserva Tirone-Alto Vesuvio lo sfoltimento della pineta per lasciare spazio alle essenze mediterranee e in particolare al leccio che continua a diffondersi all’interno dell’area protetta. A favorire la ripresa di questa specie, dotata di una capacità di rigenerazione notevole, sono stati anche gli incendi che hanno devastato la riserva negli anni Novanta e che purtroppo continuano tutt’ora.

Tra lecci e pini, il rigoglioso sottobosco della foresta vesuviana include il biancospino, la fusaggine e la salsapariglia. Nella vegetazione mediterranea del vulcano compaiono anche il lentisco, il mirto, l’alloro, la fillirea, l’origano e il rosmarino. Tra la primavera e l’estate, fioriscono moltissime orchidee selvatiche. Continua.